Iago, il terzino dell’Augsburg che piace alle big

Iago augsburg

Se una realtà piccola come quella dell’Augsburg milita in Bundesliga consecutivamente da dieci stagioni uno dei motivi, forse il principale, è l’attenzione dedicata sul mercato alle giovani promesse. Iago Amaral Borduchi, conosciuto semplicemente come Iago, è il classico esempio di questo modo di operare dei bavaresi, guidati sul mercato dall’ex Juventus Stefan Reuter.

Iago, brasiliano classe 1997, si fa conoscere in patria con l’Internacional di Porto Alegre, che lo scopre a sedici anni nelle giovanili della squadra della sua città natale, Monte Azul Paulista. I dirigenti biancorossi sono colpiti da quelle che restano anche oggi le sue principali caratteristiche. Si tratta di un terzino dotato di un mancino raffinato, efficace nei cross vista anche la buona capacità di spinta sulla corsia. Ma anche attenzione in fase difensiva, resistenza e applicazione tattica. Forse fisicamente un po’ “leggero”, ma è un aspetto su cui continua a lavorare dai tempi di Porto Alegre.

Nell’estate del 2018, quando appena ventunenne aveva già trovato spazio nella “top-11” del Brasilerao, si fa avanti il Benfica. La trattativa con l’Internacional non va però a buon fine, anche per la resistenza del club brasiliano, in piena corsa per le zone altissime della classifica (a fine torneo arriverà infatti la qualificazione alla Libertadores).

Così l’anno successivo è l’Augsburg a portare Iago in Germania sborsando oltre sei milioni di euro, cifra non da poco per il club bavarese. La prima stagione come previsto serve al brasiliano per ambientarsi nel calcio europeo. Due infortuni, uno a inizio stagione e l’altro alla fine, e l’ottimo rendimento di Philipp Max, fanno sì però che Iago scenda in campo soltanto 10 volte. Si toglie comunque la soddisfazione di realizzare il primo gol in Bundesliga, a dicembre nel 2-4 a Sinsheim.

Dopo la partenza del figlio di Martin diventa titolare e gioca dall’inizio in 14 delle prime 19 giornate, a ottimi livelli. Poi a fine gennaio, durante la sfida persa al Westfalenstadion, si infortuna alla caviglia. Ora è tornato a disposizione e dovrà riconquistarsi il posto sulla corsia mancina, che Heiko Herrlich nel frattempo ha affidato a Mads Pedersen.

Iago ha tutte le carte in regola non solo per ritornare decisivo all’Augsburg, ma anche per puntare ad una convocazione nella Seleção. Fa già parte dell’Under 23, la selezione olimpica, con la quale giocherà a Tokyo insieme ad altri nomi nuovi del calcio tedesco come Paulinho o Matheus Cunha.

Intanto i grandi club continuano a monitorarlo. Il Milan ad esempio lo tiene d’occhio dai tempi dell’Internacional e sembra che la scorsa estate sia stato più il passaporto da extracomunitario (le pratiche per diventare comunitario dovrebbero risolversi a breve) che il prezzo chiesto dall’Augsburg a non far affondare il colpo ai dirigenti rossoneri. Ma l’asta per Iago sembra solo all’inizio.

Lazio-Bayern, la partita di Miro Klose

Klose lazio

Sarà un’emozione, anche per lui che non le lascia trasparire. Miroslav Klose, negli ottavi di finale di Champions League affronterà la Lazio. Non lo farà più da calciatore, ma da assistente di Hansi Flick, sulla panchina del Bayern Monaco. Un doppio confronto, che per il migliore goleador di tutti i tempi ai Mondiali, avrà tanti significati.

Roma, un pezzo di cuore – Per Miro, la Capitale e la Lazio hanno rappresentato la tappa finale di una già eccezionale carriera. Cinque anni, più di 50 gol e tanti momenti indimenticabili. Come il gol decisivo allo scadere nel derby del 16 ottobre 2011, la cinquinta contro il Bologna nel maggio 2013 o la doppietta del marzo 2016 con l’Atalanta che lo fa diventare il giocatore straniero della Lazio con più gol nella storia della Serie A. Klose è adorato dai tifosi. E non solo dei biancocelesti. Professionale, umile (ha raccontato che a fine allenamento si fermava per raccogliere i palloni) e corretto, come quando in una partita contro la Fiorentina confessa all’arbitro di aver segnato di mano. Roma e la Lazio hanno cambiato la vita di Miro anche fuori dal campo. In Italia, parole sue, ha scoperto la serenità ed è riuscito a coltivare le sue passioni, come la pesca e ha scoperto interessi, come quello per il vino, lui che prima di arrivare a Roma era in pratica astemio. Insomma, dopo Doll e Riedle, un altro tedesco che nella Roma biancoceleste ha lasciato il cuore.

Klose lazio bayern
Miroslav Klose ha lasciato un pezzo di cuore alla Lazio.

L’incontro con un vecchio amico – Mirek, come lo chiamavano agli esordi, nel doppio confronto con Lazio rivedrà tanti compagni, come Stefan Radu, Senad Lulić e Danilo Cataldi. Klose di sicuro incrocerà Igli Tare, il ds dei biancocelesti. I due si conoscono dal 1999, quando entrambi sono arrivati al Kaiserslautern di Otto Rehhagel, il futuro dirigente dal Fortuna Düsseldorf e il tedesco dall’Homburg. Saranno compagni di squadra per un anno e mezzo, prima che Tare parta per l’Italia nel gennaio 2011. Miroslav e Igli si rivedranno per la prima volta solo due mesi dopo, con la maglia delle rispettive Nazionali. È l’esordio di Klose con la Nazionale ed è anche il suo primo gol con la Nationalmannschaft.

Il nuovo ruolo – All’Allianz Arena e all’Olimpico Miro assisterà Hansi Flick. Una carriera, quello di tecnico che l’ex attaccante ha intrapreso all’indomani del suo ritiro. Nel 2016, quando ha appeso le scarpe al chiodo, Klose è entrato a far parte dello staff della Nazionale di Joachim Löw. Del suo lavoro Oliver Bierhoff dirà che l’ex giocatore ha la “passione e l’esperienza per fare l’allenatore”. Sì, perché il recordman di gol a un Mondiale è uno che studia. In un’intervista a Kicker ha parlato, con competenza, degli schemi su calcio d’angolo del Sandhausen, club di 2.Bundesliga. Miro vuole crescere, ma vuole faro gradualmente, senza “bruciarsi”. Nel 2018 il Bayern gli offre la guida dell’U19, ma lui rifiuta, non si sente pronto. Dice sì invece alla U17, la B-Junioren, con cui vince uno dei gironi del campionato tedesco di categoria. Accetta nel 2020, anche l’offerta di Hansi Flick, sua vecchia conoscenza dai tempi della Nazionale per diventare uno dei suoi assistenti.

Lo “stage” in Italia – Un percorso, quello di Klose, accompagnato dalla formazione. Nel luglio 2020 inizia il “supercorso” allenatori della DFB, il primo della storia a essere digitale. Tra le attività obbligatorie per gli alunni c’è anche un periodo di formazione all’estero. E Miro ha scelto l’Italia e il Milan di Stefano Pioli, il tecnico con cui aveva condiviso gli ultimi due anni alla Lazio, dove oltre a tanti bei ricordi ha lasciato il cuore.

Rangnick, il Milan e l’abitudine ad accontentarsi

rangnick milan

Cambiamento non è sinonimo di miglioramento ma la non-rivoluzione rossonera è la testimonianza che a queste latitudini ci siamo abituati ad accontentarci. Punto di vista condiviso non solo da chi conosce Ralf Rangnick e il suo lavoro, ma anche da chi, tifoso o meno del Milan, del manager tedesco non ha mai sentito parlare (qui su BundesItalia avrebbe trovato pane per i suoi denti, comunque).

L’affaire Milan-Rangnick, purtroppo, denota una volta ancora come in Italia si pensi al “domani” inebriati dalla stessa naftalina che aleggia negli studi di 90° minuto. Non si parla di dare un giudizio a fatti o a persone. Si tratta di giudicare una filosofia. Poche storie, Rangnick sarebbe stato qualcosa di assolutamente innovativo per il Milan in primis e per tutto il movimento calcistico italiano in seconda battuta. Lo ha dimostrato il suo percorso nel Fußball: l’Hoffenheim dalla terza serie alla cima della Bundesliga in due anni e mezzo, il Lipsia dalla 3.Liga alla Champions League in quattro anni. Soprattutto, il ‘come’ di questi obiettivi, più che gli obiettivi in sé. Implementando una filosofia di gioco, di allenamento, di gestione manageriale considerata avanguardista in Germania. Figuriamoci in Italia. Figuriamoci al Milan.

In ordine sparso, dal 2011, e solo a memoria: Inzaghi, Seedorf, Barbara Berlusconi, Galliani, Montella, Gianpaolo, Brocchi, Gattuso, Boban, Mihajlović, Leonardo, Li, Fassone, Mirabelli. Dopo quasi un decennio di navigazione a vista, finalmente, a Milano era stata decisa una strada, era stata fatta una scelta. Una scelta che, naturalmente, avrebbe comportato delle conseguenze, delle rinunce e dei sacrifici: per questo via Boban, via (probabilmente) Maldini, via Massara (qualcuno l’ha visto?) e benvenuto al manager tedesco – sì, manager è la parola chiave – che non avrà titoli in bacheca ma ha una visione, un’idea di futuro.

A noi italiani questa cosa proprio non va a genio. C’è qualcosa nel nostro DNA che provoca rigetto quando sentiamo questa parola. Pensateci: la famosa “fuga di cervelli”, campagne elettorali incentrate sulle pensioni, scuole che non riaprono, documenti cartacei anacronistici in un’era digitale e potrei andare avanti per molte ore. E su questa scia, tornando al Milan, ecco i titoloni di ex calciatori, addetti ai lavori e giornalisti a proposito dell’avvento di Rangnick: “Non conosce la Serie A”; “Il calcio italiano è un’altra cosa”; “Non sa la lingua”; “Cosa ha vinto questo signore?”; “Il Lipsia non è il Milan”; “Il vecchio Milan non c’è più” ecc ecc. Aggiungiamo: in molti hanno scritto che “Rangnick non va al Milan e torna al Lipsia”. Peccato che al Lipsia non ci lavori più direttamente da maggio 2019, che ora lavori ai piani alti di Red Bull come capo della sezione sportiva. Ben più sopra del Lipsia.

Trarre ispirazione, studiare e pianificare non sono proprio comportamenti che ci appartengono. Non è dato sapere quali siano i motivi per cui Gazidis abbia fatto un testacoda in pieno stile Vettel. Nella migliore delle ipotesi spero sia stato a causa dello stipendio astronomico che Rangnick ha chiesto per sé e soprattutto per il suo fidato staff; nella peggiore delle ipotesi temo che sia per le influenze ricevute dai nostri compatrioti e dalla strabiliante serie di risultati del Milan post lockdown. Tra l’altro: dal suo staff sono passati Marco Rose, Julian Nagelsmann, Markus Gisdol, Roger Schmidt, Jesse Marsch, Niko Kovac, Adi Hütter, Ralph Hasenhüttl, Achim Beierlorzer, Oliver Glasner e molti altri tra i tecnici passati negli ultimi anni in Bundesliga e non solo. Molti dei quali, di successo.

In Italia è diverso. Se oggi si perde allora si cambia, se oggi si vince allora va tutto bene così com’è (fino al 2022 ad essere ottimisti, poi chi lo sa). Progettualità, questa sconosciuta. Il mondo e lo sport sono cambiati, non dal Covid in poi, ma da almeno 10 anni: lo hanno capito a Sassuolo, lo hanno capito a Bergamo e lo hanno capito anche a Torino, la capitale del “vincere è l’unica cosa che conta”.

Ebbene, non è così e lo spiega molto bene Simone Eterno in un bel pezzo su Eurosport.

Vincere è l’unica cosa che conta’ è diventato uno slogan obsoleto persino per la Juventus, che da anni ha varato un’evidente strategia legata al marketing che vuole portare i bianconeri in un’altra dimensione. La dimensione di ‘brand globali’ come Barcellona o Real Madrid, i cui fatturati sono ancora ben lontani da quelli di casa Juventus, e il cui prodotto è immediatamente riconoscibile ad ogni angolo del pianeta”.

Soprattutto in quest’ottica diventa palese come il futuro di una società calcistica non si giochi più da un pezzo esclusivamente sul rettangolo verde. Servono rotte coraggiose, idee nuove e (forse) anche volti nuovi che abbiano chiaro in testa che il risultato del campo è solo un mezzo per un fine più grande: costruirsi un avvenire. Rangnick al Milan voleva dire mettere le basi per un nuovo domani. Vincente o meno questo è un altro discorso, ma sicuramente avrebbe regalato una prospettiva. Invece, lo sconosciuto – per molti – fa ancora paura. Meglio accontentarsi, no?

BundesTalenti – Melayro Bogarde: l’olandese più giovane nella storia della Bundesliga

melayro bogarde

30 maggio, Mainz contro Hoffenheim, un derby piuttosto sentito. Alfred Schreuder si ritrova senza Pavel Kaderabek, terzino destro titolare, per un motivo che poi, secondo la ‘Bild’, contribuirà al suo addio al club di Sinsheim. Le alternative in realtà non mancano, nonostante la squalifica di Hübner. Posch, Akpoguma, Nordtveit possono tutti adattarsi. Il tecnico però sceglie il ragazzino, Melayro Bogarde. Uno che porta un cognome non banale, visto che Winston, l’ex Ajax, Milan, Barcellona e Chelsea, è suo zio. Difensore, proprio come il nipote. Che dopo sole quattro panchine con la prima squadra si ritrova catapultato in campo.

Fonte: Getty/OneFootball

Il classe 2002 quel giorno stabilisce anche un record: diventa il più giovane olandese in assoluto ad esordire in Bundesliga, battendo anche un altro super talento come Zirkzee. Ha 18 anni e 2 giorni. Si guadagna la chance di giocare con la prima squadra dopo aver mostrato il suo potenziale con l’Under 17 e l’Under 19, anche se in un ruolo diverso alle sue abitudini: nelle giovanili aveva sempre fatto il centrale, all’esordio è stato invece schierato come terzino destro. Un cambio di posizione che forse patisce più del previsto.

Per la verità, infatti, i primi 45 minuti di Melayro Bogarde tra i pro son da dimenticare. Pochi spunti, giusto la dimostrazione che il fisico e l’atletismo sono effettivamente da giocatore già pronto, qualche sgroppata sulla fascia. A livello tattico e tecnico, però, le lacune si vedono. L’irruenza è a volte eccessiva, gli costa un giallo dopo 12 minuti per un fallo su Niakhaté e per poco anche un rosso alla mezz’ora. Posizionamenti spesso sbagliati. All’intervallo Schreuder decide di toglierlo per evitare di rimanere in inferiorità numerica. Alla fine l’Hoffenheim vince 1-0. Nella partita dopo, contro il Fortuna Düsseldorf, gli ridà spazio, anche se per soli cinque minuti. Una buona prova di fiducia.

Nonostante l’esordio non sia proprio da sogno, il potenziale del diciottenne nato a Rotterdam – che ha mosso i primi passi nel Feyenoord – è già noto da anni. Nel 2018 si parlava di lui come un possibile colpo per City o United, poi ha scelto l’Hoffenheim perché la riteneva la strada più rapida per arrivare al professionismo in breve tempo ed evitarsi  una girandola di prestiti. Ora con un solo anno di contratto rimasto il suo futuro sembra poter prendere una strada diversa, tanto che secondo ‘Goal’ il Milan lo potrebbe acquistare qualora dovesse arrivare Ralf Rangnick in panchina.

Da anni fa parte delle giovanili Oranje. Nel maggio 2019 ha disputato l’Europeo Under 17 con la Nazionale, arrivando fino alla vittoria giocando da titolare. Durante la competizione, giocata da difensore centrale, ha mostrato ottima capacità di giocare con i piedi, anche se in fase di impostazione si prende qualche rischio di troppo. E anche quella mancanza di lucidità negli interventi palesata all’esordio è stata un po’ un tema ricorrente. Ha rubato l’occhio meno di altri, come Hoever, Hansen o Ünüvar, ma mostrato comunque margini di miglioramento. Quelli che in lui rivede evidentemente anche Rangnick. Uno che di talenti, senza dubbio, se ne intende.

André Silva scatenato: dopo la pausa nessuno come lui

andré silva eintracht

Nella larga ed inaspettata vittoria dell’Eintracht Francoforte all’Olympiastadion di Berlino brilla nuovamente la stella di André Silva. Schierato nella ripresa al posto di Lucas Torrò, l’attaccante portoghese ha scardinato la difesa dell’Hertha prima fornendo l’assist per il momentaneo pareggio di Bas Dost e poi chiudendo la partita con una doppietta.

Da quando è ripresa la Bundesliga nessuno ha segnato quanto lui: sei gol in altrettante partite, meglio di Lewandoski, Havertz, Haaland o chiunque altro. In questa edizione del campionato tedesco ha raggiunto quota 10 centri, 14 contando tutte le competizioni. Non male per chi è stato troppo in fretta bollato come un flop. Ed ora le aquile sembrano pronte a sedersi al tavolo con la dirigenza del Milan per riscattare il suo cartellino.

Una squadra su misura di André Silva

Che l’annata dell’Eintracht sarebbe stata quanto meno non usuale lo si era capito già dal calciomercato estivo. La squadra di Francoforte ha perso diverse pedine fondamentali come Jović, Haller e Rebić investendo su giocatori che non si sono rivelati pronti per la Bundesliga. I due acquisti migliori sono stati Martin Hinteregger ed André Silva, i due capocannonieri della squadra (nonostante il primo sia un difensore centrale, riscattato dall’Augsburg dopo una lunga telenovela). Il portoghese veniva da una stagione decente con la maglia del Siviglia, condita da 11 gol tra Liga e Copa del Rey, ciò nonostante il Milan ha deciso di sbarazzarsene.

André Silva è partito con destinazione Francoforte nella trattativa che ha visto fare il tragitto inverso ad Ante Rebić. Ad oggi possiamo dire che l’affare sia stato fatto dall’Eintracht: non che il croato stia andando male, ma il lusitano è un vero e proprio fattore per la formazione allenata da Hütter. È un centravanti che da il meglio di sé al fianco di un attaccante forte fisicamente così da avere maggiore spazio dove muoversi. Uno alla Dost, per intenderci. Ed infatti il risultato è quello che si è visto nel secondo tempo di Berlino. Un giocatore in grado di segnare, giocando soprattutto fronte alla porta: ciò che gli viene permesso nel 4-2-3-1 in cui è abitualmente il punto di riferimento, con la fantasia di Daichi Kamada che non lo lascia mai isolato. Le aquile sono una squadra costruita su misura per il lusitano e lui potrà essere il loro punto fermo anche negli anni a venire.

In particolare da quando è ripreso il campionato dopo l’interruzione forzata non ha mai smesso di segnare: oltre alla doppietta odierna, l’attaccante ha trovato la rete contro il Mönchengladbach (dove si è reso protagonista di una gag esilarante), il Friburgo, il Wolfsburg ed il Werder. Le possibilità dell’Eintracht di disputare la prossima Europa League sono vicine allo zero ma con i gol dell’ex Milan quella percentuale si sta alzando partita dopo partita. Lo Schalke, prossimo avversario, è avvisato: André Silva non è disposto a fermarsi.

3 squadre di Bundesliga a cui fa comodo Calhanoglu

Calhanoglu

Nonostante se ne sia andato già da oltre due anni, la Bundesliga ricorda ancora con piacere il nome di Hakan Calhanoglu, le sue 111 presenze e i 28 goal. Le sue punizioni, in particolare quella da 40 metri contro il Borussia Dortmund, sono ancora un vero e proprio trademark. Anche se, tra le altre cose per cui sarà ricordato, c’è la squalifica di 4 mesi per irregolarità nel suo trasferimento, comunque per colpe non sue.

Al Milan diverse difficoltà soprattutto ambientali non gli hanno mai permesso di esprimersi al top con continuità. E, sentendo le sue parole a ‘Sport Bild’, l’ipotesi di tornare in Germania non è così remota: “Mi piace l’Italia, ma mi mancano la Germania e la lingua tedesca. Per me sarà sempre casa. Sono cresciuto in Germania e dal punto di vista calcistico è normale aspirare a grandi club come Bayern Monaco o Borussia Dortmund”.

In realtà, seppure non abbiano il blasone di Bayern o BVB, ci sono altre tre squadre di Bundesliga che respirano aria di alta classifica e di Europa, nelle quali il turco ex Amburgo e Leverkusen farebbe davvero la differenza. Cosa che, al momento, è più complicato possa succede nei due club che lo scorso anno si sono giocati il Meisterschale fino all’ultima giornata. Magari però mettersi in luce di nuovo in Bundes può aiutarlo nella scalata ai top team.

Alert: si tratta di fantamercato!

Calhanoglu, il trequartista ideale dell’Eintracht

Adi Hütter sia lo scorso anno che quest’anno ha utilizzato un trequartista atipico dietro le due punte nel suo 3-4-1-2: Rebic dietro Jovic e Haller l’anno scorso, Rode o Sow (più defilato Kamada) dietro due tra Dost, André Silva e Paciência quest’anno. Se però nella passata stagione la costruzione era agevolata dalla tecnica di Haller, quest’anno il gioco dell’Eintracht passa quasi esclusivamente dalle corsie: le ‘Adler’ sono una delle squadre con più cross tentati in stagione. Avere un giocatore che possa dare un’alternativa di gioco sulla trequarti potrebbe rendere la squadra ancora più pericolosa. E Calhanoglu, che di professione fa il trequartista – nonostante al Milan abbia giocato ovunque tranne che nella sua posizione naturale – sarebbe l’uomo perfetto per compiere lavoro da rifinitore dietro le due punte. Avendo anche spazio per giocare da fuori. In più, si dividerebbe le punizioni con Kostic: lui quelle col destro, il serbo quelle col mancino. Mica male.

Hoffenheim, caratteristiche mancanti

A Sinsheim non possono certamente lamentarsi di nulla, visto che dopo le difficoltà iniziali Schreuder ha ingranato e trovato la quadra. Si potrebbe chiedere: perché rompere gli equilibri con Calhanoglu? Perché è un tipo di giocatore che manca, sotto ogni punto di vista. L’Hoffenheim ha un centrocampo folto, con Grillitsch e Geiger, giocatori soprattutto d’impostazione, un recupera-palloni come Samassékou, più Rudy, quello più d’inserimento. Manca però uno che leghi centrocampo e attacco, specie quando la scelta è di giocare con un attacco più veloce che fisico, come è il trend da inizio anno. In questo 3-5-2 Calhanoglu sarebbe una mezzala ideale per dare un’alternativa di gioco più offensiva ed eventualmente potrebbe anche tornare a fare la seconda punta, come ai tempi dell’Amburgo.

Wolfsburg, bisogno di fantasia

Anche in questo caso parliamo di una squadra che gioca a tre in difesa, con due centrocampisti, due trequartisti e una punta, il totem Weghorst. In linea di massima, al netto degli infortuni, Oliver Glasner ha trovato una quadratura e gerarchie definite in tutti i ruoli, tranne proprio nei due a supporto dell’attaccante olandese. Gli manca un giocatore che possa inventare la giocata estemporanea: Brekalo ha la tendenza a creare gioco, ma spesso si allarga molto. E così, come anche l’Eintracht Francoforte, anche il Wolfsburg finisce per attaccare molto più dall’esterno che dal centro. Inoltre l’assenza di tiratori dalla distanza (solo Arnold, ma gioca molto più arretrato) ha portato il Wolfsburg a essere la seconda squadra che prova meno conclusioni in tutta la Bundesliga 2019/20, peggio fa solo l’Hertha. Avere uno dal piede caldo come Calhanoglu potrebbe aiutare molto anche in questo senso.

Lo score del Borussia Mönchengladbach in Italia

Mönchengladbach

Domani, alle 18.55, il Borussia Mönchengladbach sarà di scena allo Stadio Olimpico di Roma per sfidare i giallorossi di Fonseca. Si tratta della nona sfida dei tedeschi su suolo italiano, la seconda nella capitale. Dopo aver affrontato Inter, Milan, Juventus, Lazio e Fiorentina, dunque, i Fohlen si apprestano a fare la conoscenza di un altro blasone del nostro campionato. Nel Belpaese, ad ora, il bottino per loro è di tre vittorie, due pareggi e tre sconfitte.

Il primo filone di trasferte italiane del Gladbach risale ai fasti degli anni ’70: all’epoca i tedeschi portarono a casa cinque campionati, una coppa di Germania e due coppe UEFA , a cavallo tra il ‘69 e il ’79, grazie al gioco offensivo portato da Hennes Weisweiler.

La prima, a San Siro contro l’Inter, è tuttora avvolta dalla leggenda. Non tanto per il risultato del campo (4-2 per i nerazzurri) quanto per ciò che accadde prima e dopo la sfida. Giocatasi il 3 novembre 1971, infatti, la partita sarebbe stata valevole come gara di ritorno degli ottavi di finale di Coppa Dei Campioni, se quella di andata fosse stata validata. Invece, in Germania successe di tutto: attorno al trentesimo minuto, una lattina di Coca-Cola piovuta dagli spalti colpì in testa Boninsegna, che si accasciò a terra e venne sostituito poco dopo. In campo scoppiò il putiferio, ma la gara riuscì a riprendere, col Borussia Mönchengladbach che stravinse 7-1. Il caos diplomatico che ne seguì, però, con una accanita battaglia legale portata avanti dall’Inter, portò la UEFA ad una decisione senza precedenti: partita annullata e rigiocata (come una sorta di ritorno del ritorno) a Berlino in campo neutro. Per la cronaca, lo 0-0 bastò ai nerazzurri per passare il turno, in una stagione nella quale furono battuti solo dall’Ajax in finale grazie alla doppietta di Cruyff.

Guardacaso, la seconda apparizione italiana della squadra di Mönchengladbach fu ancora a San Siro, contro l’altra squadra di Milano: stagione 1973/74, ad aprile si gioca l’andata delle semifinali di Coppa delle Coppe. Il Milan vinse 2-0, riuscendo poi a limitare i danni con un 1-0 al ritorno che lo qualificò per la finale. Anche in questo caso spuntarono controversie, principalmente sostenute dal ‘Sunday Times’, che accusò i rossoneri di aver corrotto gli arbitri proprio per la doppia sfida contro i tedeschi. Stavolta, però, l’inchiesta fu ritenuta inattendibile e non ebbe alcun seguito legale.

L’anno successivo, nel novembre 1975, i Fohlen completarono il trittico di sfide contro le big italiane, non sfigurando nella sfida dello Stadio Comunale di Torino contro la Juventus. Erano gli ottavi di finale della Coppa dei Campioni, e il neo-allenatore Udo Lattek stava ancora cercando di imporre il suo gioco, più ragionato e difensivo di quello del predecessore Weisweiler, e per poco non rischiò il ribaltone. Nonostante il 2-0 dell’andata, infatti, i tedeschi finirono sotto per le reti di Gori e Bettega. Tuttavia, nell’ultima frazione di gara, furono Danner e Simonsen a chiudere la partita regalando il passaggio del turno al Borussia. L’eliminazione, però, arrivò ai quarti di finale contro il Real Madrid.

Il 1976 fu l’anno della prima vittoria dei tedeschi in Italia, di nuovo a Torino e di nuovo allo Stadio Comunale, ma contro il Toro. Si gioca per gli ottavi di finale di Coppa dei Campioni, e la gara finisce 2-1 per il Gladbach, ma a fare notizia sarà la gara di ritorno in Germania, quando la discussa gestione del fischietto belga Delcourt fa esplodere i granata, che finiscono la partita in otto dopo le espulsioni di Castellini, Caporale e Zaccarelli e con un leggendario Ciccio Graziani tra i pali.

Vinta la prima, il Mönchengladbach farà subito il bis nel 1979: ancora una volta nel mese di novembre, di nuovo a San Siro per vendicare la velenosa sfida contro l’Inter di pochi anni prima, con Jupp Heynckes passato dal campo alla panchina. Dopo l’1-1 dell’andata, a Milano furono di nuovo fuochi d’artificio, questa volta fortunatamente solo in campo: Altobelli la sblocca nel primo tempo, ma prima dell’intervallo a pareggiare è il giovane Nickel, che ha rimpiazzato il talento Simonsen. Il risultato regge e si vola ai supplementari, quando ancora Altobelli porta avanti l’Inter. Vantaggio che dura appena un minuto, prima che Ringles pareggi e Nickel, nel finale, segni il gol del definitivo 2-3 su rigore.

Da qui, le difficoltà dei decenni a cavallo del 2000 fanno sparire il Borussia Mönchengladbach dai radar del calcio europeo, salvo farlo tornare a galla nel 2013: è il 21 febbraio, la Coppa UEFA ha nel frattempo cambiato nome in Europa League, e a Roma si gioca il ritorno della sfida di sedicesimi di finale contro la Lazio. Petkovic, che sette giorni prima era stato salvato da una doppietta di Kozak (e da un rigore parato da Marchetti) per agguantare il 3-3, sceglie Candreva ed Hernanes dietro Floccari, mentre dall’altra parte Favre si affida a De Jong ed Herrman, salvo far subentrare Amin Younes e Granit Xhaka a partita in corso. Partita che però rimane in discussione solo per la prima mezz’ora: il destro di Candreva ed il tap-in di Gonzalez regalano la qualificazione alla Lazio.

Gladbach tifosi
Invasione dei tifosi del Gladbach in Piazza di Spagna. Fonte: @borussia_en

Avvicinandoci ad oggi, si passa alla stagione 2015/16, gironi di Champions League, la Juventus si presenta allo Stadium per la terza giornata dopo aver battuto City e Siviglia, ma l’XI scelto da Max Allegri (una sorta di 3-5-2 con Marchisio a centrocampo e la coppia Morata-Mandzukic davanti) sbatte contro un Gladbach attento che non concede nulla, grazie anche alla diga formata da Xhaka e Dahoud. 0-0 che serve più alla gloria che ad altro: i tedeschi falliranno la conquista del terzo posto, valido per l’Europa League, mentre la Juventus subirà la rocambolesca eliminazione ai quarti di finale per mano del Bayern Monaco.

Infine, l’ultimo ricordo è probabilmente il più dolce per il Mönchengladbach: dopo la sonora sconfitta all’andata- zero a uno al Borussia Park firmato da Federico Bernardeschi – allo Stadio Artemio Franchi va in scena Fiorentina-Borussia, valida per i sedicesimi di finale di Europa League. L’inizio ha i tratti dell’incubo, nonostante un palo clamoroso colpito da Stindl: Kalinic fredda Sommer col destro, Borja Valero approfitta dopo pochissimo dello scivolone surreale di Vestergaard per insaccare il 2-0 prima della mezz’ora. Nei 30 minuti di gioco successivi, però, succede di tutto, con un vero e proprio Lars Stindl-show: il capitano apre la rimonta col rigore al minuto 44, timbrando di nuovo al 47’ (tap-in dopo un pinball in area) ed al 55’, quando pizzica l’angolino dietro Tatarusanu col rasoterra dal limite. La squadra di Paulo Sousa è frastornata, crolla e vede calare il sipario al sessantesimo, quando Christensen inchioda di testa il 2-4.  Per i Fohlen, però, la gioia estrema si tramuterà presto in amarezza: nel derby tedesco contro lo Schalke, agli ottavi, torneranno a casa per la regola dei gol in trasferta.