La scommessa di Lewandowski e Klopp ai primi tempi nel Dortmund

Lewandowski klopp

Se Robert Lewandowski oggi è il miglior calciatore del mondo, una macchina da guerra e da goal su un campo di calcio che segna a raffica e vince trofei a nastro, lo deve anche a Jürgen Klopp, il suo primo allenatore quando è arrivato in Germania, al Borussia Dortmund.

In un articolo pubblicato sul Players’ Tribune il fuoriclasse polacco ha definito l’attuale tecnico del Liverpool quasi come una figura paterna, un ‘cattivo insegnante’ che però rimane impresso nella mente di tutti. Quello che dai suoi studenti pretende il voto più alto.

Klopp è stato il primo a credere in Lewandowski sin dai suoi primissimi giorni al Borussia Dortmund, quando, come raccontato dal polacco sul TPTi due hanno fatto una scommessa.

“Una volta ho fatto una scommessa con Jürgen Klopp. Era il 2010, ero al Dortmund da pochi mesi. Era tutto molto difficile. Voleva sfidarmi. Mi ha detto che se avessi segnato 10 goal in allenamento, mi avrebbe dato 50 euro. Se non l’avessi fatto, glieli avrei dati io. Le prime settimane dovevo pagare sempre. E lui se la rideva. Ma dopo pochi mesi i ruoli si sono ribaltati. Ed ero io che raccoglievo i soldi. Così una volta ha detto ‘ok, stop, basta. Ora sei pronto’”.

Poi in realtà le cose non sono andate bene da subito, anche perché Klopp schierava Lewandowski in un ruolo un po’ diverso dalle proprie abitudini.

“In realtà non lo ero ancora, perché le partite sono diverse dagli allenamenti. Giocavo dietro la punta. Preferivo fare il ‘nove’, ma in quei mesi ho imparato tanto su come giocare in profondità e come si muovevano i giocatori dietro il riferimento centrale. Anche all’inizio della seconda stagione ho fatto fatica. Dopo una brutta sconfitta a Marsiglia, ho detto a Klopp che dovevamo parlare, gli ho chiesto cosa si aspettava da me. Non ricordo cosa mi avesse detto, non capivo il tedesco al top, ma in quelle poche parole e attraverso il suo body language ci siamo capiti. Tre giorni dopo ho fatto tripletta con l’Augsburg. Per me è stata la svolta”.

E il resto, possiamo davvero dirlo, è storia.

Cos’è andato storto tra Ciro Immobile e il Borussia Dortmund

Ciro immobile borussia dortmund

Ciro Immobile continua ad essere al centro di una delle discussioni più agguerrite del calcio italiano: come una sorta di strano doppelganger á la Mr Hyde, l’attaccante campano sembra diventare una persona diversa a seconda della maglia che indossa. Travolgente al Pescara ed al Torino, in difficoltà con le maglie di Borussia Dortmund e Siviglia, impacciato in nazionale, poi di nuovo devastante negli ultimi 5 anni, alla Lazio.

I biancocelesti sono stati sorteggiati nel gruppo F della prossima Champions League, assieme a Zenit, Club Brugge e proprio al Dortmund. All’esordio, dunque, Immobile si troverà di fronte al suo passato, sotto forma di quella divisa giallonera con cui ha vissuto una stagione altalenante e turbolenta, fatta di incomprensioni, polemiche e pochi gol.

Riavvolgiamo il nastro: nel 2014, Immobile – con un contratto diviso tra Torino e Juventus tramite la cara vecchia formula della comproprietà – saluta la Serie A da capocannoniere e si accasa nella Ruhr. Jurgen Klopp, che sulla panchina del Borussia ha conquistato due Meisterschale e due secondi posti nelle quattro stagioni precedenti, ha scelto il nativo di Torre Annunziata per sostituire Robert Lewandowski, drammaticamente passato ai rivali del Bayern Monaco.

Immobile arriva in Germania subito dopo la deludente spedizione al mondiale in Brasile. Nella conferenza stampa di presentazione, rigorosamente in italiano, non si sbilancia, assicurando impegno e dedizione alla causa con le solite dichiarazioni di rito. L’unica battuta è dedicata a Klopp: “Il mister ha detto che ha visto 70 mie partite. Gli ho risposto che ne ha viste più di mio padre…”

In Italia già si parla di un talento lasciato sfuggire, del futuro centravanti della nazionale costretto a portare i suoi gol lontano dalla Serie A. Sin da subito si delinea il problema della lingua, che non sembra però insormontabile: Ciro e la sua famiglia non parlano una parola di tedesco, ma il club gli mette a disposizione un insegnante personale e nello spogliatoio, oltre ad un interprete, il talento azzurro può contare su due vecchie conoscenze del Milan come Sokratis ed Aubameyang, che all’occorrenza fungono da traduttori. Lo stesso difensore greco, però, durante una conferenza, sottolinea ad un giornalista italiano la delicatezza della questione: “Ciro è un bravo ragazzo, lo stiamo aiutando, ma deve imparare il tedesco. Qui la lingua è molto importante”.

Anche Jurgen Klopp cerca di coccolare il suo nuovo gioiello. Dopo averlo lanciato titolare nella prima gara stagionale, la Supercoppa strappata al Bayern, lo lascia in panchina per due partite, facendogli però scudo davanti ai microfoni.

“Non sono preoccupato. Questo inizio non facile non è colpa di Ciro. Si sta allenando duramente, ma abbiamo avuto solo 10 giorni di allenamento a pieno organico dopo la Coppa del Mondo. Sarebbe difficile per tutti, per un attaccante ancora di più: deve imparare come centrocampisti e terzini gli fanno arrivare la palla. Non ci saranno problemi, l’ho scelto tra una lunga lista di opzioni e sono sicuro di aver fatto la scelta giusta”.

Queste parole sono citate in un articolo di Bleacher Report che si intitola I tifosi del Dortmund dovrebbero essere pazienti con Immobile, e che si chiude sottolineando come, una volta imparati i dettami tattici e migliorata la chimica di squadra, l’attaccante ex-Torino possa diventare “inarrestabile”.

Nel frattempo, anche fuori dal campo la situazione si appanna. Ad Unna, città di quasi 70.000 abitanti, i vicini di casa avvertono gli Immobile: stavano provando un tagliaerba in garage, ma nell’ora del silenzio. Errori che possono costare interventi della Polizia.

Le nuvole sembrano allontanarsi quando Immobile decide, con uno splendido gol dopo essersi portato dietro tutta la difesa avversaria, l’esordio in Champions League contro l’Arsenal (2-0). Poco dopo, si ripete in Bundesliga firmando il tempestivo pareggio (2-2) nei minuti finali della sfida contro lo Stoccarda. Un raggio di sole, però, non scaccia l’imminente temporale: il Dortmund, agli sgoccioli del ciclo firmato Klopp e falcidiato dagli infortuni, fatica tremendamente ritrovandosi a ridosso della zona retrocessione. L’unica sorpresa piacevole dell’inizio di stagione è Pierre-Emerick Aubameyang, che gradualmente sfila il posto da titolare all’italiano come punta di diamante del 4-2-3-1 di Klopp.

Nel frattempo, in Germania si inizia a vociferare di un Immobile sempre più isolato: l’interprete lo segue ancora come un’ombra, e il tedesco manca completamente nella comunicazione dell’ex-Pescara, sia coi compagni che con la stampa. In una sorta di operazione di contrattacco, prova addirittura ad insegnare il napoletano a Großkreutz (uno che qualche storia da raccontare al pranzo di Natale ce l’avrebbe): a dicembre compare sui social un video di 10 secondi in cui l’esterno tedesco si esprime in una sequela di espressioni in dialetto non ripetibili. Qualche mese dopo, in una lunga intervista a Sportweek, Immobile spiegherà il retroscena di quel video: “è stato lui a chiedermi di insegnargli queste cose. Dortmund e Napoli sono gemellate, e voleva poter rispondere a tono a chi insultava Napoli davanti a lui”.

Sulle stesse pagine, Ciro lancia anche le prime frecciate a compagni e stampa: da “in otto mesi nessuno mi ha invitato mai a cena” a “la Bild mi massacra, ma probabilmente perché è un giornale di Monaco”. Nel rigido inverno del nord, risponde anche alle critiche sul suo adattamento alla lingua: “il tedesco è difficile, non è vero che non mi sto impegnando per studiarlo”.

Nel frattempo, le presenze sono sempre più sporadiche, e così i gol: nonostante un’ottima partita contro il Wolfsburg, a dicembre, e i 4 centri nelle 5 presenze in Champions, l’azzurro non riesce a trovare continuità. Delude nella gara di andata di ottavi di finale, contro la Juventus che lo ha lasciato andare, ed assiste alla cocente eliminazione dei suoi dalla panchina nella gara di ritorno. Gli unici gol arrivano negli ottavi di DFB-Pokal, contro la Dynamo Dresda, mentre il suo “rivale” per il posto di prima punta va a gonfie vele: Aubameyang chiuderà la stagione a quota 25 reti. Nel finale di stagione il BVB riesce ad uscire dal pantano della bassa classifica, agguantando addirittura il settimo posto, ma Immobile è oramai ai margini della rosa, sia in termini di scelte tecniche che di feeling con i compagni.

Anche le questioni con il vicinato non cessano: il comune di Unna si lamenta ufficialmente con la società. Ciro sfreccia per le stradine della campagna tedesca a velocità sostenuta, facendo rombare il motore della sua auto nel bel mezzo del centro abitato. La cosa, ovviamente, non è gradita.

Con l’addio di Klopp, che per tutto l’anno ha provato a fare da parafulmine e sostegno al suo attaccante, la situazione precipita: Thomas Tuchel, appena arrivato, toglie di mezzo l’interprete e costringe Immobile a parlare e soprattutto ascoltare le indicazioni prettamente in tedesco. Si tratta della rottura definitiva. L’attaccante partenopeo chiede la cessione, e le difficoltà linguistiche gli impediscono anche di avere un colloquio faccia a faccia col suo allenatore. Si trasferisce al Siviglia in prestito con diritto di riscatto a 11 milioni, e dopo soli sei mesi trova posto alla Lazio.

Dalla Spagna, però, Immobile non smette di togliersi sassolini dalla scarpa, sin dalla conferenza di presentazione.

“[al Dortmund] Non potevo parlare con nessuno, quando l’allenatore spiegava aspetti tattici diventava complicato, non capivo nulla. Il tedesco è complesso, ed anche culturalmente siamo agli opposti”.

La risposta arriva dura e diretta, prima dal DS Zorc (“le parole di Immobile sono vomitevoli, Un giocatore che offre prestazioni come le sue non dovrebbe criticare club, allenatore e compagni”) e poi dalla Bild, che lo definisce maleducato e svogliato, nonché uno dei peggiori acquisti della storia del BVB.

Stasera dunque, Ciro Immobile proverà la sensazione agrodolce di ritrovarsi di fronte la squadra che lo ha fatto debuttare sul palcoscenico internazionale e poi scaricato senza troppi complimenti. Anche se, a sentire le parole dello stesso Zorc di qualche giorno fa (“non vediamo l’ora di rincontrarlo con la maglia della Lazio”) il tempo e le valanghe di gol segnati potrebbero aver aiutato a seppellire l’ascia di guerra.

Di padre in figlio, da Diego a Mateo: un altro Klimowicz in Bundesliga

Klimowicz

Il gol del 3-1 nella larga vittoria dello Stoccarda contro il Mainz nella seconda giornata di Bundesliga 2020/21 porta una firma nobile. Il centrocampista offensivo argentino Mateo Klimowicz, classe 2000, ci ha impiegato sei minuti dalla sua entrata in campo al posto di Gonzalo Castro per realizzare la sua prima rete in Bundesliga, alla seconda presenza, dopo l’esordio da titolare con il Friburgo. Una marcatura che scrive un nuovo capitolo della storia della sua famiglia in Bundesliga. Da Diego a Mateo.

Mateo, il figlio del “Granadero” – Il papà di Mateo è infatti Diego Klimowicz, vecchia conoscenza del calcio tedesco. Classe 1974, cresciuto nell’Instituto di Cordóba, lo stesso club dove è sbocciato il talento di Mario Kempes e di Paulo Dybala, “Il granatiere”, come era stato soprannominato in Argentina per la sua statura (1,91 per quasi 90 chili) era approdato in Bundesliga nella sessione invernale della stagione 2001-2002. A mettere sotto il contratto l’allora 27enne centravanti di origine ucraina e polacca, ma con passaporto spagnolo, era stato il Wolfsburg di Wolfgang Wolf, all’epoca formazione che veleggiava a metà classifica della Bundesliga, e che poteva contare su una rosa discreta, con nessuna stella e tanti buoni giocatori come il portiere Claus Reitmaier, la punta Tomislav Marić, il difensore ghanese Hans Sarpei.

Da scommessa a idolo dei tifosi – Al momento del suo arrivo in Bassa Sassonia Klimowicz lo conoscono in pochi, nonostante i gol al Lanús e le discrete prestazioni in Spagna con il Rayo Vallecano. Il club dei “Lupi” invece trova in poco tempo un attaccante affidabile, ambidestro, bravo di testa ed estremamente coraggioso. Doti che valgono a Klimowicz l’affetto dei tifosi e al Wolfsburg tanti gol. In sei anni nella città del Volkswagen timbrerà per 57 volte in campionato e 14 in Coppa di Germania. La prima marcatura nella massima serie, quasi per un segno del destino, la segnerà allo Stoccarda, il club dove gioca ora suo figlio. La sua migliore annata è la 2003-2004, quando realizza 15 reti, tra cui una doppietta nel 5-1 contro l’Amburgo. Fino al 2010 i suoi quasi 60 gol saranno il record per il club biancoverde, superati da Edin Džeko.

A Dortmund e a Bochum – Un punto fermo del Wolfsburg che nel 2007, a 33 anni, riceve la chiamata del Borussia Dortmund di Thomas Doll. Il BVB non vive uno dei suoi momenti migliori, tanto che al termine di quella stagione, finirà addirittura tredicesimo. L’argentino segna un totale di dieci reti, di cui sei in Bundesliga e quattro in Coppa di Germania, dove i gialloneri perdono ai supplementari la finale contro il Bayern Monaco. Nella stagione successiva a Klimowicz andrà pure peggio. Al Borussia arriva Jürgen Klopp e per il sudamericano c’è poco spazio. Solo dieci apparizioni nel girone d’andata prima di essere ceduto al Bochum nel mercato invernale. Sull’attuale allenatore del Liverpool “El Granadero” sarà chiaro. “È stato il mio freno – dirà in un’intervista a Spox.comdall’inizio non avevo possibilità”. E ancora alla Bild. “Avevo problemi con l’allenatore. Klopp punta solo su determinati giocatori”. Klimowicz al Bochum ci starà una stagione e mezzo, realizzando otto reti, non riuscendo ad evitare nel 2009-2010 la retrocessione del club. Un anno dopo smetterà dove ha cominciato, a Cordóba con l’Instituto.

Mateo, sulle orme del padre – Nove anni dopo quell’addio, nell’estate 2019, un altro Klimowicz mette piede in Germania. È Mateo, centrocampista offensivo e all’occorrenza trequartista, rapido e con una struttura completamente diversa da quella del padre (1,77), che approda in 2.Bundesliga, allo Stoccarda, proveniente dall’Instituto di Cordóba, in seconda divisione. Con gli Schwaben conquista, facendo qualche apparizione la promozione e viene riconfermato per la nuova stagione in Bundesliga. Dove alla seconda partita ha già segnato, facendo meglio del padre. Ora Pellegrino Matarazzo ha un’arma in più. Con il DNA del campione. Da Diego a Mateo Klimowicz.

L’Amburgo ha detto ‘no’ a Klopp perché vestiva troppo casual

Klopp Amburgo

Era il 2008, Jürgen Klopp allenava il Mainz tornato in Zweite Liga dopo la retrocessione del 2006-2007, ma al termine della stagione avrebbe cambiato società. Le due ottime stagioni in Bundesliga precedenti al ritorno in seconda serie avevano messo il nome di Kloppo sui taccuini di diverse società, ma grazie al lavoro di Goal e Spox è stato svelato che una di queste era l’Amburgo.

Nel 2008 l’Amburgo era alla ricerca di un nuovo allenatore e c’erano diversi nomi in lista: tra questi anche Martin Jol, Bruno Labbadia e Jürgen Klopp. Dietmar Beiersdorfer, direttore tecnico dei Rothosen, diede compito ai suoi osservatori di stilare un rapporto per ognuno dei quattro candidati in lista osservandoli praticamente ventiquattro ore su ventiquattro. Quello riguardante l’attuale allenatore del Liverpool però non è stato lusinghiero e soddisfacente per i canoni di Beiersdorfer.

Klopp è stato additato come ritardatario, grande fumatore, con un vestiario troppo casual – partendo dai jeans strappati che spesso indossava – e troppo permissivo con i proprio calciatori ai quali permetteva di chiamarlo Kloppo. Insomma, l’idea di allenatore nutrita da Beiersdorfer per l’Amburgo era decisamente lontana dalla natura di Klopp. Il CEO dei Rothosen, Bernd Hoffmann, però era soddisfatto di questo report e voleva che il suo direttore dell’area tecnica contattasse l’allora tecnico del Mainz per offrigli il posto da allenatore di uno dei club più prestigiosi di Germania.

Qualcosa però andò storto. Klopp venne a sapere che fu osservato dall’Amburgo e scoprì anche i dettagli del suo scouting report che, ovviamente, non gli andarono a genio e fece quindi la sua mossa sollevando la cornetta e chiamando la società.

“In caso foste ancora interessati ad avermi vi voglio dire questo: scordatevelo. Non verrò mai. Io alleno così e se non vi va bene è un vostro problema. Non chiamatemi mai più”.

L’Amburgo scelse, alla fine, di assumere Martin Jol che rimase in carica per una sola stagione.

La sliding doors si chiude così. Klopp firmò per un Borussia Dortmund in crisi finanziaria e sportiva e lo porto sul tetto di Germania e – quasi – d’Europa. Viceversa, l’Amburgo, ha iniziato la sua parabola discendente che l’ha portato alla sua prima retrocessione della storia nel 2018 a cambiare diciassette allenatori negli ultimi 10 anni (20 partendo dall’esonero di Jol nel 2009).

Favre e il Dortmund: una conferma tra dubbi e valutazioni

favre dortmund

Per tanti è stata una sorpresa, per altri una scelta inevitabile. La conferma di Lucien Favre alla guida del Borussia Dortmund ha fatto discutere e ha diviso l’opinione pubblica. Il dibattito sull’allenatore svizzero si è protratto in pratica per tutta la stagione. A riaccenderlo è stato tra gli altri Lothar Matthäus, leggenda del calcio tedesco oggi opinionista di Sky Sport Deutschland. Nel suo editoriale del 2 giugno, prima quindi dell’annuncio della conferma, l’ex Inter ha criticato Favre per non aver utilizzato dall’inizio Sancho ed Emre Can nel Klassiker del 26 maggio e si è detto convinto che avrebbe lasciato la panchina, più per scelta sua che della società.

Matthäus introduce inoltre un tema interessante, il paragone con Klopp. L’attuale allenatore del Liverpool è stato infatti l’ultimo a riuscire a competere con il Bayern, battendolo per due stagioni consecutive, 2010/2011 e 2011/2012. Il confronto con i precedenti tecnici del Dortmund dal punto di vista statistico è al contrario un dato che letto da solo avvalla la scelta della società. La media punti di Favre in Bundesliga nei suoi due anni è infatti di 2,13 a partita, mentre ad esempio la media di Tuchel è stata 2,09 e soprattutto quella di Klopp 1,91. Certo il paragone deve tenere conto del numero complessivo di partite e ovviamente quelle di Klopp sono molte di più, ma il dato è comunque positivo.

Un altro elemento a favore dello svizzero è il lavoro con i giovani. Lavorare con calciatori da crescere e lanciare è una peculiarità del Dortmund e Favre ha dato gambe con buoni risultati a questa politica. Il lavoro fatto con Sancho, Hakimi e Gio Reyna, più ancora di Haaland, è sotto gli occhi di tutti e non va sottovalutato.

Lo svizzero ha ottenuto due secondi posti dietro a una corazzata come il Bayern ed è comprensibile la presa di posizione dell’ex capitano e attuale dirigente dei gialloneri, Sebastian Kehl.

Abbiamo sempre detto che sarà difficile vincere data la supremazia economica del Bayern. Accettiamo che il Bayern sia campione anche in questa stagione, avendo anche vinto entrambe le partite contro di noi. Non ha fatto quasi errori, soprattutto nella seconda metà della stagione. Se sono così costanti, è difficile superarli”.

Il bilancio sembra quindi positivo e la conferma una scelta ovvia. Però ci sono dei “ma”. In primo luogo la tenuta difensiva. Favre ha insistito probabilmente troppo sulla difesa a quattro, tardando a passare a tre, soluzione che in effetti ha dato risultati positivi. La seconda criticità è il bilancio nelle coppe: sia in DFB Pokal che in Champions in entrambe le stagioni il BVB è stato eliminato agli ottavi di finale (Tuchel ad esempio nel suo ultimo anno vinse la Coppa di Germania), dando sempre l’impressione che mancasse qualcosa in termini di mentalità. Eccolo il terzo punto interrogativo, quello più decisivo. Tanti addetti ai lavori hanno interpretato la differenza di approccio tra Borussia Dortmund e Bayern nell’ultima partita della stagione come sintesi delle carenze del BVB. I bavaresi, già vincitori del Meisterschale, hanno battuto 4-0 in trasferta il Wolfsburg, mentre i gialloneri hanno perso con lo stesso risultato in casa contro l’Hoffenheim. Entrambe quindi giocavano contro squadre motivate, che lottavano tra di loro per l’accesso diretto all’Europa League. Il Bayern non ha lasciato nulla agli avversari, il BVB non è entrato in campo.

L’aspetto della mentalità e di conseguenza la continuità di risultati sono sembrati effettivamente il principale tallone d’Achille della gestione Favre. La società fa muro intorno allo svizzero anche su questo tema, in primis con le parole dell’Amministratore Delegato Watzke al ‘Kicker’:

Lucien ha ottenuto due secondi posti e ha ancora un contratto fino al 2021. Conosco i pregiudizi su di lui. Il prossimo anno potrà smentirli, se lo merita. Qualsiasi allenatore al mondo avrebbe perso la partita contro l’Hoffenheim perché dipendeva dalla squadra. A Lipsia l’allenatore era lo stesso. Se vinci, la mentalità è sempre quella giusta”.

La dirigenza del Dortmund punta quindi tutto su Favre, consapevole del fatto che un’altra stagione senza titoli non sarebbe un fallimento solo per il tecnico, ma anche per gli stessi vertici. Insomma, un motivo in più per seguire la Bundesliga 2020/2021.

Klopp e il Mainz: dove è nato il mito

klopp Mainz

Per riassumere l’amore tra Jürgen Klopp e il Mainz basterebbe una frase.

“Il mio successo più grande è stato la promozione con loro”.

Nella sua dichiarazione al sito della Bundesliga c’è tutto. La promozione nel massimo campionato tedesco davanti ai due Meisterschale consecutivi con il Borussia Dortmund e anche alla Champions League del 2019. Per capirne il motivo bisogna conoscere la sua storia.

La carriera da calciatore professionista dell’attuale tecnico del Liverpool si è svolta interamente a Mainz, undici anni dal 1990 al 2001. Prima di approdare ai Nullfünfer ha giocato nelle giovanili dell’Eintracht Francoforte dove, per sua stessa ammissione, ha capito di non poter ambire ad essere un calciatore di prima fascia vedendo allenarsi il coetaneo Andy Möller. Nonostante questo però la sua carriera al Mainz è stata decisamente degna di nota e caratterizzata da una duttilità fuori dal comune. Kloppo ha iniziato a giocare come attaccante sfruttando il suo fisico e la sua velocità, ma nella seconda parte della sua carriera di giocatore si è trasformato in un perfetto difensore. Metterlo sotto una ben definita categoria di ruolo risulta complicato, ma nel 2001 al momento del suo ritiro era il primo marcatore della storia del Mainz – ora è il terzo.

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Sulla destra, Klopp con la maglia del Mainz. Fonte: Getty/OneFootball

Il 2001 è anche l’anno in cui Klopp ottiene la sua prima panchina da professionista, sempre quella del Mainz da cui si è appena ritirato come giocatore. Tuttavia, la primissima esperienza è risalente ancora ai tempi in cui giocava nell’Eintracht Francoforte quando per studiare e mantenersi oltre ai classici lavoretti allenava anche una delle giovanili delle Adler. Quando i Nullfunfer si sono trovati nella scomoda posizione di dover lottare per la salvezza in Zweite Liga, Christian Heidel – direttore esecutivo del Mainz – ha deciso di fare un all-in ed affidare la panchina all’idolo dei tifosi: Jürgen Klopp.

“Serviva un leader, qualcuno in grado di dar speranza e saper parlare ad un gruppo”.

Questa la motivazione addotta dal mangement del Mainz quando ha trasformato il miglior goleador della propria storia nel suo allenatore. Ed effettivamente Klopp è stato in grado di dar importanza al calcio in una città in cui fino a quel momento ha avuto un’importanza relativa e lo ha fatto sin da subito conducendo la squadra ad una salvezza insperata.

Dopo quella salvezza conquistata grazie ai 24 punti presi sui 36 disponibili, il Mainz di Kloppo ha sfiorato la promozione in Bundesliga per due anni consecutivi e perdendola nei modi più dolorosi possibili: la prima volta per un solo punto dal Bochum, la seconda addirittura per differenza reti minore di un gol nei confronti dell’Eintracht Francoforte. Da queste due mancate promozioni nasce un discorso che entrerà nella storia del Mainz, sia come società, sia come città.

Ditemi quale città, quale club o quali tifosi al mondo sarebbe in grado di riprovarci l’anno prossimo dopo ciò che abbiamo passato in queste due stagioni. Nessuno. Non c’è nessuno come il Mainz 05. Non c’è nessuno come noi, non c’è nessuno come i nostri tifosi. Questa è la forma di unione più sincera esistente”.

Nel 2004 a seguito di questo discorso arriva finalmente la prima storica promozione in Bundesliga e due altrettanti storici undicesimi posti nelle due stagioni successive.

Da quando si è seduto sulla panchina del Mainz, Klopp ha sempre seguito i dettami del suo maestro Wolfgang Frank ma mano a mano che accumulava esperienza in panchina ha mutato e sperimentato il gioco, senza mai mancare di coraggio. Ha liberato i giocatori della rigidità tattica di quegli anni insegnandoli ad attaccare appena persa palla. A Mainz è nato il gegenpressing che ha portato il Borussia Dortmund ad imporsi per due anni di fila in Bundesliga e quello che ha trasformato il Liverpool. A Mainz è nato Jürgen Klopp come lo conosciamo oggi. E per questo la partita che mette di fronte i nullfünfer e il BVB, per nessuna delle due non sarà mai come le altre. Nel segno di Kloppo.

🎙 BundesITalk, ep. 10 – I migliori allenatori della storia

allenatori Bundesliga

BundesITalk è il podcast di Bundesitalia.com, ideato, creato e gestito dalla redazione. In 45 minuti parliamo dei temi più caldi del calcio tedesco. In questo periodo di stop, abbiamo parlato dei migliori allenatori nella storia della Bundesliga.

Nella decima puntata del podcast, infatti, abbiamo dato uno sguardo alla storia delle panchine nel massimo campionato tedesco, parlando dei migliori allenatori nei quasi 60 anni di Bundesliga: da Weisweiler a Guardiola, passando per Rehhagel, Klopp e tanti altri.

Con Giorgio Dusi, Roberto Brambilla e Stefano Fontana.

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Dortmund contro Tuchel: tra dissapori e ‘vendetta’

Tuchel Dortmund

Quando l’urna di Nyon ha accoppiato Borussia Dortmund e Paris Saint-Germain per gli ottavi di finale di Champions League, il pensiero di tutti è subito andato a Thomas Tuchel. Il rapporto tra l’allenatore bavarese e il BVB è durato tra alti e bassi due anni, dal 2015 al 2017, lasciando al termine dell’esperienza un ricordo più amaro che dolce da entrambe le parti.

Arrivato nell’estate del 2015 per sostituire Jürgen Klopp, raggiunge il secondo posto alle spalle del Bayern il primo anno e il terzo posto dietro anche al Lipsia la stagione successiva. I punti in comune con l’attuale allenatore del Liverpool sono parecchi: iniziano la carriera da capo allenatore al Mainz, dove restano per molte stagioni (sette anni e mezzo Klopp, cinque Tuchel) e ottengono ottimi risultati; entrambi passano poi tramite il Dortmund per poi finire all’estero.

Ma le somiglianze finiscono qui e la differenza che più conta in questo caso è il rapporto con l’ambiente giallo-nero. Certo le due vittorie del Meisterschale aiutano decisamente Klopp nel confronto, ma c’è tanto di più oltre ai risultati (dai nostri lettori è stato votato come miglior allenatore della decade 2010/2019). Tuchel non è riuscito a entrare nel cuore dei tifosi né tantomeno in quello dei dirigenti e dei calciatori. Le cause sono dovute al poco carisma dimostrato in un ambiente così caldo e alla poca empatia con i giocatori, ma anche ad un fatto ben preciso.

“Con Tuchel abbiamo lavorato bene insieme per due anni, poi alla fine è stato più diffiicile. Sicuramente non saremo grandi amici nemmeno nella vita”

Aki Watzke, CEO del Borussia Dortmund

Si tratta del giorno più drammatico della storia recente del BVB, l’11 aprile 2017, gara di andata del quarto di finale di Champions League contro il Monaco. Quello che succede in quell’assurdo viaggio del pullman della squadra verso il Westfalenstadion è cosa nota: lo scoppio della bomba, i giocatori sotto shock, Bartra ferito, la partita rinviata con polemiche alla sera successiva.

Come raccontato dal giornalista tedesco Pit Gottschalk nel libro ‘Kabinengeflüster’ (che si potrebbe tradurre con “Spifferi di spogliatoio”) il punto di non ritorno in un rapporto già non idilliaco tra l’allenatore, Watzke e lo spogliatoio si concretizza la mattina seguente, nella riunione pre-match. I giocatori sono ancora scossi, alcuni addirittura in lacrime. Gottschalk racconta che Tuchel, peraltro già sotto pressione vista la pesante sconfitta per 4-1 pochi giorni prima contro il Bayern, a un certo punto sbotta, affermando ad alta voce una frase pesantissima.

Come posso battere il Bayern Monaco con questo branco di femminucce?”.

La partita quella sera finirà 3-2 per i francesi, compromettendo il passaggio del turno dei tedeschi. Nonostante qualche settimana dopo il BVB batterà proprio i bavaresi in DFB Pokal, andandola poi a vincere nella finale di Berlino ai danni dell’Eintracht, il 30 maggio il tecnico, si può dire inevitabilmente, si dimetterà. L’anno sabbatico che si prenderà la stagione successiva sembra proprio la conseguenza di quel finale di stagione, in particolare di quei due giorni di aprile.

Tuchel stasera tornerà al Westfalenstadion di Dortmund ed è difficile aspettarsi un’accoglienza amichevole. E i giocatori del Borussia di oggi presenti in quella riunione pre-match (Piszczek, Guerreiro, Götze e Reus, anche se almeno all’andata non ci sarà) avranno un motivo in più per battere il PSG.