🎙 BundesITalk, puntata 36 – A che punto è l’ultima Germania di Löw

Germania Löw

BundesITalk è il podcast di Bundesitalia.com, ideato, creato e gestito dalla redazione. In 45 minuti trattiamo i principali temi del calcio tedesco.

Nella nuova puntata – registrata prima di Germania-Macedonia 1-2 – parliamo della Germania di Joachim Löw, la penultima della sua gestione, delle scelte in chiave Europeo, dell’abbondanza, dei convocati ‘mancati’, degli esordienti e del messaggio mandato riguardo il Mondiale in Qatar nel 2022. E ovviamente del futuro della panchina.

Con Giorgio Dusi, Roberto Brambilla e Stefano Fontana.

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Da Neuer out a Werner: gli errori costano a Löw il record di imbattibilità

löw

29 vittorie, 3 pareggi. Una sconfitta. All’ultima partita disputata. Sa di beffa. La Germania non aveva mai perso un match di qualificazione al Mondiale sotto la guida di Joachim Löw fino all’ultima, ultimissima partita che la Mannschaft ha giocato sotto la guida del Commissario Tecnico dimissionario e uscente dopo l’Europeo estivo.

A rompere il record e l’incantesimo la Macedonia del Nord, che con due ‘italiani’ come Goran Pandev ed Eljif Elmas ha fatto il colpaccio a Duisburg e scritto probabilmente la seconda pagina di storia più importante nella propria storia calcistica — la prima rimane la qualificazione a Euro 2020, la prima volta della selezione balcanica ad un grande torneo internazionale.

Goal del vantaggio segnato dal veterano e uomo immagine, raddoppio firmato da uno dei talenti che stanno avanzando. In mezzo, il pareggio di Ilkay Gündogan da capitano su rigore procurato da Leroy Sané e l’incredibile errore di Timo Werner a porta spalancata, senza pressione. Un liscio clamoroso, forse decisivo per le speranze dell’attaccante del Chelsea di essere il titolare all’Europeo.

 

Neanche i 6 minuti di recupero sono stati sufficienti per pervenire al pareggio. Soltanto i numeri di Musiala, inserito da Löw a ridosso del recupero, hanno portato un briciolo di speranza in un finale convulso, che però non ha fruttato il goal del disperato pareggio. Cercato, sudato, ma non raggiunto. Beffa, prima dell’Europeo. La prima sconfitta ufficiale nelle qualificazioni Mondiali per il CT. Mai prima del 2010, mai prima del 2014, neanche prima di quel disperato 2018.

Non è stata una Germania brillante come contro Islanda e Romania. Non lo sarebbe stata nemmeno se avesse vinto la partita. Anche se le occasioni ci sono state, a volte un po’ casuali e frutto del disordine. Volontà anche di un cambiamento esercitato dal CT, che ha voluto spostare Sané sulla destra per dare più spazio a Gosens sulla corsia mancina, creando una congestione nello spazio con Havertz, Goretzka e spesso anche Gnabry tutti dallo stesso lato, sbilanciando una squadra che aveva un suo equilibrio nelle scorse uscite.


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Esperimento difesa ‘a tre e mezzo’ fallito, probabilmente nemmeno necessario peraltro. Un po’ come fallita la possibilità di Timo Werner di convincere Löw a offrirgli un posto da titolare dopo la deludente prestazione di Kai Havertz nel primo tempo. Anche il centrocampo si rende protagonista negativo con recuperi visibilmente lenti sui due goal subiti e letture lontane dalla convinzione. Meglio in fase offensiva, anche se l’attacco è stato particolarmente confusionario.

L’errore più grande, forse, è stato il messaggio che il Bundestrainer uscente ha mandato alla sua squadra già a partire dalla formazione titolare: Manuel Neuer in panchina, Marc-André Ter Stegen in campo. Una scelta tecnica, per dare minuti all’estremo difensore del Barcellona e una serata di riposo al capitano e leader della squadra, che per inciso di riposare non è che ne senta tutto questo bisogno. Jogi non aveva mai rinunciato a Neuer per scelta tecnica se non a giochi già fatti, in partite che non contavano nulla o per infortuni. La squadra ha recepito la sostituzione nella peggior maniera, sottovalutando l’avversario. Risultato, quello a tabellone: 1-2.

Gnabry 2.0, il nuovo ‘nove’ della Germania di oggi e di domani

gnabry Germania

“Con me, Serge Gnabry gioca sempre”, aveva dichiarato Joachim Löw, allenatore della Germania, un paio d’anni fa. Il Bundestrainer è sempre stato uno dei sostenitori più accaniti del classe 1995, tanto da averlo fatto esordire in Nazionale quando non si era ancora proposto sul panorama calcistico come un vero giocatore di alto livello, ma più come un talento inespresso in cerca della dimensione.

Era l’11 novembre 2016, la Germania era di scena a Serravalle contro San Marino, la gara da cui scaturì la celebre polemica tra la federazione del piccolo stato tra la Romagna e le Marche e Thomas Müller. Serge Gnabry faceva il suo debutto con la Germania dei grandi, concludendo una trafila che lo aveva portato a brillare con tutte le giovanili tedesche e a mettersi al collo l’argento Olimpico a Rio l’agosto precedente.

Un debutto che poteva anche concretizzarsi qualche anno prima, nel 2014, per il Mondiale in Brasile. Quando Gnabry aveva 18 anni e aveva da poco fatto il suo esordio nell’Arsenal.

“Volevo portare già Gnabry in Brasile per il Mondiale del 2014, quando aveva 18 anni. Mertesacker e Özil mi avevano detto che era incredibilmente forte in allenamento e aveva un ritmo ottimo. Poi, sfortunatamente, si è fatto male”.

Joachim Löw nell’ottobre 2019

L’allora giocatore del Werder Brema a San Marino fu mattatore assoluto, con una tripletta che attirò l’attenzione. Si guadagnò anche mezz’ora in amichevole contro l’Italia quattro giorni dopo, prima di una lunga assenza con la Mannschaft dei grandi, ma vincendo l’Europeo di categoria con l’Under 21 nel 2017.


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Dopo il passaggio al Bayern Monaco e i primi mesi di integrazione, a ottobre 2018 Löw è tornato a convocare Gnabry: era la Germania del post Mondiale che raccoglieva i cocci della campagna più disastrosa di sempre. Il classe 1995, cresciuto tra Stoccarda e Arsenal, non era stato coinvolto nel primo giro di convocazioni a settembre, ma un mese dopo – e dopo le prime presenze solide nel Bayern – ecco la seconda chiamata.

Dalla partita giocata da titolare contro la Francia in Nations League, Gnabry ha sempre fatto parte dell’undici titolare della nazionale tedesca, salvo per i riposi programmati o concordati col Bayern Monaco. 17 presenze dal primo minuto, contribuendo a 18 goal complessivi in quest’arco dii tempo, 8 più del secondo nella classifica del post Mondiale: 12 reti personali, 6 assist — a cui vanno sommati i tre goal all’esordio contro San Marino. Totale realizzativo: 15 reti in 19 gettoni collezionati. Contro la Romania l’esterno del Bayern Monaco ha interrotto un insolito digiuno di tre gare.

Fino a fine 2019 aveva una media di un goal a partita (13 in 13) più quattro assist. Numeri favoriti anche dalla sua posizione in campo: nel trio ibrido che Löw sta proponendo negli ultimi tre anni, Gnabry tende a occupare le zone centrali del campo e attaccare la profondità per vie interne, lasciando gli esterni a giocatori come Sané e Werner o Havertz. Tutti giocatori che, come lui, sono in grado di muoversi senza problemi su tutto il fronte offensivo e vengono lasciati spesso liberi di cercarsi la miglior posizione. Una soluzione che a livello offensivo e anche la fase di pressione ha spesso pagato, agevolata dal fatto che più o meno tutti i componenti della linea d’attacco hanno sempre avuto grande libertà anche nei club di appartenenza.

La duttilità di Gnabry in particolare incontra l’approvazione di Löw, tanto che prima della partita contro la Romania lo stesso commissario tecnico ha ipotizzato di utilizzare il giocatore del Bayern tra i tre di centrocampo qualora Goretzka avesse dato forfait. In passato aveva lodato la sua capacità di giocare nello stretto e difendere palla contro il pressing.

Grazie soprattutto al 25enne e ai suoi movimenti, l’attacco tedesco sta garantendo ottime prestazioni in termini statistici e di rendimento, in tutte le competizioni. Qualcuno negli ultimi tempi ha sollevato la problematica che la Germania non produca più uomini d’area come accadeva un tempo: con uno Gnabry così, forse di un ‘nove’ vecchio stampo non ce n’è neanche così bisogno.

Musiala, l’uno-due, la serie: il 3-0 della Germania sull’Islanda fa già storia

Germania Islanda

L’ultimo ricordo che aveva lasciato la Germania, ormai quattro mesi fa, era un 6-0 entrato ovviamente nella storia, anche se dalla parte sbagliata. Il ribaltone subito dalla Spagna aveva aperto una serie di dubbi sul futuro che di certo non saranno fugati nel giro di tre partite in una settimana contro squadre di medio valore. Sicuramente però la risposta arrivata nella prima partita lascia intendere che l’infausta notte di Siviglia può rimanere un episodio isolato. E che l’annuncio delle dimissioni di Joachim Löw, che dopo l’Europeo chiuderà un regno di 15 anni, non sembra aver destabilizzato particolarmente l’ambiente. Germania-Islanda 3-0, un segnale di rivincita importante. Anzi, un primo segnale. Comunque, da record: è la 17esima vittoria consecutiva della Mannschaft nelle qualificazioni mondiali.

Pur senza Toni Kroos, ritornato a Madrid a causa di un fastidio di natura muscolare, la squadra di Joachim Löw non ha avuto difficoltà a sbarazzarsi di un avversario decisamente inferiore a livello tecnico e di esperienza. Con qualche scelta coraggiosa: il ritorno annunciato alla difesa a quattro che con tutta probabilità verrà riproposta all’Europeo, l’utilizzo di Emre Can come terzino sinistro date le assenze di Gosens per infortunio e Halstenberg in isolamento (è stato a contatto con Hofmann, positivo al Covid-19), la scelta di Havertz sulla linea d’attacco al posto di Timo Werner.

Dopo 7 minuti il punteggio era già sul 2-0, per effetto delle reti realizzate da Leon Goretzka e proprio da Havertz. Goal diversi, ma con una struttura simile: squadra alta, palla a Kimmich (migliore in campo per distacco) sulla trequarti, inserimento di uno degli attaccanti – Gnabry centralmente sul primo, Sané sul centro-sinistra nel secondo – serviti da Kimmich in verticale, rimorchio di uno dei centrocampisti d’inserimento – Goretzka sul primo, Havertz sul secondo – e battuta a rete. Il segnale che ci si aspettava dalla Mannschaft, che non aveva mai segnato due goal così velocemente se non nel 1969, quando i marcatori si chiamavano Gerd Müller e Overath. Un’altra epoca.

Nonostante qualche incertezza specialmente dalla parte di Klostermann, la difesa è riuscita a reggere piuttosto bene. Facile ipotizzare che quando tornerà Süle sarà Ginter a slittare a destra con Rüdiger e il classe 1995 del Bayern a comporre il duo centrale. Un paio di incertezze, ma una linea complessivamente sicura, aiutata anche dal solito Kimmich. Pallino del gioco saldamente tra le mani tedesche, con oltre l’80% di possesso palla complessivo, anche se a tratti un filo sterile.

Il secondo tempo è servito a confermare lo stato di forma eccezionale di Gündogan, arrivato al suo goal numero 18 in stagione (ieri Rüdiger lo ha definito il miglior giocatore tedesco in questo momento) con un tiro da fuori chirurgico, a far entrare in partita Neuer con un paio di parate comunque non particolarmente difficili e soprattutto a fare esordire Jamal Musiala. Il classe 2003, fresco di 18esimo compleanno il mese scorso e rinnovo di contratto quinquennale col Bayern, è diventato il più giovane esordiente nella Germania dai tempi di Uwe Seeler, che nel 1954 ha esordito a 17 anni e 354 giorni. Spazio anche per il ritorno in nazionale di Younes dopo tre anni e mezzo. Dopo il caos Covid della giornata, nella Mannschaft, per una sera, è tornato il sorriso.

I 60 anni di Lothar Matthäus: prodigio in campo, flop da allenatore

Lothar Matthäus

Per i suoi 60 anni, che cadono il 21 marzo, si vorrebbe “regalare” la panchina, per ora vuota, della Nazionale tedesca. Per Lothar Matthäus sarebbe l’ennesimo capitolo di una carriera, che l’ha visto protagonista, in Germania, in Europa e anche nel mondo. Un percorso di cui si sa tutto o quasi, dai duelli con Maradona ai titoli vinti ovunque. Tutto, tranne che degli inizi e della fine. Qui raccontiamo come Lothar ha cominciato la sua strada verso la gloria e dove la sua carriera si è interrotta.

Loddar – Classe 1961, Lothar Matthäus è nato a Erlangen, ma è cresciuto a Herzogenaurach, nella Franconia centrale, nel nord della Baviera. A nove anni, Loddar, come lo chiamano tutti nel dialetto locale, è già in campo con il 1.Fc Herzogenaurach. È il più piccolo di tutti, di età e anche di statura, ma subito si capisce che il ragazzo non è uno qualsiasi. Il giovane Matthäus, che per la mancanza di categorie giovanili gioca anche con avversari di 3-4 anni più grandi, segna e fa segnare. Anche perché da ragazzo Loddar veste la maglia numero 9 e fa il centravanti. La sua prima rete ufficiale, come ha raccontato nella sua autobiografia Ganz oder gar nicht (Tutto o niente), la segna nella vittoria 3-2 contro la seconda squadra nel derby contro la ASV Herzogenaurach. Dalla formazione riserve della C-Jugend passa alla prima e poi sale tutti i gradini fino alla prima squadra, con cui viene promossa in Bayernliga, la massima serie regionale. È la stella che si divide tra giovanili e “senior”, dove mostra le sue doti, corsa, tecnica e tiro, plasmate anche da tanto “Straßenfußball”, giocato nelle strade di Herzogenaurach.

Colpo di fulmine – Il talento di “Loddar” non passa più inosservato a molti. Tra chi lo nota c’è Hans Nowak, ex giocatore di Schalke 04, Bayern Monaco e Kickers Offenbach, nonché più volte Nazionale tedesco. Dopo il ritiro Nowak è diventato il capo della divisione pubbliche relazioni della Puma, che ha sede proprio ad Herzogenaurach (come la cugina Adidas) e che sostiene da sempre il club in cui Lothar è cresciuto. Ed è l’ex difensore, spesso sul campo a vederlo, che organizza a Matthäus, già segnalato anche dal ct dell’Under 18 Dietrich Weise, un provino con il Borussia Mönchengladbach nel marzo 1979. Per Lothar è un sogno, anche perché lui è un tifoso dei Fohlen. Lo invitano per quattro giorni di allenamenti, a cui è accompagnato da papà Heinz. Basta una giornata però per convincere lo staff del ‘Gladbach. Dopo il termine delle sedute Helmut Grashoff il manager della prima squadra chiama in albergo e convoca i Matthäus in sede. Sul tavolo c’è un contratto da 2500 marchi lordi al mese, più i premi. Il neo 18enne, che in estate lavorava in magazzino alla Puma per prendersi qualche soldo, firma.

Da idolo a traditore – Qualche mese dopo, Matthäus, che è arrivato a Mönchengladbach con una golf verde regalo personale di Rudolf Dassler patron della Puma (costo simbolico di 99 centesimi), è con i Fohlen, che hanno appena vinto la Coppa UEFA. Gli inizi sono difficili più fuori che dentro il campo. Nei primi giorni abita in un piccolo appartamento di 40 metri quadri a piano terra nella zona della stagione. Paga 280 marchi al mese e il bagno è esterno, con il rischio che di notte qualcuno lo potesse infastidire mentre andava alla toilette. Lo aiutano soprattutto due persone: Norbert Pflippen, uno dei primi procuratori tedeschi e Jupp Heynckes. L’ex attaccante, che da quell’estate ha sostituito Udo Lattek come tecnico della prima squadra, lo arretra a centrocampo e soprattutto ne segue passo passo la crescita calcistica e umana. Jupp lo schiera titolare per la prima volta alla settima giornata in trasferta con il Kaiserslautern. Non uscirà più dal campo. Il primo gol lo realizza alla sedicesima contro l’Eintracht Braunschweig. Ne seguiranno altri 50 in cinque anni. Nel 1984, Lothar ormai è pronto per il grande salto. Lo vuole il Bayern Monaco e i due club si accordano per una cifra di 2,4 milioni di marchi. Il trasferimento è già annunciato prima dell’ultima partita della stagione, la finale di Coppa di Germania tra ‘Gladbach e Bayern. Lothar gioca bene, fornendo pure un assist. Si va ai rigori e Matthäus sbaglia il suo, consegnando poi la coppa alla sua futura squadra. Per i tifosi del ‘Gladbach diventerà Judas, Giuda. Traditore.

Che difficoltà in panchina – Quel rigore paradossalmente apre le porte a una carriera eccezionale, tra Bayern Monaco, Inter e Nazionale. Tanti record, un Pallone d’Oro e un grande rimpianto, la Champions League/Coppa dei Campioni sfuggita di mano per due volte. Nel 2000 quando Lothar si ritira, salvo un solo match nel 2008 nel suo 1.Fc Herzogenaurach, si siede subito in panchina. La prima esperienza è con il Rapid Vienna, che si conclude con l’ottavo posto in campionato, il peggior piazzamento dal 1911 quando è stato inaugurato il girone unico. Tra il 2001 e il 2011 allenerà altre sei squadre. In una sola occasione, con la Nazionale ungherese, siederà in panchina per più di un anno. I risultati sono mediocri con un campionato serbo vinto alla guida del Partizan Belgrado nel 2003 e un titolo austriaco conquistato nel 2007 accanto al suo vecchio allenatore Giovanni Trapattoni. Per il resto il percorso è costellato da occasioni mancate, per esempio con il Racing di Avellaneda nel 2009, diverse delusioni, come l’esonero nel 2011 con la Bulgaria e pure qualche episodio mai chiarito, come nel 2006 quando si dimise dai brasiliani dell’Atletico Paranaense, mentre si trovava in Europa. Nonostante questo curriculum qualcuno, la “Bild” l’ha candidato a successore di Joachim Löw. Un azzardo o forse una provocazione per un campione mai “decollato” in panchina.

9 nomi per sostituire Löw sulla panchina della Germania

löw Germania

Se avessimo chiesto a una persona a caso chi fosse il miglior sostituto possibile per Joachim Löw, in Germania probabilmente il 50-60% dei tifosi avrebbe risposto senza esitazioni Jürgen Klopp. Dopo che però il tecnico del Liverpool si è tolto in prima persona dalla lista dei candidati in conferenza stampa, quel 50-60% di cui sopra ha dovuto ripensare altri nomi. Mentre dall’interno filtra poco, all’esterno si respira una grande incertezza intorno al futuro della panchina della Mannschaft. In DFB hanno ancora quattro mesi di tempo, visto che Jogi lascerà solo dopo l’Europeo. Noi però siamo dei sognatori e ci divertiamo a fantasticare. Per questo abbiamo pescato 9 nomi più o meno probabili che potrebbero prendere il posto di Löw sulla panchina della Germania.

P.s. Nella lista non troverete Julian Nagelsmann. Non perché se ne sia tirato fuori, ma perché non lo riteniamo un candidato. Poi mai dire mai…

Andiamo! ➡

Lazio-Bayern, la partita di Miro Klose

Klose lazio

Sarà un’emozione, anche per lui che non le lascia trasparire. Miroslav Klose, negli ottavi di finale di Champions League affronterà la Lazio. Non lo farà più da calciatore, ma da assistente di Hansi Flick, sulla panchina del Bayern Monaco. Un doppio confronto, che per il migliore goleador di tutti i tempi ai Mondiali, avrà tanti significati.

Roma, un pezzo di cuore – Per Miro, la Capitale e la Lazio hanno rappresentato la tappa finale di una già eccezionale carriera. Cinque anni, più di 50 gol e tanti momenti indimenticabili. Come il gol decisivo allo scadere nel derby del 16 ottobre 2011, la cinquinta contro il Bologna nel maggio 2013 o la doppietta del marzo 2016 con l’Atalanta che lo fa diventare il giocatore straniero della Lazio con più gol nella storia della Serie A. Klose è adorato dai tifosi. E non solo dei biancocelesti. Professionale, umile (ha raccontato che a fine allenamento si fermava per raccogliere i palloni) e corretto, come quando in una partita contro la Fiorentina confessa all’arbitro di aver segnato di mano. Roma e la Lazio hanno cambiato la vita di Miro anche fuori dal campo. In Italia, parole sue, ha scoperto la serenità ed è riuscito a coltivare le sue passioni, come la pesca e ha scoperto interessi, come quello per il vino, lui che prima di arrivare a Roma era in pratica astemio. Insomma, dopo Doll e Riedle, un altro tedesco che nella Roma biancoceleste ha lasciato il cuore.

Klose lazio bayern
Miroslav Klose ha lasciato un pezzo di cuore alla Lazio.

L’incontro con un vecchio amico – Mirek, come lo chiamavano agli esordi, nel doppio confronto con Lazio rivedrà tanti compagni, come Stefan Radu, Senad Lulić e Danilo Cataldi. Klose di sicuro incrocerà Igli Tare, il ds dei biancocelesti. I due si conoscono dal 1999, quando entrambi sono arrivati al Kaiserslautern di Otto Rehhagel, il futuro dirigente dal Fortuna Düsseldorf e il tedesco dall’Homburg. Saranno compagni di squadra per un anno e mezzo, prima che Tare parta per l’Italia nel gennaio 2011. Miroslav e Igli si rivedranno per la prima volta solo due mesi dopo, con la maglia delle rispettive Nazionali. È l’esordio di Klose con la Nazionale ed è anche il suo primo gol con la Nationalmannschaft.

Il nuovo ruolo – All’Allianz Arena e all’Olimpico Miro assisterà Hansi Flick. Una carriera, quello di tecnico che l’ex attaccante ha intrapreso all’indomani del suo ritiro. Nel 2016, quando ha appeso le scarpe al chiodo, Klose è entrato a far parte dello staff della Nazionale di Joachim Löw. Del suo lavoro Oliver Bierhoff dirà che l’ex giocatore ha la “passione e l’esperienza per fare l’allenatore”. Sì, perché il recordman di gol a un Mondiale è uno che studia. In un’intervista a Kicker ha parlato, con competenza, degli schemi su calcio d’angolo del Sandhausen, club di 2.Bundesliga. Miro vuole crescere, ma vuole faro gradualmente, senza “bruciarsi”. Nel 2018 il Bayern gli offre la guida dell’U19, ma lui rifiuta, non si sente pronto. Dice sì invece alla U17, la B-Junioren, con cui vince uno dei gironi del campionato tedesco di categoria. Accetta nel 2020, anche l’offerta di Hansi Flick, sua vecchia conoscenza dai tempi della Nazionale per diventare uno dei suoi assistenti.

Lo “stage” in Italia – Un percorso, quello di Klose, accompagnato dalla formazione. Nel luglio 2020 inizia il “supercorso” allenatori della DFB, il primo della storia a essere digitale. Tra le attività obbligatorie per gli alunni c’è anche un periodo di formazione all’estero. E Miro ha scelto l’Italia e il Milan di Stefano Pioli, il tecnico con cui aveva condiviso gli ultimi due anni alla Lazio, dove oltre a tanti bei ricordi ha lasciato il cuore.

🎙 BundesITalk, puntata 29 – Il meglio e il peggio del 2020

2020

BundesITalk è il podcast di Bundesitalia.com, ideato, creato e gestito dalla redazione. In 45 minuti ogni settimana trattiamo i principali temi del calcio tedesco.

Nella puntata numero 29, l’ultima dell’anno, ci guardiamo intorno e facciamo un bilancio generale: il meglio e il peggio, dal Bayern a Favre, dal Dortmund all’Hertha, dallo Schalke al Gladbach, dal Werder all’Union. Fino alla Bundesliga e alla nazionale tedesca. Un 2020 di Fußballcondensato in 45 minuti.

Con Giorgio Dusi, Roberto Brambilla e Gianmarco Galli Angeli.

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