Stefan Ortega, il portiere dell’Arminia che ha colpito anche il Bayern

stefan ortega

Quest’anno, la lotta per la permanenza in Bundesliga sta regalando non meno emozioni di quella per i piazzamenti europei: a 8 giornate dalla fine, 4 squadre sono racchiuse in due punti dal 14esimo al 17esimo posto; oltre allo Schalke, fanalino di coda che sembra ormai destinato alla Zweite, in ordine decrescente di classifica troviamo Hertha Berlino, Mainz, Colonia e Arminia Bielefeld; squadre diverse con storie ed ambizioni diverse, che oggi si ritrovano a lottare per un obiettivo comune: la salvezza. E se Hertha e Schalke sono sorprese in negativo, il Bielefeld è una sorpresa in positivo: nonostante si trovi al 17esimo posto, che significherebbe retrocessione diretta, Die Blauen hanno tutte le carte in regola per puntare ad una salvezza che ad inizio anno sembrava improbabile, se non proibitiva – vuoi per inadeguatezza della rosa, vuoi per inesperienza; se oggi si trovano in questa posizione, devono ringraziare anche il loro portiere, Stefan Ortega, che sta contribuendo con le sue parate alla rincorsa alla salvezza.

Il suo nome potrebbe far pensare a una provenienza iberica o latinoamericana, ma Stefan Ortega è in realtà tedesco a tutti gli effetti: è nato a Calden (nel nord del Land dell’Assia, non lontano dal confine con il Nordreno-Westfalia) da padre spagnolo, da cui ha ereditato il cognome, e madre tedesca. Classe 1992, dopo aver iniziato a giocare a calcio da bambino, militando in piccoli club della sua città, all’età di 14 anni si sono aperte per lui le porte del settore giovanile dell’Arminia Bielefeld. Dopo tre anni di maturazione nelle giovanili e uno come portiere di riserva nella seconda squadra, allora militante in Oberliga (la quinta serie della piramide calcistica tedesca), a 18 anni, nel 2011, è stato promosso in prima squadra, nel frattempo caduta rovinosamente, dopo numerose stagioni passate costantemente a cavallo tra la Bundesliga e la Zweite, in 3. Liga.

In prima squadra Ortega fatica a trovare spazio: partito come secondo, nella prima stagione colleziona un discreto bottino di 20 presenze per via dell’infortunio di Patrick Platins, portiere titolare, mentre nella seconda si accomoda regolarmente in panchina, debuttando solamente in occasione dell’ultima gara di campionato, che ha visto l’Arminia riconquistare la 2. Bundesliga. Nella stagione successiva, è ancora il vice di Platins, che sostituisce solo in occasione dei primi 4 match e dell’ultima parte del girone di ritorno. A 21 anni Ortega non è soddisfatto: dopo 8 anni nel Bielefeld, che nel frattempo retrocede in Dritte, vuole cambiare aria e giocare con costanza, per fare, in futuro, il grande salto.

 

Passa perciò a titolo gratuito al Monaco 1860, che staziona stabilmente in 2. Bundesliga, con la speranza di trovare più minutaggio, ma le cose non vanno come sperato: in 3 stagioni passate in Baviera, Ortega non viene usato con frequenza, ma viene spesso alternato con altri portieri, trovando il posto da titolare solamente nell’ultima parte della terza stagione; come se non bastasse, il rendimento del Monaco cala vistosamente, fino ad arrivare alla retrocessione. A 24 anni, momento cruciale della carriera, non è abbastanza: il treno per il calcio che conta sta per passare, ed Ortega rischia seriamente di non prenderlo. Così, nel 2017, sceglie di tornare a casa, all’Arminia Bielefeld, nel frattempo ritornato nella serie cadetta e alla ricerca di un titolare.

Il ritorno in Vestfalia prende una piega positiva e gli regala grosse soddisfazioni: Ortega ha modo di mettersi in mostra e di dimostrare le sue caratteristiche, quelle di portiere completo sotto ogni punto di vista e moderno, che gli finalmente permettono di conquistare fin da subito il posto da titolare. Tre ottime annate in Zweite, in cui salta solamente tre match, culminate con la trionfale promozione in Bundesliga della scorsa stagione. Nonostante qualche errore, come la clamorosa papera contro l’Heidenheim, nello scorso campionato di Zweite, le sue prestazioni sono in generale positive, inducendo die Arminen a confermarlo anche per la Bundesliga, nonostante la totale inesperienza nel massimo campionato tedesco.

Ortega ha prontamente ricambiato la fiducia del club, risultando finora uno dei migliori tra i suoi e tra i portieri del campionato, ergendosi a leader della squadra e contribuendo con le sue parate alla rincorsa alla salvezza del Bielefeld, e basta guardare le statistiche per avere conferma del suo rendimento: il 28enne non ha saltato un minuto delle 27 partite disputatesi finora in questa Bundesliga, ha mantenuto la porta inviolata per ben 6 volte (dato non indifferente per la quarta difesa peggiore del torneo), ha effettuato il secondo numero più alto di parate (103) ed ha la quarta percentuale di parate più alta (71%). Dati sicuramente importanti per un giocatore alla sua prima stagione in Bundesliga. Consapevole della sua stagione, Ortega non ha potuto fare a meno di esternare la propria gioia.

“Naturalmente giocare in Bundesliga è qualcosa di speciale: ogni avversario ha le sue qualità ed il suo gioco particolare. È esattamente ciò che volevo, il mio sogno. Certamente possiedo delle qualità, sono stato in grado di mostrarle nelle prime partite di campionato. Il mio obiettivo è quello di migliorare il più possibile, e di lasciare sempre il segno sulla partita, in modo che tutti possano vedere che anch’io merito di giocare in Bundesliga”

E se la sua carriera, dopo anni di serie minori e panchine, sembra essere finalmente svoltata, il futuro potrebbe riservargli un’ulteriore sorpresa: il Bayern Monaco, è alla ricerca di un vice-Neuer tecnicamente completo ed affidabile – poiché Nübel, l’attuale dodicesimo dei bavaresi, potrebbe fare la valigie per trovare più minutaggio altrove – ed avrebbe individuato proprio in Ortega il candidato ideale a questo ruolo. Del resto, egli stesso, qualche mese fa, in occasione della sfida proprio contro gli attuali campioni d’Europa, aveva fatto al Kicker dichiarazioni di stima per Neuer e per la squadra.

“È indubbiamente il miglior portiere al mondo. Si fa trovare sempre al posto giusto nel momento giusto, e risponde sempre presente nei momenti decisivi, per aiutare una squadra già ottima di per sé. Senza le sue parate, le partite sarebbero differenti. La mentalità di Manuel Neuer è la sua più grande forza, e ciò è ammirevole.”

Prima di parlare di un suo ipotetico trasferimento al Bayern, bisogna pensare al finale di stagione: la salvezza non è un miraggio, ma sarà necessario lottare fino alla fine per conquistare la permanenza in Bundesliga. Stefan Ortega ne è consapevole, ed è pronto per dare il tutto per tutto, per continuare a scrivere la storia dell’Arminia Bielefeld e la sua. La storia di un ragazzo che, partendo dal nulla delle panchine in terza serie, si sta mettendo in evidenza come novità della Bundesliga, e punta ancora più in alto.

Hertha-Augsburg, la prima volta contro per Sami e Rani Khedira

sami rani khedira

La partita tra Hertha e Augsburg sarà un crocevia importante per capire quanto le due squadre dovranno soffrire per ottenere la salvezza. Ma c’è un altro motivo di interesse intorno alla sfida dell’Olympiastadion: per la prima volta in Bundesliga si affronteranno i fratelli Khedira, Sami contro Rani. Anche se in campo forse non ci saranno, uno per infortunio e l’altro per scelte tecniche, la partita è comunque a suo modo storica. Specialmente per mamma e papà.

Come avevamo visto in un precedente articolo in Bundesliga ci sono tanti esempi di fratelli minori sulle orme dei più famosi maggiori e questo è uno dei più evidenti. Anche perché vederli contro sarà una novità assoluta.

Sami e Rani Khedira hanno sette anni di differenza. Madre tedesca e papà tunisino, crescono in una piccola città a nord di Stoccarda. Hanno un altro fratello, Denny, anche lui legato al mondo dello Sport (è laureato in Gestione dello Sport). Sicuramente la famiglia Khedira non era benestante, ma come ha dichiarato lo stesso Sami “è stata una grande infanzia”.

Sami Khedira, classe 1987, oltre a essere conosciuto a livello mondiale anche per essere diventato campione del Mondo nel 2014 con la Mannschaft (a segno anche nell’1 a 7 del Mineirazo), è uno dei calciatori più vincenti in circolazione. Sono 20 i trofei conquistati tra nazionale, Stoccarda, Real Madrid e Juventus.

A soli otto anni entra a far parte della florida accademia giovanile degli svevi. La svolta della carriera avviene grazie ad un allenatore che stava per scrivere la storia del club: Armin Veh. Il tecnico infatti decide di promuovere il giovane centrocampista in prima squadra all’inizio della stagione 2006/2007, facendolo già esordire proprio contro il suo attuale club, l’Hertha, alla sesta giornata. Il resto è storia: 8 vittorie consecutive nelle ultime 8 giornate permettono allo Stoccarda di superare lo Schalke di Mirko Slomka e di vincere il quinto titolo della propria storia. Il ventenne Khedira è decisivo: padrone del centrocampo, segna 4 gol, tra cui quello di testa all’ultima giornata contro l’Energie Cottbus. È la rete del 2 a 1, grazie al quale il Meisterschale torna in Svevia dopo quindici anni.

Poi nell’estate del 2010 la chiamata a cui non si può dire di no. Il Real Madrid versa nelle casse dello Stoccarda quattordici milioni di euro e Sami si trasferisce in Spagna. Intanto il fratello minore Rani ha sedici anni e gioca, anche lui come centrocampista, nell’Under-17, ovviamente dello Stoccarda. Con la prima squadra l’esperienza sarà però breve: qualche apparizione nella stagione 2013/2014 e poi la cessione al giovane Lipsia targato Red Bull, già arrivato fino alla Zweite. Il secondo anno in Sassonia può festeggiare la prima storica promozione in Bundesliga del club e dopo una stagione poco fortunata sotto la guida di Ralph Hasenhüttl passa all’Augsburg.

Nel frattempo Sami ha vinto tutto con il Real Madrid, lasciato nel mercato estivo del 2015 per trasferirsi in Serie A, alla Juventus, dove continuerà a riempire la bacheca di trofei. A Torino gli infortuni lo tormentano e a gennaio, alla soglia dei trentaquattro anni, decide di tornare in Bundesliga dopo più di dieci stagioni.

Sabato Sami e Rani Khedira si affronteranno per la prima volta arrivando da due situazioni molto diverse. Rani dopo tre stagioni da protagonista e un inizio promettente sembra aver perso la titolarità, a maggior ragione dopo l’arrivo di Bénes dal Gladbach. Ora si è anche cominciato a parlare di addio a fine anno. Sami invece grazie ad esperienza e carisma ha ridato speranza all’Hertha, al di là dei risultati. Se giocheranno entrambi si troveranno a duellare in mezzo al campo. Senza mai risparmiarsi e sempre con correttezza. Come insegnato da mammà Doris e papà Lazhar.

L’osservato speciale – Cunha, l’Hertha e un 2020 da coronare

cunha hertha

Che Matheus Cunha potesse essere il valore aggiunto dell’Hertha Berlino in questa stagione era plausibile già prima dell’inizio della Bundesliga 2020/21. Da quando infatti a gennaio era arrivato dal Lipsia per circa diciotto milioni di euro più bonus il brasiliano classe 1999 aveva già fatto vedere le sue caratteristiche, in primis tecnica, rapidità e personalità. 5 gol e 3 assist in 11 apparizioni avevano aggiunto una promettente potenzialità sotto porta.

Ma i numeri di quest’anno certificano un’ulteriore crescita. La rete e i due assist alla prima stagionale in DFB Pokal, nella clamorosa sconfitta contro l’Eintracht Braunschweig, sono stati solo l’antipasto di un inizio di stagione da protagonista. A parte i numeri (6 gol e 2 assist) a colpire sono soprattutto maturità e duttilità.

Cunha oggi è il fulcro inamovibile dell’attacco di Labbadia: sempre in campo, sempre al centro delle azioni d’attacco dell’Hertha. L’ex tecnico del Wolfsburg lo ha già utilizzato in tutti i ruoli offensivi: partendo da sinistra, posizione da cui spesso è letale quando si accentra sul destro, trequartista nel 4-2-3-1 o seconda punta accanto ad un attaccante di peso, Cordoba o Piatek. Con in più un’invidiabile capacità di trovare la porta, anche con colpi da fuoriclasse come la rete al Borussia Dortmund, un destro da trenta metri su cui Bürki non ha potuto fare nulla.

Abbiamo giocatori che hanno già dimostrato che possono decidere i match. Cunha è uno di questi, la sua crescita è stata buona e siamo veramente contenti di averlo con noi“.

Bruno Labbadia

Le statistiche di novembre parlano da sole: gol al Wolfsburg, assist e gol all’Augsburg e due reti al BVB con l’Hertha; gol e assist alla Corea del Sud e gol all’Egitto con il Brasile Olimpico. Totale: 6 reti e 2 assist in 6 partite.

Già nel mercato estivo alcuni grandi club hanno iniziato a mettere gli occhi su Cunha. L’interesse più concreto sembra essere quello dell’Inter, che ritiene le caratteristiche del brasiliano perfette per il 3-5-2 di Antonio Conte. In estate la dirigenza nerazzurra si è fermata di fronte ai circa trentacinque milioni chiesti dall’Hertha, ma considerando come è iniziata la stagione del brasiliano la sensazione è che la valutazione non potrà che aumentare.

Il contratto con die alte Dame scadrà nel 2024. Forte di questo il dirigente dell’Hertha Michael Preetz ha cercato di spegnere sul nascere le manovre intorno al suo numero 10.

Quando si è trasferito da Lipsia a Berlino in inverno era importante per lui lasciare un segno qui. Non puoi lasciare il segno se sei coinvolto in un trasferimento ogni sei o dodici mesi, ma solo se ti impegni con il club e la città. Ed è quello che sta facendo Matheus a Berlino. L’obiettivo dichiarato, suo e nostro, è crescere insieme per arrivare a giocare a livello internazionale. Vogliamo fare la stessa strada il più a lungo possibile”.

Il messaggio è chiaro: crescere a suon di gol e prestazioni. A cominciare magari dal derby. Perché un gol all’Union sarebbe un bel passo per farlo entrare sempre di più nel cuore dei tifosi.

Favre e l’Hertha: ritorno a Berlino nel segno delle imprese mancate

Favre hertha

La sfida tra Hertha Berlino e Borussia Dortmund che si giocherà nella settima giornata di Bundesliga 2020/21 non sarà una partita particolare soltanto per l’orario insolito (le 20.30 del sabato), ma anche per Lucien Favre. Il tecnico del BVB è infatti un ex, essendo stato a Berlino per poco più di due anni, da luglio 2007 a settembre 2009. Forse è proprio in quella esperienza che sono emersi i punti di forza e di debolezza che caratterizzeranno anche gli anni successivi della carriera dello svizzero, nonché il presente alla guida del Borussia Dortmund.

Favre, classe 1957, inizia la carriera da allenatore nel campionato elvetico, facendosi notare a inizio anni 2000 con la vittoria della Coppa Svizzera con il Servette, società con cui aveva militato a lungo anche da calciatore. Dopo un anno di pausa è la chiamata dello Zurigo nella stagione 2003/2004 a decretare la svolta. Due anni per mettere le basi ad un squadra che vincerà due Super League consecutive nel 2006 e nel 2007.

A questo punto entra in scena l’Hertha, che decide di puntare su Favre, scelto per il bel gioco espresso a Zurigo e per la capacità di costruire nel tempo un gruppo vincente. Di fatto entra nel calcio ad alti livelli. Anche a Berlino nella prima stagione lo svizzero lavora per creare un gruppo solido: decimo posto finale, con una grande nota di merito. Die Alte Dame viene infatti ammessa ai turni preliminari della Coppa Uefa grazie al Fair Play ranking, basato su criteri quali tra gli altri il gioco propositivo, il rispetto per l’avversario e il comportamento dello staff.

La stagione 2008/2009 è la più emozionante degli ultimi decenni per l’Hertha, che sogna concretamente la prima vittoria in Bundesliga, il terzo titolo in assoluto dopo i due campionati vinti consecutivamente a cavallo degli anni ’20 e ’30. Infatti a due giornate dalla fine, dopo il 3-2 a Colonia, la classifica dice: Wolfsburg e Bayern 63 punti, Hertha 62 e Stoccarda 61. In questa situazione è evidente a tutti che saranno mentalità e freddezza a decidere a chi andrà il Meisterschale.

La critica maggiore che ancora oggi nel Borussia Dortmund viene fatta a Favre è proprio questo aspetto mentale. L’Hertha pareggia in casa contro lo Schalke e perde all’ultima giornata contro il Karlsruher penultimo. Non solo sfuma il sogno Meisterschale, che va al Wolfsburg di Felix Magath, ma i berlinesi vengono anche superati al terzo posto dallo Stoccarda e devono dire addio alla Champions League.

Questo finale lascia pesanti strascichi, nella squadra come nel tecnico. E la stagione 2009/2010 lo dimostra chiaramente. Dopo la vittoria contro l’Hannover alla prima giornata arrivano sei sconfitte consecutive, con 17 gol subiti e soltanto 5 fatti. L’esonero di Favre è inevitabile e il prosieguo della stagione non sarà meglio per l’Hertha: ultimo posto e retrocessione in Zweite.

Sabato non sarà la prima volta che Lucien Favre tornerà all’Olympiastadion. Ma dopo la sconfitta nel Klassiker e con la critica che continua a non essere certo morbida nei suoi confronti (significativo a tal proposito l’editoriale di Matt Ford di giugno su ‘Deutsche Welle’), forse più delle altre volte ripenserà a quegli ultimi mesi a Berlino. L’Hertha sembra ancora una volta più che mai la squadra del suo destino.

Weston McKennie, l’uomo mercato dello Schalke che piace alla Juve

weston mckennie juve

Lo Schalke ha vissuto una stagione decisamente complicata, in particolare nel disastroso girone di ritorno. Non è facile trovare qualche aspetto positivo, ma uno di questi è senza dubbio Weston McKennie: non stupiscono quindi le voci di mercato che lo vedono vicino alla Juve, considerando anche la situazione economica del club peggiorata ulteriormente dopo le dimissioni obbligate di Clemens Tönnies.

McKennie nasce a Little Elm, nel cuore del Texas, il 28 agosto 1998. Il giorno del suo diciottesimo compleanno lo Schalke lo preleva dalla Dallas Academy per portarlo in Germania e farlo crescere con l’Under19. Qui si distingue subito come centrale di centrocampo generoso, duttile e costante: 21 presenze impreziosite da 4 gol e 3 assist ne fanno uno dei migliori centrocampisti del torneo. L’ottimo impatto con un calcio completamente diverso da quello americano viene coronato con l’esordio in Bundesliga nell’ultima giornata di quella stagione, 2016/2017. Il mister Markus Weinzierl gli regala infatti un quarto d’ora contro l’Ingolstadt.

L’arrivo di Domenico Tedesco sulla panchina dei Knappen coincide con l’inizio dell’impiego in pianta stabile del centrocampista statunitense in prima squadra, per di più con un buon minutaggio in una stagione chiusa al secondo posto alle spalle del Bayern di Heynckes. La stagione 2018/2019 è un’ulteriore conferma per McKennie nonostante un campionato difficile per lo Schalke. A livello personale si toglie la soddisfazione di giocare 6 partite in Champions, compresi gli ottavi di finale contro il Manchester City, di segnare una rete decisiva a Mosca contro la Lokomotiv e di entrare per la prima volta nel tabellino dei marcatori anche in Bundes, grazie al gol realizzato il 6 ottobre nella vittoriosa trasferta di Düsseldorf.

Quest’anno come detto è stato uno dei pochi a salvarsi, soprattutto nella seconda parte della stagione. David Wagner lo ha sempre utilizzato quando disponibile, lasciandolo fuori solo in cinque occasioni a causa di infortuni e una volta per squalifica. McKennie si è distinto per impegno e duttilità, probabilmente la miglior caratteristica dell’americano. L’analisi dei ruoli ricoperti in stagione conferma questa peculiarità: ha giocato principalmente come centrocampista centrale o davanti alla difesa, ma sono state parecchie le volte in cui ha fatto il trequartista o addirittura, nella fase in cui lo Schalke era falcidiato dagli infortuni, il difensore centrale o il terzino destro. E nella sua esperienza in Bundesliga ci sono pure un paio di apparizioni come punta centrale.

Anche dal punto di vista caratteriale Weston McKennie sembra sicuro di sé nonostante i ventuno anni. Ci sono due aspetti da cui si può dedurre. Innanzitutto il modo in cui affronta positivamente da una parte la pressione di una piazza non semplicissima come quella di Gelsenkirchen e dall’altra l’attenzione critica che gli appassionati di “soccer” negli Stati Uniti mostrano sempre nei confronti dei giovani connazionali in Bundesliga. In secondo luogo è interessante come il giovane Weston sia stato il primo calciatore a usare la visibilità di un match per chiedere pubblicamente giustizia per George Floyd, mostrando nel corso della partita contro il Werder Brema del 30 maggio scorso una fascia al braccio con la scritta “Justice for George”.

Insomma un centrocampista completo con ampi margini di miglioramento considerando l’età e la crescita costante degli ultimi anni. Lo Schalke deve fare cassa e Weston McKennie sembra, purtroppo per i tifosi dei Knappen, il più papabile. In Inghilterra gli avevano messo gli occhi addosso alcuni grandi club: si parlava del Chelsea, del Tottenham e soprattutto del Liverpool di Klopp. Il classe ‘98 potrebbe effettivamente avere le caratteristiche tecniche e caratteriali per fare bene anche in Premier League, ma per la Bundesliga sarebbe davvero un peccato doverne vedere la crescita da lontano. Per questo forse per gli appassionati di calcio tedesco l’ipotesi Hertha ventilata negli ultimi giorni potrebbe essere la soluzione migliore. Anche se, alla fine, l’ipotesi Juve sembra davvero la più accreditata per il futuro di Weston McKennie.

BundesTalenti – Samardžić, il gioiello dell’Hertha che ha fatto invaghire tutti

samardzic hertha

Nella stagione estremamente particolare dell’Hertha Berlino una delle note liete è stata certamente quella di Lazar Samardžić. Il talento tedesco di origini serbe ha esordito in Bundesliga grazie a Bruno Labbadia che gli ha concesso tre brevi spezzoni di gara in quest’ultima parte del campionato. Il centrocampista offensivo però ha dimostrato di meritarsi ognuno di quei 32 minuti attirando su di sé l’attenzione di tutti i top club europei. Non è infatti un mistero che il Barcellona, la Juventus, l’Atlético Madrid, il Milan e molte altre abbiano sondato il terreno per capire se e come si possa arrivare al giocatore classe 2002. Ma che tipo di giocatore è Lazar Samardžić e perché il talento dell’Hertha ha fatto invaghire tutte queste grandi squadre?

Il tedesco di origini serbe, già noto da tempo agli scout di tutto il mondo (ha fatto tutta la trafila con la nazionale) è un centrocampista offensivo capace anche di giocare sulla sinistra. Ha vissuto una prima parte di stagione con l’Under 19 berlinese. In 16 partite è andato a segno 14 volte ed ha offerto 9 assist vincenti ai compagni. Prove convincenti per dire che sia un giocatore con il vizio del gol e che fosse ormai pronto per lo step successivo. In prima squadra non ha di certo sfigurato, anzi. Ovviamente il suo è un talento ancora acerbo ma ha già dimostrato di avere dei colpi che non possiedono tutti. Tipo segnare da centrocampo.

Dotato di un buon dribbling, Samardžić si esalta nello stretto in cui riesce ad uscire dalla marcatura avversaria grazie alle ottime qualità tecniche di cui dispone. Nonostante sia un mancino naturale è abile a giocare il pallone con ambedue i piedi, caratteristica che, combinata ad una straordinaria visione di gioco, fa di lui un regista avanzato a tutti gli effetti. Passando alle note meno liete bisogna citare la sua incostanza nel corso della stessa partita, alterna frazioni di gioco in cui ha costantemente il pallone delle mani ad altre in cui si fa un po’ da parte. Questo è anche dovuto alla sua ricerca costante di liberarsi dai difensori avversari: se è vero che è un portento nei movimenti senza palla, è anche vero che capita spesso che finisca fuori posizione e non riesca a fornire un appoggio semplice ai compagni. 

“È un giocatore che ci esalta molto, ha visione periferica, vede gli spazi. Sa sempre trovare i compagni, mi ricorda Max Kruse. Se migliorasse la fase difensiva, potrebbe fare il grande salto”.

Alexander Nouri, vice di Klinsmann e poi allenatore dell’Hertha tra febbraio e marzo

Questi punti deboli però sono dovuti più all’inesperienza che causati da carenze effettive. L’anno prossimo potrebbe diventare un elemento cardine delle rotazioni di Labbadia ma non è detto che il suo cartellino possa rimanere di proprietà dell’Hertha. Il talento per arrivare in alto c’è tutto: è stato anche premiato con la medaglia d’argento del premio Fritz Walter, assegnato ai giovani talenti tedeschi. Bisogna continuare a lavorare duro e mostrare la fame che ha mostrato fino ad oggi. 

La triste fine di Thomas Kraft, una promessa mai mantenuta

thomas kraft

Da giovane era uno dei portieri più promettenti del calcio tedesco. L’1 luglio scorso, dopo quattro stagioni passate da riserva del norvegese Jarstein, Thomas Kraft ha annunciato di voler definitivamente appendere gli scarpini al chiodo a 31 anni. Il motivo? Da tempo soffre di problemi al collo e alla schiena, che lo hanno tenuto lontano dai campi di gioco negli ultimi due mesi. Probabilmente questo non è l’unico motivo, anche perché recentemente l’ex Bayern aveva ammesso di voler passare più tempo con la sua famiglia, da cui spesso si doveva assentare per lunghi periodi a causa degli impegni con la squadra.

Poi è lecito pensare anche ad altro, come a una completa perdita degli stimoli necessari per continuare a giocare a calcio: il ruolo del portiere è notoriamente uno dei più stressanti dal punto di vista psicologico, come ha purtroppo insegnato la triste storia di Robert Enke. In più Kraft vive da sempre nel rimpianto di non essere diventato quello che tutti si aspettavano diventasse.

La (non) fiducia del Bayern e la possibilità di van Gaal

Agli inizi della sua carriera, infatti, il classe 1988 era ritenuto un ottimo portiere, con tanto potenziale da esprimere. A 16 anni si era spostato dalla sua regione d’origine, la Renania-Palatinato, per trasferirsi nelle giovanili del Bayern Monaco e dedicarsi completamente al calcio, lo sport di cui si era innamorato da bambino. In Baviera, però, giocava il re dei portieri tedeschi, Oliver Kahn, il cui soprannome era appunto King Kahn (o König, se preferite il tedesco): una leggenda inamovibile del club bavarese, che però lasciò il club e il calcio giocato nel 2008, quando Kraft cominciò a entrare nell’orbita della prima squadra.

Tuttavia qualcosa non andava. Dall’addio di Kahn lo spazio che gli veniva concesso era ancora minore e a 22 anni lui non aveva ancora giocato nemmeno un minuto in Bundesliga. La sua carriera ad alti livelli sembrava già finita, anche se non era mai realmente iniziata. Nella seconda metà della stagione 2010/11, però, gli errori del titolare Butt e l’addio di Rensing, anche lui considerato un grande prospetto delle giovanili bavaresi, convinsero Louis van Gaal a puntare su Kraft, che venne scelto come il portiere titolare per il resto della stagione. Il 15 gennaio arrivò il tanto atteso esordio, contro il Wolfsburg: la partita terminò per 1-1, e fu proprio il portiere tedesco a realizzare l’assist (su cui il portiere avversario sbagliò completamente l’uscita) per il gol di Thomas Müller. Anche se la stagione era stata fino ad allora molto deludente, i tifosi del Bayern erano quanto meno più sicuri con lui fra i pali. Le delusioni tuttavia non erano finite, perché il 15 marzo successivo il Bayern uscì dalla Champions League perdendo per 3-2 contro l’Inter, che diventò la prima squadra a uscire vincitrice dall’Allianz Arena.

Un errore fatale

Van Gaal era prossimo all’esonero e il 9 aprile avrebbe dovuto affrontare il Norimberga con l’obbligo di vincere. Kraft, ovviamente, partì dal primo minuto, e già nel primo tempo corse un rischio enorme con un’uscita assolutamente inguardabile per anticipare l’attaccante avversario. Nel secondo tempo entrò l’altra ex promessa Diego Contento, per cercare di mantenere l’1-0 guadagnato nel primo tempo, ma l’ex promessa rischiò un’altra uscita: anticipò Lahm, cercò di giocare la palla con un morbido pallonetto, che però finì sui piedi del rapace Eigler, che da 30 metri tirò al volo e segnò il gol che segnava la fine dell’avventura dell’allenatore olandese sulla panchina del Bayern. Non solo, perché da quel momento Thomas Kraft non giocò più un solo minuto con la maglia della squadra che l’aveva cresciuto e condannato, in quel preciso istante.

Thomas Kraft, l’inizio di una triste fine

A fine anno andò in scadenza e finalmente era libero di scegliere una squadra che gli avrebbe permesso di giocare con costanza, dimenticando completamente il suo passato. L’offerta più convincente fu quella dell’Hertha Berlino, ritornato in Bundesliga dopo un anno di inferno in Zweite, e Kraft ritornò a fare ciò che più amava: il portiere. Purtroppo l’Hertha retrocedette ancora una volta e dovette rivincere la Zweite. I due anni successivi furono relativamente tranquilli per l’ex promessa del Bayern, che continuò a difendere da titolare la porta dei berlinesi, finché nell’estate del 2015 il secondo Jarstein, più esperto e affidabile, lo scavalcò nelle gerarchie e si prese il posto di titolare. Da quel momento Thomas Kraft giocò pochissimo e ancora più spesso fu costretto a stare fuori a causa di un numero spropositato di infortuni. Niente di gravissimo, ma tanti problemi minori che lo costringevano a pause improvvise e inaspettate. Nel 2017, durante un amichevole di fine stagione contro SV Falkensee-Finkenkrug, venne schierato a centrocampo nel secondo tempo e segnò da un calcio di rigore.

E ora, dopo una stagione da 4 presenze e 9 gol subiti, ha deciso di smettere per sempre con il calcio. Una decisione inaspettata, presa a nemmeno 32 anni. Pochi per un portiere, che però per tutta la carriera è stato tormentato dall’essere considerato una promessa. Una promessa infranta e che, a meno di clamorosi dietrofront, non verrà mai più mantenuta.

Il miracolo a Berlino Est: come l’Union Berlino ha conquistato la salvezza

“Bis zum letzten Atemzug” – fino all’ultimo respiro, o quasi. Sì, perché se la salvezza dell’Union Berlino ha già in sé fattezze semi-miracolose, la matematica certezza arrivata non all’ultima giornata e – possiamo dirlo ora – con un pizzico di sofferenza in meno del previsto, rende ancor più speciale e unica l’impresa compiuta dai ragazzi di Berlino Est. A due giornate dal termine della Bundesliga e 38 punti conquistati: decisivo l’ultimo sprint con i successi a Colonia e in casa contro il Paderborn, avversarie dirette delle zone basse.

Un inizio terrificante, il 4-0 incassato all’esordio contro l’RB Lepzig, sei sconfitte nelle prime nove giornate; poi la scossa, il derby vinto contro l’Hertha, le zingarate in trasferta e la pandemia di Coronavirus che ha prolungato la stagione, ha destabilizzato, ha aumentato la pressione fino allo sfinimento, il derby di ritorno catastrofico e alla fine la grinta ritrovata. L’annata 2019-2020 è da consegnare alla storia: quali sono state le mosse vincenti per conquistare la salvezza al primo anno?

Senza troppi giri di parole: Urs Fischer

È arrivato a Köpenick, quartier generale dell’Union Berlino, portando nella sua valigia due campionati in Svizzera vinti consecutivamente con il Basilea e di una Coppa Nazionale. Portarlo in Zweite, l’anno passato, era giù un evidente indizio delle intenzioni della società. Fischer è il salto di qualità e il suo tener saldo spogliatoio e giocatori ha premiato anche lui alla prima esperienza in Bundesliga. Lucido e sempre pacato, ha equilibrato alti e bassi di un ambiente che viveva costantemente sulle montagne russe, una sensazione che traspare da come i giocatori abbiano imparato a stare in campo e dalla mentalità “pro” instillata. Tranne Gentner, Subotic e Ujah, tutti, compresi dirigente, staff e steward non avevano mai calpestato i prati della Bundesliga e se inizialmente erano sorti nefasti dubbi sulla qualità della squadra, partita dopo partita Fischer ha responsabilizzato ulteriormente i singolari ragazzi portandoli a un livello di crescita e personalità evidenti. Robert Andrich e Keven Schlotterbeck, i più in difficoltà a inizio stagione, sono il suo manifesto d’atto compiuto.

Fonte: Getty/OneFootball

E poi c’è la sua duttilità tattica, il vero “turning point” della salvezza. Lo svizzero sin dall’anno scorso aveva modellato la squadra su un 4-3-3 con gli esterni offensivi larghi e rapidi, un centrocampista di contenimento e due abili a inserirsi. Impalcatura su cui l’Union aveva costruito anche la campagna acquisti estiva con l’arrivo di Sheraldo Becker e Marius Bülter, oltre le conferme di Akaki Gogia, Joshua Mees e Suleiman Abdullahi. Tranne il sorprendente numero 15, tutti sono si sono fermati per mesi ai box e Fischer, senza intestardirsi sui propri precetti, a novembre ha cambiato tutto con un 3-4-3 (o 5-2-3 considerando la natura difensiva di Trimmel e Lenz) con incredibile svolta positiva dell’annata. Nel mercato di riparazione invernale, poi, un solo innesto in prestito: Yunus Malli, preziosissimo per coprire un vuoto nella trequarti offensiva e tenere allacciati i reparti d’attacco e centrocampo. Anche qui, una visione lungimirante.

Vincere gli scontri dirette e limitare i danni

Sei punti su sei contro il Colonia. Quattro contro l’Augsburg, Mainz e Paderborn. Tre contro Hertha, Eintracht e Werder Brema. Considerazione banale, direste, ma l’Union ha costruito la sua salvezza vincendo le partite contro le sue dirette avversarie, ma soprattutto non perdendo match che, nel gioco dei tre punti, avrebbero allungato la forbice. Certo, i successi contro Borussia Dortmund e Mönchengladbach quando era capolista sono da incorniciare, sono medaglie da esibire al petto, ma la salvezza l’Union l’ha cementificata andando a Brema, Colonia e Magonza per prendersi i tre punti con prestazioni massicce, vincendo il derby d’andata, oppure rompendo i piani dell’Augsburg già alla seconda giornata. Per tutta la fase centrale della Bundesliga, prima della pandemia, la sensazione percepita era che l’Union potesse indossare gli abiti di “guastafeste” contro chiunque e, in diversi casi, c’è riuscito.

Le scommesse, alla fine, hanno ripagato

Come si mette su una squadra per la Bundesliga avendo praticamente tutti calciatori che in Bundes non hanno mai giocato? Il salto nel vuoto, verso l’inesplorato, avrebbe potuto condannare anzitempo l’Union con un cortocircuito di cattiva gestione, campagna acquisti scriteriata e vertigini mescolati a complessi di inferiorità. Smantellare il gruppo della storica promozione sarebbe stato deleterio, così come prima fondante mossa, la società ha puntellato i pilastri dell’anno passato, nessuna cessione “illustre”, al contrario l’acquisto a titolo definitivo di Marvin Friedrich, il più costante assieme a Gikiewicz, Trimmel e Andersson.

Tutti si sono messi in gioco e l’idea di essere la “scommessa” della stagione ha “infottato” l’ambiente: Gentner e Subotic, i colpi da 90 che dalle parti di Köpenick non si erano mai visti, hanno fatto leva proprio sull’orgoglio e sul riscatto. Non hanno certo bisogno di presentazioni, il primo veniva dalla cocente retrocessione con lo Stoccarda, il secondo vittima di infortuni e andato in Francia, è voluto ritornare in Germania per sentirsi ancora protagonista. Leader Gentner, imprescindibile, Subotic ha accusato qualche giro a vuoto, ma la sua esperienza è servita da chioccia per i più “sbarbati” compagni di reparto. Lo stesso Ujah si è messo a disposizione; Andrich e Ingvartsen, classe 1994 e 1996, presi dall’Heidenheim e dal Genk, nella centrifuga di sperimenti, di sconfitte, di cambi avrebbero potuto smarrirsi e bruciarsi immediatamente, invece partita dopo partita sono stati elementi di inaspettata solidità. Il danese con 5 gol e 3 assist è stato la spalla perfetta per Andersson (lui, una bestia) o meglio, la seconda spalla perfetta, perché l’incoscienza e la pazzia di quest’annata ha il volto di Marius Bülter: da 0 a 100, dalla terza serie ai giganti, dai dubbi se continuare a giocare a calcio alla doppietta contro il Borussia Dortmund. Non un fuoco di paglia, ma un tarantolato. E sulla sua incoscienza, l’Union si è aggrappato quando ha avuto paura di osare.

La bolgia dello Stadion An der Alten Försterei

11 Freunde ha chiesto ai suoi lettori qual è lo stadio in Bundesliga ad avere la miglior atmosfera e nel quale si alzano sensibilmente i decibel. E l’An der Alten Försterei è stato votato dal 21,3 per cento piazzandosi al secondo posto, davanti al Signal-Iduna Park e alle spalle della Commerzbank-Arena di Francoforte. Proprio i giocatori del Borussia, nel match perso 3-1 alla terza giornata, hanno affermato la difficoltà durante quella partita a parlarsi tra di loro a causa del frastuono incessante. Detto da chi è abituato al muro giallo…

Sì, giocare nello stadio che sorge in mezzo alla foresta, è davvero ostico (se sei un avversario). E non è casuale se, alla ripresa post-lockdown, l’Union è stata la squadra più penalizzata e in sofferenza. Ma gli Eisernen possono dormire sonni tranquilli: adesso avranno almeno un’altra stagione per poter supportare i loro beniamini ancora una volta in Bundesliga.