Caos al Bayern: comunicato contro Flick mentre Klose annuncia l’addio

flick bayern

L’annuncio di Hansi Flick di voler lasciare il Bayern Monaco a fine stagione, arrivato dopo il match contro il Wolfsburg, sta alzando un vero e proprio polverone a Säbener Straße.

Il club tedesco non si aspettava quelle dichiarazioni e dopo un meeting d’emergenza ieri sera ha pubblicato un comunicato sul proprio sito ufficiale, non esattamente conciliante con l’allenatore che ha espresso il suo desiderio di voler interrompere il contratto. Secondo la versione della società, c’era un accordo con l’allenatore di aspettare la partita contro il Mainz del 24 aprile prima di esporsi e iniziare a discutere sul futuro.

“Ieri l’allenatore del Bayern ha comunicato pubblicamente il suo desiderio di interrompere il suo contratto, che termina il 30 giugno 2023, al termine di quella scadenza. Aveva già informato il club nella scorsa settimana. Il club e il tecnico avevano concordato di concentrarsi sulle partite contro Wolfsburg, Leverkusen e Mainz, per non turbare la concentrazione del club su queste tre partite decisive.

Il Bayern disapprova la comunicazione unilaterale fatta da Hansi Flick e continuerà a discutere del futuro solo dopo la partita contro il Mainz, come concordato”.

Non solo. Quasi in contemporanea al comunicato, è arrivata un’altra mazzata per la società: Miroslav Klose ha comunicato la propria volontà di voler lasciare il club. L’attuale vice di Hansi Flick, ex tecnico dell’Under-17, ha il contratto in scadenza il prossimo giugno e non ha intenzione di proseguire nel suo rapporto.

Lo ha comunicato proprio alla ‘Bild’, con delle dichiarazioni che sono state dei duri attacchi a ciò che sta succedendo in casa Bayern Monaco nelle ultime ore, in particolare sotto il punto di vista della comunicazione.

“Per me a livello personale non è un problema che il club non mi abbia ancora parlato di rinnovare. Ciò che mi fa riflettere è come viene gestita la comunicazione all’interno del club. Bisogna avere rispetto reciproco, sebbene non si sia d’accordo. Hoeness e Rummenigge hanno reso questo club di livello mondiale perché lo hanno sempre messo prima di ogni cosa, anche prima delle questioni personali”.

Qualcuno ha fatto notare che Klose è sembrato un filo incoerente nel fare certe dichiarazioni su un giornale e non discutere il suo futuro internamente. In ogni caso, l’addio sembra ormai certo.

L’addio di Jérôme Boateng: la mela della discordia tra Flick e il Bayern

jerome boateng

Sebbene le prestazioni in campo siano comunque di alto livello, al netto di qualche risultato magari poco soddisfacente ma comunque giustificabile dalla spaventosa serie di infortuni, nelle ultime settimane la situazione in casa Bayern Monaco non è mai sembrata essere rose e fiori. In Germania si è parlato molto del rapporto tra Hansi Flick e Hasan Salihamidzic, i quali sarebbero arrivati ai ferri corti per diverse divergenze di vedute. Divergenze che hanno poi causato probabilmente la volontà di Flick di andare via a fine stagione. Una di queste riguarda anche il futuro di Jérôme Boateng, che da giugno non sarà più un giocatore del Bayern. Una decisione che il club ha pubblicamente dichiarato come chiara per tutte le parti e presa consensualmente, ma che in realtà sembra che non sia stata particolarmente gradita dall’allenatore.

Dalla promozione di Hansi Flick a capo dello staff tecnico, il 32enne difensore centrale ha recitato un ruolo da protagonista nei ranghi del club bavarese. Complice anche la rottura del crociato di Niklas Süle nell’autunno nel 2019, il campione del mondo è diventato il compagno di reparto e partner ideale di Alaba in mezzo. I due si conoscono da un decennio e sono stati le prime scelte nel ruolo. Anche perché il nativo di Berlino ha ritrovato continuità fisica: al netto di qualche leggero acciacco muscolare, è sempre stato a piena disposizione. Conosceva bene Flick, visto che aveva lavorato con lui in nazionale dal suo esordio nel 2009 fino al punto più alto, la Coppa del Mondo vinta in Brasile nel 2014: Jérôme Boateng in campo al centro della difesa e a volte come terzino, Flick come assistente (o forse qualcosa d più) di Joachim Löw.

La coppia si è riformata al Bayern e i risultati non dobbiamo certo stare qui noi a ricordarli. Boateng è sempre stato protagonista, è diventato una prima scelta. Meglio: è tornato ad esserlo. Una situazione paradossale, se pensiamo che sia nel 2018 che nel 2019 sembrava essere davvero prossimo all’addio. Quell’addio che prenderà forma senza dubbio al termine di questa stagione. Decisione già presa, già pubblicamente comunicata dallo stesso direttore sportivo Hasan Salihamidzic, prima della partita con il PSG.

La stampa tedesca ha rivelato che la scelta, già maturata nelle scorse settimane, è stata comunicata al classe 1988 la mattina stessa della partita, dopo la rifinitura. Tempismo rivedibile secondo Flick, che nella conferenza stampa dopo il 2-3 dell’Allianz Arena non si è mostrato particolarmente conciliante.

“Non risponderò a questa domanda. Devo rispondere professionalmente, ma non devo rispondere a tutto e non voglio. Devo recitare. Anche recitare fa parte del mestiere”.

Anche lo scorso 16 marzo, alla vigilia della sfida di Champions League con la Lazio, Flick aveva parlato della situazione di Jérôme Boateng, anche in questo caso mostrandosi non del tutto sereno.

“Nessuno mi ha detto niente, per cui non posso dire niente. Sta facendo una buona stagione, così come la scorsa”.

Se facciamo un altro passo indietro, tornando al 22 novembre, troviamo un altro vero e proprio endorsement del tecnico nei confronti del suo giocatore.

“L’anno scorso ha raggiunto un livello a cui pochi pensavano di vederlo ancora. Non si può perdere un giocatore così”.

Sembra chiaro che, fosse stato per Flick, il futuro di Boateng sarebbe ancora in Baviera per almeno un altro anno. La politica del Bayern la conosciamo: i veterani si confermano finché sono valori aggiunti. Anche Neuer e Müller hanno dovuto dimostrare di essere tali per guadagnarsi il prolungamento fino al 2023. Il centrale berlinese invece, nonostante sia stato un elemento fondamentale della squadra che ha vinto il treble – il suo secondo, visto che era anche titolarissimo nel 2013 – non vedrà il suo contratto prolungato nemmeno di un altro anno.

A settembre saranno 33. Quest’anno va per i 3000 minuti in campo, bottino che ha sfiorato anche l’anno scorso. Se andiamo a vedere i precedenti negli scorsi anni, il Bayern ha prolungato di un anno i contratti di Ribéry e Robben quando erano in una situazione ben più delicata a livello fisico: nell’ultima stagione il francese a 36 anni ha giocato circa 2000 minuti, l’olandese a 35 la metà. Quei rinnovi erano stati condizionati anche dal fatto che né Gnabry né Coman sembrassero pronti da subito per essere gli eredi e avessero bisogno di un altro anno di apprendistato, nonostante la grande fiducia che ha riposto da subito il club in entrambi. Mossa che col tempo si sarebbe rivelata vincente. Senza dimenticare che senza l’infortunio al crociato probabilmente Sané sarebbe arrivato in Baviera un anno prima.

Nella sua lunga carriera, Jérôme Boateng al Bayern ha anche dimostrato di essere un assist-man formidabile. 

Nella difesa del Bayern di oggi e domani la situazione è invece diversa. Alaba se ne andrà per volontà propria, ma il sostituto è già in casa e si chiama Lucas Hernandez. In più è già stato acquistato Upamecano, che comporrà con il suo connazionale la coppia titolare a partire dall’agosto prossimo. Con alternative l’ormai esperto Niklas Süle e il giovane classe 2002 Tanguy Nianzou, più Benjamin Pavard qualora dovesse arrivare un altro terzino destro (probabile), mentre a sinistra Alphonso Davies avrà probabilmente come vice Omar Richards, in arrivo dal Reading, o lo stesso Hernandez.

Spazio per Boateng? Poco, almeno sulla carta. Karl-Heinz Rummenigge lascerà il ruolo di CEO a fine anno a Olive Kahn, ma ha sempre dichiarato di volere una rosa composta da 16-17 giocatori ‘titolari’, più i giovani da aggregare a rotazione. Un piano che quest’anno sembra essere abbastanza saltato, come vi avevamo già raccontato a inizio stagione. Forse proprio per volontà di Flick, che si era lamentato della rosa troppo cosa. Non è neanche da escludere che il Bayern abbia imparato dai propri errori, specialmente considerata la situazione economica che affligge il mondo e ovviamente anche il calcio. Il famoso fondo cassa da cui attingere non è più così gonfio come un anno e mezzo fa ed effettuare dei ‘tagli’ sembra una mossa logica a livello finanziario.

Una decisione del genere sarebbe implicata dal fatto che Jérôme Boateng sia considerato un surplus. Un avanzo, una risorsa non necessaria nell’economia di squadra del Bayern Monaco. Valutazione tecnica di Hasan Salihamidzic e della dirigenza bavarese, che chiaramente Hansi Flick non ha condiviso. Nel braccio di ferro, il board ha evidentemente optato per stare con Brazzo. Vien facile immaginare che il tecnico si sia sentito messo da parte, che abbia sentito declassato il suo punto di vista. Non particolarmente usuale per un allenatore che ha appena vinto ogni competizione a cui ha preso parte. Insomma, l’addio di Boateng sembra ciò di più vicino al mitologico pomo della discordia. Che potrebbe poi aver causato la dipartita anche di Flick.

Senza avere sotto mano i conti e le previsioni di bilancio del Bayern Monaco, è complicato capire se davvero l’ingaggio di Boateng non fosse più sostenibile. Se però la dirigenza ha voluto prendere così tanto tempo (da mesi si parlava di ‘decisione posticipata’), è logico pensare che non lo fosse. Dall’altro lato, però, c’è un allenatore che vede rivoluzionati i propri piani e da un anno all’altro si trova senza la coppia di difensori centrali con cui ha vinto ogni cosa. Due giocatori in grado di tenere la linea alta, con tanta qualità nei piedi per impostare velocemente il gioco, per accelerare il giropalla e trovare soluzioni verticali in ogni momento della partita. Frustrazione comprensibile, sebbene il futuro con Upamecano ed Hernandez sia tutt’altro che buio.

Il giudizio tecnico sovrano, come sempre, dovranno darlo il tempo e il campo. I conti daranno quello finanziario. In mezzo però, oltre alla verità, c’è un grosso ‘ma’: se la decisione di liberarsi di Boateng ha davvero portato a perdere Hansi Flick, ovvero l’allenatore migliore possibile dai tempi di Herr Jupp Heynckes, il Bayern Monaco finisce per ritrovarsi punto e a capo. Anche con una squadra nel pieno del suo sviluppo tecnico e fisico, l’addio di un veterano può diventare un punto di rottura di un’epoca di trionfi. Jérôme Boateng lascerà il Bayern uscendo “dalla porta principale”, ha detto Salihamidzic. Il problema è che sbattendola ha già alzato un polverone.

SSV Ulm: dalla storia gloriosa alla collaborazione per il Bayern

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Un accordo di partnership. È quello che hanno concluso i campioni di Germania del Bayern Monaco e il SSV Ulm, club del Baden-Württemberg che milita in Regionalliga Südwest, la quarta serie del calcio tedesco. Ecco in cosa consisterà la cooperazione strategica resa nota dalle parti il 24 marzo e che arriva a pochi mesi da quella conclusa con alcune società della Baviera, SpVgg Landshut, SV Schloßberg Stephanskirchen, SpVgg Joshofen Bergheim e FC Issing.

Occhio ai talenti – La collaborazione con il SSV Ulm, scelto secondo quanto dichiarato dal suo ds Hasan Salihamidžić anche per la sua posizione vicina ma non troppo al capoluogo della Baviera, toccherà il settore giovanile, con i tecnici degli “Spatzen”, i “passerotti”, che saranno ospiti dei loro omologhi del Bayern al nuovo Bayern Campus, oltre alla possibilità per loro di frequentare workshop, organizzati sempre dall’area tecnica dei campioni d’Europa. In più secondo i termini dell’accordo le formazioni giovanili del FCB e quelle dei bianconeri si incontreranno regolarmente, così come i settori scouting condivideranno opinioni e relazioni. Sempre nell’ottica, nel caso di potersi “passare” i giocatori.

Una squadra con tradizione – A differenza degli altri partner scelti nell’ultimo l’Ulm nonostante giochi ora in quarta serie, ha una storia di tutto rispetto. Tra i giocatori che hanno vestito la sua maglia ci sono tra gli altri Toni Turek, il portiere, eroe del “Miracolo di Berna”, Mario Gómez che ha iniziato nelle giovanili dei bianconeri, così come Thomas Tuchel, nella rosa tra il 1994 e il 1998. In più in panchina a Ulm si sono seduti due allenatori del calibro di Ralf Rangnick, che qui tra il ’96 e il ’99 ha messo in pratica per la prima volta ad alto livello i principi del Gegenpressing e a inizio Anni Settanta Željko Čajkovski, dieci anni prima architetto del primo grande ciclo vincente del Bayern.

E poi a Ulm sono nati e cresciuti, calcisticamente e non solo, Uli e Dieter Hoeneß, due che al Bayern hanno dato tanto, in campo e fuori. L’Ulm, poi, al suo attivo, ha anche una stagione di Bundesliga, quella 1999-2000. Un’avventura durata 34 partite, con insperati colpi, come l’1-0 ad Amburgo contro l’HSV, una partita dal numero record di espulsi con l’Hansa Rostock e un tracollo finale, che ha riportato gli “Spatzen” in 2.Bundesliga. Da dove non sono più risaliti, anche per diverse gestioni finanziarie scellerate. Ora tutto sembra equilibrato e la collaborazione con il Bayern, da cui sono già arrivati in prestito Jonas Kehl e Jannick Rochelt, potrebbe essere una buona occasione per provare a tornare in alto.

Holstein Kiel-Bayern Monaco, un incrocio tra passato e presente

Holstein Kiel bayern

Insieme all’incontro tra Bayer Leverkusen ed Eintracht Francoforte, è l’ultima partita del secondo turno di Coppa di Germania 2020/2021. Rimandata a gennaio perché i campioni di tutto avevano bisogno di una pausa a dicembre. Holstein Kiel-Bayern Monaco però sarà tanto altro. Ecco perché seguire il match tra le Cicogne e i campioni di Germania.

Trenta titoli… a uno – Il Bayern Monaco giocherà a Kiel, nello Schleswig-Holstein, l’unico Land dell’ex Germania Ovest a non aver mai avuto un club in Bundesliga, da squadra che ha vinto più campionati tedeschi e più Coppe di Germania. Anche le Cicogne, che hanno sede in una città che vive di pallamano (il THW si è appena laureato campione d’Europa), hanno però un titolo in bacheca. È quello del lontanissimo 1912, quando in finale la squadra dello Schleswig-Holstein ebbe la meglio 1-0 sul Karlsruher FV. Nello stesso anno conquistarono la Deutsche Akademiker-Meisterschaft, trofeo nazionale universitario, realizzando il primo “double” della storia del calcio tedesco. L’Holstein, che aveva già perso una finale nel 1910, nel 1930 sfiorarono un’altra volta il titolo, perdendo in uno spettacolare 5-4 con l’Hertha Berlino della leggenda Hanne Sobek, autore di una tripletta.

Solo un doppio precedente in partite ufficiali – Bayern e Holstein non si sono mai incontrate né in DFB-Pokal, né in Bundesliga, dove il club di Kiel non ha mai giocato pur avendo nel 2018 disputato lo spareggio promozione-retrocessione contro il Wolfsburg. Quest’anno è partito fortissimo ed è tra le candidate alla promozione. L’unica volta in cui i bavaresi e le Cicogne si sono fronteggiate in una competizione risale al 1954, nelle cosiddette Toto-Runde, tornei organizzati per i club rimasti fuori dalla fase finale del campionato tedesco e utili per monetizzare. Risultato finale? Lo stesso, con vincitori diversi: 5-1 per il Bayern e 5-1 per l’Holstein Kiel. In più le due squadre hanno disputato nove amichevoli nel corso nella loro storia. La prima è datata 1926, l’ultima nel 2005.

In mezzo tante storie curiose. Per esempio nel primo confronto, vinto dal Bayern per 3-1, la rete bavarese di Josef Pöttinger era irregolare, visto che la palla era di un buon mezzo metro al di qua della linea. Le ultime due occasioni in cui i club si sono affrontati è stato nel 2003 e nel 2005. Una coppia di amichevoli, la prima resa possibile dai rapporti tra Gerd Lütje, alto dirigente delle “Cicogne” e Uli Hoeneß, entrambe disputate a Kiel e vinte largamente dai bavaresi (6-2 e 4-1). In campo c’erano Oliver Kahn e Hasan Salihamidžić, ad ora tutti e due dirigenti dei campioni di Germania.

Incroci – Non sono molti i giocatori e tecnici che hanno legami sia a Kiel che in Baviera. Uno di questi è Tim Walter, ex allenatore dello Stoccarda. Classe 1975, Walter ha diretto l’Under-17 del Bayern, oltre che la formazione riserve prima di sedersi sulla panchina del Holstein, tra il 2017 e 2019. Un altro Francisco Copado, che è nato a Kiel e ha vestito la maglia delle Cicogne, è stato il capocannoniere della 2.Bundesliga 2005 con l’Unterhaching ma soprattutto è il cognato del ds del Bayern Salihamidžić, visto che sua sorella ha sposato “Brazzo”, conosciuto ai tempi di Amburgo.

Nell’attuale rosa delle due squadre invece c’è un giocatore per cui il Bayern evoca dolci ricordi. È l’attaccante dell’Holstein Kiel Fabian Reese, che il 20 novembre 2015 esordì a 17 anni in Bundesliga con la maglia dello Schalke proprio contro i Rekordmeister. David Alaba invece il Kiel l’ha affrontato con il Bayern II, nel 2009/10, nella squadra allenata da Mehmet Scholl, anche lui in campo nelle amichevoli del 2003 e del 2005. Nei due confronti fu una vittoria e un pari per il FCB.

Il senso del mercato last-minute del Bayern Monaco

Bayern Monaco mercato

Sembra un po’ la classica crisi del 23 dicembre, quando Natale si avvicina e mancano ancora un po’ di regali da spuntare sulla lista. Nelle ultime quarantotto ore di mercato, il Bayern Monaco ha chiuso – o chiuderà, o dovrebbe chiudere… – quattro acquisti. Marc Roca dall’Espanyol a centrocampo per 9 milioni più bonus, Eric-Maxim Choupo-Moting a parametro zero in attacco, Bouna Sarr come terzino per 10 milioni dal Marsiglia, Douglas Costa in prestito dalla Juventus. In più, tre operazioni in uscita: Joshua Zirkzee, Adrian Fein, Michaël Cuisance. I primi due in prestito secco a Feyenoord e PSV Eindhoven, l’ultimo con diritto di riscatto a Marsiglia. Di fatto, una rivoluzione delle seconde linee che ha lasciato, più che altro, alcune perplessità su quale sia la vera strada da seguire.

Karl-Heinz Rummenigge, in effetti, aveva indicato chiaramente la via nei mesi scorsi: 16-17 giocatori da considerare ‘titolari’, più tanti giovani per completare le rotazioni, di modo da poterli far crescere in casa e inserirli gradualmente. Piano che, l’anno scorso, ha portato a vincere ogni singola competizione possibile. Direzione che sembrava coerente anche quest’anno. Vogliamo fare i nomi? Neuer, Nübel, Pavard, Boateng, Süle, Alaba, Hernandez, Davies, Kimmich, Goretzka, Martínez, Tolisso, Coman, Gnabry, Sané, Müller, Lewandowski come ‘titolari’ stabili. Più i giovani dal 1999 in avanti: Hofmann, Richards, Kouassi, Fein, Cuisance, Musiala, Tillman, Zirkzee.

In queste ultime quarantott’ore, sono arrivati in quattro, tutti da includere nel ‘gruppo’ della prima squadra – e siamo a 21 – mentre sono partiti tre giocatori che rappresentavano la ‘quota giovane’ che tanto ama Rummenigge. Il quale, probabilmente, fosse stato per lui, avrebbe mantenuto la stessa ossatura. L’idea evidentemente non era condivisa da Hansi Flick, il quale evidentemente è stato poco convinto dello stato fisico della squadra e della resistenza, in una stagione lunga e chiaramente compressa rispetto al solito, su consiglio del fido Holger Broich, capo preparatore e istituzione in Baviera.

Eppure, le risposte offerte dai giovani in queste prime cinque uscite stagionali – tre di campionato più due trofei vinti – sono sembrate tutt’altro che negative. Viene in mente ad esempio l’impatto di Chris Richards (ne parleremo nei prossimi giorni) nella partita contro l’Hertha Berlino: un assist completato per Müller prima del goal annullato, uno per Lewandowski che gli ha tolto Schwolow con un miracolo, poi uno (finalmente) effettivo. Prestazione convincente sia offensivamente sia difensivamente. Lecito chiedersi se ci fosse effettivamente bisogno di andare ad acquistare un altro terzino.

Lo stesso vale per Musiala, giocatore giovanissimo e con ampi margini di miglioramento, già nel giro della prima squadra. Bisognerebbe chiedersi come mai il Bayern lo ritenga inaffidabile come alternativa a Sané, Coman e Gnabry. Forse per le condizioni fisiche non brillanti dei primi due. Il dubbio ci può essere. Ma ci può essere anche Alphonso Davies come alternativa validissima. Casi emblematici sono anche Zirkzee, il vice Lewandowski, e Fein, l’alternativa a Kimmich. Pariruolo. Entrambi in odore di prestito, di fatto ‘sostituiti’ dagli arrivi di Eric Maxim Choupo-Moting e di Marc Roca. Ovviamente l’esperienza può esser considerata un fattore, ma l’attaccante olandese classe 2001 raramente ha deluso quando gli è stato chiesto di rimpiazzare Lewandowski. E, allo stesso tempo, anche come sostituto dalla panchina a gara in corso.

Facile immaginare che nella testa di Flick e di Hasan Salihamidzic – non in quella di Rummenigge, probabilmente – sia scattato qualcosa dopo il 4-1 subito dall’Hoffenheim. Anche una preparazione piuttosto compressa, senza gran tempo per mettersi a punto, può aver contribuito. La volontà di fare rotazioni da parte dell’allenatore sembra chiara ed evidente. Giocare ogni tre giorni per tutta la durata di una stagione, salvo qualche break in inverno, è logorante e se l’obiettivo è ripetere il treble allora c’era bisogno di alcuni cambi. Il dubbio è se questi cambi dovessero essere per forza quattro e in ruoli non così scoperti come sembravano.

Chiaramente una valutazione migliore su queste scelte di mercato si avrà a maggio, quando il Bayern Monaco avrà concluso i propri impegni e i giocatori in prestito torneranno a Säbener Straße più o meno maturi. Una conclusione, comunque, possiamo prenderla: anche l’inflessibile Karl-Heinz Rummenigge a volte cambia idea. Chissà cosa avrebbe avuto da dire il suo ex socio Uli Hoeneß.

Leroy Sané e il Bayern, il matrimonio perfetto

Leroy Sané Bayern

Parola d’ordine: pazienza. Questo probabilmente ripeteva Hasan Salihamidzic durante ogni meeting di mercato negli ultimi 15 mesi. Ovvero, più o meno, da quando il nome di Leroy Sané ha iniziato a circolare con insistenza sulla stampa vicino a quello del Bayern Monaco. Probabilmente negli uffici di Säbener Straße girava già da un po’. Il motivo? Ne avevamo parlato anche esattamente un anno fa, luglio 2019: Leroy Sané è l’acquisto perfetto per il Bayern. Le ragioni sono più o meno le stesse.

Lo pensavamo per un Bayern in piena ricostruzione e ai nastri di partenza senza grandi certezze, a maggior ragione lo si pensa per una versione del Bayern che 12 mesi dopo conta su una serie di certezze che fanno tremare anche l’Europa. Difficile trovare qualcuno che, a inizio marzo, non inserisse il Bayern tra le due-tre principali favorite per la Champions. Una pandemia ha cambiato i tempi, sia del calcio che della Champions League, rimettendo in discussione qualche certezza a causa della pausa di un mese tra la fine del calcio in Germania e la ripresa delle competizioni europee. Un’eventuale eliminazione non minerà comunque la solidità dei principi di gioco – e non solo – della squadra di Hansi Flick.

Ecco, Leroy Sané va a inserirsi esattamente in questo contesto. Un contesto nel quale il cambiamento di uno-due-tre interpreti non mina l’efficacia del sistema. Dove anche l’inserimento dei giovanissimi riesce ad essere di successo (vero, Joshua Zirkzee?). La linea che sognava Karl-Heinz Rummenigge quando, alcuni mesi fa, aveva dichiarato di volere un Bayern con 15-16 titolari e poi tanti giovani pronti a essere i sostituti in caso di assenze. Se poi quei 15-16 sono perlopiù fuoriclasse, il presidente può esser solo che felice. Il classe 1996 ex Schalke 04 e, a questo punto, anche ex Manchester City, rientra nella categoria.

In più, Leroy Sané porta al Bayern duttilità. Quella appresa grazie a Pep Guardiola, che lo ha schierato spesso sull’ala sinistra e altrettanto spesso nel ruolo di attaccante centrale. All’occorrenza, un vice-Lewa. Anche se Zirkzee – con cui Sané condivide il look – sembra tagliato per quel ruolo. Il classe 1996 porta competitività e competizione sulle fasce, occupate in questa stagione soltanto da Gnabry e Coman, più la situazione provvisoria Perisic e il solito adattamento di Müller. Numericamente c’era necessità di rinforzare il reparto, una linea comune su cui tutti nel quartier generale del Bayern erano concordi. Anche pubblicamente dirigenza e staff hanno tenuto la stessa linea: c’erano due ruoli da consolidare, l’esterno offensivo e il terzino destro. Perché, di fatto, Robben e Ribéry non erano stati sostituiti. Problema risolto, in un colpo solo.

Durante la presentazione del giocatore, Rummenigge ha voluto complimentarsi pubblicamente con Salihamidzic per aver portato a termine il trasferimento. Soltanto due giorni fa Brazzo era stato promosso ufficialmente come membro del board. Ieri ha fatto firmare un contratto quinquennale a uno dei migliori talenti tedeschi in circolazione. I giornali negli scorsi mesi hanno affermato che lo stesso direttore sportivo aveva messo personalmente il veto su alcuni nomi che erano stati proposti dallo staff tecnico. Ecco, quando siamo soltanto a inizio luglio – con tre mesi di mercato davanti – ha già fatto firmare il miglior vice Neuer possibile, valutando potenziale e caratteristiche, uno dei talenti più puri del panorama calcistico europeo e una star affermata. Anzi, un nuovo numero 10, visto che lo erediterà da Coutinho. Nübel, Nianzou Kouassi e Sané. Spendendo neanche 50 milioni – bonus esclusi.

Sì, perché la valutazione dell’operazione conclusa dal Bayern per Leroy Sané non può prescindere dal prezzo. Secondo la stampa tedesca, 49 milioni di euro più bonus fino a circa 60. Un ingaggio di 17 milioni lordi. Per uno che a 24 anni ha già 200 presenze tra i professionisti (saremmo a 250 senza quel maledetto crociato), una cinquantina di goal e altrettanti assist, sette trofei vinti a livello pro. Difficile portare a termine un affare migliore, specialmente nelle condizioni economiche in cui si trova la gran parte dei club europei post Coronavirus. In più, zero rischi: il giocatore non scenderà più in campo con il City fino al termine di questa stagione anomala. Anche per questi motivi l’unione tra Leroy Sané e il Bayern può essere tranquillamente definita come il matrimonio perfetto. E il più importante da quando in Baviera è sbarcato un certo Robert Lewandowski.

Kovac-Bayern, è divorzio: i 4 punti chiave dell’addio

kovac Bayern

18 mesi. Da Francoforte a Francoforte, da un 5-0 a un 5-1. Da una vittoria a una sconfitta, per aprire e chiudere l’esperienza di Niko Kovac al Bayern Monaco. La prima partita ufficiale in panchina è stata un 5-0 contro l’Eintracht in Supercoppa, lo stesso Eintracht con cui lui stesso aveva vinto la DFB-Pokal a maggio, in finale proprio contro i bavaresi, dei quali già sapeva di essere allenatore. Prova di forza, ma anche, col senno di poi, presagio di 18 mesi non facili da gestire, terminati con il 5-1 subito dal suo Eintracht e con le successive dimissioni, con la squadra a -4 dal Gladbach capolista. Dietro la decisione però ci sono altre quattro grandi ragioni.

Kovac-Bayern, vedute diverse sul mercato

La stampa tedesca quest’estate non ha accostato molti nomi al Bayern Monaco, oltre ovviamente al tormentone Leroy Sané. Abbiamo letto Marc Roca, Zakaria, Neuhaus, Perisic, Mandzukic, Vogt. Giocatori che non sono mai stati trattati, se non il croato ex Inter, arrivato in emergenza dopo l’infortunio dell’ala del City. Tutti questi erano stati nomi richiesti da Kovac. Non è arrivato un vice-Lewandowski come il croato della Juventus, non è arrivato un ‘numero 6’, tanto che poi visto il calo di Thiago è stato Kimmich a riadattarsi a centrocampo. E non è arrivato nemmeno un jolly tra difesa e centrocampo come Vogt. La società ha escluso categoricamente le richieste dell’allenatore, un controsenso piuttosto evidente. E già al primo anno, quando Kovac al Bayern avrebbe voluto Rebic, dall’alto hanno risposto picche.

L’addio di Hoeneß

Le divergenze sul mercato sono anche frutto di una mancanza generale di fiducia che non ha agevolato il lavoro del tecnico. Già dallo scorso novembre, ai primi momenti di difficoltà del Bayern, in Germania si è parlato di un Rummenigge scontento del lavoro di Kovac. Al contrario, Uli Hoeneß è stato il suo sostenitore numero uno. Il prossimo 15 novembre però il presidente del Bayern saluterà il club e lo scettro passerà tra le mani dell’erede Hainer e soprattutto di Kalle, uno con cui Kovac non ha mai avuto un rapporto idilliaco. Senza un appoggio forte in società, il croato ha capito che forse il suo futuro era già segnato a fine stagione.

Il gioco poco brillante di Kovac al Bayern

Ciò che maggiormente non ha soddisfatto Rummenigge sono state le prestazioni della squadra, apparsa molto spesso poco brillante e non sempre sicurissima, più che i risultati. Allo sviluppo di un gioco più fluido non ha sicuramente contribuito la poca abitudine dei difensori a difendere in campo aperto e in uno contro uno nella scorsa stagione, mentre quest’anno è stato l’assurdo calo di Thiago a complicare le cose a Kovac. Ovviamente, come implicitamente ammesso rassegnando le dimissioni, anche lo stesso ex allenatore dell’Eintracht sa che avrebbe potuto lavorare meglio sotto quest’aspetto. Gli infortuni di Süle e Hernandez sono stati l’ennesima difficoltà da affrontare, e allo stesso tempo anche quella fatale per il suo futuro. La sua incapacità di dare d’intensità e brillantezza, costruendo un gioco più difensivo che offensivo, è stata fatale.

La gestione dei veterani

Kovac al Bayern ha anche fronteggiato altre difficoltà, a partire dall’essere sulla panchina del club nelle due stagioni più complicate: l’ultima di Ribéry e Robben e la prima senza Ribéry e Robben. Ovvero l’annata più difficile da gestire per le due star e la prima senza i due trascinatori del gruppo. In più quest’anno ha dovuto far fronte al caso Thomas Müller dopo aver lasciato partire Hummels in estate per quella che è sembrata essere una sua scelta. E anche le continue panchine di Javi Martinez non sono state accolte bene. Perdere lo spogliatoio a Säbener Straße porta a un punto di non ritorno. E questo ha, di fatto, messo fine alla carriera di Kovac al Bayern. Probabilmente l’uomo giusto, ma nel posto sbagliato nel momento peggiore.