Simon Engelmann, dai dilettanti alla DFB Pokal a suon di gol

Simon Engelmann

Ci sono giocatori che acquisiscono notorietà giovanissimi ben prima della maggiore età grazie al loro talento, per altri invece ci vogliono anni e anni di fatica nelle “polverose” serie minori prima della scintilla decisiva. Uno di questi è sicuramente l’attaccante del Rot-Weiß Essen Simon Engelmann.

La serata sparti-acque della sua carriera è stata il 2 febbraio di quest’anno, in occasione dell’ottavo di finale di DFB Pokal del suo Essen contro il più quotato Bayer Leverkusen. L’inaspettato gol decisivo, a due minuti dai calci di rigore, ha lanciato su tutte le prime pagine dei giornali tedeschi il nome del bomber nativo di Vechta, una piccola cittadina della bassa Sassonia.

Engelmann è diventato il simbolo della riscossa delle piccole squadre delle serie minori contro le corazzate della Bundesliga in DFB-Pokal, dove a volte Davide batte Golia. La stampa e tutto il movimento tedesco si sono interessate alla storia di Engelmann, fatta di gol a raffica e numeri molto interessanti.

Spulciando le statistiche dell’attaccante dell’Essen non si possono non notare le 133 reti in 254 reti in Regionalliga dal 2009 ad oggi, che fanno di Engelmann un vero e proprio specialista della competizione. Gol che salgono a 200 considerando anche l’Oberliga, la DFB Pokal e le varie coppe nazionali minori come la Westfalenpokal e la Niederrheinpokal. In poche parole, un navigato bomber di categoria. Tante anche le maglie vestite, dal Oythe e il Lotte all’Oberhausen e il Verl, fino all’attuale RW Essen.

Partendo dal presupposto che non è assolutamente facile mettere a segno così tante segnature, con questa invidiabile regolarità, appare strano che Engelmann non sia “esploso” ben prima a livello personale, tanto da non sfiorare mai nemmeno la 3.Liga. Una storia che assomiglia, con le dovute proporzioni, a quelle di Jamie Vardy o “Ciccio” Caputo, due bomber sbarcati nella massima serie dei loro campionati ben più tardi rispetto alle loro qualità.

“Sono qui per riportare l’Essen in alto. Voglio essere ricordato e fare del mio meglio per raggiungere la promozione e magari anche il sogno DFB Pokal”.

Così parlava Engelmann in una intervista al canale ufficiale della DFB prima del quarto di finale (poi perso) contro l’Holstein Kiel. Proprio in Pokal, il numero 11 tedesco ha fatto vedere un piccolo riassunto di tutte le sue caratteristiche, condensate nei 3 gol nelle 3 partite giocate: l’ottimo posizionamento in area nel tap-in contro l’Arminia Bielefeld, la tecnica nella conclusione precisa e potente contro il Fortuna Düsseldorf e il dribbling mixato al senso del gol nella, ormai famosa, segnatura contro il Bayer. Tutte peculiarità imprescindibili per un attaccante con la “voglia di sfondare” come lui. Nonostante i 31 anni, la carriera di Engelmann non sembra per nulla sul viale del tramonto, anzi.

“Tutti noi della rosa siamo affamati di successi, vogliamo mostrare qualità, ambizione e umiltà. Tutti gli occhi sono sull’Essen. È speciale giocare qui, in un club con così tanta storia, successi e grandi campioni. Speriamo di replicare i gloriosi risultati di questo club”.

Sì, perché l’Essen negli anni 50 è stata nell’élite del calcio tedesco, con tanto di titolo nazionale nel 1955 e coppa nel 1953. Poi il declino e la mediocrità nelle basse leghe tedesche, con pochi squilli degni di nota, come la promozione in Zweite Bundesliga nel 2000. Con l’avanzamento in DFB Pokal, la squadra dell’Hafenstraße è tornata a sognare grandi traguardi (oltre che respirare finanziariamente con i premi partita ottenuti), anche grazie ai gol a raffica di Simon Engelmann, definito “Il miglior attaccante non professionista di tutti i tempi”. In campionato, invece, è serrato il testa a testa per la promozione con il Borussia Dortmund II.

In questa stagione Engelmann sembra aver fatto lo step decisivo della sua crescita, con i 23 gol già in tasca tra campionato e DFB Pokal. I tifosi sono letteralmente pazzi di lui, tanto da aver creato un hashtag ad hoc sui social come #Engelmannregelt, che si può tradurre come la “regola” di Engelmann, ovvero quella del gol.

La carriera di Engelmann pare sia giunta ad un bivio e i gol nella seguitissima competizione nazionale della DFB Pokal hanno aumentato il suo richiamo in patria.

“Quando è finita la partita contro il Bayer, al ritorno negli spogliatoi avevo almeno 200 messaggi sul telefono, tutti si congratulavano con me. Il giorno dopo, invece, tutti volevano intervistarmi: Sky, RTL, Sport1, improvvisamente era cambiato il mondo”

Questa stagione non può che essere il trampolino di lancio per Simon Engelmann, che stagione dopo stagione e gol dopo gol si è meritato una chance in campionati più competitivi. Difficilmente lo farà con l’Essen, ormai lontano dalla promozione. Se lo farà con altre squadre lo scopriremo solo l’anno prossimo, ma sicuramente la sua storia ci insegna che non è mai troppo tardi per raggiungere l’apice e che anche a 31 anni ci si può scoprire decisivi ad alti livelli. Per informazioni basta chiedere a Leverkusen.

Dalla Bundes alle prigioni brasiliane: Marcelo Pletsch, una storia incredibile

Marcelo Pletsch

Se pensavate che fosse stato toccato il fondo con la triste storia dell’arbitro ecuadoriano Byron Moreno, probabilmente non avete mai sentito parlare, o forse non vi ricordate, del difensore brasiliano, ma naturalizzato tedesco, Marcelo Pletsch. Mentre il direttore di gara in Corea del Sud-Italia, famigerato ottavo di finale dei Mondiali 2002, fu arrestato a New York qualche anno dopo (2010) per il trasporto di 6 chilogrammi di eroina, Pletsch è riuscito a fare di ‘meglio’.

Pletsch, classe 1976, nativo di Toledo, nello stato del Paraná, militava nel DF Oliveira quando, nell’estate 1999, fu prelevato dai tedeschi del Borussia Mönchengladbach, che, all’epoca, allenato da Hans Meyer, militava in 2. Bundesliga. Dopo due stagioni in seconda serie con i Fohlen, Pletsch riuscì a conquistare la promozione in Bundesliga, nella quale ha debuttato il 28 luglio 2001, in occasione della vittoria interna, 1-0, contro il Bayern Monaco che, l’annata precedente, si era laureato Campione di Germania.

Pletsch, in campo, si distingueva per la prestanza fisica (185 centimetri di altezza per 185 chilogrammi di peso), per l’enorme determinazione, per una marcatura dura, costante ed asfissiante sull’avversario di riferimento. Un centrale vecchio stampo, insomma, di quelli che, nel campionato tedesco, servono come il pane. Meyer diceva che Pletsch non sapeva giocare a calcio.

Intanto, però, non rinunciava quasi mai a lui, così come poi ha fatto il suo successore, Ewald Lienen (uno particolare, di cui vi abbiamo già parlato): in un Borussia Mönchengladbach che, in quel periodo, a differenza di quanto accade adesso, era costretto a lottare con le unghie e con i denti per evitare la retrocessione, festeggiando come un titolo un approdo a metà classifica, un lottatore come Marcelo Pletsch era utilissimo alla causa.

Nei suoi sei anni a Mönchengladbach, Pletsch ha giocato 150 gare, lasciando un ottimo ricordo tra i tifosi. Utilizzato sempre di meno, con il passare del tempo, dai successivi allenatori Holger Fach, Hörst Koppel e Dick Advocaat, nell’estate 2005, da svincolato, si trasferì al Kaiserslautern, dove retrocesse al termine della stagione 2005-2006. Due anni in Grecia, al Panionios, uno a Cipro, nella fila dell’Omonia Nicosia, ed uno in Serbia, nel Vojvodina, prima di concludere, mestamente la sua carriera nel 2011, in Brasile, nel FC Cascavel, vicinocasa.

Al termine della sua esperienza da calciatore, Pletsch ha deciso di non rimanere nell’ambiente, ma di cambiare completamente stile di vita. Ha aperto un allevamento di maiali, in una tenuta tra il Brasile ed il Paraguay, dandosi alla vita bucolica. Animali, natura, verde… un po’ troppo, forse, visto che, il 5 ottobre 2016 alcuni agenti di Polizia, sul tetto di un camion di sua proprietà, trovarono ben 793 chilogrammi di marijuana. Una quantità impressionante che, giocoforza, ne provocò l’arresto immediato.

La successiva, accurata perquisizione delle autorità consentì di rinvenire 854 piantine di marijuana curate e pressate. Difficilmente catalogabili come uso personale. Pletsch, quindi, è stato trasferito nella prigione di stato a Cascavel, sede, spesso, di sanguinose rivolte a causa di detenuti inclini alla violenza.

Dietro le sbarre da tre anni e mezzo, Marcelo Pletsch potrebbe essere rilasciato in libertà vigilata, per buona condotta, non prima del gennaio 2022. Qualora ciò non accadesse, finirebbe di scontare la sua condanna, tornando un uomo libero, soltanto nel febbraio 2025.

Triste epilogo sociale per uno sportivo che, come sottolinearono una volta gli ‘adepti’ del suo fan club a Mönchengladbach, all’assenza di talento ha sempre sopperito con il cuore di un leone. Un leone finito in gabbia a scontare i peccati di una scelta di vita errata e dettata dall’avidità.

Enzo Zidane all’Erzgebirge Aue: il mancato colpo più sorprendente

enzo zidane erzgebirge aue

Siamo abituati a vedere i calciatori scegliere le proprie squadre anche in base all’attrattiva della città, spesso optando anche per mete esotiche particolari. Decisamente meno abituale è vedere invece talenti che portano cognomi importanti scegliere squadre che hanno sede in città dove regna la calma piatta, piccole località di provincia di tradizione artigiana. Ecco perché possiamo tranquillamente affermare che quello di Enzo Zidane all’Erzgebirge Aue, una squadra di medio-bassa classifica della 2. Bundesliga, sarebbe stato probabilmente il trasferimento più sorprendente e assurdo dell’anno. Sì, Enzo Zidane, il figlio maggiore di Zinédine, non un omonimo. Il ragazzo cresciuto nel Real Madrid, che ha esordito in prima squadra segnando. Quello che più di tutti ha preso ispirazione di papà, anche a livello di posizione in campo.

Sembrava fantamercato. Per una realtà così piccola come quella di Aue, avere uno Zidane in squadra sembrava quasi un’assurdità. Anche soltanto per le implicazioni mediatiche. Parliamo di una cittadina della Sassonia di ventimila abitanti, ai piedi dei Monti Metalliferi, che ha ovviamente una grande tradizione. Si trova  un quarantina di chilometri da Chemnitz, l’ex Karl-Marx-Stadt. Di certo non un posto ricco di attrazioni. Un luogo tranquillo.

Eppure Helge Leonhardt, presidente del club, ha davvero provato a portare uno Zidane in città. Un colpo rumoroso a livello mediatico. Magari non a livello di talento, visto che la carriera di Enzo non è mai decollata: dopo l’esordio con il Real Madrid in Copa del Rey, con tanto di goal all’attivo, è stata fatta di tanto girovagare in prestito alla ricerca di sé stesso, provando a togliersi di dosso l’etichetta del ‘figlio di Zizou’. Deportivo Alavés (con esordio in Liga), Losanna, Real Majadahonda in seconda serie spagnola, Desportivo Aves in Portogallo, Almeria in seconda serie l’anno scorso. Sempre con il ruolo di comparsa.

“La trattativa è in uno stato molto avanzato. Abbiamo avuto varie conversazioni telefoniche con Enzo. Vuole giocare ad Aue. Il suo agente mi ha chiamato un mesto fa, così è iniziato tutto. Enzo vorrebbe lasciare Madrid e scappare dalle 40 telecamere che ha costantemente puntate addosso. È un gioiello che va perfezionato, qui lo possiamo fare, come abbiamo fatto con altri giocatori”.

Helge Leonhardt, presidente dell’Erzgebirge Aue, a Tag24

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La famiglia Zidane al Roland Garros. Fonte: Getty/OneFootball

La ricerca della tranquillità poteva portare davvero Enzo Zidane ad Aue, in una realtà di secondo piano della Zweite, ma che sta consolidandosi anno dopo anno. Dal 2003 è una presenza piuttosto fissa, salvo per un paio di retrocessioni. Si è stabilita nella zona medio-bassa della classifica, salvo qualche exploit come il quinto posto del 2011 o il settimo posto dell’anno scorso, dopo essere partita sognando addirittura la promozione.

E sì, stiamo parlando al condizionale perché, alla fine, il trasferimento non si è compiuto. Perché, secondo la stampa spagnola, Enzo Zidane non vedeva di buon grado il fatto che sui Monti Metalliferi avrebbe trovato una concorrenza troppo agguerrita da gestire. E ha preferito aspettare un’altra occasione mentre continua ad allenarsi con il Real Majadahonda.

In effetti Dirk Schuster, allenatore dall’anno scorso in Sassonia – il tecnico che qualche anno fa ha compiuto il miracolo Darmstadt portandolo fino in Bundesliga e poi raggiungendo una clamorosa salvezza grazie ai goal di Sandro Wagner – ha grande scelta in attacco. Alterna prevalentemente due moduli, il 3-4-3 e il 4-3-3, con le tre punte molto mobili che si possono disporre sia con un trequartista, con due fantasisti o due ali. Insomma, elasticità al potere. Anche perché la rosa lo permette.

Il nome più altisonante è quello di Florian Krüger, classe 1999 arrivato dallo Schalke che sta brillando (ve l’abbiamo segnalato nella Guida alla Bundesliga). Poi c’è l’azero Nazarov, che grazie alla nazionale si è fatto un buon nome internazionale. A loro si aggiungono specialisti della Zweite come Pascal Testroet, Jan Hochscheidt più l’ultimo arrivato Ben Zolinski, e il ‘dodicesimo’ Zulechner, l’uomo che entra sempre dalla panchina. Insomma la concorrenza sarebbe stata agguerrita. E vista anche la classifica che sorride all’Aue, difficilmente fattibile. Per questo Enzo ha ritrattato. Ha deciso di declinare. Anche se, probabilmente, ad Aue avrebbe trovato la tranquillità che cerca da tempo.

Horst Hrubesch, una leggenda eterna per l’Amburgo

horst hrubesch

L’ultimo impiego, prima della pensione, già pregustata dopo l’argento con l’Under 21 maschile ai Giochi di Rio 2016, doveva essere quello di ct a interim della Nazionale femminile. Horst Hrubesch, però, alla chiamata della dirigenza dell’Amburgo non ha saputo dire di no. Da questa stagione, il 69enne, campione d’Europa con la Germania nel 1980, infatti sarà il responsabile del settore giovanile del HSV. Un nuovo capitolo di una storia d’amore, quella con i Rothosen, che è iniziata più di 40 anni fa.

Un conciatetto a Essen – Horst, classe 1951, è tutt’altro che un talento prodigio. A 23 anni, mentre di mestiere sistema tetti e coltiva la passione per la pesca, è ancora un dilettante. Al SC Westtünnen, squadra di Hamm, la sua città natale, nel Nordrhein-Westfalen, a una trentina di chilometri a sud-ovest di Dortmund, lo nota il 27enne Werner Lorant. Che è il suo allenatore, ma anche uno dei giocatori del Rot-Weiss Essen, club di Bundesliga. È ai biancorossi, che Lorant, segnala Horst. Nella Ruhr non se ne pentiranno, perché Hrubesch, che non ha mai giocato in una selezione giovanile, ha un impatto eccezionale. Tra il 1975 e il 1978 realizza 80 gol in 83 partite, di cui 42 in una sola stagione, quella della 2.Bundesliga 1977-1978. Un record, ancora imbattuto, che gli vale la chiamata dell’Amburgo, all’epoca una delle squadre di vertice del campionato.

Zebec e il primo Meisterschale – Quando arriva sulle rive del Mare del Nord, il HSV è uno squadrone, con in rosa giocatori del calibro di Kevin Keegan, Felix Magath e Manfred Kaltz. In panchina Branko Zebec, jugoslavo di Zagabria, eccellente esterno offensivo (argento ai Giochi di Helsinki ’52), geniale allenatore. È un duro, sia nei rapporti con i giocatori, sia nella preparazione. Con lui però l’Amburgo rivince nel 1979 un Meisterschale, che mancava da 19 anni. Horst Hrubesch segna tredici volte, Keegan 17. Un anno e mezzo dopo quella vittoria, nel dicembre 1980 Zebec, che nel frattempo ha perso con i tedeschi la finale di Coppa dei Campioni, viene cacciato. Non tanto per i risultati, quanto per i suoi problemi di alcolismo e per i pessimi rapporti con i giocatori.

Un capocannoniere per Happel – Nella stagione successiva, la 1981-1982, al posto di Zebec, Günter Netzer, all’epoca general manager dell’Amburgo, chiama Ernst Happel. Per Hrubesch, che nell’estate 1980 ha deciso la finale dell’Europeo per nazionali a Roma, è l’incontro che gli cambia la carriera e forse la vita. Il tecnico austriaco, vincitore della Coppa dei Campioni nel ’70 con il Feyenoord, è un personaggio particolare. Ha una infinita conoscenza tecnica e tattica, gioca a zona, è innovativo (fa fare lezione di aerobica ai calciatori) ma ha anche la fama di avere un carattere non facile. Essenziale, ai limiti dell’ermetico con i media, è bravissimo a gestire il gruppo, con parole dosate e un atteggiamento semplice. Nella stagione di debutto è ancora Meisterschale, con Hrubesch, capocannoniere con 27 reti. Due sono nel cuore dei tifosi dell’Amburgo, entrambi segnati all’”Olympiastadion” di Monaco, il 24 aprile. In quello che è di fatto una finale con il Bayern Hrubesch prima pareggia 3-3, poi al 90′ di testa realizza il 4-3 finale. Sono questi i gol che hanno fatto di Horst “Kopfballungeheuer”, il gigante dei colpi di testa, lui che in un’intervista aveva spiegato semplicemente come funzionava. “Manni (Kaltz n.d.R) crossa, io colpisco di testa, gol”.

Capitano e campione d’Europa – Nel 1982-1983, l’Amburgo, già sconfitto in finale di Coppa UEFA dal Göteborg di Sven-Göran Eriksson nella stagione precedente, oltre a difendere il titolo punta alla Coppa dei Campioni. I tedeschi non sono tra i favoriti, anzi, ma arrivano in finale. Nel cammino, dove brilla il danese Lars Bastrup, Horst segna due volte, una delle quali nel derby intertedesco con la Dinamo Berlino. In finale ad Atene gli uomini di Happel, nettamente sfavoriti contro i bianconeri di Dino Zoff e Michel Platini, pescano il jolly con un gol di Felix Magath e poi reggono. La Coppa, dopo quella partita, dove la marcatura ad adottare su Platini era stata decisa da Happel dopo aver ascoltato i senatori, la alza Hrubesch. È di fatto la sua ultima partita con il HSV, di cui è ad ora il miglior goleador nelle Coppe Europee, con venti marcature.

Horst Hrubesch II, il ritorno – Horst non smetterà di giocare e neppure di stare nel calcio. Appenderà le scarpette al chiodo nel 1986, dopo una stagione al Borussia Dortmund terminata con una rocambolesca salvezza, prima di sedersi in panchina. Club (sarà tra il 1990 e il 1992 anche l’assistente di Happel allo Swarovski Tirol, sostituendo dopo la morte del tecnico austriaco)  poi dal 2000 solo le Nazionali tedesche giovanile. Dall’Under 18 all’Under 21. Si toglierà la soddisfazione di vincere due titoli europei nel 2008 e nel 2009, rispettivamente con U19 e U21, ma soprattutto di crescere tanti ragazzi, che poi si sono affermati in Bundesliga. L’ha fatto con competenza, rispetto e umanità. Qualità che proverà a mettere in campo, pardon, sulla scrivania ad Amburgo, con il club che gli è rimasto nel cuore.

Da campione del mondo a epurato nel suo Hannover: la caduta di Zieler

Zieler hannover

Come si può passare, in soli sei anni, dalla conquista del titolo di Campione del Mondo all’avere attaccata sulla schiena l’etichetta di reietto? Benvenuti nel ‘fantastico’ mondo di Ron-Robert Zieler, portiere tedesco che ha legato il suo nome soprattutto all’Hannover. Passato dalle stelle alle stalle quasi in un battito di ciglia.

Nato a Colonia il 12 febbraio 1989, Zieler inizia a giocare presto a calcio nel Viktoria Colonia, salvo poi passare, a 10 anni, nel vivaio del club più blasonato della città, il Colonia. Lì resta fino al 2005, quando, a 16 anni, il Manchester United lo porta in Inghilterra per inserirlo nelle sue formazioni giovanili.

Sembra l’inizio di una carriera promettente e, in effetti, va detto, Zieler si fa apprezzare: debutta in prima squadra con i ‘Red Devils’ in una partita di coppa nazionale contro il Middlesbrough, disputa una stagione in prestito per farsi le ossa al Northampton Town e poi, nel 2010, per lui arriva la grande occasione di rientrare in patria da protagonista.

Lo acquista l’Hannover 96, che, con Zieler in porta, resta stabilmente nella parte sinistra della classifica in Bundesliga, disputa due volte l’Europa League, arrivando una volta persino ai quarti di finale della competizione europea. Nel 2012 Zieler fa parte della spedizione della Germania di Joachim Löw agli Europei in Polonia ed Ucraina, dove la Nationalmannschaft conquista la medaglia di bronzo.

La convocazione viene confermata anche due anni dopo, in occasione dei Mondiali 2014 in Brasile: anche qui, come due anni prima, Zieler è il terzo portiere tedesco, dietro Manuel Neuer e Roman Weidenfeller. Stavolta, la squadra di Löw si laurea Campione del Mondo, battendo, come noto, in finale l’Argentina per 1-0 grazie al gol nei tempi supplementari di Mario Götze. Per Zieler è l’apice della carriera.

Un successo storico, anche per il suo club. Zieler, infatti, è il primo giocatore nella storia dell’Hannover 96 a vincere i Mondiali con la rappresentativa tedesca. La sua parabola calcistica sembra impennarsi verso l’alto quando, nel 2016, dopo la retrocessione dell’Hannover 96 in 2. Bundesliga, il portiere, all’epoca 27enne, firma con il Leicester City, fresco Campione d’Inghilterra grazie alla mirabolante stagionale con Claudio Ranieri in panchina.

Costato 3,5 milioni di euro, nelle fila delle‘Foxes Zieler arriva, teoricamente, per fare il titolare visto che si parla, in quel periodo, molto di una partenza dell’estremo difensore titolare del Leicester, Kasper Schmeichel, figlio di Peter, ex leggenda del Manchester United. Alla fine, però, il danese resta al King Power Stadium e Zieler deve accontentarsi delle briciole: gioca appena 13 gare in tutte le competizioni, di cui 9 in campionato, per soli 1.173 minuti sul terreno di gioco.

Chiede ed ottiene la cessione, facendo così ritorno in Germania, dall’Inghilterra, per la seconda volta nella sua carriera. Lo Stoccarda lo acquista per 4 milioni di euro, ma in biancorosso sembra aver perso lo smalto dei giorni migliori: se la prima stagione è tutto sommato decente, con gli svevi che giungono al 7° posto nella classifica in Bundesliga, la seconda termina con un’inopinata e drammatica retrocessione, dove Zieler ha le sue responsabilità. Di lui si ricorda soprattutto un autogol, uno stop mancato su rimessa laterale diventato subito virale.

La caduta del portiere ormai è irrefrenabile: nell’estate 2019 il VfB lo svende, per 750mila euro, all’Hannover 96, dove Zieler torna convinto di rilanciarsi e di contribuire alla promozione della squadra a cui è rimasto senza dubbio più legato nella massima serie. Nulla di tutto questo: l’H96 arriva soltanto sesto, a 7 lunghezze di distanza dai playoff per la promozione e Zieler, che incassa la bellezza di 45 gol, si fa notare più per la sua scarsa vena che per le prodezze tra i pali.

La chicca avviene il 27 ottobre scorso, quando, sul campo del Karlsruhe, Zieler rimedia un’espulsione per una doppia ammonizione definire singolare è un eufemismo. Dopo aver incassato il primo cartellino giallo per perdita di tempo, il portiere rimedia il secondo per un pugno nelle parti basse rifilato, seppur per sbaglio, al difensore del KSC, Daniel Gordon, autore del gol del definitivo 3-3 al 95’.

Nessuna pietà da parte dell’arbitro del match, Guido Winkmann, per l’increscioso episodio che ha visto Zieler protagonista involontario ma in negativo. Uno dei tanti dell’ultima, sfortunata stagione del portiere che, una volta, in Germania alimentava dibattiti sull’eventualità o meno di confermare Neuer tra i pali della porta della Nazionale. E per il futuro? Zieler ha un contratto con l’Hannover 96 valido fino al 30 giugno 2024, ma in società non lo vogliono già più.

Martin Kind, Presidente del club, ne ha infatti stroncato le ambizioni di rivalsa parlando, di recente, ai microfoni della ‘Neuen Presse’.

“Se Zieler mi chiedesse consiglio, gli raccomanderei un trasferimento. Da noi non avrà più alcuna chance. Non avremmo neanche dovuto riprenderlo”.

Parole durissime, che sanno di chiusura netta, definitiva, nei confronti del ragazzo. Il quale, adesso, cerca una sistemazione.

Anche perché l’allenatore dell’H96, Kenan Kocak, ha eletto Michael Esser quale nuovo portiere titolare della squadra già da alcune partite. Dove può andare, a questo punto, Zieler? C’è stato un contatto recente con l’Union Berlino, poi, però, i capitolini hanno chiuso per Andreas Luthe, svincolatosi dall’Augsburg, e la porta di Köpenick, per lui, si è definitivamente serrata. Nelle ultime ore è spuntata fuori una soluzione che, però, avrebbe del romantico.

Horst Heldt, direttore sportivo del Colonia, infatti, ha ammesso l’interesse del club biancorosso per Zieler, che potrebbe far ritorno, una volta per tutte, a casa, nella sua città natale, per giocare con i Geißböcke in Bundesliga. Naturalmente, non da portiere titolare, poiché quello è il regno incontrastato di Timo Horn. Che Zieler trovi, però, qualcuno che gli offra l’ennesima possibilità di una carriera bruciata, suona alquanto affascinante. Specialmente se a casa ti vogliono ancora bene.

Aggiornamento del 13 agosto: Zieler è ufficialmente tornato a Colonia, in prestito per un anno.

Ultima giornata, ultimi verdetti: cosa c’è in ballo in 2.Bundesliga

ultima giornata 2 Bundesliga

Ieri si è conclusa la Bundesliga, oggi tocca anche la 2.Bundesliga: si gioca l’ultima giornata. Tutte in campo alle 15.30, come al solito, per decretare chi otterrà la promozione e soprattutto chi retrocederà. Questa la situazione a 90 minuti dal termine.

Ultima giornata di 2.Bundesliga: la lotta promozione

Lo Stoccarda dorme sonni tranquilli: basta un punto in casa contro il Darmstadt, quinto e senza più obiettivi, per avere la certezza del secondo posto. In ogni caso, anche una sconfitta potrebbe bastare: l’Heidenheim dovrebbe battere l’Arminia Bielefeld, già primo e già promosso, e colmare un divario enorme in termini di differenza reti (+23 contro +12).

Per Scnhatterer e compagni, piuttosto, la priorità è vincere per tenere dietro l’Amburgo, battuto una settimana fa per il sorpasso. Per aver la certezza di tenersi il terzo posto, valido per il Relegationsspiel, dovrà vincere, oppure pareggiare sperando che l’HSV non batta il Sandhausen (12°, già matematicamente salvo). Insomma, l’Amburgo per riagganciare il terzo posto deve sperare di vincere e che l’Heidenheim non vinca, oppure pareggiare e sperare che l’Heidenheim perda. La differenza reti lo favorisce. Dettaglio curioso: l’Arminia è gemellato con l’Amburgo. Si scalda l’atmosfera…

Chi sopravvive in Zweite?

In fondo alla classifica di Zweite il discorso sembra piuttosto delineato. Dynamo Dresda e Wehen Wiesbaden non solo devono vincere per salvarsi (giocano contro Osnabrück e St. Pauli in casa, già salve), ma anche cancellare una differenza reti decisamente peggiore se raffrontata a quella del Karlsruher, al momento nel posto valido per il Relegationsspiel contro la terza della 3.Liga.

Certo quest’ultima parte da una posizione di vantaggio e può ambire anche alla salvezza  diretta: dovrà battere il Greuther Fürth in trasferta e sperare in un pareggio o in una sconfitta del Norimberga sul campo dell’Holstein Kiel. Insomma, l’ago della bilancia è il Kalsruher. E il Norimberga continua a rischiare la doppia retrocessione. Insomma, Dynamo e Wehen sembrano spacciate. Ma è la Zweite. Mai dire mai.

Karlsruhe, un salvataggio all’ultimo secondo

Karlsruhe

Una lunga telenovela. Con un lieto fine, almeno per ora. Così si potrebbero riassumere le ultime settimane del Karlsruhe, club di seconda divisione, tornato in campo nell’ultimo week end contro il Darmstadt e in lotta per non retrocedere in 3. Liga.

Aumento di capitale e riduzione del debito – Se il KSC, negli Anni Novanta una presenza fissa in Bundesliga, non ha avviato la procedura di fallimento, lo si deve all’intervento del KSC-Bündnis, cordata di imprenditori e aziende della regione, che è intervenuto aumentando per un valore di sei milioni di euro il capitale della società, creata neanche un anno fa, il 26 ottobre 2019, separando la prima squadra, l’ U-19 e del U-17 dalla vecchia società con la creazione di una GmbH & Co. KGaA, una società in accomandita per azioni. In più il KSC Bündnis ha ridotto il debito dai circa 30milioni stimati, a dieci.

Il braccio di ferro con Wellenreuther – Un intervento quello della cordata locale, che si è potuto concretizzare solo a ridosso dell’assemblea dei soci del 15 maggio e dopo una settimana di confronto, a tratti duro, con il presidente Ingo Wellenreuther. I nuovi investitori infatti avevano messo come unica condizione le dimissioni del massimo dirigente del Karlsruhe. Wellenreuther, papà di Timon, portiere del Willem II, ex Schalke 04 e importante politico della CDU, prima ha tenuto duro, chiedendo garanzie e trasparenza al KSC-Bündnis poi ha ceduto alle pressioni di tifosi, organi del club stesso come il Vereinsrat e organizzazioni di soci come “Der neue KSC”.

La situazione societaria confusa – Il passo indietro di Wellenreuther ha messo fino a una vicenda lunga, aggravata dai danni economici del Coronavirus con il KSC che si era salvato temporaneamente grazie all’accordo tra DFL e media per garantire il versamento della rata dei diritti televisivi. Un momento critico in cui sono emerse le spaccature interne alla dirigenza con Wellenreuther che lavorava per evitare il procedimento di fallimento garantendo solvibilità al club mentre Michael Becker e Oliver Kreuzer, i due direttori generali si adoperavano per una “Planinsolvenz”. L’avvio di un procedimento di fallimento “pianificato” che avrebbe avuto un vantaggio: avrebbe permesso al KSC di gestire autonomamente la salvezza del club senza la nomina di commissario esterno avrebbe evitato nella prossima stagione, tre punti di penalizzazione.

Da definire il futuro tecnico e societario – La boccata d’ossigeno data dal KSC-Bündnis però è solo il primo passo verso un cammino di rinnovamento del club, che sul campo deve pensare innanzitutto a salvarsi dalla retrocessione in 3.Liga. Fuori dal terreno di gioco ci sarà da scegliere il successore di Wellenreuther (si parla dell’inizio della prossima stagione), completare la ristrutturazione del Wildparkstadion e anche pensare eventualmente a un cambio nella direzione tecnica. Il nome che gira, nonostante le smentite da parte della dirigenza, è quella di Winfried “Winni” Schäfer, per 12 anni, tra il 1986 e il 1998, tecnico del Karlsruhe, con cui ha raggiunto anche una semifinale di Coppa UEFA nel 1993/1994 e una finale di Coppa di Germania nel 1996.

Quando il Borussia Dortmund lottava per la salvezza

Borussia Dortmund salvezza

Il Borussia Dortmund è una delle squadre più conosciute, forti e vincenti di Germania: i gialloneri nel loro palmarès 8 titoli di campione nazionale, 6 Supercoppe nazionali, 4 Coppe nazionali, oltre che una Coppa delle Coppe, una Champions League ed una Coppa Intercontinentale. Il BVB è stato, nel 1966, con la vittoria in finale di Coppa delle Coppe contro il Liverpool (2-1 d.t.s.). il primo club tedesco a vincere un trofeo internazionale. Eppure in pochi, pochissimi sanno che il Borussia Dortmund, nella sua storia, spesso se l’è vista brutta, lottando per la salvezza e vivendo persino quattro stagioni d’inferno in seconda serie.

Andiamo con ordine. Appena 4 anni dopo la vittoria in Coppa delle Coppe, iniziano le difficoltà della compagine giallonera: dopo il 5° posto conquistato nel 1970, l’anno seguente, 1971, il Borussia Dortmund raggiunge la salvezza arrivando 13° in classifica, con 29 punti, soltanto 2 punti sopra le retrocesse Kickers-Offenbach e Rot-Weiss Essen nella Bundesliga vinta dal Borussia Mönchengladbach.

Il campionato successivo, 1971-1972, è l’anno del crollo: il Borussia Dortmund, che fino a quel periodo aveva già vinto 3 titoli nazionali, una Coppa di Germania e la già citata Coppa delle Coppe, arriva al 17° e penultimo posto in classifica, con soli 20 punti e a -3 dall’Hannover, ultima squadra a salvare la pelle. Arriva, quindi, la retrocessione, unitamente all’Arminia Bielefeld, penalizzato di tutti i punti conquistati per lo scandalo calcioscommesse dell’anno precedente. Nell’annata, quindi, in cui gli odiati rivali, Bayern Monaco e Schalke 04, lottano per la vittoria del campionato, il BVB saluta per la prima, storica volta la prima serie tedesca. I gialloneri retrocedono in Regionalliga, oggi quarta divisione del calcio in Germania ma che, all’epoca, rappresentava il secondo livello calcistico.

Per il Borussia Dortmund sono quattro anni di inferno. Rivede la luce al termine della stagione 1975-1976, quando i gialloneri, passati a militare nella 2. Bundesliga (istituita nel 1974), si classificano al secondo posto nel Girone Nord del campionato, con 52 punti, dietro il Tennis Borussia Berlino e conquistano il diritto a disputare i playoff promozione contro il Norimberga, secondo del Girone Sud (54 punti).

Il 17 giugno 1976 il BVB vince 1-0 fuori casa e, sei giorni dopo, arriva il 2-1 al Westfalenstadion, nuova casa del Borussia Dortmund da un paio di stagioni. Doppio successo giallonero e sospirata, agognata, promozione in BundesligaGli anni Ottanta, però, si confermano difficili per il Borussia Dortmund: nel 1982, con Udo Lattek in panchina, la squadra si qualifica per la Coppa UEFA, ma viene eliminata al primo turno, l’anno seguente, dai Rangers Glasgow. Arriva un nuovo picco negativo: 13° posto nel 1984, 14° nel 1985 e, nella stagione 1985-86, arriva addirittura al 16° e terzultimo posto, a 28 punti, pari merito con l’Eintracht Francoforte, che, però, è avanti per differenza reti.

Retrocedono Saarbrücken e Hannover ed il BVB deve, necessariamente, giocare le Relegationsspiel’ contro il Fortuna Colonia, terzo in classifica in 2. Bundesliga. Il 13 maggio 1986, il Borussia Dortmund perde 2-0, ribaltando al ritorno in casa (3-1) il parziale. Serve, quindi, la ‘bella’, sul neutro di Düsseldorf, per stabilire chi deve giocare in Bundesliga. 8-0 giallonero e pericolo di una nuova retrocessione scongiurato.

Dopo un quarto posto nel 1987, e la caduta al 13° nel 1988, il BVB ha preso il via. L’11° posto del 2000 ed il 10° del 1991 e del 1998 sono gli unici due piazzamenti scadenti per una squadra che, negli ultimi 30 anni, ha poi vinto 5 Meisterschale, 6 Supercoppe di Germania, 3 Coppe di Germania, una Coppa Intercontinentale e partecipato svariate volte alla Champions, vinta come noto nel 1997, a Monaco di Baviera, contro la Juventus (3-1).

Più recentemente, però, il Borussia Dortmund ha rivisto i fantasmi del passato e ha dovuto ripensare alla salvezza prima dei trofei: nel dicembre 2014, infatti, è stato per un periodo ultimo in classifica in Bundesliga con 11 punti, frutto di 3 vittorie, 2 pareggi e 8 sconfitte, in 13 giornate. Con Jürgen Klopp, poi, la risalita: al termine della stagione 2014-2015, 7° posto con 46 punti e preliminari di Europa League conquistati. Con la speranza, adesso, di continuare a scrivere una pagina di storia vincente.