Stefan Ortega, il portiere dell’Arminia che ha colpito anche il Bayern

stefan ortega

Quest’anno, la lotta per la permanenza in Bundesliga sta regalando non meno emozioni di quella per i piazzamenti europei: a 8 giornate dalla fine, 4 squadre sono racchiuse in due punti dal 14esimo al 17esimo posto; oltre allo Schalke, fanalino di coda che sembra ormai destinato alla Zweite, in ordine decrescente di classifica troviamo Hertha Berlino, Mainz, Colonia e Arminia Bielefeld; squadre diverse con storie ed ambizioni diverse, che oggi si ritrovano a lottare per un obiettivo comune: la salvezza. E se Hertha e Schalke sono sorprese in negativo, il Bielefeld è una sorpresa in positivo: nonostante si trovi al 17esimo posto, che significherebbe retrocessione diretta, Die Blauen hanno tutte le carte in regola per puntare ad una salvezza che ad inizio anno sembrava improbabile, se non proibitiva – vuoi per inadeguatezza della rosa, vuoi per inesperienza; se oggi si trovano in questa posizione, devono ringraziare anche il loro portiere, Stefan Ortega, che sta contribuendo con le sue parate alla rincorsa alla salvezza.

Il suo nome potrebbe far pensare a una provenienza iberica o latinoamericana, ma Stefan Ortega è in realtà tedesco a tutti gli effetti: è nato a Calden (nel nord del Land dell’Assia, non lontano dal confine con il Nordreno-Westfalia) da padre spagnolo, da cui ha ereditato il cognome, e madre tedesca. Classe 1992, dopo aver iniziato a giocare a calcio da bambino, militando in piccoli club della sua città, all’età di 14 anni si sono aperte per lui le porte del settore giovanile dell’Arminia Bielefeld. Dopo tre anni di maturazione nelle giovanili e uno come portiere di riserva nella seconda squadra, allora militante in Oberliga (la quinta serie della piramide calcistica tedesca), a 18 anni, nel 2011, è stato promosso in prima squadra, nel frattempo caduta rovinosamente, dopo numerose stagioni passate costantemente a cavallo tra la Bundesliga e la Zweite, in 3. Liga.

In prima squadra Ortega fatica a trovare spazio: partito come secondo, nella prima stagione colleziona un discreto bottino di 20 presenze per via dell’infortunio di Patrick Platins, portiere titolare, mentre nella seconda si accomoda regolarmente in panchina, debuttando solamente in occasione dell’ultima gara di campionato, che ha visto l’Arminia riconquistare la 2. Bundesliga. Nella stagione successiva, è ancora il vice di Platins, che sostituisce solo in occasione dei primi 4 match e dell’ultima parte del girone di ritorno. A 21 anni Ortega non è soddisfatto: dopo 8 anni nel Bielefeld, che nel frattempo retrocede in Dritte, vuole cambiare aria e giocare con costanza, per fare, in futuro, il grande salto.

 

Passa perciò a titolo gratuito al Monaco 1860, che staziona stabilmente in 2. Bundesliga, con la speranza di trovare più minutaggio, ma le cose non vanno come sperato: in 3 stagioni passate in Baviera, Ortega non viene usato con frequenza, ma viene spesso alternato con altri portieri, trovando il posto da titolare solamente nell’ultima parte della terza stagione; come se non bastasse, il rendimento del Monaco cala vistosamente, fino ad arrivare alla retrocessione. A 24 anni, momento cruciale della carriera, non è abbastanza: il treno per il calcio che conta sta per passare, ed Ortega rischia seriamente di non prenderlo. Così, nel 2017, sceglie di tornare a casa, all’Arminia Bielefeld, nel frattempo ritornato nella serie cadetta e alla ricerca di un titolare.

Il ritorno in Vestfalia prende una piega positiva e gli regala grosse soddisfazioni: Ortega ha modo di mettersi in mostra e di dimostrare le sue caratteristiche, quelle di portiere completo sotto ogni punto di vista e moderno, che gli finalmente permettono di conquistare fin da subito il posto da titolare. Tre ottime annate in Zweite, in cui salta solamente tre match, culminate con la trionfale promozione in Bundesliga della scorsa stagione. Nonostante qualche errore, come la clamorosa papera contro l’Heidenheim, nello scorso campionato di Zweite, le sue prestazioni sono in generale positive, inducendo die Arminen a confermarlo anche per la Bundesliga, nonostante la totale inesperienza nel massimo campionato tedesco.

Ortega ha prontamente ricambiato la fiducia del club, risultando finora uno dei migliori tra i suoi e tra i portieri del campionato, ergendosi a leader della squadra e contribuendo con le sue parate alla rincorsa alla salvezza del Bielefeld, e basta guardare le statistiche per avere conferma del suo rendimento: il 28enne non ha saltato un minuto delle 27 partite disputatesi finora in questa Bundesliga, ha mantenuto la porta inviolata per ben 6 volte (dato non indifferente per la quarta difesa peggiore del torneo), ha effettuato il secondo numero più alto di parate (103) ed ha la quarta percentuale di parate più alta (71%). Dati sicuramente importanti per un giocatore alla sua prima stagione in Bundesliga. Consapevole della sua stagione, Ortega non ha potuto fare a meno di esternare la propria gioia.

“Naturalmente giocare in Bundesliga è qualcosa di speciale: ogni avversario ha le sue qualità ed il suo gioco particolare. È esattamente ciò che volevo, il mio sogno. Certamente possiedo delle qualità, sono stato in grado di mostrarle nelle prime partite di campionato. Il mio obiettivo è quello di migliorare il più possibile, e di lasciare sempre il segno sulla partita, in modo che tutti possano vedere che anch’io merito di giocare in Bundesliga”

E se la sua carriera, dopo anni di serie minori e panchine, sembra essere finalmente svoltata, il futuro potrebbe riservargli un’ulteriore sorpresa: il Bayern Monaco, è alla ricerca di un vice-Neuer tecnicamente completo ed affidabile – poiché Nübel, l’attuale dodicesimo dei bavaresi, potrebbe fare la valigie per trovare più minutaggio altrove – ed avrebbe individuato proprio in Ortega il candidato ideale a questo ruolo. Del resto, egli stesso, qualche mese fa, in occasione della sfida proprio contro gli attuali campioni d’Europa, aveva fatto al Kicker dichiarazioni di stima per Neuer e per la squadra.

“È indubbiamente il miglior portiere al mondo. Si fa trovare sempre al posto giusto nel momento giusto, e risponde sempre presente nei momenti decisivi, per aiutare una squadra già ottima di per sé. Senza le sue parate, le partite sarebbero differenti. La mentalità di Manuel Neuer è la sua più grande forza, e ciò è ammirevole.”

Prima di parlare di un suo ipotetico trasferimento al Bayern, bisogna pensare al finale di stagione: la salvezza non è un miraggio, ma sarà necessario lottare fino alla fine per conquistare la permanenza in Bundesliga. Stefan Ortega ne è consapevole, ed è pronto per dare il tutto per tutto, per continuare a scrivere la storia dell’Arminia Bielefeld e la sua. La storia di un ragazzo che, partendo dal nulla delle panchine in terza serie, si sta mettendo in evidenza come novità della Bundesliga, e punta ancora più in alto.

Hertha-Augsburg, la prima volta contro per Sami e Rani Khedira

sami rani khedira

La partita tra Hertha e Augsburg sarà un crocevia importante per capire quanto le due squadre dovranno soffrire per ottenere la salvezza. Ma c’è un altro motivo di interesse intorno alla sfida dell’Olympiastadion: per la prima volta in Bundesliga si affronteranno i fratelli Khedira, Sami contro Rani. Anche se in campo forse non ci saranno, uno per infortunio e l’altro per scelte tecniche, la partita è comunque a suo modo storica. Specialmente per mamma e papà.

Come avevamo visto in un precedente articolo in Bundesliga ci sono tanti esempi di fratelli minori sulle orme dei più famosi maggiori e questo è uno dei più evidenti. Anche perché vederli contro sarà una novità assoluta.

Sami e Rani Khedira hanno sette anni di differenza. Madre tedesca e papà tunisino, crescono in una piccola città a nord di Stoccarda. Hanno un altro fratello, Denny, anche lui legato al mondo dello Sport (è laureato in Gestione dello Sport). Sicuramente la famiglia Khedira non era benestante, ma come ha dichiarato lo stesso Sami “è stata una grande infanzia”.

Sami Khedira, classe 1987, oltre a essere conosciuto a livello mondiale anche per essere diventato campione del Mondo nel 2014 con la Mannschaft (a segno anche nell’1 a 7 del Mineirazo), è uno dei calciatori più vincenti in circolazione. Sono 20 i trofei conquistati tra nazionale, Stoccarda, Real Madrid e Juventus.

A soli otto anni entra a far parte della florida accademia giovanile degli svevi. La svolta della carriera avviene grazie ad un allenatore che stava per scrivere la storia del club: Armin Veh. Il tecnico infatti decide di promuovere il giovane centrocampista in prima squadra all’inizio della stagione 2006/2007, facendolo già esordire proprio contro il suo attuale club, l’Hertha, alla sesta giornata. Il resto è storia: 8 vittorie consecutive nelle ultime 8 giornate permettono allo Stoccarda di superare lo Schalke di Mirko Slomka e di vincere il quinto titolo della propria storia. Il ventenne Khedira è decisivo: padrone del centrocampo, segna 4 gol, tra cui quello di testa all’ultima giornata contro l’Energie Cottbus. È la rete del 2 a 1, grazie al quale il Meisterschale torna in Svevia dopo quindici anni.

Poi nell’estate del 2010 la chiamata a cui non si può dire di no. Il Real Madrid versa nelle casse dello Stoccarda quattordici milioni di euro e Sami si trasferisce in Spagna. Intanto il fratello minore Rani ha sedici anni e gioca, anche lui come centrocampista, nell’Under-17, ovviamente dello Stoccarda. Con la prima squadra l’esperienza sarà però breve: qualche apparizione nella stagione 2013/2014 e poi la cessione al giovane Lipsia targato Red Bull, già arrivato fino alla Zweite. Il secondo anno in Sassonia può festeggiare la prima storica promozione in Bundesliga del club e dopo una stagione poco fortunata sotto la guida di Ralph Hasenhüttl passa all’Augsburg.

Nel frattempo Sami ha vinto tutto con il Real Madrid, lasciato nel mercato estivo del 2015 per trasferirsi in Serie A, alla Juventus, dove continuerà a riempire la bacheca di trofei. A Torino gli infortuni lo tormentano e a gennaio, alla soglia dei trentaquattro anni, decide di tornare in Bundesliga dopo più di dieci stagioni.

Sabato Sami e Rani Khedira si affronteranno per la prima volta arrivando da due situazioni molto diverse. Rani dopo tre stagioni da protagonista e un inizio promettente sembra aver perso la titolarità, a maggior ragione dopo l’arrivo di Bénes dal Gladbach. Ora si è anche cominciato a parlare di addio a fine anno. Sami invece grazie ad esperienza e carisma ha ridato speranza all’Hertha, al di là dei risultati. Se giocheranno entrambi si troveranno a duellare in mezzo al campo. Senza mai risparmiarsi e sempre con correttezza. Come insegnato da mammà Doris e papà Lazhar.

Favre e l’Hertha: ritorno a Berlino nel segno delle imprese mancate

Favre hertha

La sfida tra Hertha Berlino e Borussia Dortmund che si giocherà nella settima giornata di Bundesliga 2020/21 non sarà una partita particolare soltanto per l’orario insolito (le 20.30 del sabato), ma anche per Lucien Favre. Il tecnico del BVB è infatti un ex, essendo stato a Berlino per poco più di due anni, da luglio 2007 a settembre 2009. Forse è proprio in quella esperienza che sono emersi i punti di forza e di debolezza che caratterizzeranno anche gli anni successivi della carriera dello svizzero, nonché il presente alla guida del Borussia Dortmund.

Favre, classe 1957, inizia la carriera da allenatore nel campionato elvetico, facendosi notare a inizio anni 2000 con la vittoria della Coppa Svizzera con il Servette, società con cui aveva militato a lungo anche da calciatore. Dopo un anno di pausa è la chiamata dello Zurigo nella stagione 2003/2004 a decretare la svolta. Due anni per mettere le basi ad un squadra che vincerà due Super League consecutive nel 2006 e nel 2007.

A questo punto entra in scena l’Hertha, che decide di puntare su Favre, scelto per il bel gioco espresso a Zurigo e per la capacità di costruire nel tempo un gruppo vincente. Di fatto entra nel calcio ad alti livelli. Anche a Berlino nella prima stagione lo svizzero lavora per creare un gruppo solido: decimo posto finale, con una grande nota di merito. Die Alte Dame viene infatti ammessa ai turni preliminari della Coppa Uefa grazie al Fair Play ranking, basato su criteri quali tra gli altri il gioco propositivo, il rispetto per l’avversario e il comportamento dello staff.

La stagione 2008/2009 è la più emozionante degli ultimi decenni per l’Hertha, che sogna concretamente la prima vittoria in Bundesliga, il terzo titolo in assoluto dopo i due campionati vinti consecutivamente a cavallo degli anni ’20 e ’30. Infatti a due giornate dalla fine, dopo il 3-2 a Colonia, la classifica dice: Wolfsburg e Bayern 63 punti, Hertha 62 e Stoccarda 61. In questa situazione è evidente a tutti che saranno mentalità e freddezza a decidere a chi andrà il Meisterschale.

La critica maggiore che ancora oggi nel Borussia Dortmund viene fatta a Favre è proprio questo aspetto mentale. L’Hertha pareggia in casa contro lo Schalke e perde all’ultima giornata contro il Karlsruher penultimo. Non solo sfuma il sogno Meisterschale, che va al Wolfsburg di Felix Magath, ma i berlinesi vengono anche superati al terzo posto dallo Stoccarda e devono dire addio alla Champions League.

Questo finale lascia pesanti strascichi, nella squadra come nel tecnico. E la stagione 2009/2010 lo dimostra chiaramente. Dopo la vittoria contro l’Hannover alla prima giornata arrivano sei sconfitte consecutive, con 17 gol subiti e soltanto 5 fatti. L’esonero di Favre è inevitabile e il prosieguo della stagione non sarà meglio per l’Hertha: ultimo posto e retrocessione in Zweite.

Sabato non sarà la prima volta che Lucien Favre tornerà all’Olympiastadion. Ma dopo la sconfitta nel Klassiker e con la critica che continua a non essere certo morbida nei suoi confronti (significativo a tal proposito l’editoriale di Matt Ford di giugno su ‘Deutsche Welle’), forse più delle altre volte ripenserà a quegli ultimi mesi a Berlino. L’Hertha sembra ancora una volta più che mai la squadra del suo destino.

La triste fine di Thomas Kraft, una promessa mai mantenuta

thomas kraft

Da giovane era uno dei portieri più promettenti del calcio tedesco. L’1 luglio scorso, dopo quattro stagioni passate da riserva del norvegese Jarstein, Thomas Kraft ha annunciato di voler definitivamente appendere gli scarpini al chiodo a 31 anni. Il motivo? Da tempo soffre di problemi al collo e alla schiena, che lo hanno tenuto lontano dai campi di gioco negli ultimi due mesi. Probabilmente questo non è l’unico motivo, anche perché recentemente l’ex Bayern aveva ammesso di voler passare più tempo con la sua famiglia, da cui spesso si doveva assentare per lunghi periodi a causa degli impegni con la squadra.

Poi è lecito pensare anche ad altro, come a una completa perdita degli stimoli necessari per continuare a giocare a calcio: il ruolo del portiere è notoriamente uno dei più stressanti dal punto di vista psicologico, come ha purtroppo insegnato la triste storia di Robert Enke. In più Kraft vive da sempre nel rimpianto di non essere diventato quello che tutti si aspettavano diventasse.

La (non) fiducia del Bayern e la possibilità di van Gaal

Agli inizi della sua carriera, infatti, il classe 1988 era ritenuto un ottimo portiere, con tanto potenziale da esprimere. A 16 anni si era spostato dalla sua regione d’origine, la Renania-Palatinato, per trasferirsi nelle giovanili del Bayern Monaco e dedicarsi completamente al calcio, lo sport di cui si era innamorato da bambino. In Baviera, però, giocava il re dei portieri tedeschi, Oliver Kahn, il cui soprannome era appunto King Kahn (o König, se preferite il tedesco): una leggenda inamovibile del club bavarese, che però lasciò il club e il calcio giocato nel 2008, quando Kraft cominciò a entrare nell’orbita della prima squadra.

Tuttavia qualcosa non andava. Dall’addio di Kahn lo spazio che gli veniva concesso era ancora minore e a 22 anni lui non aveva ancora giocato nemmeno un minuto in Bundesliga. La sua carriera ad alti livelli sembrava già finita, anche se non era mai realmente iniziata. Nella seconda metà della stagione 2010/11, però, gli errori del titolare Butt e l’addio di Rensing, anche lui considerato un grande prospetto delle giovanili bavaresi, convinsero Louis van Gaal a puntare su Kraft, che venne scelto come il portiere titolare per il resto della stagione. Il 15 gennaio arrivò il tanto atteso esordio, contro il Wolfsburg: la partita terminò per 1-1, e fu proprio il portiere tedesco a realizzare l’assist (su cui il portiere avversario sbagliò completamente l’uscita) per il gol di Thomas Müller. Anche se la stagione era stata fino ad allora molto deludente, i tifosi del Bayern erano quanto meno più sicuri con lui fra i pali. Le delusioni tuttavia non erano finite, perché il 15 marzo successivo il Bayern uscì dalla Champions League perdendo per 3-2 contro l’Inter, che diventò la prima squadra a uscire vincitrice dall’Allianz Arena.

Un errore fatale

Van Gaal era prossimo all’esonero e il 9 aprile avrebbe dovuto affrontare il Norimberga con l’obbligo di vincere. Kraft, ovviamente, partì dal primo minuto, e già nel primo tempo corse un rischio enorme con un’uscita assolutamente inguardabile per anticipare l’attaccante avversario. Nel secondo tempo entrò l’altra ex promessa Diego Contento, per cercare di mantenere l’1-0 guadagnato nel primo tempo, ma l’ex promessa rischiò un’altra uscita: anticipò Lahm, cercò di giocare la palla con un morbido pallonetto, che però finì sui piedi del rapace Eigler, che da 30 metri tirò al volo e segnò il gol che segnava la fine dell’avventura dell’allenatore olandese sulla panchina del Bayern. Non solo, perché da quel momento Thomas Kraft non giocò più un solo minuto con la maglia della squadra che l’aveva cresciuto e condannato, in quel preciso istante.

Thomas Kraft, l’inizio di una triste fine

A fine anno andò in scadenza e finalmente era libero di scegliere una squadra che gli avrebbe permesso di giocare con costanza, dimenticando completamente il suo passato. L’offerta più convincente fu quella dell’Hertha Berlino, ritornato in Bundesliga dopo un anno di inferno in Zweite, e Kraft ritornò a fare ciò che più amava: il portiere. Purtroppo l’Hertha retrocedette ancora una volta e dovette rivincere la Zweite. I due anni successivi furono relativamente tranquilli per l’ex promessa del Bayern, che continuò a difendere da titolare la porta dei berlinesi, finché nell’estate del 2015 il secondo Jarstein, più esperto e affidabile, lo scavalcò nelle gerarchie e si prese il posto di titolare. Da quel momento Thomas Kraft giocò pochissimo e ancora più spesso fu costretto a stare fuori a causa di un numero spropositato di infortuni. Niente di gravissimo, ma tanti problemi minori che lo costringevano a pause improvvise e inaspettate. Nel 2017, durante un amichevole di fine stagione contro SV Falkensee-Finkenkrug, venne schierato a centrocampo nel secondo tempo e segnò da un calcio di rigore.

E ora, dopo una stagione da 4 presenze e 9 gol subiti, ha deciso di smettere per sempre con il calcio. Una decisione inaspettata, presa a nemmeno 32 anni. Pochi per un portiere, che però per tutta la carriera è stato tormentato dall’essere considerato una promessa. Una promessa infranta e che, a meno di clamorosi dietrofront, non verrà mai più mantenuta.

Il nuovo Hertha di Labbadia sogna l’Europa

Labbadia Hertha

Il fatto che Bruno Labbadia sia un allenatore perfetto per “normalizzare” un ambiente in fibrillazione è cosa risaputa dai tempi di Amburgo e più recentemente Wolfsburg. Ma una scossa del genere in una realtà come quella di Berlino sponda Hertha a marzo, dopo altri tre coach e in piena crisi sanitaria con l’impossibilità di allenarsi normalmente, forse neanche i suoi più grandi sostenitori se l’aspettavano.

Il segreto nasce proprio da quel drammatico periodo: l’allenatore di origini italiane ha subito organizzato call personali con i giocatori, per capire gli umori e individuare i punti da cui partire. La parola chiave è stata dialogo. Poi sono iniziati gli allenamenti in piccoli gruppi e infine tutti insieme, sempre con ascolto e confronto in primo piano.

Labbadia ha cambiato modulo rispetto alle ultime uscite di Nouri, puntando su tre certezze: difesa a quattro, più fantasia grazie alla posizione di Cunha (acquisto di gennaio in ulteriore crescita con la nuova gestione) e Lukebakio (o Dilrosun) e giocatori esperti che vedevano poco il campo rimessi al centro del progetto, come ad esempio Pekarik, Plattenhardt o Ibisevic. La scelta che ha stupito di più è proprio quella dell’attaccante bosniaco, preferito a Piatek in tutte le 4 partite. È vero che i due avevano già lavorato insieme a Stoccarda, ma mettere da parte un acquisto da quasi 30 milioni non era una mossa così scontata. La scelta peraltro è risultata vincente per entrambi gli attaccanti: due reti a testa dopo l’arrivo di Labbadia, il polacco sempre da subentrato.

La squadra, impostata tatticamente sul 4-2-3-1, è apparsa trasformata fin dalla ripartenza e lo 0-3 di Sinsheim non ha fatto altro che dare fiducia a un gruppo che appariva alla deriva. Il modulo sembra perfetto per valorizzare i movimenti e gli inserimenti dei tre attaccanti dietro la punta. Fondamentale poi l’apporto dei terzini, tra cui il redivivo già citato Pekarik. La coppia di centrali difensivi finora è sempre stata composta da Boyata e Torunarigha, un altro che il campo non lo vedeva molto con i precedenti allenatori. Anche quando prima della gara tra Hertha e Augsburg erano in dubbio entrambi i terzini sinistri di ruolo e l’unica scelta sembrava lo spostamento del classe ’97, Labbadia è stato chiaro, come riportato dal ‘Kicker‘: Torunarigha ha trovato l’intesa con Boyata e i centrali titolari finché sarà possibile saranno loro. In più, non ha fatto pesare gli infortuni dei vari Ascacibar, Stark, Rekik, Wolf.

I numeri della svolta sono chiari. L’Hertha grazie alla vittoria contro l’Augsburg è arrivato al sesto risultato utile consecutivo, contando i due pareggi prima della pausa della gestione Nouri. Una striscia così non accadeva da più di quattro anni. Inoltre nella storia del club capitolino soltanto Falko Götz ha ottenuto più risultati consecutivi all’esordio, sette tra febbraio e marzo 2002. Dalla ripresa del campionato l’Alte Dame ha raccolto 10 punti su 12, seconda solo al Bayern. In queste 4 partite i gol fatti sono stati 11 e i subiti 2, con +9 di differenza reti, mentre nelle precedenti 25 giornate era -16 (32 gol fatti e 48 subiti). Alla pausa il rischio di essere invischiati nella lotta per non retrocedere era concreto, ora dopo pochissimo tempo la prospettiva è diventata quella europea.

All’Hertha finalmente si guarda al futuro con ottimismo e visto il feeling con Michael Preetz questa volta Labbadia potrebbe finalmente avere il tempo di costruire. Bruno l’”aggiusta-tutto” ha già conquistato Berlino.

Hany Mukhtar, talento mancato del calcio tedesco

hany mukhtar

La storia del calcio è piena di giovani talenti che, dopo essere stati caricati di tante, forse troppe aspettative dai tifosi e dagli addetti ai lavori nei primissimi anni della loro carriera, hanno poi intrapreso un percorso sportivo nettamente al di sotto delle premesse. Uno di questi, certamente, può essere Hany Abubakr Mukhtar. Classe 1995, tedesco di Berlino ma con origini sudanesi, Mukthar ha mosso i primi passi della sua carriera nella Stern Marienfelde, società da cui, ad appena 7 anni, anno di grazia 2002, è entrato nelle giovanili del primo club della Capitale, l’Hertha Berlino.

Mukhtar è un trequartista di talento: rapido, veloce negli spazi stretti, amante del dribbling e del numero ad effetto, si adatta ben presto a giocare anche come esterno offensivo, tanto a destra quanto a sinistra, giacché è abile in egual maniera con entrambi i piedi. Insomma, un giocatore che non passa inosservato ai talent scout.

Nella stagione 2011/12, nell’Under 17 dell’Hertha Berlino, Hany Mukhtar gioca 26 partite, mette a segno 17 gol e fornisce 19 assist. Pertanto, nel 2012, a soli 17 anni, compie in anticipo il salto nella seconda squadra dell’Hertha Berlino, che milita nella Regionalliga Nordost, segnando 5 gol ed aggiungendo 3 assist in sole 13 gare disputate.

È la stagione in cui Mukhtar fa il suo esordio con la prima squadra dell’Hertha, all’epoca in 2. Bundesliga ed allenata dal tecnico olandese Jos Lukuhay: maglia numero 34 sulle spalle, Mukhtar gioca la prima delle sue 7 gare con i ‘grandi’ il 26 settembre 2012, entrando a un minuto dalla fine in occasione della partita vinta per 1-0 all’Olympiastadion contro la Dynamo Dresda.

Sembra essere l’inizio di una lunga storia d’amore tra Mukhtar e l’Hertha Berlino, nonché i primi passi di un piccolo fenomeno nel calcio che conta. Ma la storia non è andata proprio così. Nel 2013/14, con i capitolini approdati in Bundesliga, la sua stagione è condizionata, all’inizio, da una rottura del legamento collaterale della caviglia e da qualche sporadica comparata nel finale d’annata.

La stagione successiva è ancora peggio: mai considerato nella prima parte dell’anno da Lukuhay, a metà gennaio 2015 viene scaricato dall’Hertha e, per soli 500mila euro, si trasferisce in Portogallo, al Benfica, speranzoso di far vedere tutto il proprio talento. Eppure, con la maglia delle ‘Aquile’ di Lisbona, riesce ad esordire soltanto il 23 maggio, ultima gara di campionato, giocando gli ultimi 15’ in casa contro il Maritimo dopo un gettone collezionato nella seconda squadra.

A soli 20 anni la carriera di Mukhtar, insomma, sembra aver già imboccato una parabola discendente. Il suo nome viene depennato dai taccuini degli osservatori, messo ai margini e pressoché dimenticato. Torna a Berlino per poi trasferirsi in Austria, al RB Salisburgo, società che, dalla sua fondazione, punta su calciatori talentuosi e di prospettiva, ma non riesce ad imporsi nemmeno lì: 15 anonime gare per soli 416’ sul terreno di gioco.

E per Mukhtar, che nel frattempo aveva collezionato 45 presenze e 20 gol nelle selezioni giovanili della Germania, dall’Under 15 all’Under 20, è, probabilmente, il canto del cigno nonostante sia ancora tanto giovane. Il Benfica, proprietario del suo cartellino, non crede più in lui, e lo gira in prestito addirittura in Danimarca, al Bröndby. Qui, Mukhtar si rilancia: in un campionato di livello inferiore, le sue qualità emergono.

9 gol e 11 assist nella sua prima stagione in gialloblu, 2016/17, gli valgono il riscatto per 1,5 milioni di euro. Finalmente Mukhtar ha trovato la sua dimensione: 11 gol e 17 assist nel 2017/18 e 7 gol e 6 assist in quella successiva, 2018/19. L’esperienza in Danimarca, però, si è conclusa sul finire dello scorso anno, dopo altri 3 gol in 18 partite, poiché, dallo scorso mese di gennaio, Mukhtar ha deciso di varcare l’oceano e provare l’avventura nella Major League Soccer statunitense.

La MLS è un campionato dove, di frequente, approdano calciatori europei sul finire della carriera, alla ricerca di lauti ingaggi e di un calcio non propriamente impegnativo. Scegliere di approdare in MLS a 25 anni non è da tutti ma, evidentemente, il ragazzo ha capito che non è più il momento di sognare ben altri palcoscenici, rassegnandosi al fatto che la sua carriera avrebbe potuto essere tanto e che, alla fine, difficilmente sarà tramandata ai posteri.

Hany Mukhtar si è trasferito al Nashville Soccer Club, franchigia dell’omonima città di Nashville, nel Tennessee, per mettersi alle dipendenze del coach inglese Gary Smith nell’anno in cui i gialloneri avrebbero fatto il loro debutto nel massimo campionato a stelle e strisce. Avrebbero, appunto, perché la pandemia da coronavirus, che ha imposto anche lo stop alle attività sportive, calcio incluso, in giro per il mondo, ha stoppato il torneo dopo due giornate.

Vedremo, quando il calcio ripartirà, se Hany Mukhtar, che si è sempre ispirato a Kevin-Prince Boateng (anch’egli tedesco di origini africane …), lontano dai riflettori dell’Europa e del grande calcio, saprà ancora far parlare di sé oppure se si è già avviato, suo malgrado, verso il triste epilogo della sua storia personale.

Hertha Berlino e Fortuna Düsseldorf, una curiosa rivalità

Hertha Fortuna

Il calcio tedesco è pieno di storie di rivalità tra club. Alcune sono storiche, quali quella tra il Bayern Monaco ed il Borussia Mönchengladbach; altre sono più recenti, come ad esempio quella tra gli stessi bavaresi ed il Borussia Dortmund, che oggi si affrontano nel ‘Klassiker’, la sfida tra le squadre più vincenti della Bundesliga dal 1965 ad oggi.

Poi ci sono le rivalità cittadine, come quella tra Amburgo e St. Pauli, o tra lo stesso BVB e lo Schalke 04, con le città di Dortmund e Gelsenkirchen distanti appena 40 chilometri scarsi, in un match, il ‘Revierderby’, anche conosciuto come ‘Derby della Ruhr’, da sempre foriero di grandi emozioni per tifosi, sportivi ed appassionati.

Ma c’è una rivalità che, a ben vedere, si inserisce in questo filone senza alcun motivo apparentemente logico. Si tratta di quella tra l’Hertha Berlino, club della Capitale fondato nel 1892, ed il Fortuna Düsseldorf, fondato nel 1895: negli ultimi anni le due squadre si sono affrontate varie volte in sfide accese, molto importanti per i destini dell’una o dell’altra, sviluppando così astio tra le parti.

Questo sebbene, geograficamente parlando, Berlino e Düsseldorf si trovino agli antipodi (la Capitale a nord-est, Düsseldorf ad ovest), e nonostante non si siano mai ritrovate a lottare testa a testa, gomito a gomito, all’ultimo respiro, per chissà quali traguardi nel massimo campionato. Dando, però, uno sguardo al loro passato, qualche importante incrocio che possa aver acceso la miccia della tenzone può essere riscontrato.

Il Fortuna Düsseldorf vanta, nel suo scarno palmarès, due DFB-Pokal, la Coppa di Germania: vinse la prima il 23 giugno 1979, a Hannover, battendo 1-0 proprio l’Hertha Berlino grazie ad un gol del centrocampista Wolfgang Seel al 116’. Quindi, i destini di Hertha Berlino e Fortuna Düsseldorf, per lungo tempo, sono stati accomunati da tante cadute e ben poche soddisfazioni.

L’Hertha Berlino, nel 1986, sprofondò addirittura nelle serie dilettantistiche, tornando a rivedere la luce nel 1990, con il nuovo approdo in Bundesliga (da quel momento, altre due retrocessioni in 2. Bundesliga e tre promozioni per la società biancoblu), mentre il Fortuna Düsseldorf, retrocesso in 2. Bundesliga nel 1987, poi nel 1992 e quindi nel 1997, è ritornato nel massimo campionato, dopo l’inferno della Oberliga Nordrhein e della Regionalliga Nord, nel 2012.

Ed è proprio nel 2012 che Hertha Berlino e Fortuna Düsseldorf hanno incrociato nuovamente le armi dando vita ad un doppio confronto epico e drammatico: al termine della stagione 2011/12, infatti, i capitolini si sono classificati al 16° posto della Bundesliga mentre i ‘Flingeraner’ sono giunti al terzo posto della 2. Bundesliga dietro Greuther Fürth ed Eintracht Francoforte. Pertanto, come di norma, hanno dato vita alle Relegationsspiele’, un doppio confronto andata e ritorno per stabilire l’ultima promossa oppure l’ultima retrocessa della stagione.

Il 10 maggio 2012, all’Olympiastadion di Berlino, 1-2 ospite: dopo l’iniziale vantaggio Hertha firmato al 19’ da Roman Hubník, il Fortuna rimontò nella ripresa, segnando con Thomas Bröker al 64’ e Adrián Ramos al 71’, mettendo una seria ipoteca sulla promozione nella massima serie. Il ritorno, disputatosi alla ‘Esprit Arena’ di Düsseldorf il 15 maggio, terminò con un pirotecnico 2-2 in virtù dei gol di Maximilian Beister (1’) e Ben Hatira (22’) nella prima frazione di gioco, Ranisav Jovanović (59’) e Raffael (85’) nella ripresa.

Fortuna Düsseldorf promosso e nuovo salto all’inferno per l’Hertha Berlino. Quel confronto di ritorno, però, è passato alla storia recente del calcio tedesco perché, oltre ad essere contraddistinto dalla risalita dei biancorossi in Bundesliga dopo 15 anni, si è caratterizzato per una sospensione del match per alcuni minuti per via dei razzi luminosi lanciati in campo dai tifosi ospiti e, nel finale, per l’invasione di campo da parte dei tifosi locali, che ha costretto l’arbitro ed i giocatori a rientrare negli spogliatoi riprendendo la gara solo dopo mezzora.

La pioggia di fumogeni.

Dopo tanti anni di seconda serie per il Fortuna, e di saliscendi per l’Hertha, le squadre sono tornate a fronteggiarsi nella stagione 2018-2019 nel massimo campionato: doppia vittoria per i biancorossi, 4-1 in casa e 2-1 in trasferta a cui, poi, va anche aggiunto un 3-1, sempre per il Fortuna Düsseldorf, in Telekom Cup. In questa stagione, poi, prima dello stop imposto al calcio per la pandemia da coronavirus, l’Hertha si è presa le sue parziali rivincite.

3-1 a Berlino nella gara d’andata, con l’esperto bomber Vedad Ibišević (37’), Javairo Dilrosun (44’) e Vladimir Darida (62’) a ribaltare l’iniziale vantaggio Fortuna con Rouwen Hennings. Ancora più bella ed appassionante la gara di ritorno, alla ‘Esprit Arena’, finita 3-3 il 28 febbraio scorso: dal 3-0 per i padroni di casa, in virtù delle reti di Kenan Karaman (6’ e 46’) ed Erik Thommy (9’), poi rimonta dei berlinesi nella ripresa, grazie ai gol all’autogol di Thommy (64’), a Matheus Cunha (66’) ed al calcio di rigore del nuovo acquisto Krzysztof Piatek (75’). Ultimo capitolo di un’avvincente saga.