Soumaila Coulibaly, un colpo giovane per il Borussia Dortmund

soumaila Coulibaly

Storicamente, a livello recente, uno dei problemi del Borussia Dortmund è senza dubbio rappresentato dalla difesa: molle, spesso mentalmente assente e mai realmente decisiva. Anche quest’anno, salvo momenti positivi, il reparto difensivo dei gialloneri non è stato certo protagonista di una stagione di rilievo, tanto che i gol subiti da Bürki e Hitz sono ben 51. Davvero troppi per una squadra che avrebbe dovuto competere fino alla fine per la vittoria del Meisterschale. Zorc, tuttavia, non è certo rimasto a guardare e il 18 marzo ha annunciato l’acquisto di Soumaila Coulibaly, giovane difensore del PSG, considerato uno dei prospetti più brillanti del calcio mondiale.

soumaila coulibaly
La scheda di Soumaila Coulibaly.

Nato a Montfermeil il 14 ottobre del 2003, Coulibaly mostra sin da piccolo un grande amore nei confronti del calcio. A 12 anni entra quindi nelle giovanili del FC Montfermeil, il club della sua città natale, e ci mette pochissimo per mettersi in mostra: alto, rapido, forte fisicamente e tecnicamente, il piccolo Soumaula gioca sempre con ragazzi di almeno 2 anni più grandi di lui, riuscendo ad affermarsi rapidamente come uno dei giovani più interessanti dell’Ile-de-France.

Non a caso, nel 2018 il PSG decide di portarlo nella sua prestigiosissima accademia, e anche qui Coulibaly ci mette davvero poco ad impressionare i suoi allenatori, affinando ulteriormente le sue qualità tecniche e soprattutto la sua personalità, che lo porta a diventare uno dei leader della formazione U17: nella stagione 2019-2020 arriva anche la promozione in U19, dove sotto la guida tecnica di Roche (già direttore del settore giovanile del Lione) disputa quattro partite da titolare, stupendo tutti per la sua impressionante forza fisica, che, abbinata ad una capacità di corsa sopra la media, non lo fa sfigurare di fronte ad avversari anche di due anni più grandi.


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Nel corso dell’estate, quindi, Tuchel decide di portarlo in prima squadra, anche perché sembra che al suo grande salto manchi veramente poco: ciononostante, il contratto in scadenza deve essere rinnovato e la società comincia a fare le prime posto al giovane Soumaila, che, però, preferisce aspettare. Nel frattempo, continua ad allenarsi con i grandi, finendo subito sotto l’ala protettrice di Presnel Kimpembe, di cui diràPresnel è mancino come me, non posso che provare a seguire il suo esempio”. Difficile, ma tutt’altro che impossibile per un giocatore con le qualità di Coulibaly, che, intanto, non sembra più convinto di voler restare a Parigi: lo spazio per un giovane come lui è davvero poco e, non a caso, comincia a parlare con un altro prodotto del settore giovanile dei Parisiens, Nianzou, che ha lasciato Parigi a luglio per trasferirsi al Bayern Monaco, una squadra che, al contrario del PSG, crede molto dei giovani.

A dicembre, quindi, Coulibaly comincia a prendere in considerazione l’ipotesi di un trasferimento all’estero, per poter crescere e tornare a Parigi da giocatore affermato. A gennaio, tuttavia, Pochettino non lo lascia partire, benché la volontà del giocatore sia chiara: a Parigi non trova abbastanza spazio e vuole solamente giocare il più possibile. Verso la fine di febbraio, però, il classe 2003 si infortuna al crociato, mettendo fine anzitempo alla sua stagione. Quando ritornerà in campo, tuttavia, non indosserà più la maglia del PSG ma del Borussia Dortmund. Il 18 marzo del 2021, infatti, è stato ufficializzato il suo acquisto da parte della società giallonera, che è riuscita ad ottenerlo a fronte di un indennizzo di alcune centinaia di migliaia di euro, assicurandosi così uno dei centrali più promettenti di tutto il panorama europeo e, forse, completando una difesa che nel prossimo futuro potrebbe dare tantissime soddisfazioni a Zorc.

A “dare una mano”, in particolare, potrebbe essere la grande personalità e l’eccellente costanza mostrate durante i suoi anni parigini: Akanji e Zagadou (anche lui, tra l’altro, cresciuto nelle giovanili del PSG), per quanto fisicamente più pronti, hanno recentemente peccato proprio in questi due aspetti oltre che in continuità fisica, e in futuro l’innesto di Coulibaly potrebbe portare ad un vero e proprio salto di qualità di tutta la retroguardia giallonera. Le sue qualità palla al piede, inoltre, potrebbero portare anche ad un evoluzione nel palleggio della squadra, che, allo stesso tempo, potrebbe contare su una linea difensiva rapida e fisicamente insuperabile. Un investimento, quindi, che potrebbe dare i suoi frutti già nel prossimo futuro e che conferma ancora una volta la capacità del Borussia Dortmund di convincere i giovani talenti del calcio mondiale. Cosa che, invece, non sa proprio fare il PSG.

Il Borussia Dortmund deve scegliere il suo portiere

dortmund portiere

È credenza comune che una squadra che voglia puntare a grandi obiettivi non possa prescindere da un portiere che fornisca solidità ai propri compagni. Una figura autoritaria, uno di quelli il cui posto è al sicuro, al netto di logiche particolari di turnover. Se tutto questo è vero, il Borussia Dortmund dovrà risolvere l’annosa questione del suo estremo difensore per puntare a fare il salto di qualità il prossimo anno.

Nel BVB di inizio anno, allenato da Lucien Favre, Roman Bürki aveva il posto assicurato. Il portiere svizzero è arrivato al Dortmund nel 2015, raccogliendo l’eredità di Weidenfeller. Il tedesco era uno dei fedelissimi di Klopp, nonostante qualche incertezza qua e là, e giocò da titolare la storica finale di Champions del 2013 contro il Bayern Monaco. Fin dal suo arrivo, però, Bürki si è imposto, dimostrando una crescita importante e diventando a tutti gli effetti uno dei senatori dello spogliatoio dall’alto dei suoi 83 clean sheet in 228 presenze: sostanzialmente, quando è stato in salute ha sempre giocato. Con tutti gli alti e bassi che si è  sempre portato dietro: in molti non lo considerano un portiere all’altezza per vincere la Bundesliga.

In questa difficile stagione, però, le cose sono cambiate dopo l’addio di Favre e l’arrivo di Edin Terzic, e fare ordine ora è più complesso. La partita della svolta è quella del 22 gennaio: il Dortmund crolla 4-2 in trasferta contro il Borussia Mönchengladbach, e Bürki è protagonista in negativo come tutta la retroguardi­a giallonera. Durante la settimana successiva, inoltre, il numero 1 si infortuna alla spalla in allenamento, ed è costretto ad uno stop di un mese.

A questo punto, i riflettori passano su Marwin Hitz: anche lui elvetico, l’ex-Augsburg è al BVB dal 2018, e nel primo biennio ha accumulato 12 presenze sparse tra campionato, DFB-Pokal e Champions League. Per il classe 1987 questa sembra una grande occasione per mettersi in luce, ma le cose non vanno esattamente come nei sogni di un bambino: alla seconda uscita, sul campo del Friburgo, Hitz registra pesanti colpe su entrambi i gol subiti nella sconfitta per 2-1. Nel giro di tre minuti, infatti, si fa prima cogliere pigro sul tiro di Jeong, mentre successivamente spinge in porta, con un rimpallo un po’ goffo sul palo, il tiro dalla distanza di Schmid. Non va meglio contro l’Hoffenheim: se Dabbur è chirurgico nel diagonale che risponde al vantaggio di Sancho, Bebou sigla il 2-1 anticipando in maniera lampante il portiere del Dortmund, ancora una volta protagonista di una figura rivedibile.

Alla fine la solita azione personale di Haaland permetterà quantomeno di evitare la sconfitta, ma la sensazione netta è che Hitz (il cui contratto è in scadenza a fine stagione) fornisca ancor meno garanzie di un Bürki un po’ appannato. Eppure, quando l’ex-Friburgo torna a disposizione, Terzic lo fa accomodare sempre in panchina. Non solo: a fine febbraio viene comunicato il rinnovo di Hitz, e la notizia agita ancora di più le acque. Nel giro di un paio di mesi, quindi, le gerarchie tra i due connazionali sembrano essere state completamente ribaltate, nonostante gli errori da matita rossa.

A dire il vero, nessuno dei due estremi difensori sembra poter fornire le garanzie richieste dalla dirigenza del BVB per fare il salto di qualità. Finito l’interregno di Terzic, la palla passerà a Marco Rose, già annunciato come allenatore a partire dalla prossima stagione. Se, come sembra, il nuovo portiere titolare del Dortmund arriverà dal calciomercato, è chiaro che uno dei due presenti ora in rosa dovrebbe fare le valigie. La sensazione è che a farlo possa essere Bürki, che ha un contratto in scadenza nel 2023, con Hitz (il cui nuovo contratto dovrebbe avere le stesse tempistiche) che tornerebbe a fare il secondo al nuovo arrivato.

I nomi fatti negli ultimi tempi sono tanti: quello più forte, rilanciato da fonti autorevoli come Sport Bild e Sky Sport DE, è Peter Gulácsi, che a trent’anni sembra essere prossimo al picco della sua carriera, con la maglia del Lipsia. Per liberarlo dovrebbe “bastare” versare al RB la clausola rescissoria di circa 12 milioni di euro. Si fa anche il nome di Alexander Nübel, quest’anno secondo di Neuer, ma desideroso di accumulare minuti. Di altro tenore i profili di Mike Maignan, classe 1995 del Lille per il quale si vocifera di un’offerta da 25 milioni, e Dean Henderson, che dopo alcune buone apparizioni con il Manchester United ha attirato su di sé gli sguardi di diversi osservatori. Attenzione, comunque, anche alla possibilità di mantenere la coppia attuale, evitando una spesa importante sul mercato nella speranza che entrambi i protagonisti possano trarre giovamento dalla concorrenza per un posto da titolare.

Fino a fine stagione, dunque, le gerarchie sembrano definite, grazie ad una delle scelte più importanti e discusse di Terzic da quando è sulla panchina della sua squadra del cuore. In estate, però, Marco Rose dovrà subito sbrogliare la matassa, decidendo a chi affidare la difesa dei suoi pali.

Una questione di certezze: Rose, l’addio e la profonda crisi del Gladbach

Gladbach rose

Nella conferenza stampa chiarificatrice istituita dalla dirigenza del Borussia Mönchengladbach a metà febbraio per chiarire la situazione allenatore, il Direttore Sportivo Max Eberl ha annunciato di aver appreso da Marco Rose la decisione di andare al Borussia Dortmund prima che si giocasse la sentitissima sfida con il Colonia. L’ufficialità dell’addio a fine stagione di Rose è stata comunicata il 15 febbraio. Il Rheinderby invece si è giocato il 6 febbraio, nove giorni prima. Lo ha vinto il Colonia per 1-2 al Borussia-Park. Da quel giorno, il Gladbach non è più riuscito a vincere neanche una partita. 

Il passo falso di Augsburg nell’anticipo della 25ª giornata di Bundesliga rappresenta l’ottava gara consecutiva senza neanche una vittoria. Il bilancio dopo la sconfitta della WWK-Arena è di un pareggio contro il Wolfsburg per 0-0 e sette sconfitte. Nell’ordine, tra Bundesliga, Champions League e DFB-Pokal: Colonia, Mainz, Man City, Lipsia, Dortmund, Leverkusen. E Augsburg, per l’appunto. Con un copione già visto nelle uscite precedenti: sciupando una serie impressionante di occasioni prima di essere beffato. Stavolta, pure con il rigore sbagliato da Lars Stindl nel primo tempo, col punteggio ancora fissato sullo 0-0. Poteva cambiare tutto, invece il capitano dei Fohlen ha chiuso troppo col destro calciando larghissimo.

Una trasformazione che trova poche spiegazioni tecniche, visto che nelle otto gare precedenti il crollo nel derby erano arrivati risultati particolarmente incoraggianti. Sei vittorie, comprese quelle in Bundesliga contro il Bayern Monaco e il Borussia Dortmund, più due pareggi. Una tendenza positiva che, aveva seguito un’altra serie negativa di sei gare senza vittorie a dicembre. Insomma, la continuità non è mai stata il punto forte del Gladbach in quest’annata.

Questa serie di sconfitte ha però un denominatore comune. La certezza che a fine stagione Marco Rose non sarà più sulla panchina del Gladbach, ma su quella dell’altro Borussia. Una certezza arrivata prima del derby col Colonia, come detto. Lo ha confessato lo stesso Eberl. E da quel giorno Sommer e compagni non sono più riusciti a vincere, hanno commesso una serie di errori individuali preoccupanti, offerto il fianco a rimonte clamorose, messo in mostra prestazioni nervose come contro il Dortmund in Bundesliga, vissuto notti piene di paura – anche se il Manchester City fa paura a molti, a parziale scusante – e senza il coraggio di provarci.

L’incertezza sul futuro che avvolge il club non rassicura i giocatori, i quali non sembrano aver smesso di credere nelle idee dell’allenatore e nemmeno nei propri mezzi, ma mancano di fiducia. Non è raro vedere calciatori del Gladbach arrivare in area al termine di un’azione ottimamente costruita e poi mancare il colpo decisivo per segnare. Contro l’Augsburg ha invertito la tendenza soltanto Neuhaus, uno di quelli che ha mantenuto la maggior costanza di rendimento. Giocatori come Stindl e Pléa invece sembrano essere molto più in difficoltà, così come Lainer (da inizio stagione).

Certamente questi ultimi mesi non sono stati sereni a livello mentale. Prima dell’annuncio dell’addio di Rose, il Gladbach si era fatto notare per episodi scandalistici come lo sputo di Thuram a Stefan Posch e l’ormai celebre fuga sui tetti di Embolo, beccato dalla polizia mentre partecipava ad una festa illegale ad Essen in pieno lockdown. Dettagli che fanno la differenza. Al momento per il Gladbach in negativo. La squadra che ha soffiato la qualificazione all’Inter in Champions League, che ha battuto le big, che era in piena corsa per i primi quattro posti non si vede più. Cambiare ancora però rischia di non essere la soluzione, perché potrebbe soltanto portare ancora più incertezza in una squadra che, in ogni caso, non ha assolutamente abbandonato il proprio allenatore. Lo ha confermato anche lo stesso Eberl nello studio di ZDF sabato sera. Si riparte da Rose, non serve un cambiamento, in questo momento non c’è bisogno. La striscia è “inspiegabile” per il DS, viste le prestazioni.

La serie negativa – che è già la peggiore dalla stagione 1989/90, quando il Gladbach perse 8 partite consecutive, mai successo nella storia – non sembra però destinata ad arrestarsi a breve: contro il City servirà il miracolo per evitare la nona partita senza successi. La sfida contro lo Schalke di sabato prossimo sembra già assumere contorni drammatici.

Gladbach-Dortmund: Marco Rose, presente contro futuro

marco rose Gladbach dortmund

Da Borussia a Borussia. In Germania il tema del passaggio di Marco Rose dalla panchina del Gladbach a quella del Dortmund è d’attualità da due mesi e più. E anche dopo l’annuncio se ne sta continuando a parlare.

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Lo sappiamo, in Bundesliga comunicare le ufficialità con mesi d’anticipo è all’ordine del giorno. Così come anche affrontare il proprio futuro. È successo a Niko Kovac con l’Eintracht contro il Bayern Monaco nell’aprile 2018. Succederà anche a Marco Rose, che nei quarti di finale di DFB-Pokal 2020/21 guiderà il suo Borussia del presente, il Gladbach, contro il Borussia del suo futuro, il Dortmund.

Sin dall’esonero di Favre e dalla promozione di Terzic, il nome dell’ex terzino del Mainz, discepolo di Klopp di cui è stato giocatore, così come di Tuchel, è sempre stato nell’orbita gialonera. Etichettato da subito come il favorito, anche in virtù del suo passato e delle sue influenze sullo stile. Soprattutto, perché disponibile previo pagamento di una clausola da 5 milioni di euro. Quella che i tifosi del Gladbach speravano non esistesse, ma che il direttore sportivo Max Eberl ha definito una “condizione necessaria” per convincere l’ex tecnico del Salisburgo ad andare ai Fohlen.

L’annuncio è arrivato lunedì 15 febbraio. 36 ore dopo, lo stesso Rose ed Eberl hanno annunciato una conferenza stampa per fare chiarezza e dare la propria versione. Il DS in particolare è stato criticato per le dichiarazioni dei giorni precedenti, nei quali parlava di una permanenza del tecnico ormai certa al 98 o al 99%. Anche se in realtà, già dalla partita con il Colonia persa per 1-2, la decisione del tecnico era già stata presa. E non possiamo sapere se sia un caso o meno, ma da quella gara il Gladbach ha uno score di tre sconfitte interne e un pareggio per 0-0 contro il Wolfsburg. In particolare dopo il crollo interno contro il Mainz, Rose ha fatto una sorta di mea culpa.

Julian Nagelsmann in questa situazione ci è stato nella stagione 2018/19, alla guida dell’Hoffenheim ma già promesso al Lipsia da un anno. E si è apertamente schierato con il tecnico del Gladbach in conferenza stampa.

“Il discorso dei trasferimenti riguarda il business del calcio. Non credo sia giusto farne una colpa a Rose. I discorsi fatti dall’esterno non sono né necessari né opportuni”.

L’impressione generale è che la gestione mediatica del caso sia stata approssimativa e che l’annuncio sia arrivato troppo presto. Certo, come è stato spiegato dai diretti interessati, l’annuncio è stato dato per mettere fine alla speculazione. Però con la speculazione i risultati del Gladbach arrivavano. Dalla decisione in avanti, però, qualcosa nel Gladbach si è chiaramente rotto. Il calo di risultati e prestazioni non può essere spiegabile soltanto con ragioni fisiche e tecniche. Mentalmente il Borussia sembra crederci un po’ meno ed è ciò che più di tutto fa preoccupare in vista del finale di stagione.

La zona Champions League sembra sempre più lontana, la qualificazione ai quarti contro il City proibitiva. Rimane la DFB-Pokal, che i Fohlan non vincono dal lontano 1995 ed è l’ultimo trofeo alzato, se si esclude la 2. Bundesliga vinta nel 2008. L’assenza del Bayern, eliminato dall’Holstein Kiel, apre scenari totalmente nuovi e soprattutto un’enorme occasione da sfruttare. E non può certo essere il passaggio di Marco Rose al Dortmund a penalizzare un Gladbach che su gara secca ha già dimostrato di potersela giocare anche con squadre più attrezzate.

 

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Alassane Pléa: alla ricerca della consacrazione in Champions

Alassane Pléa

Un attaccante francese con la 14 sulle spalle che ha segnato una tripletta in Champions League. No signori, non c’è bisogno di scomodare Titì Henry. Non serve nemmeno tornare indietro nel tempo di molto, non stiamo parlando di “nostalgia”. Parliamo di Alassane Pléa.

Non si tratta più di un giovane, infatti Pléa compirà 28 anni il prossimo 10 marzo, eppure la sensazione che si ha, vedendolo giocare, è che Alassane abbia ancora dei margini di crescita. Gran parte del merito di questa maturazione dell’attaccante franco-maliano va sicuramente attribuito a Marco Rose, che ha fatto di Pléa un ingranaggio fondamentale del suo “giocattolino”. Nel 4-2-3-1 con cui solitamente si presenta il Borussia Mönchengladbach, Pléa ricopre spesso il ruolo di punta centrale, ma è l’interpretazione di questo ruolo che fa sì che l’ormai ventottenne sia presente sui taccuini di diverse big europee. Il franco-maliano è un attaccante dinamico, dotato di una buona protezione-palla, al quale piace ricevere la palla addosso e poi sfruttare la sua ottima esplosività.

Anche quando gioca da punta centrale (talvolta gioca anche da esterno) non è raro, infatti, vederlo allargarsi sulla fascia in modo da facilitare il passaggio del compagno. Un’altra azione tipica di Pléa è quella di abbassarsi sulla linea della trequarti, per favorire l’inserimento degli esterni o del trquartista o, essendo dotato di un ottimo tiro dalla distanza, tentare la conclusione da fuori. Questa sua dinamicità riduce talvolta il suo numero di occasioni-goal a partita, a beneficiarne è tuttavia tutto il reparto offensivo della squadra. Si noti, ad esempio, che capitan Stindl ha già messo a segno 10 goal in Bundesliga, quota che non raggiungeva dalla stagione 2016/2017. Non fraintendete, non è che Pléa sia un attaccante dalla poca confidenza con il goal. Anzi: colpi come questo dimostrano l’opposto.

La stagione 2017/2018 è stata, dal punto di vista realizzativo, la sua miglior stagione sin qui: ben 16 goal con la maglia del Nizza di Lucien Favre, di cui uno solo su calcio di rigore. Ciò convinse i Fohlen a puntare sul franco-maliano nella stagione successiva, facendone il proprio acquisto record per oltre 20 milioni di euro. L’impatto di Pléa in Bundesliga va oltre le più rosee aspettative, si pensava che al francese potesse servire un periodo di adattamento al nuovo campionato, cosa che sarebbe naturale. Al contrario, Pléa dimostra di trovarsi subito a meraviglia in Bundesliga, presentandosi all’appuntamento con il goal per ben 7 partite consecutive. Concluderà, poi, quella stagione con 15 reti messe a segno tra Bundesliga e DFB-Pokal.

Ed è esattamente questa la dimensione momentanea di Pléa: un attaccante che garantisce almeno 10 reti a stagione, ma con un picco di non più di 15/16 goal. Con Rose, però, il francese ha aumentato la varietà di goal presente nella sua personale antologia: ora sa capitalizzare palle vaganti in aerea di rigore, inoltre segna più goal di testa. Ciò è dovuto al fatto che ha incrementato il minutaggio dentro l’area di rigore, particolare non da poco per un attaccante alla ricerca del salto di qualità. Ciononostante, il francese predilige ancora ricevere palla sui piedi, puntare l’uomo ed usare la sua progressione per saltarlo, cosa che spesso gli riesce.

La Champions è per lui una vetrina importantissima dove mettere in mostra le  proprie qualità. In Europa si è visto un Pléa molto più efficace, concentrato e concreto della versione di se stesso in Bundesliga. Non a caso, lo score parla chiaro: 5 reti in 6 partite di Champions nella fase a gironi, appena 3 reti nelle 18 partite di Bundes sin qui disputate.

“Alassane Pléa è un fattore incredibilmente importante per noi quando è al 100%. Sfortunatamente nelle ultime partite non lo è stato. Ma ha già dimostrato cosa è capace di fare in Europa”.

Una possibile chiave di lettura l’abbiamo già accennata: il numero proficuo di goal messi a segno da Stindl può essere considerato una sorta di anomalia, spiegabile appunto con il fatto che il capitano dei Fohlen è stato il principale beneficiario dei movimenti di  Pléa. Va però anche detto che il francese, in Bundesliga,  alterna partite di alto livello a partite da assente ingiustificato, in cui mostra anche un certa indolenza che non ci si aspetterebbe da uno capace di prestazioni come quella offerta a Kiev, contro lo Shakhtar, in Champions League.

Ed è forse questo l’ultimo step che si richiede al francese per diventare definitivamente “grande”: nelle big europee non gli verrebbero concesse le stesse chance che (giustamente) gli vengono concesse con il Borussia Mönchengladbach. Fatto questo importante passo, la maturazione di Pléa sarebbe realtà. A quel punto non ci sarebbe da stupirsi di vederlo ancora protagonista in Champions League, con la stessa 14 sulle spalle, magari con qualche colore più “pesante”… e perché no, anche con la maglia bleu. Con la quale ha esordito, ma che spera di rivestire. Magari proprio all’Europeo.

I segreti di Max Eberl, l’architetto del Borussia Mönchengladbach

Max Eberl

La presenza del Borussia Mönchengladbach nell’urna di Nyon del 14 dicembre scorso, per gli accoppiamenti degli ottavi di finale di Champions League, fotografa il momento più alto della storia recente dei Fohlen. Qualificazione che rappresenta un punto di arrivo, ma anche di partenza, per una società che ha cambiato registro con l’arrivo, fortissimamente voluto, dell’ex trainer del Red Bull Salisburgo Marco Rose, nel luglio del 2019. Dopo anni di risultati alterni, finalmente la persona giusta al momento giusto. In seguito al brillante 4° posto dell’anno passato, il Borussia in questa stagione si sta, semplicemente, superando. Così parla di lui, Max Eberl in una intervista ad Archie-Rhind Tutt di ESPN.

È il perfetto allenatore per questo club, per la crescita dei giovani e per la sua voglia di vincere in ogni partita ufficiale o anche solo in allenamento”.

Eppure, secondo molti, è  lo stesso Max Eberl il vero segreto del Borussia. L’uomo giusto per il club. Discreto difensore con 205 presenze spalmate tra Bundesliga e Zweite Bundesliga (di cui ben 137 con il Gladbach tra il 1999 e il 2005), è diventato una vera e propria istituzione a Mönchengladbach nel ruolo di Direttore Sportivo, ricoperto ininterrottamente dal 2008.

Fresco dell’attuale rinnovo fino al 2026, Max Eberl è considerato uno dei migliori DS dell’intera Bundesliga (e non solo), per via della sua abilità gestionale nell’acquistare calciatori talentuosi e rivenderli a cifre ben maggiori, generando plusvalenze record per le casse del club: Marco Reus, Marc Andrè ter-Stegen, Dante e Granit Xhaka sono solo alcuni esempi delle sue operazioni più riuscite.

In 12 anni di lavoro dalle parti del Borussia Park, Eberl ha riportato i Fohlen nelle zone nobili della Bundes dopo un inizio millennio da incubo, con tanto di retrocessione in Zweite nel 2007/08. Nonostante le sirene di molti club nel corso degli anni (vedasi ad esempio l’offerta del Bayern rispedita al mittente nel 2017), ha deciso di giurare fedeltà al Gladbach perché, come da lui confessato, “il Borussia è il mio posto, il mio club”.

Troppo grande l’ambizione verso un progetto che vede, nelle sue intenzioni, la partecipazione stabile alla Champions League e qualche trofeo da aggiungere alla bacheca. L’obiettivo è riportare “sulla mappa” il Borussia, che nella sua storia ha vissuto fasti esaltanti soprattutto negli anni ‘70 (con tanto di 5 Meisterschale e 2 coppe UEFA nel decennio) ma che manca di una vittoria di prestigio dalla DFB Pokal del 1994/1995. Non sempre riesce. Quando ha fallito, Eberl si è preso sempre tutte le responsabilità, in maniera molto onesta.

Parlando di mercato e di giovani, Max Eberl traccia un identikit delle caratteristiche da ricercare in un giocatore “di talento”, capace di calcare i palcoscenici del campionato tedesco e non solo. Negli ultimi anni, infatti, dopo la débacle del campionato europeo del 2000 (eliminazione nel girone iniziale con 1 solo punto contro Romania, Inghilterra e Portogallo), la Germania ha deciso di sperimentare il progetto denominato “Extended Talent Promotion Program” nelle Academy delle squadre di club. L’apice è stata la vittoria del Mondiale del 2014 in Brasile, con l’iconica vittoria 1-7 contro il Brasile padrone di casa, in semifinale, entrata di diritto nella storia della selezione teutonica. La svolta chiave, come confermato dal DS del Gladbach, è stata quella di lavorare non solo sulle caratteristiche tecnico-tattiche del calciatore, ma, soprattutto, su quelle mentali.

Ogni club pensava solo al lato calcistico, perdendo di vista carattere, mentalità e determinazione di un calciatore”.

Così il vero segreto è stato mettere sullo stesso piano velocità, tecnica, prestanza fisica con caratteristiche psico-caratteriali dei calciatori, coniando il termine di “giocatori creativi”. Il risultato è evidente: l’infornata di una generazione di giovani talenti del calibro di Marco Reus, Toni Kroos, Thomas Muller fino agli ultimi Timo Werner o Kai Havertz (a citarne solo alcuni) ha reso la Germania, in Europa e nel Mondo, una delle maggiori superpotenze dell’ultimo decennio.

Lo stesso Eberl ha voluto trasferire al Borussia questo modo di lavorare, che ora sta raccogliendo i frutti di anni di lavoro.  Analizzando la rosa non possiamo non ammirare un esempio di programmazione, stagione dopo stagione, estremamente acuta e illuminata. Max Eberl, l’”architetto” di questo gioiellino, è stato capace nelle ultime finestre di mercato di massimizzare al massimo le vendite – vedasi le partenze di Thorgan Hazard o Mickaël Cuisance rispettivamente al Dortmund e al Bayern dell’anno passato – per guadagnare capitale fresco da investire per i giocatori funzionali al progetto.

Non è un caso che nella formazione scesa in campo a Madrid nell’ultimo turno di Champions, ben sei giocatori siano stati acquistati nell’ultimo triennio (Florian Neuhaus, Alassane Pléa, Breel Embolo, Marcus Thuram, Matthias Ginter e Stefan Lainer). Questi nuovi giovani calciatori (età media 25 anni) uniti ai cardini dello spogliatoio come Yann Sommer, Christoph Kramer e Oscar Wendt hanno portato la freschezza giusta e la qualità mancante per raggiungere i risultati attuali.

Andando ancora più a fondo nelle strategie di mercato dei Fohlen, possiamo, una volta per tutte, constatare la bontà del lavoro di Eberl. Riuscire a costruire una rosa di questa qualità praticamente a costo zero, autofinanziando gli acquisti con cessioni intelligenti, è un’altra “medaglia al valore” al lavoro del DS.

A sorpresa (ma nemmeno troppa), lo scarto tra costi e ricavi dei movimenti di mercato dell’ultimo triennio in casa Borussia è, infatti, prossimo allo zero. Numeri e risultati che stridono con la tendenza del calciomercato attuale, dove si fa quasi a gara ad acquistare un giocatore al prezzo maggiore.

L’esempio della meticolosità del lavoro sul mercato del Borussia ha un nome e un cognome: Marcus Thuram. Eberl spiega come già verso la fine del 2018, il nome del giovane attaccante francese fosse finito sul taccuino dei suoi scout. Dal preciso istante in cui la società si è trovata nella condizione di sostituire un giocatore del calibro di Thorgan Hazard, è partito un lunghissimo casting che ha visto “vincitore” proprio il figlio di Lilian, campione del mondo nel 1998.

Nella sua intervista Eberl rivela come l’acquisto di Thuram, come anche quello dei suoi predecessori, non sia frutto di improvvisazione, bensì di lunghe e accurate riflessioni. Non si parla solo della posizione in campo consona agli schemi di Rose o delle statistiche con la maglia della sua ex squadra (Guingamp) ma anche, e soprattutto, di incontri individuali con ragazzo e famiglia e di accurate osservazioni dal vivo (non solo in televisione come vuole sottolineare fermamente lo stesso DS).

Solo dopo quasi un anno di valutazioni Eberl e il suo team arrivano a dire: “Ok, questa è la persona, questo è il ragazzo, questo è il giocatore che vogliamo acquistare”.

La continua esclation del Borussia, quindi, non si basa esclusivamente sul brillante impegno sul campo dei ragazzi di Rose ma soprattutto sul lavoro dietro le quinte della dirigenza, capitanata dal direttore Max Eberl. Il tutto senza spese folli ma con abbondante competenza e attenzione ai particolari.

Il segreto del successo del DS tedesco, in fondo, si basa proprio sull’unione di intenti totale con il club e con tutti i suoi componenti. Visti i risultati e il sodalizio che dura da più di 20 anni, non si può non affermare che Eberl e il Borussia siano fatti l’uno per l’altro. Al Gladbach gli allenatori, i giocatori e i dirigenti vanno e vengono ma l’unica costante è sempre e solo il DS tedesco.

Per me è veramente importante avere feeling. Dov’è il posto dove vuoi essere? Dov’è il posto dove realmente servi? Per me, chiaramente, quel posto era il Borussia Mönchengladbach”.

Da zero a dieci (più uno): il 2020 del calcio tedesco

calcio tedesco 2020

Zero, come i dubbi su Marco Rose e su Julian Nagelsmann, che hanno compiuto due piccoli capolavori nel loro primo anno sulle panchine rispettivamente di Borussia Mönchengladbach e Lipsia. Il primo è una rivelazione, il secondo una conferma. Entrambi rappresentano il futuro del calcio tedesco e sono i due allenatori emergenti del 2020 – ormai affermati – che si sono messi maggiormente in luce quest’anno.

Uno, come le vittorie dello Schalke 04 in Bundesliga nel 2020. La squadra peggiore del 2020, senza nemmeno grandi dubbi. 17 gennaio, 2-0 al Gladbach. Da lì, una folle serie di 29 partite senza mai un successo, a -2 dallo storico record settato dal Tasmania nella stagione 1965/66. Un disastro relativamente atteso, come vi abbiamo raccontato nelle scorse settimane, da cui uscire nel 2021 sarà complicatissimo.

Due, come i fallimenti consecutivi dell’Amburgo in Zweite Liga. Dopo la retrocessione del 2018, l’HSV ha mancato sia nel 2019 che nel 2020 non solo la promozione, ma anche la possibilità di arrivare almeno al Relegationsspiel. Quest’anno in particolare se l’è divorata all’ultima giornata, umiliato dal Sandhausen in casa.

Tre, come i minuti impiegati da Erling Haaland per segnare all’esordio in Bundesliga contro l’Augsburg. E anche come i goal segnati. I primi di 33 complessivi (in 32 partite) con il Borussia Dortmund tra campionato e Champions. Un giocatore speciale.

Quattro, come i rigori parati da Daniel Batz, portiere del Saarbrücken, nella lotteria del quarto di finale di DFB-Pokal contro il Fortuna Düsseldorf. Lo storico club del Saarland è arrivato fino alle semifinali di coppa, dove è stato sconfitto dal Leverkusen. Il suo percorso rimarrà però memorabile.

Cinque, come i trofei alzati dal Bayern Monaco nell’anno più vincente nella storia del club. Anche più del 2013, paradossalmente, visto che in quell’anno era arrivata la sconfitta contro il Dortmund in Supercoppa. Dovesse vincere il Mondiale per Club di febbraio, farebbe l’en plein. Non ci è riuscito neanche Jupp. Ah, in realtà ci sarebbe anche il sesto: la 3.Liga vinta dalla seconda squadra. Ma non la contiamo. O facciamo finta…

Sei, come i goal segnati dal Werder Brema al Colonia nell’ultima giornata della Bundesliga. Mentre l’Union passeggiava contro il Fortuna Düsseldorf, al Weserstadion i grünweiß asfaltavano il Colonia già salvo per raggiungere il terzultimo posto. Poi, salvezza al playout contro l’Heidenheim ottenuta per il rotto della cuffia. Un modo rocambolesco, ma efficace, per evitare l’onta della retrocessione.

Sette, come i minuti di recupero impiegati dal Norimberga per evitare l’onta della doppia retrocessione. Prima del goal di Schleusener, quello che grazie alla regola dei goal in trasferta ha portato der Club alla salvezza allo spareggio contro l’Ingolstadt. Che aveva già perso la promozione diretta all’ultima giornata della 3.Liga. Non l’anno migliore per gli Schanzer.

Otto, come le promozioni dell’Arminia Bielefeld, assoluto dominatore dello scorso campionato di Zweite e ‘squadra ascensore’ per definizione insieme al Norimberga. Il ritorno in Bundesliga è arrivato al termine di una stagione dominata in lungo e in largo. Con pieno merito.

Nove, come il numero sulla schiena di Robert Lewandowski. Avrebbe meritato di vincere il Pallone d’Oro, ma qualche capriccio francese – dove il campionato è stato sospeso a inizio marzo – glielo ha impedito. Anche il bizzarro regolamento della Scarpa d’Oro lo ha penalizzato. Si è consolato con la Bundesliga, la DFB-Pokal, la Champions League, la Supercoppa di Germania, la Supercoppa UEFA. Tre titoli di capocannoniere. Il premio di calciatore dell’anno UEFA, il FIFA The Best, il Globe Soccer Award.

Dieci, come il voto che ci sentiamo di dare a Christian Seifert e a tutta la DFL. Lo abbiamo detto tante volte: se si gioca a calcio in Europa e nel mondo, il merito è soprattutto del protocollo redatto dalla task force del dottor Meyer, al quale tutti si sono ispirati. Ancora una volta, la Bundesliga fa da apripista.

Dieci più uno, come la posizione di classifica dell’Union Berlino nel suo primissimo anno in Bundesliga. Una promozione attesa per anni, sognata e sofferta, guadagnata solo al playout. Valorizzata dalla convincente salvezza del primo anno, che può aprire un nuovo capitolo di storia. A giudicare dagli ultimi tre mesi, la strada è quella giusta.

Arrivederci al 2021!

La nuova dimensione di Florian Neuhaus

Florian Neuhaus

Ci siamo tutti innamorati di lui da interno sinistro, quasi trequartista, in un ruolo in cui poteva esprimere talento, fantasia ed eleganza, tre delle doti che lo contraddistinguono. Invece Florian Neuhaus nel giro di qualche mese ha trovato una nuova dimensione nel Borussia Mönchengladbach: quella di regista davanti alla difesa, di uomo d’impostazione, deputato alla costruzione del gioco. Una dimensione nella quale ora è arrivato ad esprimersi quasi al meglio, per diventare quel centrocampista completo immaginato da Marco Rose e pronto, tra le altre cose, per la nazionale tedesca.

Florian Neuhaus è arrivato in Bundesliga dopo una straordinaria stagione di Zweite in prestito al Fortuna Düsseldorf, a cui il Gladbach lo aveva prestato subito dopo averlo acquistato dal Monaco 1860. Obiettivo farlo maturare e trovarlo più pronto. Centrato, in pieno. 8 assist nelle prime 14 giornate della scorsa stagione, giocando da interno sinistro del centrocampo a tre di Dieter Hecking. Con licenza di andare sostanzialmente dove preferisse, per scambiare con Pléa, Stindl e Hazard, con le spalle protette dalla diga Strobl e stando sempre fronte alla porta. Almeno fino a quando gli avversari hanno capito il giochetto e hanno smesso di concedergli tutto lo spazio da attaccare anche palla al piede.

Anche all’inizio della stagione 2019/20 Rose ha riscontrato spesso lo stesso problema, tanto che dopo le prime 6 di Bundesliga tutte da titolare nelle successive 12 ne ha giocate la metà. Poi l’epifania, sotto forma di goal: una delizia da 40 metri contro il Mainz. Da lì non ha mai saltato nemmeno un minuto. Fiducia, sì, ma anche nuovi compiti che Rose gli ha assegnato. Neuhaus aveva bisogno di tornare a giocare fronte alla porta, così l’allenatore ha deciso di arretrarlo, renderlo più regista, di rimetterlo nel vivo del gioco. Gli ha dato in mano le chiavi del Gladbach affiancandolo a Zakaria (o a Kramer, in caso di assenza dello svizzero) a centrocampo.

Dopo l’infortunio di quest’ultimo, ha tenuto in mano la squadra, riuscendo anche ad adattarsi al compagno di reparto che Rose gli ha dovuto affiancare per scelta tecnica o per necessità. Sia con Strobl che con Hofmann, che ha caratteristiche molto più offensive, Neuhaus è riuscito a esprimere al meglio il proprio gioco. Anche perché i tempi e le letture delle situazioni le ha sempre avute nel DNA. Per questo nella turbina di moduli che è stata il Gladbach nelle ultime 15 partite della scorsa stagione, Neuhaus è sempre riuscito a distinguersi: sia con la difesa a tre che a quattro, sia con la mediana a due che a tre, le sue prestazioni non sono cambiate.

“Conosciamo le sue doti tecniche e il suo potenziale, capisce il gioco. Sta lavorando sulla fisicità”.

Marco Rose su Florian Neuhaus

La tecnica e la visione di gioco, come dicevamo, le ha sempre avute. La nuova dimensione in cui sta entrando esaltano queste caratteristiche: sa smarcarsi per ricevere palla e la gioca velocemente, anche se spesso ha bisogno di toccare tanto il pallone per trovare confidenza. Nelle prime 6 partite dello scorso post lockdown ha completato di media 50 passaggi a partita toccando oltre 70 palloni, mentre nelle prime 6 era poco sopra i 40 passaggi e poco sopra i 50 palloni toccati. In fase di miglioramento anche il dato dei palloni persi, 1.4 ogni 90 minuti.

Neuhaus
Florian Neuhaus, classe 1997, dal 2018 al Gladbach. Fonte: Getty

Il classe 1997 sarà chiamato a ulteriori miglioramenti, soprattutto quando si tratta di fase di non possesso: spesso va morbido a contrasto e in altre circostanze tende a piacersi un po’ troppo palla al piede. Certo quando tenta le giocate spesso gli riescono, come le aperture a 50 metri sugli esterni. O i goal difficili. Dovrebbe migliorare su quelli facili, dato che spesso davanti al portiere pecca della freddezza necessaria per concretizzare. In verità ha sempre preferito il passaggio: in quei casi raramente sbaglia o perde la lucidità. Si veda l’assist di San Siro per il momentaneo 1-2 di Hofmann contro l’Inter. Ed probabilmente è la ragione per cui Rose ha deciso di arretrarlo di qualche metro. Meno statistiche, più efficacia.

La scelta del tecnico sta tornando molto utile anche in chiave Nazionale. Quello di oggi non è più il Florian Neuhaus che conoscevamo un anno fa, ma un giocatore più completo che prima è sul taccuino di Löw e poi nel suo centrocampo: due partite, contro Turchia e Repubblica Ceca, entrambe da titolare, con un goal e con un incrocio dei pali. In generale, con due prestazioni maiuscole.

Su di lui ci sono anche gli occhi dei top club. Si diceva che Kovac lo volesse al Bayern l’estate scorsa e che la società non lo avrebbe accontentato. Papà, grande tifoso del Bayern, dovrà aspettare. Florian lo ha già detto: tempo al tempo, il suo pensiero è al presente. Un salto in un top club già ora, per la verità, potrebbe essere prematuro: un altro anno al Borussia-Park potrebbe solo che giovare. In ogni caso è già chiaro a tutti che si tratti solo di una questione di tempo. Perché uno come Florian Neuhaus è destinato al top.