📸 Bundesliga nella neve: il Bayern vince a Berlino contro l’Hertha

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Metti un venerdì sera di neve a Berlino. Metti che all’Olympiastadion arriva il Bayern Monaco per affrontare l’Hertha Berlino. mentre il meteo continua ad essere avverso. Metti una partita sotto la neve, con istantanee che rimarranno per tanto tempo. Anche perché in campo, intanto, non ci si annoia di certo. E non si annoiano di certo gli addetti al campo, che prima della partita hanno avuto il loro da fare per dare una pulita.Anche alle panchine.

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Fonte: Getty/OneFootball

Questo, invece, è il punto di vista dell’Hertha quando è sceso in campo: già il Bayern fa impressione di suo, figuratevi dover affrontare il Bayern sotto la neve…

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Eppure il primo vero highlight della partita è il rigore che Rune Jarstein para a Lewandowski, diventando secondo i dati Opta il secondo portiere dopo Neuer (2013, quando il polacco giocava al Dortmund) a parare un rigore al numero 9 del Bayern in Bundesliga.

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Giocare nella neve, comunque, non è facile. Anche perché il campo non aiuta.

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Leroy Sané ha anche dei problemi di acconciatura sotto questo punto di vista…

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Alla fine, comunque, il Bayern il goal lo trova grazie al solito Kingsley Coman, grazie a una deviazione decisiva di Stark che non lascia spazio a Jarstein.

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La neve nel secondo tempo ha dato tregua alle due squadre. Anche se, per usare un ricco eufemismo, le condizioni del campo non sono propriamente migliorate, nonostante l’opera di manutenzione degli addetti.

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Giusto in tempo per l’esordio di Sami Khedira, che debutta con la nuova maglia dell’Hertha negli ultimi dieci minuti di gara.

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In ogni caso, non cambia l’esito finale: il Bayern vince 0-1. Neanche la neve ferma la squadra di Flick.

Amici dietro il filo spinato: il derby di Berlino che univa Hertha e Union

derby di berlino

#BerlinSiehtRot è il mantra che nell’ottobre 2019 si ripeteva tra le strade della zona est di Berlino o sui social. Sui muri, così come sui profili dei tifosi Eisernen, riecheggia questa scritta: “Berlino vede rosso”. Il generatore automatico dei calendari della Bundesliga si è divertito a piazzare il derby di Berlino, il primo derby tra Hertha e Union giocato nella massima serie tedesca, a ridosso dell’anniversario dei 30 anni del crollo del Muro, avvenuto il 9 novembre 1989.

Da una parte l’Ovest, dall’altra l’Est, rivalità per antonomasia, di quelle che non si vedevano da tempo: prima della sfida di novembre, decisa da un rigore di Seb Polter, erano passati più di sette anni dall’ultima sfida giocata a Köpenick, allo stadio An der Alten Försterei, era il 3 settembre 2012 e vide la vittoria degli ospiti. L’ultimo scontro in assoluto, invece, si era giocato sempre quell’anno nel girone di ritorno della ZweiteLiga, all’Olympiastadion per un 2-2 rocambolesco con l’Union in doppio vantaggio e poi raggiunto a cinque minuti dalla fine. Poi più nulla perché quello stesso anno l’Hertha centrò la promozione in Bundes e i due percorsi, come binari, non si sono mai sfiorati o incrociati.

Derby di Berlino, nessuna rivalità: il sentimento predominante era la simpatia

Eppure riavvolgendo le lancette del tempo emerge che tra le due squadre berlinesi fino agli albori degli anni Novanta non c’era rivalità. Anzi, tra i tifosi i sentimenti predominanti erano la simpatia e anche l’amicizia. Facile credere che molto sia dipeso dall’ingombrante presenza del Muro che per 30 anni ha tenuto lontano le due realtà calcistiche: con la nascita della Bundesliga nel 1963 (in Germania Ovest) e con la trasmissione delle partite sulla televisione occidentale, ma che aveva diffusione su tutto il territorio, per molti appassionati di calcio dell’est divenne quasi naturale avere un debole per una squadra dall’altra parte del mondo.

A metà degli anni Settanta ci furono i primi contatti tra le due tifoserie: allo stadio An der Alten Försterei si sentivano sempre più spesso cori a favore dei cugini blu; striscioni e slogan di incitamento si leggevano anche all’Olympiastadion durante i match casalinghi dell’Hertha. Indossavano anche sciarpe, berretti e giubbotti con i colori dell’altro club con delle patch fatte in casa con scritte del tipo “Amici dietro il filo spinato” o “Hertha e Union – una nazione”.

Due giorni dopo la caduta del Muro, l’11 novembre 1989, l’Hertha giocava un match in casa contro il Wattenscheid 09: gli appassionati di calcio orientali colsero la palla al balzo, approfittando della libertà di circolazione, per assistere all’incontro. Lo stadio era stracolmo di 55.000 spettatori invece della solita affluenza di circa 10.000 tifosi. Tra i presenti, c’era anche qualche giocatore dell’Union assieme al loro allenatore Karsten Heine. L’Hertha ottenne con difficoltà il pareggio per 1-1, ma venne celebrata tra gli spalti come una grande vittoria. In futuro si dirà che l’allenatore del Wattenscheid, Hannes Bongartz, non avesse voluto vincere la partita per non rovinare l’atmosfera che si respirava quel giorno.

 

Gennaio 1990, la partita della riunificazione tra le due Germanie

Sulla scia di questa positività ed euforia, il 27 gennaio 1990, nell’imponente cornice (agli occhi dei tifosi dell’Union) dell’Olympiastadion, si disputò il “Wiedervereinigungsspiel” ovvero la “partita della riunificazione”, sottotitolo: l’esempio concreto di come lo sport e, di riflesso, il calcio possano essere importanti e determinanti su decisioni politiche. La Germania Ovest e la Germania Est si ritrovarono da un momento all’altro senza una barriera, erano “nude” e impreparate dinanzi al futuro e, in quel clima di incertezza, l’incontro tra Hertha e Union senza dubbio facilitò e alleggerì il dialogo tra le due nazioni. Quel derby di Berlino fu il primo, vero tentativo di cucitura: il match fu organizzato dalle Poste tedesche, il biglietto costava cinque marchi, non importava se fossero della Repubblica federale o di quella democratica,, ed era stata data libera possibilità di raggiungere lo stadio usando mezzi pubblici o privati: per la prima volta si videro le Trabant parcheggiate fuori.

Ben 51.720 tifosi si presentarono alle 14.30 per il fischio di inizio del derby di Berlino. I colori, tra gli spalti, si mescolavano: il blu e il rosso, in mezzo il bianco; era il giorno giusto per fraternizzare e i cori e gli striscioni, monotematici, esaltavano il doppio dominio delle due squadre separate dal fiume Sprea. Sul campo, l’Hertha vinse 2-1 e l’ironia e il destino anche quel pomeriggio si divertirono a incrociare storie e coincidenze: ad aprire le marcature, infatti, fu Axel Kruse, ex attaccante dell’Hansa Rostock che l’8 luglio 1989, approfittando di un’amichevole della sua squadra a Copenaghen, scappò dalla DDR per rifugiarsi in Germania Ovest e si accasò proprio nell’Hertha. Nel tripudio generale delle tifoserie, il gol del pareggio dell’Union fu un momento toccante e da pelle d’oca: alla rete di André Sirocks, la prima storica marcatura della squadra dell’est su un campo fuori dai confini della Repubblica Democratica tedesca, anche i calciatori della squadra rivale si fermarono ad applaudire. Per finire, la rete del definitivo 2-1 fu segnata da René Unglaube, un ex-Eisern.

E dopo? Perché tutto si è dissolto? Ben presto l’atmosfera speranzosa e amichevole tra le due tifoserie andò scemando. Già nella seconda partita che si giocò all’Alte Försterei, il 12 agosto 1990, si presentarono poco meno di 4.000 spettatori. L’esigua capienza dello stadio e la data in pieno periodo estivo possono solo in parte motivare quella debacle: quello, forse, fu probabilmente il primo segno di reciproca indifferenza. Nel corso del tempo, i tifosi hanno sviluppato nuove antipatie e la vecchia “amicizia dietro il filo spinato” è rimasta un piacevole ricordo sbiadito.

L’osservato speciale: la seconda giovinezza di Vedad Ibisevic

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Robert Lewandowski, Claudio Pizarro, Mario Gomez, Marco Reus. I primi quattro migliori marcatori della Bundesliga in attività sono giocatori conosciuti in tutto il mondo, già leggende consacrate del calcio tedesco. Al quinto posto, invece, c’è forse uno dei calciatori più sottovalutati, tra i meno considerati, ma che ha un posto nei migliori 30 goleador all-time del massimo campionato tedesco. Uno che la Bundesliga non l’ha mai vinta e che neanche ha mai giocato una partita di Champions League. Uno che dal 2006 ad oggi è sempre stato tra i protagonisti del massimo campionato tedesco e per 8 stagioni è andato in doppia cifra di goal. Uno che ad agosto spegnerà 36 candeline, ma che se ne sente addosso una decina di meno. Soprattutto ora, con il ritorno del suo amico ed ex collega d’attacco Bruno Labbadia. Da quando il calcio è ripartito, Vedad Ibisevic vive una seconda giovinezza.

Tra il bosniaco e il suo attuale allenatore c’è un legame che è nato allo Stoccarda: nell’inverno 2012 il club svevo, allenato proprio dall’ex attaccante di origine italiana, lo acquistò dall’Hoffenheim per quasi 5 milioni di euro. Nei successivi 18 mesi, con Labbadia in panchina, il classe 1984 fece registrare numeri eccezionali: in 72 partite giocate, 41 goal e 12 assist, giocando sempre da titolare ogni qualvolta sia sceso in campo. Solo una volta da subentrato, altrimenti sempre dal 1′. Lasciando il terreno di gioco in anticipo soltanto una decina di volte. Soltanto nella sua prima stagione di Bundesliga con l’Hoffenheim aveva fatto meglio a livello di rendimento – 18 goal e 7 assist in 17 partite con Rangnick in panchina, prima di rompersi il crociato in inverno e dover ripartire di fatto da zero.

Quella stagione Vedad Ibisevic confermò di avere quelle potenzialità che nel 2004 avevano convinto il PSG ad acquistarlo e puntare su di lui, ancora ventenne e proveniente da una breve parentesi negli USA. Poi l’arrivo in Germania, all’Alemannia Aachen. Il resto è storia. Il presente invece dice Hertha Berlino, con la fascia di capitano di una squadra che dal 2015 non sembra saper fare a meno di lui. Certo, a livello realizzativo, le medie non sono stratosferiche – 54 goal e 22 assist in 155 presenze, parliamo di circa un goal ogni tre partite: sia all’Hoffenheim che allo Stoccarda aveva medie superiori. Eppure il suo contributo alla squadra, sia spalle alla porta che fronte alla porta, è stato imprescindibile. Non solo da quando Labbadia si è seduto sulla panchina dell’Alte Dame.

L’esperienza fa la differenza, la conoscenza del gioco è il vero plus. Il resto lo fa la qualità che ha sempre avuto, così come il fisico. I mezzi tecnici ci sono sempre stati, anche se mai sufficienti a garantire quel grande salto che forse avrebbe meritato: colpa del crociato, ma anche di un carattere che spesso lo ha portato a esagerare in campo tra pallonate e gomiti alti. Ora, semplicemente, vengono messi a disposizione di un gioco corale. Come già accadeva fino alla scorsa stagione con Dárdai, come non è accaduto con Klinsmann e Nouri. Ogni allenatore ha sempre cercato di costruire coppie d’attacco coinvolgendo il bosniaco, uno che è in grado di giocare da solo come con un altro attaccante vicino: era funzionata discretamente la coppia con Selke ad esempio, che invece senza di lui ha fatto più fatica. Così come quella con Kalou.

Dall’arrivo di Labbadia in panchina, Ibisevic è tornato a essere il “giocatore chiave”, come lo stesso tecnico lo aveva definito nel 2015. Fa reparto da solo, tiene alta la squadra, permette di ripartire (“è il giocatore perfetto per giocare di rimessa”, ha detto Nagelsmann) con vicino giocatori veloci che tendono ad allargare il proprio raggio d’azione come Lukebakio e Cunha, o in altre occasioni esterni puri come Dilrosun e Mittelstädt. Cambiano gli uomini intorno a lui, ma non cambia lui. Anche Piatek si è seduto in panchina, in attesa che Labbadia cerchi una soluzione per farli coesistere. Sì, coesistere, perché Vedad Ibisevic per lui non si tocca. E come dargli torto. Anche se c’è un contratto in scadenza il 30 giugno. Possiamo già immaginare il parere della guida tecnica a riguardo…

Hany Mukhtar, talento mancato del calcio tedesco

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La storia del calcio è piena di giovani talenti che, dopo essere stati caricati di tante, forse troppe aspettative dai tifosi e dagli addetti ai lavori nei primissimi anni della loro carriera, hanno poi intrapreso un percorso sportivo nettamente al di sotto delle premesse. Uno di questi, certamente, può essere Hany Abubakr Mukhtar. Classe 1995, tedesco di Berlino ma con origini sudanesi, Mukthar ha mosso i primi passi della sua carriera nella Stern Marienfelde, società da cui, ad appena 7 anni, anno di grazia 2002, è entrato nelle giovanili del primo club della Capitale, l’Hertha Berlino.

Mukhtar è un trequartista di talento: rapido, veloce negli spazi stretti, amante del dribbling e del numero ad effetto, si adatta ben presto a giocare anche come esterno offensivo, tanto a destra quanto a sinistra, giacché è abile in egual maniera con entrambi i piedi. Insomma, un giocatore che non passa inosservato ai talent scout.

Nella stagione 2011/12, nell’Under 17 dell’Hertha Berlino, Hany Mukhtar gioca 26 partite, mette a segno 17 gol e fornisce 19 assist. Pertanto, nel 2012, a soli 17 anni, compie in anticipo il salto nella seconda squadra dell’Hertha Berlino, che milita nella Regionalliga Nordost, segnando 5 gol ed aggiungendo 3 assist in sole 13 gare disputate.

È la stagione in cui Mukhtar fa il suo esordio con la prima squadra dell’Hertha, all’epoca in 2. Bundesliga ed allenata dal tecnico olandese Jos Lukuhay: maglia numero 34 sulle spalle, Mukhtar gioca la prima delle sue 7 gare con i ‘grandi’ il 26 settembre 2012, entrando a un minuto dalla fine in occasione della partita vinta per 1-0 all’Olympiastadion contro la Dynamo Dresda.

Sembra essere l’inizio di una lunga storia d’amore tra Mukhtar e l’Hertha Berlino, nonché i primi passi di un piccolo fenomeno nel calcio che conta. Ma la storia non è andata proprio così. Nel 2013/14, con i capitolini approdati in Bundesliga, la sua stagione è condizionata, all’inizio, da una rottura del legamento collaterale della caviglia e da qualche sporadica comparata nel finale d’annata.

La stagione successiva è ancora peggio: mai considerato nella prima parte dell’anno da Lukuhay, a metà gennaio 2015 viene scaricato dall’Hertha e, per soli 500mila euro, si trasferisce in Portogallo, al Benfica, speranzoso di far vedere tutto il proprio talento. Eppure, con la maglia delle ‘Aquile’ di Lisbona, riesce ad esordire soltanto il 23 maggio, ultima gara di campionato, giocando gli ultimi 15’ in casa contro il Maritimo dopo un gettone collezionato nella seconda squadra.

A soli 20 anni la carriera di Mukhtar, insomma, sembra aver già imboccato una parabola discendente. Il suo nome viene depennato dai taccuini degli osservatori, messo ai margini e pressoché dimenticato. Torna a Berlino per poi trasferirsi in Austria, al RB Salisburgo, società che, dalla sua fondazione, punta su calciatori talentuosi e di prospettiva, ma non riesce ad imporsi nemmeno lì: 15 anonime gare per soli 416’ sul terreno di gioco.

E per Mukhtar, che nel frattempo aveva collezionato 45 presenze e 20 gol nelle selezioni giovanili della Germania, dall’Under 15 all’Under 20, è, probabilmente, il canto del cigno nonostante sia ancora tanto giovane. Il Benfica, proprietario del suo cartellino, non crede più in lui, e lo gira in prestito addirittura in Danimarca, al Bröndby. Qui, Mukhtar si rilancia: in un campionato di livello inferiore, le sue qualità emergono.

9 gol e 11 assist nella sua prima stagione in gialloblu, 2016/17, gli valgono il riscatto per 1,5 milioni di euro. Finalmente Mukhtar ha trovato la sua dimensione: 11 gol e 17 assist nel 2017/18 e 7 gol e 6 assist in quella successiva, 2018/19. L’esperienza in Danimarca, però, si è conclusa sul finire dello scorso anno, dopo altri 3 gol in 18 partite, poiché, dallo scorso mese di gennaio, Mukhtar ha deciso di varcare l’oceano e provare l’avventura nella Major League Soccer statunitense.

La MLS è un campionato dove, di frequente, approdano calciatori europei sul finire della carriera, alla ricerca di lauti ingaggi e di un calcio non propriamente impegnativo. Scegliere di approdare in MLS a 25 anni non è da tutti ma, evidentemente, il ragazzo ha capito che non è più il momento di sognare ben altri palcoscenici, rassegnandosi al fatto che la sua carriera avrebbe potuto essere tanto e che, alla fine, difficilmente sarà tramandata ai posteri.

Hany Mukhtar si è trasferito al Nashville Soccer Club, franchigia dell’omonima città di Nashville, nel Tennessee, per mettersi alle dipendenze del coach inglese Gary Smith nell’anno in cui i gialloneri avrebbero fatto il loro debutto nel massimo campionato a stelle e strisce. Avrebbero, appunto, perché la pandemia da coronavirus, che ha imposto anche lo stop alle attività sportive, calcio incluso, in giro per il mondo, ha stoppato il torneo dopo due giornate.

Vedremo, quando il calcio ripartirà, se Hany Mukhtar, che si è sempre ispirato a Kevin-Prince Boateng (anch’egli tedesco di origini africane …), lontano dai riflettori dell’Europa e del grande calcio, saprà ancora far parlare di sé oppure se si è già avviato, suo malgrado, verso il triste epilogo della sua storia personale.

Hertha Berlino e Fortuna Düsseldorf, una curiosa rivalità

Hertha Fortuna

Il calcio tedesco è pieno di storie di rivalità tra club. Alcune sono storiche, quali quella tra il Bayern Monaco ed il Borussia Mönchengladbach; altre sono più recenti, come ad esempio quella tra gli stessi bavaresi ed il Borussia Dortmund, che oggi si affrontano nel ‘Klassiker’, la sfida tra le squadre più vincenti della Bundesliga dal 1965 ad oggi.

Poi ci sono le rivalità cittadine, come quella tra Amburgo e St. Pauli, o tra lo stesso BVB e lo Schalke 04, con le città di Dortmund e Gelsenkirchen distanti appena 40 chilometri scarsi, in un match, il ‘Revierderby’, anche conosciuto come ‘Derby della Ruhr’, da sempre foriero di grandi emozioni per tifosi, sportivi ed appassionati.

Ma c’è una rivalità che, a ben vedere, si inserisce in questo filone senza alcun motivo apparentemente logico. Si tratta di quella tra l’Hertha Berlino, club della Capitale fondato nel 1892, ed il Fortuna Düsseldorf, fondato nel 1895: negli ultimi anni le due squadre si sono affrontate varie volte in sfide accese, molto importanti per i destini dell’una o dell’altra, sviluppando così astio tra le parti.

Questo sebbene, geograficamente parlando, Berlino e Düsseldorf si trovino agli antipodi (la Capitale a nord-est, Düsseldorf ad ovest), e nonostante non si siano mai ritrovate a lottare testa a testa, gomito a gomito, all’ultimo respiro, per chissà quali traguardi nel massimo campionato. Dando, però, uno sguardo al loro passato, qualche importante incrocio che possa aver acceso la miccia della tenzone può essere riscontrato.

Il Fortuna Düsseldorf vanta, nel suo scarno palmarès, due DFB-Pokal, la Coppa di Germania: vinse la prima il 23 giugno 1979, a Hannover, battendo 1-0 proprio l’Hertha Berlino grazie ad un gol del centrocampista Wolfgang Seel al 116’. Quindi, i destini di Hertha Berlino e Fortuna Düsseldorf, per lungo tempo, sono stati accomunati da tante cadute e ben poche soddisfazioni.

L’Hertha Berlino, nel 1986, sprofondò addirittura nelle serie dilettantistiche, tornando a rivedere la luce nel 1990, con il nuovo approdo in Bundesliga (da quel momento, altre due retrocessioni in 2. Bundesliga e tre promozioni per la società biancoblu), mentre il Fortuna Düsseldorf, retrocesso in 2. Bundesliga nel 1987, poi nel 1992 e quindi nel 1997, è ritornato nel massimo campionato, dopo l’inferno della Oberliga Nordrhein e della Regionalliga Nord, nel 2012.

Ed è proprio nel 2012 che Hertha Berlino e Fortuna Düsseldorf hanno incrociato nuovamente le armi dando vita ad un doppio confronto epico e drammatico: al termine della stagione 2011/12, infatti, i capitolini si sono classificati al 16° posto della Bundesliga mentre i ‘Flingeraner’ sono giunti al terzo posto della 2. Bundesliga dietro Greuther Fürth ed Eintracht Francoforte. Pertanto, come di norma, hanno dato vita alle ‘Relegationsspiele’, un doppio confronto andata e ritorno per stabilire l’ultima promossa oppure l’ultima retrocessa della stagione.

Il 10 maggio 2012, all’Olympiastadion di Berlino, 1-2 ospite: dopo l’iniziale vantaggio Hertha firmato al 19’ da Roman Hubník, il Fortuna rimontò nella ripresa, segnando con Thomas Bröker al 64’ e Adrián Ramos al 71’, mettendo una seria ipoteca sulla promozione nella massima serie. Il ritorno, disputatosi alla ‘Esprit Arena’ di Düsseldorf il 15 maggio, terminò con un pirotecnico 2-2 in virtù dei gol di Maximilian Beister (1’) e Ben Hatira (22’) nella prima frazione di gioco, Ranisav Jovanović (59’) e Raffael (85’) nella ripresa.

Fortuna Düsseldorf promosso e nuovo salto all’inferno per l’Hertha Berlino. Quel confronto di ritorno, però, è passato alla storia recente del calcio tedesco perché, oltre ad essere contraddistinto dalla risalita dei biancorossi in Bundesliga dopo 15 anni, si è caratterizzato per una sospensione del match per alcuni minuti per via dei razzi luminosi lanciati in campo dai tifosi ospiti e, nel finale, per l’invasione di campo da parte dei tifosi locali, che ha costretto l’arbitro ed i giocatori a rientrare negli spogliatoi riprendendo la gara solo dopo mezzora.

La pioggia di fumogeni.

Dopo tanti anni di seconda serie per il Fortuna, e di saliscendi per l’Hertha, le squadre sono tornate a fronteggiarsi nella stagione 2018-2019 nel massimo campionato: doppia vittoria per i biancorossi, 4-1 in casa e 2-1 in trasferta a cui, poi, va anche aggiunto un 3-1, sempre per il Fortuna Düsseldorf, in Telekom Cup. In questa stagione, poi, prima dello stop imposto al calcio per la pandemia da coronavirus, l’Hertha si è presa le sue parziali rivincite.

3-1 a Berlino nella gara d’andata, con l’esperto bomber Vedad Ibišević (37’), Javairo Dilrosun (44’) e Vladimir Darida (62’) a ribaltare l’iniziale vantaggio Fortuna con Rouwen Hennings. Ancora più bella ed appassionante la gara di ritorno, alla ‘Esprit Arena’, finita 3-3 il 28 febbraio scorso: dal 3-0 per i padroni di casa, in virtù delle reti di Kenan Karaman (6’ e 46’) ed Erik Thommy (9’), poi rimonta dei berlinesi nella ripresa, grazie ai gol all’autogol di Thommy (64’), a Matheus Cunha (66’) ed al calcio di rigore del nuovo acquisto Krzysztof Piatek (75’). Ultimo capitolo di un’avvincente saga.

🎥 VIDEO – Cunha show: goal di tacco all’esordio

Cunha

Dopo Ascacibar, Piatek e Tousart, l’Hertha Berlino ha chiuso il proprio faraonico mercato invernale aggiungendo alla rosa Matheus Cunha: il classe 1999 ha lasciato il Lipsia dopo essere stato declassato a riserva naturale di Timo Werner. E visto che Timo sta segnando come mai nella sua carriera, il brasiliano di conseguenza è finito ai margini della rosa giocando poco più di 300 minuti tra tutte le competizioni, senza riuscire a segnare neanche un goal. Un’inversione di tendenza rispetto alla stagione scorsa, chiusa con 9 goal tra tutte le competizioni (tra cui la perla contro il Leverkusen, eletta tra i goal dell’anno) e quasi 200 minuti in campo.

A differenza di Ascacibar e Piatek, che hanno già esordito a inizio mese, Cunha ha dovuto aspettare qualche settimana in più a causa di un impegno piuttosto urgente con la nazionale brasiliana Under 23: doveva strappare il pass per le Olimpiadi. Preso. In settimana è arrivato a Berlino e nonostante il jet-lag è stato subito lanciato titolare insieme a Piatek contro il Paderborn. Una scelta che poteva far discutere, ma Alexander Nouri – l’erede di Klinsmann dopo le contestate dimissioni – si è sentito sicuro della scelta.

Cunha, dal canto suo, lo ha ripagato alla grande: segnando il goal decisivo per vincere la partita. Non propriamente in un modo banale, visto che lo ha fatto grazie a un colpo di tacco geniale spalle alla porta. Un goal da tre punti da vedere e rivedere, per un esordio da sogno.

Cosa è successo tra Klinsmann e l’Hertha Berlino

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Le dimissioni di Jürgen Klinsmann da allenatore dell’Hertha Berlino ieri hanno scosso tutto il calcio tedesco e dato il via alla classica fuga di notizie che si verifica in questi casi. 24 ore dopo, la chiarezza totale ancora non c’è – e finché non sarà Klinsi a parlare forse non ci sarà mai. Si è però arrivati a una ricostruzione piuttosto dettagliata di come le cose possano essere andate. E la conclusione che si può trarre è che l’errore sia stato fatto a monte, ovvero quando si è scelto Klinsmann per allenare l’Hertha. Ma andiamo per gradi.

L’avventura dell’ex Ct degli Stati Uniti sulla panchina berlinese è iniziata a fine novembre ed è durata 76 giorni, ma in realtà è già da agosto-settembre che il suo nome ruota intorno a die Alte Dame, più o meno da quando il magnate Lars Windhorst ha deciso di investire nel club (ve ne avevamo parlato a dicembre). Klinsmann è entrato a far parte nel consiglio di vigilanza e poi è stato scelto come allenatore, una volta che le cose con Ante Covic – promosso in estate dall’Unser 23 per sostituire Dardái – sembravano essere precipitate. L’esperienza di uno che ha allenato anche la Germania e il Bayern poteva essere l’arma in più per far fare il salto di qualità alla squadra.

C’è stato però un elemento di discordia, evidentemente: la durata del contratto. Klinsmann ha firmato solo fino a fine stagione, ipoteticamente con una successiva promessa di avere un ruolo importante come direttore tecnico o qualcosa di simile. Così fosse, le dimissioni sarebbero semplicemente una ‘scusa’ per tornare/arrivare il prima possibile nel suo ruolo e poterlo gestire meglio. Secondo il ‘kicker’ però dietro alla scelta di Klinsmann ci sarebbe anche il “no” incassato dall’Hertha quando si è proposto come direttore tecnico. Mettendola sul piano dell’ironia, forse il suo vero ruolo ‘ideale’ e desiderato, visto che nemmeno si era portato i documenti da Los Angeles per allenare…

Attualmente la parte sportiva è in mano a Michael Preetz, con cui tra l’altro Klinsi non avrebbe un rapporto rose e fiori: secondo ‘Sport1’ infatti il direttore sportivo si sarebbe molto risentito per le richieste di cessione di Arne Maier e Niklas Stark, che il club, compreso il presidente Gegenbauer, vede come due giocatori che possono essere il futuro dell’Hertha e della Germania e alla fine trattenuti quasi a forza. Ha fatto discutere anche la cessione di Ondrej Duda, che ieri ha messo un ‘like’ alla notizia delle dimissioni. Ha avuto ripercussioni anche l’aver messo di fatto fuori rosa Salomon Kalou, un’istituzione, che ha parlato di “mancanza di rispetto” nei suoi confronti.

I rapporti con gli altri dirigenti sembrano dunque già abbastanza confusi, ma qualcosa non torna. Perché anche Klinsmann stesso è a tutti gli effetti un dirigente dell’Hertha Berlino, facendo parte del consiglio di vigilanza. Ed è piccola una contraddizione che emerge anche nella lettera di dimissioni sul proprio profilo Facebook, nella quale parla di poca fiducia nei suoi confronti.

“A fine novembre abbiamo risposto alle esigenze del club mettendo insieme un gruppo competente per uscire da un momento difficile. In breve tempo abbiamo ottenuto ottimi risultati.
Come allenatore mi serve la fiducia di chi è coinvolto, e questa non c’è stata. La coesione è fondamentale per non retrocedere e senno è garantita non posso dare il massimo come allenatore, dunque non attenermi alle mie responsabilità.
Per questo ho deciso di fare un passo indietro da allenatore e concentrarmi sul mio lavoro di membro del board di supervisione”.

Il ‘kicker’ ha parlato di una scelta egoistica di Klinsmann, anche perché – come suo solito – in atto c’era una mini-rivoluzione, fatta di acquisti importantissimi e tanti soldi spesi: da Ascacibar a Cunha, passando per Tousart e soprattutto il fiore all’occhiello Piatek. Il club ha sborsato circa 80 milioni di euro. E ha anche lasciato andare giocatori di livello come Duda o Selke. Cambiamenti sotto la regia dell’allenatore, che di fatto un ruolo da direttore tecnico in qualche modo già lo aveva, anche se non da plenipotenziario. Esempio: l’allenatore dei portieri. Al suo arrivo aveva allontanato Zsolt Petry, facendo anche scontento Jarstein, il suo numero 1. 24 ore dopo le dimissioni, Petry è tornato al suo posto.

I risultati comunque erano parzialmente dalla sua: tra Bundesliga e DFB-Pokal, 3 vittorie e 4 sconfitte in 10 partite, ma con un calendario molto complicato: Mainz a parte, ha sempre e solo affrontato squadre messe meglio in classifica, attualmente tutte nella top 10. E in Bundesliga ha ottenuto 4 clean sheet in 9 gare: in questo stint ha fatto meglio solo il Bayern. Insomma, le sue scelte avrebbero potuto portare a qualcosa, per quanto spesso fossero controverse. Il punto interrogativo però si pone ugualmente ora che Klinsmann è nel consiglio di vigilanza: i rapporti con gli altri dirigenti sono sufficientemente sani da poter permettere di lavorare uniti? Quell’unità di cui lui stesso parlava nella lettera di dimissioni.

Dall’esterno, non tutti sono convinti. Lothar Matthäus come suo solito ci è andato morbido, affermando che l’ex compagno di nazionale e club “non è per nulla un team player”. Tra club e squadra le reazioni ai microfoni della ‘Bild’ sono state diverse. Windhorst ha sorprendentemente annunciato che Klinsmann gli ha comunicato la decisione solo un giorno prima, Grujic ha invece spiegato come la squadra sia “in confusione, ma il mister ha detto che doveva prendere quella decisione”. Skjelbred dall’alto della sua esperienza è stato molto politico: “Penso che sia lui sia il club abbiano avuto le loro buone ragioni”.

Attualmente l’Hertha è in mano ad Alexander Nouri, che era vice di Klinsmann, ma ha già allenato in Bundesliga il Werder Brema con grande successo nella stagione 2016/17, portandolo dalla retrocessione terza a un passo dall’Europa League. ‘Sky Sport’ ha parlato anche di possibilità Niko Kovac (più per giugno, secondo ‘Sport1’). Rimangono in piedi anche i nomi di Roger Schmidt e Bruno Labbadia. Da un lato questo senso di incertezza generale lascia intendere che davvero nessuno si aspettasse l’addio di Klinsmann. Dall’altro, però, c’è la sensazione che le dimissioni siano una mossa strategica anche per il club. Soltanto il futuro prossimo fornirà una risposta. Una cosa è certa: quando alla presentazione, sotto l’hashtag “il futuro appartiene a Berlino”, Klinsmann aveva dichiarato che “l’Hertha avrebbe fatto grandi cose”, di certo non intendeva queste…

I 5 acquisti ‘rivelazione’ del mercato di gennaio

mercato

Le prime pagine se le sono prese Haaland, Emre Can, Piatek e altri. Il mercato invernale della Bundesliga però non è stato fatto soltanto da grandi nomi e da altrettanto grandi investimenti, ma anche di colpi magari di secondo piano, che possono però essere delle vere e proprie rivelazioni per utilità, per rendimento e, perché no, anche per valore assoluto. Perché possono cambiare da soli le sorti di una squadra. In particolare ne abbiamo scelti cinque.

5 РEduard L̦wen, Augsburg

Il centrocampista classe 1997 era stato uno dei pochi a salvarsi nel Norimberga 2018/19, tanto che l’Hertha aveva deciso di puntare su di lui per 7 milioni di euro. A Berlino ha però giocato solo 7 partite e non ha mai avuto una vera occasione. Così, dopo 309 minuti, ha deciso di cambiare aria andare all’Augsburg. In Baviera può diventare la spalla ideale di capitan Baier, grazie al suo piede educato e alla sua capacità di mantenere l’equilibrio di squadra senza far mancare l’apporto offensivo. Sia da titolare che entrando a partita in corso.

4 – Santiago Ascacibar, Hertha Berlino

È stato uno dei pochi a salvarsi nello Stoccarda dello scorso anno, anche se alla fine aveva scelto di rimanere in Zweite. La chiamata dell’Hertha Berlino è stata decisiva per farlo tornare in Bundesliga. Nello scacchiere di Klinsmann è già diventato il perno del centrocampo, l’uomo che dà equilibrio davanti alla difesa, detta i ritmi e soprattutto garantisce fisicità. Per ora è anche riuscito a non prendere gialli. Nell’Hertha del futuro si propone come uno dei possibili protagonisti. L’età è dalla sua: compirà 23 anni a febbraio.

3 – Munas Dabbur, Hoffenheim

L’israeliano è stato uno degli uomini di punta del Red Bull Salisburgo che ha fatto divertire tutti in Europa League fino all’estate scorsa. Poi è passato al Siviglia, visto che doveva far spazio a un certo Haaland. In Spagna non è andata come sperava. Ora l’arrivo in Bundesliga, in una squadra che cerca i goal di un centravanti come lui. Dopo 72 goal in due stagioni e mezzo con i dominatori d’Austria, a 27 anni Dabbbur prova a rilanciarsi.

2 – Mark Uth, Colonia

Si tratta di un ritorno a casa, perché Uth a Colonia ci è cresciuto e nell’effzeh ci ha già giocato, prima di cercare (e trovare) fortuna in Olanda. Dopo i goal all’Hoffenheim e la sfortunata esperienza allo Schalke, il classe 1991 è tornato nella sua città. Nel giro di poco è diventato un punto di riferimento per una squadra giovane che cercava esperienza. Gisdol lo ha sempre schierato titolare da seconda punta dietro Cordoba ed è stato ripagato con un goal e 2 assist nelle prime tre gare. Garanzia.

1 – Kevin Vogt, Werder Brema

Si tratta del colpo che può essere più importante per due ragioni. La prima: era entrato anche in orbita Bayern Monaco nelle ultime sessioni di mercato, e non è un caso. La seconda: non è solo la scelta di un giocatore, ma di un sistema di gioco. Vogt è probabilmente uno dei cinque migliori centrali di una difesa a tre. Lo ha dimostrato con Nagelsmann all’Hoffenheim. Schreuder ha poi scelto di tornare a quattro finendo per escluderlo. Così ha scelto Brema e il Werder. Ovviamente l’eventuale salvezza non dipenderà certamente solo da lui, ma la cosa che più interessa è che il suo acquisto riporta chiarezza in una squadra ricca di confusione.