Il Bayern Monaco ha finito la benzina (ed è normale)

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Considero Joshua Kimmich da sempre il termometro di ciò che succede al Bayern Monaco. Il livello delle sue prestazioni setta il livello della squadra. Solitamente è altissimo, in qualche occasione è solo alto, quasi mai è nella media. In PSG-Bayern 0-1, il numero 6 è stato tra i peggiori in campo. Non gli capitava dagli esordi con Guardiola, quando da mediano aveva dovuto imparare la professione del difensore centrale, a vent’anni e senza esperienza di Bundesliga.

C’è una spiegazione molto semplice alla partita sotto tono del classe 1995 al Parc des Princes: la lancetta della benzina è arrivata in zona rossa. Kimmich è entrato in riserva. Riposare non gli è mai interessato e le prestazioni gli hanno sempre dato ragione. Stavolta no. Anche il mediano del Bayern ha dovuto accettare la realtà: la gamba è mancata. Si è visto per due aspetti in particolare: gli innumerevoli errori di misura nelle aperture sulle corsie e nella quasi totale rinuncia ai duelli. Mancanza di lucidità e di energia, due enormi novità da quando è tornato in pianta stabile a giocare a centrocampo.

Anche lui è sembrato preso alla sprovvista. Parliamo di uno che ha saltato due mesi di stagione ed è comunque il quarto giocatore di movimento più utilizzato. Che viene sostituito soltanto se il punteggio è di 3-0 e mancano cinque minuti alla fine. Il più costante nelle prestazioni, forse anche più di Müller e Lewandowski.

Kimmich ha fatto i conti con un calo fisico che è sorprendente per certi versi, ma è assolutamente normale per altri. Perché il Bayern Monaco ha iniziato la stagione a settembre dopo 7 giorni di preparazione atletica. Dopo la finale di Champions del 23 agosto, i giocatori si sono goduti un paio di settimane di ferie. Poi sono rientrati in campo la settimana prima della sfida con lo Schalke nella prima giornata di Bundesliga. Da lì hanno giocato regolarmente una volta ogni tre-quattro giorni fino a fine 2020. Poi un piccolo break di quattro giorni a Natale. Prima di riprendere a ritmo serrato nel 2021, anno nel quale c’è stato anche il viaggio in Qatar per il Mondiale per Club. Con due voli intercontinentali (piuttosto complicati) e quattro partite in 10 giorni. Prima ancora, la Champions League ad agosto. Un mese indietro, la Bundesliga. Una stagione fuori dalla logica.

Tanti piccoli acciacchi a rotazione si sono trasformati in un disastro di dimensioni cosmiche. A Parigi, Flick aveva in panchina Musiala e Javi Martinez come alternative ‘vere’, più Sarr che non è considerato all’altezza e due giovanissimi della seconda squadra (comunque più vecchi di Musiala, 2003). Uguale era successo nella gara d’andata dopo gli infortuni di Goretzka e di Süle. L’energia è scesa sempre di più, sia a livello fisico che nervoso.

A causa degli infortuni, il Bayern non si è trovato nella condizione di poter gestire Leroy Sané, che veniva da un anno di inattività a causa dell’infortunio al legamento crociato e ora, con un kilometraggio più alto di quanto probabilmente gli consentisse il fisico. Anche Alphonso Davies, non abituato a tenere certi ritmi, sta soffrendo fisicamente. Anche lui contro il PSG è stato uno dei più in difficoltà.

Non c’è però da stupirsi. Non è colpa di nessuno. Né del preparatore atletico, né dei giocatori. Semplicemente, è una conseguenza di una stagione giocata a ritmi logoranti. Un dato di fatto. Anche perché, a voler ben vedere, in giro per l’Europa sono diversi i club che si sono trovati ridotti all’osso e con il serbatoio vuoto in diversi momenti dell’anno. Liverpool, Juventus, Real Madrid.

Il Bayern in più ha avuto una grande sfortuna: quella di trovarsi in piena emergenza, senza benzina, nel momento più delicato dell’anno. Contro la squadra top d’Europa che più di tutte le altre ha vissuto una stagione normale, con il tempo di prepararsi durante l’estate a causa della sospensione della Ligue 1. Una differenza di gamba che nei 180 minuti è stata più che evidente. Soltanto Lucas Hernandez, giocatore dalle doti fisiche superiori all’ordinario – si dice sia sempre uno dei migliori nei test – è riuscito a tenere testa.

Per queste ragioni l’eliminazione dalla Champions League, per quanto dolorosa e anche frutto di errori, soprattutto all’andata, non può essere definita come un ‘fallimento’. E nemmeno la stagione, seppur con meno trofei, può essere ‘deludente’. In certi casi, semplicemente, va accettata la realtà. Il Bayern non ne ha più. E anche la Bundesliga, che sembrava certa fino a 10 giorni fa, oggi vede spiragli di riapertura.

Kingsley Coman: l’enfant prodige è diventato grande

Kingsley coman

Se la squadra funziona, nessuno la cambierà per te. Sta a te dimostrare cosa sai fare per cambiare la situazione. E credo che i fatti siano più forti delle parole”. Kingsley Coman già a ventun anni parlava con l’attitudine di un veterano. Aveva brillato nella sua prima stagione al Bayern Monaco, dove era arrivato dopo aver raccolto scampoli di professionismo tra Paris Saint-Germain e Juventus. Era andata peggio l’annata 2016-17, col passaggio da Guardiola ad Ancelotti e il reintegro della Robbery sulle corsie offensive. Nel 2018 invece, al culmine della sua stagione migliore, Coman ha subito il primo di due gravi infortuni alla caviglia, che fra le altre cose gli hanno impedito di far parte della selezione francese poi campione del mondo in Russia.

Al termine del secondo lungo stop in meno di un anno, Coman ha dichiarato che “Non accetterei una terza operazione, significherebbe che forse il mio piede sinistro non è adatto a questo livello. Inizierei un’altra vita, più anonima”. Fortunatamente il piede sinistro ha retto e oggi Coman non solo è in attività, ma è uno degli esterni offensivi più forti del mondo.


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Coco ha debuttato fra i professionisti il 17 febbraio 2013 e da allora ha vinto tutti i campionati in cui ha giocato. In più, nel suo palmarès si trovano undici tra Coppe e Supercoppe nazionali, un Mondiale per club e la scorsa edizione della Champions League, conquistata segnando in finale proprio contro il PSG, la squadra in cui è cresciuto. Coman però non sembra essere percepito come un fuoriclasse assoluto nel dibattito comune, nonostante sia un titolare in pianta stabile della squadra che sta triturando il calcio europeo. È controverso pensare che il suo appeal non sia cresciuto come ha fatto la sua bacheca, visto che di fatto – quando arruolabile – Coman è sempre stato un giocatore importante per il Bayern.

In generale, la carriera del francese ha sempre avuto qualcosa di controverso. Fin da giovanissimo, Coman ha mostrato sprazzi di un talento unico, legato certamente alla rapidità nel dribbling, ma soprattutto ad una facilità irrisoria nel disorientare gli avversari e poi trovare l’ultimo passaggio o – ancora meglio – concludere in porta. Tuttavia, per molti anni questo talento è venuto fuori solo a sprazzi, tra infortuni e concorrenza spietata. Nessuno ha mai messo in discussione le qualità tecniche di Kingsley Coman, ma quel suo atteggiamento schivo restituiva a molti un’immagine di scarso carisma, fin troppo facile da abbinare con la discontinuità tipica dei giovani che si misurano con palcoscenici d’élite. I classici difetti imputati ai giocatori che potrebbero essere, ma non sono.

Negli anni a Monaco, in realtà, Coman ha silenziosamente lavorato sui suoi difetti, migliorando nelle letture di gioco, evolvendosi pian piano in un giocatore più maturo ed affidabile. Il francese, cioè, ha avuto la lucidità e la forza di lavorare sui suoi difetti più evidenti, nonostante avesse dimostrato già da minorenne di poterci stare eccome nel calcio dei grandi(ssimi). D’altronde, dietro un volto da bambino e qualche acconciatura stravagante, in Coman sembra nascondersi una personalità fortemente competitiva. Lo si evince dalla scelta di trasferirsi due volte a cavallo tra i 18 e i 19 anni, da Parigi a Torino fino a Monaco, con l’obiettivo – parole sue – di trovare più spazio. O anche da un’intervista del padre di qualche anno fa.

Quando Kingsley perde una partita importante, sua moglie dice che non parla a nessuno per almeno un giorno”.  

Come per diversi altri giocatori, è stato il connubio con Hansi Flick a permettere l’esplosione definitiva di Kingsley Coman. In un’idea di calcio fortemente improntata alla vittoria dei duelli individuali e all’utilizzo delle catene laterali, l’esterno francese si è semplicemente trovato nel posto giusto al momento giusto. La volontà del Bayern di dominare le partite dà la possibilità a Coman di dare sfogo all’aspetto migliore del suo gioco, che rimane comunque l’improvvisazione. Un’improvvisazione che negli anni è diventata sempre più lucida, fino a diventare un’arma da 6 gol e 11 assist nella stagione in corso, per un totale di una contribuzione ogni 112 minuti giocati (dati Whoscored). Sono numeri che però non bastano a dipingere la vera essenza della nuova grandezza di Coman, la sua capacità di essere una spina nel fianco per qualsiasi avversario grazie ad un mix di atletismo, tecnica e furbizia con pochi eguali nel mondo.

Presumibilmente, stasera Kingsley Coman scenderà in campo al Parco dei Principi per il ritorno dei quarti di finale di Champions League, dopo la pesante vittoria del Paris per 2-3 all’andata. Per un giocatore nato ad un’ora di strada da Parigi non potrà mai essere una partita normale. Ancora meno lo sarà per Coman, che, in assenza del totem Lewandowski, dovrà fronteggiare meglio di come ha fatto all’andata la necessità di prendersi maggiori responsabilità – il tratto tipico dei fuoriclasse. Non sembra un problema insuperabile per un ragazzo che ormai è abituato a vincere. D’altra parte, ammesso che anche dopo un goal decisivo in finale di Champions League abbia ancora qualcosa da dimostrare, Coman dovrebbe dimostrarlo proprio in serate come queste.

Bayern Monaco-PSG, una sfida di incroci pericolosi

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L’urna di Nyon (Svizzera) ha messo nuovamente di fronte Bayern Monaco e PSG. La squadra di Hansi Filck e quella da qualche mese affidata alla conduzione di Mauricio Pochettino si affronteranno nei quarti di finale di Champions League. Andata all’Allianz Arena, ritorno al Parco dei Principi. Che siate simpatizzanti dei bavaresi o sostenitori dei parigini, senza dubbio la partita sprigiona un indubbio fascino sportivo. Bayern Monaco-PSG, è un match tra due superpotenze del calcio mondiale che offre molteplici incroci del destino.

Bayern e PSG, i precedenti

Bayern Monaco e PSG si sono affrontate dieci volte in ventisei anni, dal 1994 al 2020. Una volta, nel 2018, in amichevole (vinta per 3-1 dai tedeschi). Nove volte, invece, in Champions League. Il bilancio totale è in perfetta parità: 5 vittorie del Bayern Monaco, 5 vittorie del PSG. Il PSG ha sempre vinto le gare giocate in casa e ha vinto una volta, il 23 novembre 1994, a Monaco (gol di George Weah). Il Bayern Monaco ha vinto 3 gare su 4 giocate in Germania e l’unica giocata in campo neutro. Quella più importante: la finale di Champions del 23 agosto 2020 giocata all’Estádio da Luz di Lisbona (Portogallo).

La finale del 2020

Come detto, l’incrocio più recente è relativo a qualche mese fa, nell’atto finale della precedente edizione della Champions. Un torneo terminato in piena estate, e soltanto una volta conclusi i campionati nazionali, a causa della pandemia da coronavirus. Un’edizione, per giunta, ridotta, che ha visto la fase ad eliminazione diretta andare in scena con gare secche e non con la consueta formula delle gare andata e ritorno. Si è trattato di una partita equilibrata, con occasioni da una parte e dall’altra, decisa, ironia della sorte, da un gol dell’ex. Cross calibrato di Joshua Kimmich, zuccata di Kingsley Coman ed apoteosi bavarese.

Bayern e PSG, una gara di ex

Nelle file dei francesi il grande ex è Bernat, mentre sono tre gli ex giocatori del PSG che figurano nella rosa del Bayern Monaco. Il primo è proprio Coman, classe 1996, arrivato in Germania nell’estate 2015 dalla Juventus in prestito (poi divenuto acquisto a titolo definitivo per 28 milioni di euro), dopo che i bianconeri, appena un anno prima, lo avevano rilevato a parametro zero dal PSG. In patria, Coman aveva totalizzato soltanto 4 gare in Prima Squadra in due stagioni ed aveva soltanto fatto intravedere sprazzi del calciatore che sarebbe poi diventato. Quindi, troviamo Tanguy Nianzou Kouassi, che il Bayern ha prelevato direttamente dal PSG la scorsa estate a costo zero che, complice molteplici infortuni, ha giocato in stagione appena 21’ in Bundesliga lo scorso novembre contro lo Stoccarda. Anche se la sua decisione ha scatenato la furia di Leonardo. Il terzo è Eric Maxim Choupo-Moting.


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Choupo Superstar

Proprio su quest’ultimo ci soffermiamo un po’ di più. Perché il giocatore nativo di Amburgo ma nazionale del Camerun, nel recente passato (dal 2018 al 2020) è stato soltanto un comprimario nella rosa del PSG ricca di stelle soprattutto nel reparto avanzato. I francesi lo avevano preso, da svincolato, dopo un’esperienza tutt’altro che edificante allo Stoke City, in Inghilterra. In due stagioni in Francia, Choupo-Moting ha segnato solo 9 gol in 51 gare. Attenzione, però, perché il giocatore è stato croce e delizia dei tifosi parigini nella passata stagione. Dapprima, un suo gol al 93’ ha deciso Atalanta-PSG 1-2, contribuendo alla conquista della semifinale di Champions. Quindi, nella finalissima contro il Bayern, si è divorato un gol incredibile nel mobile. Fissando, di fatto, i chiodi sulla bara della compagine allora diretta da Thomas Tuchel. In questa stagione, un po’ a sorpresa, il Bayern Monaco lo ha preso negli ultimi giorni del mercato estivo, sempre da svincolato, per dotare l’organico di un vice di Robert Lewandowski. Arrivato in sordina, ha convinto tutti e rinnoverà il contratto per un’altra stagione.

La Colonia francese di Monaco

Quelli sopracitati sono soltanto alcuni dei tanti, tantissimi francesi che, ormai da qualche anno, diventano protagonisti nella fila del Bayern Monaco. A partire, proprio, dal 1994, anno del primo incrocio ufficiale tra Bayern e PSG, troviamo Jean-Pierre Papin (Pallone d’Oro 1991), Bixente Lizarazu, Willy Sagnol, Alou Diarra, Valérien Ismaël, Franck Ribéry (12 stagioni in Baviera, 24 trofei tra cui la Champions del 2013), Corentin Tolisso, Benjamin Pavard, Lucas Hernández (tutti e tre Campioni del Mondo nel 2018 con la Nazionale di Didier Deschamps), ovviamente Kingsley Coman, Mickaël Cuisance e Bouna Sarr. Una colonia molto nutrita, andata via via incrementandosi con il corso di questi ultimi anni ed alla quale, a partire dal prossimo 1° luglio, si aggiungerà un ulteriore elemento. Versando, infatti, i 42 milioni di euro della clausola rescissoria, il Bayern Monaco si è assicurato le prestazioni del difensore centrale Dayot Upamecano (attualmente al RB Lipsia) per la prossima stagione.

Pochettino e il 2-7

Come non dedicare uno spazio agli allenatori di Bayern e PSG. Flick e Pochettino non si sono mai affrontati direttamente. Ma Flick ha già affrontato e battuto il PSG, nella finale della Champions 2020 a Lisbona, portando quindi a casa il trofeo più importante nell’unica occasione avuta. Pochettino, al contrario, era sulla panchina del Tottenham lo scorso 1° ottobre 2019, quando i bavaresi (all’epoca diretti da Nico Kovač) asfaltarono per 2-7 i londinesi nel nuovo ‘Tottenham Hotspur Stadium’. Nella gara di ritorno tra Bayern e PSG, giocata l’11 dicembre 2019 e terminata 3-1 ancora per il Bayern, Flick aveva sostituito Kovač e Pochettino aveva perso il posto in favore di José Mourinho. La curiosità? Il PSG è costato caro ad un allenatore del Bayern Monaco che in Italia non si può non amare.

Ancelotti e l’esonero da ex

Carlo Ancelotti dove è andato ha dominato. Ha vinto in Italia con il Milan, in Inghilterra con il Chelsea, in Spagna con il Real Madrid. Ha vinto, però, anche in Francia e in Germania proprio sedendosi sulle panchine di PSG (gennaio 2012-giugno 2013, una Ligue 1) e Bayern Monaco (luglio 2016-settembre 2017, una Bundesliga e due Supercoppe di Germania). I casi strani della vita: proprio una sfida tra PSG e Bayern Monaco valse l’esonero all’allenatore di Reggiolo dalla panchina del club di Säbener Straße. Il 27 settembre 2017, sotto i colpi di Dani Alves, Edinson Cavani e Neymar, il PSG vinse 3-0 in casa contro i bavaresi nella fase a gruppi della Champions poi vinta a fine stagione dal Real Madrid di Cristiano Ronaldo. Ancelotti, il cui rapporto con la dirigenza e con i calciatori era già ai ridotto ai minimi termini, venne esonerato il giorno seguente.

Bayern e PSG, filosofie lontane

Possono due top club europei essere totalmente agli opposti l’uno dall’altro nella filosofia di gestione di una squadra di calcio? Se siamo in presenza di Bayern Monaco e PSG, sì. Il Bayern Monaco, per esempio, fu una delle prime società, nel 2017, a contestare vivacemente il PSG per aver acquistato Neymar dal Barcellona versando i 222 milioni di euro previsti dalla clausola rescissoria del contratto di ‘O Ney’ con i catalani. “Certe cifre non vogliamo e non possiamo spenderle. Noi abbiamo un’altra filosofia – disse sulla questione Karl-Heinz Rummenigge, CEO del Bayern Monaco -. Mi sembra che anche i nostri tifosi siano d’accordo“. Gente come Lewandowski, per esempio, è arrivata a parametro zero. Serge Gnabry per 8 milioni di euro, Kimmich per 8,5.

Durante la trattativa mi sono chiesto: per noi sarebbe meglio avere l’Allianz Arena o Neymar? E devo dire che ci teniamo stretto il nostro stadio. Anche se la loro operazione, in realtà, è costata ancora di più”.

Per inciso: il Bayern Monaco ha estinto nel 2014, con ben 16 anni di anticipo sul previsto, il mutuo di 346 milioni di euro per lo stadio.

Choupo-Moting, dai gol salvezza a Mainz a eroe per caso a Parigi

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Una delle rivelazioni dei quarti di finale di Champions è stata senza dubbio Eric Choupo-Moting del Paris Saint-Germain. Dopo l’ingresso decisivo nel finale contro l’Atalanta gli elogi in Francia si sono sprecati. ‘L’Equipe’ ha titolato “Chapeau Moting” e l’allenatore Thomas Tuchel (il suo nome tornerà parecchie volte in questo articolo) ha dichiarato:

Avevo fiducia in lui, era il suo momento. So che è un buon giocatore, che può entrare e fare la differenza”.

In realtà il contratto tecnicamente sarebbe già scaduto a giugno, ma il PSG ha rinnovato per due mesi giusto per far numero nella lista Champions, visto l’addio di Cavani. Questo è un po’ il leitmotiv della carriera di Choupo-Moting. Classe 1989, camerunense nato ad Amburgo, cresce proprio con gli anseatici, esordisce diciottenne in Bundesliga ed è protagonista con le nazionali giovanili tedesche (poi sceglierà il Camerun). Nella stagione 2009/10 viene mandato in prestito al Norimberga, dove contribuisce alla salvezza con un gol nel Relegationspiel contro l’Augsburg, al termine di una buona annata a livello personale. Torna ad Amburgo e dopo una stagione con più ombre che luci i Rothosen lo scaricano, lasciandolo andare a parametro zero.

È il Mainz a dargli una possibilità e Choupo-Moting la coglie alla grande. L’allenatore Tuchel non gli fa saltare una partita il primo anno, chiuso con 10 gol e 4 assist. Sono 32 le presenze il terzo anno, anche questo chiuso in doppia cifra. La stagione storta è la seconda, 2012/2013, a causa di un persistente problema al menisco. L’esperienza nel Palatinato resta comunque decisamente buona: i suoi gol salvano il Mainz e i tifosi lo adorano. L’addio di Tuchel e la voglia di provare a fare il passo successivo lo portano però allo Schalke.

A Gelsenkirchen vive tre anni tutto sommato positivi. Certo a livello realizzativo non arriva mai in doppia cifra, ma gioca con regolarità sia in Bundesliga che nelle coppe, Europa League in primis. Al termine della terza stagione rivive però la strana situazione già provata ad Amburgo: scaricato senza grossi demeriti.

Dopo un anno in Premier con lo Stoke City, chiuso con la retrocessione, arriva a sorpresa la chiamata del suo mentore, l’allenatore con il quale ha reso di più. La curiosità è che quel mister è Thomas Tuchel e allena uno squadrone come il PSG. A Parigi i media faticano a capire questa scelta: un attaccante di ventinove anni, appena retrocesso, che al massimo ha segnato 10 reti in una stagione, come può essere utile al Paris Saint-Germain? Peraltro nonostante l’impegno ciò che viene ricordato di più della sua prima stagione è l’incredibile errore sulla linea contro lo Strasburgo, quando con un intervento goffo “salva” un gol del compagno Nkunku.

Tuchel però non molla, anche perché Choupo-Moting continua a lavorare in allenamento e a ricoprire senza fiatare il ruolo da comprimario alle spalle di grandi campioni. Gli undici minuti (più il decisivo recupero) e il gol contro l’Atalanta sono una piccola grande rivincita per il camerunense – peraltro, il rapporto con la nazionale non è facile, sia istituzionalmente che per il ruolo e il rendimento – anche perché al termine i compagni dimostrano tutta la loro stima. Sia con i gesti, come quello di Neymar che gli consegna il premio di “man of the match” appena ricevuto, sia a parole. Emblematica la dichiarazione del veterano Ander Herrera:

Choupo ha giocato dieci minuti incredibili. Voglio davvero parlare di lui. Il suo contratto sta scadendo, ma è qui, pronto ad aiutare, si allena sempre come se fosse l’ultimo allenamento della sua vita”.

La Champions League con il PSG è svanita, ma ora Choupo-Moting potrebbe tornare a sognare quel trionfo con un’altra maglia, quella del Bayern Monaco. La squadra che lo ha fermato ad agosto a Lisbona e contro cui, in finale, lui non brillò (eufemismo). La strada di Choupo nel calcio ad alti livelli è ancora tutta da percorrere.

5 colpi sottovalutati del mercato in Bundesliga

5 colpi sottovalutati

Tanguy Nianzou Kouassi al Bayern Monaco, parametro zero dal Paris Saint-Germain

Su di lui c’erano Milan, Lipsia e Rennes, ma non ha esitato: liberatosi dopo la scadenza del contratto col PSG, il francese classe 2002 ha scelto  il Bayern Monaco. La sua avventura non è iniziata nel migliore dei modi (un problema muscolare lo terrà fuori per un mese e mezzo circa), ma la sensazione è che possa rivelarsi un affare di mercato clamoroso, a lungo termine, per Rumenigge e soci. Cresciuto da centrale difensivo, al PSG ha trovato spazio in prima squadra da mediano davanti alla difesa, segnando anche una doppietta all’Amiens.

PSG, un club “made in Bundesliga”

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Dopo anni di investimenti, altissime aspettative e scottanti delusioni, il PSG è riuscito ad arrivare in finale di Champions League. Dopotutto, vincere soltanto la Ligue 1 non può essere un risultato soddisfacente, se in rosa si hanno campioni del calibro di Neymar, Mbappé e Di Maria, tanto fondamentali quanto Tuchel che, alla sua seconda stagione con i parigini, è riuscito finalmente a rendere il PSG una vera squadra, e non un mero ammasso di talenti strapagati.

Quando è arrivato a Parigi, però, l’ex allenatore del Borussia Dortmund non pensava di creare una sorta colonia tedesca in terra francese. Dopotutto, al momento della firma sul contratto, c’era un solo giocatore tedesco al PSG, e quel giocatore era Draxler, considerato il presente e il futuro del club parigino e del calcio tedesco. Ironia della sorte, quell’unico tedesco ora è un vero e proprio separato in casa, che Leonardo vorrebbe vendere a tutti i costi. Tuttavia, nei due anni della gestione Tuchel, a Draxler si sono aggiunti molti calciatori formatisi in Bundesliga e alcuni di loro rappresentano delle vere e proprie colonne portanti della formazione transalpina, che deve questa finale a un eroe inaspettato, cresciuto e si è affermatosi proprio nel campionato tedesco.

Questo vero e proprio idolo, che in passato si è reso protagonista anche di errori al limite del surreale, è Choupo-Mouting, attaccante ex Mainz e Schalke arrivato a parametro zero nel 2018. Il suo ruolo sarebbe stato quello del vice-Cavani, e infatti l’attaccante camerunense, che pur possedendo la cittadinanza tedesca ha scelto di giocare per il Camerun, ha trovato pochissimo spazio nella formazione di Tuchel, che lo aveva già allenato al Mainz. Di lui si è sempre lodata la professionalità e, dal suo gol all’Atalanta, se ne loda anche la sua capacità di fare la differenza a partita in corso. Il suo contratto in scadenza, però, non verrà rinnovato e il suo addio sfoltirà quella colonia tedesca che anche lo stesso Draxler si prepara a lasciare, con il rimpianto di non aver dimostrato il suo reale valore. Ai tempi del Wolfsburg e dello Schalke, infatti, erano in tantissimi a volere quel gioiello del calcio tedesco, che invece ora deve sperare di trovare una squadra adatta alle sue qualità.

Destino diametralmente opposto quello di Bernat, che, dopo essere arrivato dal Bayern, dove si era affermato (pur essendo cresciuto in Spagna), e dopo aver superato nelle gerarchie Kurzawa nel corso della passata stagione, si è definitivamente affermato come il leader della corsia mancina parigina, dimostrando di essere un terzino tanto affidabile quanto talentuoso, capace di garantire una buona solidità difensiva e una grande spinta offensiva.

Dopo lo spagnolo, tuttavia, a Parigi è arrivato anche un altro giocatore della Bundesliga: Thilo Kehrer, difensore centrale, mediano e all’occorrenza terzino destro, comprato dallo Schalke per oltre 30 milioni di euro. Tanti, tantissimi soldi per un giocatore che di fatto è stata la seconda scelta di Tuchel. La prima scelta, infatti, era Jerome Boateng, di cui, però, non se ne fece nulla. Anzi: i club furono vicini alla rottura, visto che il Bayern disse che il PSG con l’ex direttore sportivo Antero Henrique “non si presentava bene”. Eppure, il classe 1996, soprattutto nella prima stagione, non ha assolutamente sfigurato, per poi non riuscire a ripetersi nel corso di questa stagione a causa di un grave infortunio al piede, che, nel corso della scorsa estate, ha convinto il PSG a “fare la spesa” ancora una volta nel campionato tedesco, questa volta nel “reparto” Borussia Dortmund, da dove è arrivato il giovane Abdou Diallo, considerato uno dei più promettenti centrali del calcio francese: forte fisicamente e atleticamente, il classe 1996 è un difensore dotato di un’eccellente tecnica, che gli permette di costruire il gioco con qualità e precisione. Purtroppo nel corso del girone di ritorno una serie di infortuni ne hanno limitato le prestazioni, tanto da permettergli di scendere in campo solo in quattro occasioni.

Una finale, quella contro il Bayern, in cui Tuchel (che è stato spesso accostato proprio ai bavaresi) e molti suoi giocatori affronteranno il loro passato. Perché, come abbiamo visto, il PSG è un club “Made in Bundesliga”. Bundesliga, che, però, nessuno di loro è riuscito a vincere. Escluso, ovviamente, Bernat, che di Meisterschale ne ha vinti ben 4, con la maglia del Bayern, a cui ora cercherà di soffiare quella Champions League che non ha mai vinto in terra bavarese.

Tuchel e il Bayern: un rapporto complicato

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Domenica sera Thomas Tuchel affronterà il Bayern Monaco in quella che sarà finora la partita più importante della sua carriera. Ed è curioso che sia proprio contro i bavaresi. Quella tra Tuchel e il Bayern è infatti una storia sempre a un passo dal nascere ma alla fine mai concretizzata. La prima volta che il nome dell’allenatore svevo viene accostato all’FCB è al termine della stagione 2015/2016, l’ultima di Pep Guardiola. Michael Reschke, dirigente del Bayern dal 2014 al 2017, ha confessato che Guardiola avrebbe voluto Tuchel come suo erede, a dimostrazione della stima reciproca tra i due.

Alla fine la scelta cadde su Carlo Ancelotti e Tuchel continuò ad allenare il Borussia Dortmund, rimanendoci per un altro, tormentato, anno. Anche dopo l’esonero di Nico Kovac e l’interim di Hansi Flick furono insistenti le voci su un ingaggio dell’ex allenatore del BVB a fine stagione. Il resto è storia, con Flick che va oltre ogni più rosea aspettativa e si merita la conferma.

Tuchel ha incontrato il Bayern diciassette volte in carriera, con un bilancio non particolarmente negativo, trattandosi di Bayern: 5 vittorie, 2 pareggi e 10 sconfitte, 19 gol fatti e 39 subiti. È curioso che la maggior parte delle vittorie, tre, le abbia ottenute con il Mainz nelle prime cinque partite giocate contro i bavaresi. La prima arriva proprio al primo incontro, all’alba della stagione 2009/10 e dell’esperienza di Tuchel con i Nullfünfer. A Magonza contro van Gaal finisce 2-1, firmato Ivanschitz e Bancé. Un anno dopo arriverà anche la prima e unica vittoria in Bundesliga all’Allianz Arena, sempre 2-1 e sempre contro l’allenatore olandese (gol decisivo di Adam Szalai). Nelle ultime due stagioni a Mainz arrivano invece soltanto sconfitte: quattro consecutive, due contro Jupp Heynckes e due contro Pep Guardiola, con 2 gol fatti e ben 12 subiti.

Il primo Klassiker alla guida del Borussia Dortmund non è esattamente come Tuchel se lo aspettava. Il Bayern di Guardiola domina e vince 5-1 grazie alle doppiette di Müller e Lewandowski e al gol di Götze. L’ultima sconfitta pesante contro i bavaresi, allenati da Carlo Ancelotti, è il 4-1 dell’8 aprile 2017. Si tratta probabilmente della partita che segna l’inizio della rottura definitiva con il BVB, pochi giorni prima dei fatti post attentato (di cui abbiamo parlato in un precedente articolo). È vero che ci sarà ancora tempo per l’ultimo successo, in quello che prima di domenica sera è anche l’ultimo incontro di Tuchel contro il Bayern. Semifinale di DFB-Pokal, gara secca all’Allianz Arena: 2-3, partita decisa da assist e gol di uno scatenato Ousmane Dembelé.

La Coppa di Germania è anche il teatro del match contro i bavaresi forse più doloroso per Tuchel: la finale del 2016. Una delle più brutte degli ultimi anni, vinta dall’ultimo Bayern di Guardiola ai rigori dopo uno 0 a 0 senza troppe emozioni nei tempi regolamentari.

Tuchel sarebbe il sesto allenatore tedesco a vincere una Coppa dei Campioni/Champions League, entrando così nella cerchia ristretta di leggende del calibro di Udo Lattek, Dettmar Cramer, Ottmar Hitzfeld, Jupp Heynckes e Jürgen Klopp. E a deciderlo sarà il Bayern, la storia sempre a un passo dal nascere ma mai concretizzata.

Meunier, a Dortmund per non far rimpiangere Hakimi

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Nonostante le dichiarazioni di facciata di inizio aprile potessero lasciar pensare altro (“voglio rimanere al PSG”) il destino di Thomas Meunier è ufficialmente al Borussia Dortmund. 29 anni a settembre, dei quali gli ultimi 4 passati a Parigi, per il terzino belga è arrivata l’ora di cambiare aria. Il mancato rinnovo con il club che nel 2016 lo acquisto dal Club Bruges lo ha reso un parametro zero. Uno che con un tale bagaglio di esperienza (84 presenze in Ligue 1 e 17 in Champions League) può fare comodo a parecchie squadre.

Tra queste, la posizione privilegiata è sempre sembrata quella del BVB: nonostante l’interessamento di Inter e Juventus, l’accordo si è chiuso con gli Schwarzgelben. Fino al 2024. Inevitabile, dunque, pensare che il Dortmund stia cercando Meunier per sostituire Achraf Hakimi. In prestito per questa stagione, il Real Madrid sembrerebbe averlo valutato 60 milioni di euro. Troppi, secondo la dirigenza di Zorc e soci, che quindi vorrebbe optare per una soluzione low-cost nel ruolo di terzino destro. A maggior ragione se si considera che anche il veterano Lukasz Piszczek viene ormai utilizzato in pianta stabile come centro-destra dei tre di difesa, non avendo più la gamba per fare il terzino come un tempo.

Hakimi è indubbiamente stato uno dei protagonisti delle avventure recenti della squadra di Lucien Favre. La sua spinta costante sulla fascia destra rende il 3-4-3 del tecnico francese un rebus per le difese avversarie, data la brillantezza della sua progressione, sia palla al piede che negli spazi creati dagli attaccanti.

Meunier per il Dortmund sarebbe sicuramente un giocatore diverso, in primis per caratteristiche fisiche: longilineo e piuttosto robusto a differenza della maggior parte dei pari-ruolo, il belga tocca il metro e novanta per quasi ottanta chili. Di conseguenza, il suo scatto è sicuramente meno bruciante ed incisivo, ma non per questo si tratta di un giocatore meno pericoloso.

Favre, difatti, potrebbe avere tra le mani una pedina utile per il suo gioco. Nelle squadre di club Meunier ha giocato soprattutto da terzino destro, in costante proiezione offensiva soprattutto nel PSG, orientato costantemente a schiacciare gli avversari. Tuttavia, in nazionale ha  ricoperto il ruolo di esterno in un centrocampo a quattro, dimostrando di avere il ritmo ed il passo per rendere bene in entrambe le fasi.

L’ex-Brugges ha sempre messo in mostra ottime capacità tecniche: solo tre difensori superano i suoi 1.2 passaggi chiave di media a partita in questa stagione di Ligue 1. Porta palla con sicurezza e personalità, andando bene in dribbling anche contro la pressione di più avversari. Spesso si concede giocate di fino, che però porta a termine con buone percentuali di successo, e che comunque fanno parte di un repertorio utile nella sua situazione di gioco preferita: l’uno-due con l’ala che gli gioca davanti o con un centrocampista, partendo con i piedi vicino alla linea laterale ed attaccando la trequarti avversaria, spesso arrivando direttamente in area di rigore.

Da non dimenticare, inoltre, che con una fisicità del genere può dire la sua anche sulle palle alte. Non solo su situazioni di calcio piazzato, ma anche e soprattutto nelle combinazioni “esterno-esterno”, quando può arrivare in corsa dal lato debole e saltare in testa al diretto marcatore. Il rovescio della medaglia, però, è rappresentato dalla poca esplosività: il belga non è sicuramente il giocatore che spacca le difese palla al piede, e senza un riferimento vicino con cui dialogare fatica a trovare sbocchi, preferendo ricominciare la circolazione di palla da dietro.

Anche difensivamente, Meunier è un giocatore fatto e finito. All’alba dei trent’anni, le sue qualità sono ben chiare e definite, al pari dei suoi difetti. Osservandolo nel PSG si nota il suo ottimo senso tattico, che gli permette di riprendere rapidamente la posizione in fase di transizione difensiva e di muoversi in armonia con la difesa (se schierato da terzino) quando c’è da azionare la trappola del fuorigioco.

Rapido nell’accorciare sul portatore di palla ed efficace, seppur in maniera un po’ rude, nei contrasti, il suo punto debole è senza dubbio la difesa del campo alle sue spalle: quando viene puntato da giocatori rapidi e molto tecnici, spesso e volentieri con il baricentro più basso del suo, fa fatica a tenere la posizione e deve ricorrere alle maniere forti. Favre tuttavia potrebbe “nascondere” questa debolezza, posizionandolo appunto tra i quattro di centrocampo, posizione in cui avrebbe supporto sia dal centrocampista di centro-destra che dal terzo di difesa alle sue spalle, e concedendogli qualche licenza in più del normale.

Insomma, Thomas Meunier a Dortmund porta un bagaglio pesante al seguito: la responsabilità di non far rimpiangere uno dei migliori giocatori della rosa 2019/20. L’investimento per la società è comunque relativamente basso; essendo un parametro zero, i dirigenti gialloneri dovranno limitarsi alle – pur onerose – spese per l’ingaggio e le commissioni del procuratore. Verosimilmente, il belga arriva però con una voglia di rivalsa importante, dopo essere stato scaricato senza troppi complimenti dalla sua squadra precedente. Un piccolo stimolo in più che, assieme ad un mix di esperienza, tenuta fisica e caratteristiche adatte all’allenatore, potrebbero trasformare l’operazione in una scommessa riuscita. E non far rimpiangere Hakimi più di tanto.