I 60 anni di Lothar Matthäus: prodigio in campo, flop da allenatore

Lothar Matthäus

Per i suoi 60 anni, che cadono il 21 marzo, si vorrebbe “regalare” la panchina, per ora vuota, della Nazionale tedesca. Per Lothar Matthäus sarebbe l’ennesimo capitolo di una carriera, che l’ha visto protagonista, in Germania, in Europa e anche nel mondo. Un percorso di cui si sa tutto o quasi, dai duelli con Maradona ai titoli vinti ovunque. Tutto, tranne che degli inizi e della fine. Qui raccontiamo come Lothar ha cominciato la sua strada verso la gloria e dove la sua carriera si è interrotta.

Loddar – Classe 1961, Lothar Matthäus è nato a Erlangen, ma è cresciuto a Herzogenaurach, nella Franconia centrale, nel nord della Baviera. A nove anni, Loddar, come lo chiamano tutti nel dialetto locale, è già in campo con il 1.Fc Herzogenaurach. È il più piccolo di tutti, di età e anche di statura, ma subito si capisce che il ragazzo non è uno qualsiasi. Il giovane Matthäus, che per la mancanza di categorie giovanili gioca anche con avversari di 3-4 anni più grandi, segna e fa segnare. Anche perché da ragazzo Loddar veste la maglia numero 9 e fa il centravanti. La sua prima rete ufficiale, come ha raccontato nella sua autobiografia Ganz oder gar nicht (Tutto o niente), la segna nella vittoria 3-2 contro la seconda squadra nel derby contro la ASV Herzogenaurach. Dalla formazione riserve della C-Jugend passa alla prima e poi sale tutti i gradini fino alla prima squadra, con cui viene promossa in Bayernliga, la massima serie regionale. È la stella che si divide tra giovanili e “senior”, dove mostra le sue doti, corsa, tecnica e tiro, plasmate anche da tanto “Straßenfußball”, giocato nelle strade di Herzogenaurach.

Colpo di fulmine – Il talento di “Loddar” non passa più inosservato a molti. Tra chi lo nota c’è Hans Nowak, ex giocatore di Schalke 04, Bayern Monaco e Kickers Offenbach, nonché più volte Nazionale tedesco. Dopo il ritiro Nowak è diventato il capo della divisione pubbliche relazioni della Puma, che ha sede proprio ad Herzogenaurach (come la cugina Adidas) e che sostiene da sempre il club in cui Lothar è cresciuto. Ed è l’ex difensore, spesso sul campo a vederlo, che organizza a Matthäus, già segnalato anche dal ct dell’Under 18 Dietrich Weise, un provino con il Borussia Mönchengladbach nel marzo 1979. Per Lothar è un sogno, anche perché lui è un tifoso dei Fohlen. Lo invitano per quattro giorni di allenamenti, a cui è accompagnato da papà Heinz. Basta una giornata però per convincere lo staff del ‘Gladbach. Dopo il termine delle sedute Helmut Grashoff il manager della prima squadra chiama in albergo e convoca i Matthäus in sede. Sul tavolo c’è un contratto da 2500 marchi lordi al mese, più i premi. Il neo 18enne, che in estate lavorava in magazzino alla Puma per prendersi qualche soldo, firma.

Da idolo a traditore – Qualche mese dopo, Matthäus, che è arrivato a Mönchengladbach con una golf verde regalo personale di Rudolf Dassler patron della Puma (costo simbolico di 99 centesimi), è con i Fohlen, che hanno appena vinto la Coppa UEFA. Gli inizi sono difficili più fuori che dentro il campo. Nei primi giorni abita in un piccolo appartamento di 40 metri quadri a piano terra nella zona della stagione. Paga 280 marchi al mese e il bagno è esterno, con il rischio che di notte qualcuno lo potesse infastidire mentre andava alla toilette. Lo aiutano soprattutto due persone: Norbert Pflippen, uno dei primi procuratori tedeschi e Jupp Heynckes. L’ex attaccante, che da quell’estate ha sostituito Udo Lattek come tecnico della prima squadra, lo arretra a centrocampo e soprattutto ne segue passo passo la crescita calcistica e umana. Jupp lo schiera titolare per la prima volta alla settima giornata in trasferta con il Kaiserslautern. Non uscirà più dal campo. Il primo gol lo realizza alla sedicesima contro l’Eintracht Braunschweig. Ne seguiranno altri 50 in cinque anni. Nel 1984, Lothar ormai è pronto per il grande salto. Lo vuole il Bayern Monaco e i due club si accordano per una cifra di 2,4 milioni di marchi. Il trasferimento è già annunciato prima dell’ultima partita della stagione, la finale di Coppa di Germania tra ‘Gladbach e Bayern. Lothar gioca bene, fornendo pure un assist. Si va ai rigori e Matthäus sbaglia il suo, consegnando poi la coppa alla sua futura squadra. Per i tifosi del ‘Gladbach diventerà Judas, Giuda. Traditore.

Che difficoltà in panchina – Quel rigore paradossalmente apre le porte a una carriera eccezionale, tra Bayern Monaco, Inter e Nazionale. Tanti record, un Pallone d’Oro e un grande rimpianto, la Champions League/Coppa dei Campioni sfuggita di mano per due volte. Nel 2000 quando Lothar si ritira, salvo un solo match nel 2008 nel suo 1.Fc Herzogenaurach, si siede subito in panchina. La prima esperienza è con il Rapid Vienna, che si conclude con l’ottavo posto in campionato, il peggior piazzamento dal 1911 quando è stato inaugurato il girone unico. Tra il 2001 e il 2011 allenerà altre sei squadre. In una sola occasione, con la Nazionale ungherese, siederà in panchina per più di un anno. I risultati sono mediocri con un campionato serbo vinto alla guida del Partizan Belgrado nel 2003 e un titolo austriaco conquistato nel 2007 accanto al suo vecchio allenatore Giovanni Trapattoni. Per il resto il percorso è costellato da occasioni mancate, per esempio con il Racing di Avellaneda nel 2009, diverse delusioni, come l’esonero nel 2011 con la Bulgaria e pure qualche episodio mai chiarito, come nel 2006 quando si dimise dai brasiliani dell’Atletico Paranaense, mentre si trovava in Europa. Nonostante questo curriculum qualcuno, la “Bild” l’ha candidato a successore di Joachim Löw. Un azzardo o forse una provocazione per un campione mai “decollato” in panchina.

Gerd Müller 40, il record inseguito da Lewandowski

Gerd Müller 40

Meno di dieci gol da realizzare in 10 partite. Tanti ne mancano a Robert Lewandowski per entrare (ancora una volta) nella leggenda della Bundesliga. Se li dovesse realizzare il polacco del Bayern Monaco potrebbe eguagliare o addirittura superare il primato di reti in una singola stagione del massimo campionato tedesco, 40, che appartiene a Gerd Müller e che è stato stabilito nel 1971-1972. Eccome come ci era riuscito il “Bomber der Nation”.

Tirato a lucido – Nell’estate 1971, dopo una stagione in cui non ha vinto il Meisterschale e neppure il titolo di capocannoniere, Gerd Müller va in vacanza in Italia. In Liguria, dove passa tutte le estati, però l’attaccante del Bayern non solo si rilassa. Quando i bavaresi vanno in ritiro Müller, che si è fatto crescere i capelli e porta una folta barba, è in forma smagliante, con la bilancia che segna 72 kg, il suo “minimo storico” in attività, non male per uno che era stato soprannominato “kleines dickes Müller”, il grasso e piccolo Müller.

Passo lento e rinuncia ai rigori – Nonostante sia in ottime condizioni fisiche, l’inizio di stagione di Gerd, come quello del Bayern allenato da Udo Lattek, non è dei migliori. Dei primi dodici gol del Bayern in Bundesliga solo uno porta la sua firma, nel 2-2 in trasferta alla seconda giornata contro l’Hertha Berlino. Alla decima giornata ha realizzato quattro reti, una miseria per uno come lui. Un bottino poco ricco anche perché Müller spreca due rigori consecutivi tra l’ottava e la nona giornata, contro Eintracht Braunschweig e Bochum, tanto che decide di non presentarsi più dal dischetto.

Pioggia di gol in autunno – Una stagione normale che comincia a cambiare a ottobre. Doppietta contro l’Hannover e soprattutto tripletta, in 13 minuti contro l’Amburgo. Da lì è un’accelerazione continua. Il 27 novembre il Bayern, ormai in crescita, ne rifili undici (a uno) al Borussia Dortmund, in quello che non è ancora il Klassiker. Gerd ne fa la metà cinque. A metà campionato le reti del “Bomber der Nation” sono 17, sui 47 totali realizzati dal Bayern nel girone d’andata.

Un ritorno da urlo – Il 1972, un anno di svolta per Müller e per il calcio tedesco, sembra però cominciare senza troppi sussulti, con un gol nelle prime tre partite. Poi a Monaco, arriva il Rot-Weiss Oberhausen e Gerd segna cinque reti nella vittoria 7-0 dei bavaresi. Dopo quella partita il centravanti della Nazionale non si ferma più, sbaragliando gli avversari del Bayern e i suoi, come Klaus Fischer, per la classifica marcatori. Quando ad aprile il Bayern incontra lo Schalke di Fischer, tra l’altro il secondo miglior cannoniere della storia della Bundesliga proprio dietro di lui, Müller raggiunge quota 34, mentre i suoi avversario in biancoblù ne ha realizzati la metà. Timbra due volte anche contro il Colonia e nel frattempo si toglie la soddisfazione di inaugurare l’Olympiastadion di Monaco con una quaterna in Nazionale nel successo 4-1 contro l’Unione Sovietica.

Quaranta… e avanti – Müller chiude, almeno in Bundesliga, il suo score il 3 giugno 1972. il Bayern batte in casa 6-3 l’Eintracht Francoforte e Gerd realizza una tripletta, la sesta in stagione, superando i 38 gol stagionali del 1969/1970. È inarrestabile, tanto che Gert Trinklein, che ha il compito di marcarlo dichiara:

“Müller fa cose che nessun altro sa fare. L’unico modo per fermarlo è ammanettarlo”.

L’allenatore avversario Erich Ribbeck ripete: “Prenderei due Beckenbauer per un Müller”. L’attaccante dei bavaresi si ferma, ma solo con la maglia del club, alla trentaduesima giornata. Qualche settimana dopo, con la Nazionale, impegnata agli Europei in Belgio, realizza quattro delle cinque reti che consentono alla Nationalmannschaft di conquistare il titolo continentale e a lui di diventare il primo calciatore tedesco a superare quota 50 con la maglia della Nazionale. Alla fine dell’anno solare 1972 i suoi gol saranno 151 in 100 incontri. Dodici mesi eccezionali che il Bayern non ha dimenticato tanto da omaggiarli in occasione dei 70 anni di Müller con una speciale installazione all’interno del museo del club. Un luogo, dove Robert Lewandowski, spera di trovare posto, magari dopo aver battuto anche il record del “Bomber der Nation”.

Allan Simonsen, il Pallone d’Oro venuto dal Nord

allan simonsen

Nessuno c’è più riuscito. Né prima né dopo. Allan Simonsen, nel 1977, è diventato il primo (e unico) calciatore scandinavo a vincere il Pallone d’Oro. L’ha fatto giocando in Bundesliga, al Borussia Mönchengladbach e mettendosi dietro di pochissimo (rispettivamente di tre e quattro voti) due campioni come Kevin Keegan, all’epoca bomber del Liverpool e il 22enne Michel Platini, giovane talento del Nancy. Un premio che nessuno si aspettava, soprattutto per come la carriera di Simonsen era iniziata.

Allan Simonsen, una scoperta di Weisweiler – La Germania doveva essere nel suo destino. Estate 1972, Allan, nemmeno 20enne da Vejle, Danimarca centrale, viene convocato per i Giochi Olimpici di Monaco. È reduce dall’accoppiata campionato-coppa nazionale realizzato con il club locale, il Vejle BK, dove ha esordito poco più di un anno prima. Gli scandinavi ai Giochi fanno un’ottima figura. Battono 3-2 il Brasile di Dirceu, Falcao e Roberto Dinamite e nel secondo girone eliminatorio vanno a una partita, persa rovinosamente con l’Unione Sovietica, dal giocarsi le medaglie. Allan, poco di più 165 centimetri di velocità, astuzia e tecnica realizza tre reti. Le sue qualità colpiscono Hennes Weisweiler, all’epoca tecnico del Borussia Mönchengladbach, in tribuna in Baviera per osservare il torneo. L’uomo che ha cambiato la storia calcistica dei “Puledri”, riesce ad acquistarlo per 200mila marchi.

Da brutto anatroccolo a “re di coppe” – L’impatto con la Bundesliga è pessimo. Simonsen, anche per la sua struttura fisica e per la durezza dei difensori, fa terribilmente fatica. Nei primi due anni gioca poco (17 partite) e segna ancora di meno, due reti. I dirigenti del ‘Gladbach vorrebbero venderlo, ma nessuno si fa avanti. Nel 1974 l’esplosione. 34 partite giocate, 18 gol e il titolo che torna agli uomini di Weisweiler, trascinati dal trio composto da Allan, dal suo connazionale Henning Jensen, pure lui nella squadra olimpica del ’72 e da Jupp Heynckes, autore di 27 reti in Bundesliga. Il trio porta pure i “Puledri” alla loro seconda finale europea contro gli olandesi del Twente, in Coppa UEFA. Dopo il pari casalingo senza reti a Enschede piovono. Palloni. Simonsen apre e chiude il cinque a uno finale. Dodici mesi dopo, sempre un suo gol, il sedicesimo in stagione, alla penultima giornata contro il Kickers Offenbach consegna un altro Meisterschale al Borussia, allenato dopo l’addio di Weisweiler da Udo Lattek.

1977, l’anno quasi perfetto – Dopo aver fatto il bis in Germania, i “Puledri” puntano al titolo europeo. I tedeschi, che vincono ancora una Bundesliga, la terza di fila, con 12 reti del danese, in Coppa dei Campioni si arrampicano fino alla finale. Allan firma due reti. Una fondamentale, l’altro solo illusoria. La prima consente nell’andata dei quarti di finale di completare la rimonta contro il Club Brugge di Ernst Happel, la seconda rimette in equilibrio la finale contro il Liverpool a Roma. L’1-1 durerà solo quattro minuti, quelli necessari a Tommy Smith per realizzare il 2-1. Finirà 3-1 per i Reds, che in campo hanno Kevin Keegan. Saranno i loro due nomi, quelli a comparire più volte nelle schede dei giurati del Pallone d’Oro. Il britannico dalla sua parte ha anche i quattro gol (a due) realizzati nella competizione. I giornalisti però scelgono il ragazzo di Vejle.

Con Keegan avranno occasioni di sfidarsi molte altre volte, anche perché il britannico nel 1977 approda in Bundesliga all’Amburgo. Allan Simonsen giocherà altri dodici anni, collezionando premi individuali e di squadra. Capocannoniere della Coppa Campioni 1977/1978, della Coppa UEFA vinta nel 1978/1979 (suo il gol decisivo contro la Stella Rossa Belgrado), oltre a una Coppa delle Coppe conquistata nel 1982 con un’altra maglia prestigiosa, quella del Barcellona. Chi li allenava? Udo Lattek, l’uomo che insieme a Hennes Weisweiler, ha trasformato un ragazzo danese in un Pallone d’Oro.

I 5 successi più significativi del Bayern in finale di DFB-Pokal

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1957: la prima finale di DFB-Pokal vinta dal Bayern

La prima delle 18 vittorie del Bayern Monaco in finale di DFB-Pokal è arrivata nel 1957. La competizione si svolgeva su semifinali e finali tra le squadre qualificate da ogni Oberliga. Batté lo Spandauer SV allo spareggio per entrare nella Final Four, dove dovette vedersela nelle semifinali contro il Saarbrücken. Vinse 3-1 e si guadagnò un posto in finale, che si giocò ad Augsburg il 29 dicembre 1957. Avversario il Fortuna Düsseldorf, che partiva col favore dei pronostici dopo aver eliminato l’Amburgo. La partita si giocò su un campo innevato e il Bayern riuscì a vincerla grazie a un goal di Jobst a una decina di minuti dal termine. Ovviamente, non poteva mancare tra le cinque vittorie più significative, anche perché era il primo titolo nazionale del dopo-guerra. Purtroppo in rete non esistono video di quel match. Accontentatevi di questa foto.

Lienen, il calciatore-politico: pensare non solo coi piedi

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Il dodici maggio 1985, i cittadini del Nordrhein-Westfalen, Land del nord-ovest della Repubblica Federale, vanno alle urne per eleggere il Parlamento regionale. Al posto numero sei della Friedensliste, la “Lista della Pace” collegata al DKP, il quasi neonato Partito Comunista della Germania Ovest, c’è un candidato indipendente. Non ha ancora compiuto 32 anni, si chiama Ewald Lienen. Di mestiere però non fa né il politico, né l’amministratore. È un calciatore in attività. E che calciatore (per credere dal minuto 2.42). Classe 1953, attaccante tecnico, rapido anche se non molto dotato fisicamente, ha esordito tra i professionisti con l’Arminia Bielefeld nel 1974 e dal 1977 veste la maglia del Borussia Mönchengladbach. A quell’epoca i “Puledri” sono una delle squadre più forti della Bundesliga. Sono allenati da Udo Lattek, il tecnico che aveva portato il Bayern Monaco sul tetto d’Europa, in campo hanno Berti Vogts e Allan Simonsen, Pallone d’Oro 1977.

Ewald, però oltre a essere un ottimo giocatore (tra Arminia, ‘Gladbach e Duisburg sfiorerà i 100 gol da “pro”) è tanto altro. Da ragazzo, che ha perso la madre a 13 anni, il suo motto è “studiare, leggere e giocare a calcio”. Per lui il Fussball è un modo per stare insieme e per ottenere attenzione. Non sogna di segnare al Bayern Monaco, ma di diventare un insegnante. Quando lo chiamano per il servizio militare lui sceglie di optare per il servizio civile. Lavora in una struttura che si occupa di ragazzi disabili. Quando li dovrà lasciare per andare a Mönchengladbach, dove tra gli altri vince una Coppa UEFA nel 1979, ammetterà in un’intervista di sentire la loro mancanza, anche se quando una persona disabile viene al campo a vedere i “Fohlen” è lui, a riaccompagnarla verso casa. Così peraltro conoscerà sua moglie Rosa, che con quei ragazzi lavora tutti i giorni, come operatrice.

Ewald, che non firma autografi per principio, ma che non nega mai le chiacchiere ai tifosi, è anche uno che guarda il mondo intorno a lui. A inizio degli Anni Ottanta è impegnato nel “movimento per la pace” che si oppone all’installazione sul territorio tedesco occidentale delle armi atomiche da parte della NATO. Il baffuto Lienen, il cui cognome diventa ben presto “Lenin” è pure uno che s’arrabbia. Per informazioni chiedere a Otto Rehhagel. 14 agosto 1981, partita di Bundesliga tra Borussia Mönchengladbach e Werder Brema. Norbert Siegmann compie un’entrataccia su Lienen. Con i tacchetti gli lascia un taglio sulla coscia, che sarà ricucito con 23 punti. Ewald, dolorante, si scaglia contro Rehhagel, tecnico del Werder, reo di aver aizzato il suo giocatore.

A qualcuno sembra un intervento che può troncare una carriera. Quella di “Lenin” dura ancora undici anni, con zero trofei, ma un successo extracalcistico. Nel 1987 riesce insieme a un gruppo di colleghi, tra cui Bruno Labbadia a fondare il Vereinigung der Vertragsfußballspieler, il sindacato calciatori dell’allora Germania Ovest. Dopo il ritiro però il calcio non esce dalla vita di Lienen. Allena il Duisburg, il suo ultimo club da calciatore, diventando famoso per i bigliettini con le indicazioni che distribuisce ai suoi giocatori, fa il secondo a Jupp Heynckes, il tecnico che l’ha sempre sostenuto per il suo impegno sociale ai tempi del ‘Gladbach, poi gira la Germania e l’Europa, finendo con rivedibili risultati in Grecia e Romania, dove è ricordato soprattutto per un’intervista post-partita con una mise audace. Il tutto senza dimenticare l’impegno, contro il razzismo, per i diritti delle persone LGBT, a favore dello sport per tutti. Nel 2014, dopo l’esperienza romena, la chiusura di un cerchio. Viene scelto per allenare il St.Pauli, per poi diventare nel 2017 il direttore tecnico. È tornare a casa, anche se lì lui prima non aveva mai giocato. Due modi identici di vedere il calcio che si incontrano. Nel 2019 esce anche la sua autobiografia “Sono sempre stato un ribelle. La mia vita con il calcio”. L’hanno scritta lui e sua moglie. Una lettura consigliata a chi, adesso, come Leon Goretzka e Joshua Kimmich hanno dimostrato di saper pensare. E non solo con i piedi.