Il caso Heiko Vogel: sessismo e polemiche

Heiko vogel

Regionalliga West, 30 gennaio 2021, ventiquattresima giornata, Borussia Mönchengladbach II contro Bergisch Gladbach. Heiko Vogel, allenatore della seconda squadra dei Fohlen, viene espulso e mentre lascia il terreno di gioco ha da ridire sull’arbitraggio di Marcel Benkhoff e soprattutto di una delle assistenti (sono Vanessa Arlt e Nadine Westerhoff). Uscendo si rivolge a lei con una “frase discriminatoria”, come riconosciuto dallo stesso club, “il cui contenuto riguardava la presenza di donne sul campo di calcio, ma nient’altro di offensivo dal punto di vista personale”.

La decisione della WDFV. Ma la polemica in Germania, anche se il caso avrà poi risonanza pure fuori confine, non nasce soltanto dal fatto in sé, ma soprattutto dal modo in cui la Federcalcio della Germania Occidentale ha gestito il caso successivamente. Innanzitutto per i tempi lunghi (la pronuncia sul fatto è arrivata soltanto il 9 marzo), poi per il contenuto della decisione. Due giornate di squalifica per comportamento antisportivo, 1.500 euro di multa e, ecco qui la parte incriminata, obbligo di svolgere sei sessioni di allenamento per una squadra femminile del Borussia Mönchengladbach.

Le reazioni. Questa parte della decisione ha scatenato l’indignazione prima dei social, poi del mondo del calcio. Hanno iniziato i capitani delle squadre femminili, di cui si è fatta portavoce su Instagram la leader del Wolfsburg Alexandra Popp.

Questa sentenza discrimina tutte le donne nello sport e soprattutto nel calcio. Il comportamento di Vogel è molto più che antisportivo, è offensivo e discriminatorio. Esortiamo la DFB, come massima istituzione del calcio tedesco, a prendere posizione e ad agire”.

La risposta non ha tardato ad arrivare, per voce della Vicepresidente della DFB Hannelore Ratzeburg, che ha sottolineato la parte forse più discussa della sentenza: “È incomprensibile che allenare una squadra femminile sia considerato come parte di una punizione”.

La risposta del Borussia Mönchengladbach. Il club di Mönchengladbach con un comunicato sul sito ufficiale ha provato a porre fine alle polemiche, spiegando nel dettaglio lo svolgimento dei fatti. Decisivo in tal senso il passaggio in cui si sottolinea che “durante l’udienza del WDFV Heiko Vogel si è offerto di condurre diverse sessioni di allenamento per le squadre femminili del Borussia, insieme alle scuse personali. Questo è stato incluso per iscritto come condizione nel verdetto finale”.

La spiegazione di Heiko Vogel. Lo stesso Vogel è intervenuto con una dichiarazione all’interno del comunicato dei Fohlen. Nel passaggio fondamentale, con il quale sia lui che il club sperano di chiudere definitivamente la questione, dopo le scuse, il quarantacinquenne di Bad Dürkheim risponde così alla domanda sulle tante critiche di chi ha percepito la decisione di tenere delle sessioni di allenamento con le squadre femminili come parte della punizione e non come mezzo per scusarsi.

Capisco questa critica. Definire una cosa del genere come una punizione manderebbe un messaggio completamente sbagliato. Non è mai stata mia intenzione proporlo come parte di una qualsiasi forma di punizione. L’ho presentato come suggerimento per dimostrare che volevo scusarmi con le ragazze e le donne che giocano a calcio al Borussia. Volevo dimostrare loro che apprezzo il calcio femminile e che lo vedo allo stesso livello del calcio maschile. Sfortunatamente, la mia proposta è apparsa come totalmente sbagliata. La mia intenzione era quella di far seguire alle mie scuse verbali l’azione”.

Una questione di certezze: Rose, l’addio e la profonda crisi del Gladbach

Gladbach rose

Nella conferenza stampa chiarificatrice istituita dalla dirigenza del Borussia Mönchengladbach a metà febbraio per chiarire la situazione allenatore, il Direttore Sportivo Max Eberl ha annunciato di aver appreso da Marco Rose la decisione di andare al Borussia Dortmund prima che si giocasse la sentitissima sfida con il Colonia. L’ufficialità dell’addio a fine stagione di Rose è stata comunicata il 15 febbraio. Il Rheinderby invece si è giocato il 6 febbraio, nove giorni prima. Lo ha vinto il Colonia per 1-2 al Borussia-Park. Da quel giorno, il Gladbach non è più riuscito a vincere neanche una partita. 

Il passo falso di Augsburg nell’anticipo della 25ª giornata di Bundesliga rappresenta l’ottava gara consecutiva senza neanche una vittoria. Il bilancio dopo la sconfitta della WWK-Arena è di un pareggio contro il Wolfsburg per 0-0 e sette sconfitte. Nell’ordine, tra Bundesliga, Champions League e DFB-Pokal: Colonia, Mainz, Man City, Lipsia, Dortmund, Leverkusen. E Augsburg, per l’appunto. Con un copione già visto nelle uscite precedenti: sciupando una serie impressionante di occasioni prima di essere beffato. Stavolta, pure con il rigore sbagliato da Lars Stindl nel primo tempo, col punteggio ancora fissato sullo 0-0. Poteva cambiare tutto, invece il capitano dei Fohlen ha chiuso troppo col destro calciando larghissimo.

Una trasformazione che trova poche spiegazioni tecniche, visto che nelle otto gare precedenti il crollo nel derby erano arrivati risultati particolarmente incoraggianti. Sei vittorie, comprese quelle in Bundesliga contro il Bayern Monaco e il Borussia Dortmund, più due pareggi. Una tendenza positiva che, aveva seguito un’altra serie negativa di sei gare senza vittorie a dicembre. Insomma, la continuità non è mai stata il punto forte del Gladbach in quest’annata.

Questa serie di sconfitte ha però un denominatore comune. La certezza che a fine stagione Marco Rose non sarà più sulla panchina del Gladbach, ma su quella dell’altro Borussia. Una certezza arrivata prima del derby col Colonia, come detto. Lo ha confessato lo stesso Eberl. E da quel giorno Sommer e compagni non sono più riusciti a vincere, hanno commesso una serie di errori individuali preoccupanti, offerto il fianco a rimonte clamorose, messo in mostra prestazioni nervose come contro il Dortmund in Bundesliga, vissuto notti piene di paura – anche se il Manchester City fa paura a molti, a parziale scusante – e senza il coraggio di provarci.

L’incertezza sul futuro che avvolge il club non rassicura i giocatori, i quali non sembrano aver smesso di credere nelle idee dell’allenatore e nemmeno nei propri mezzi, ma mancano di fiducia. Non è raro vedere calciatori del Gladbach arrivare in area al termine di un’azione ottimamente costruita e poi mancare il colpo decisivo per segnare. Contro l’Augsburg ha invertito la tendenza soltanto Neuhaus, uno di quelli che ha mantenuto la maggior costanza di rendimento. Giocatori come Stindl e Pléa invece sembrano essere molto più in difficoltà, così come Lainer (da inizio stagione).

Certamente questi ultimi mesi non sono stati sereni a livello mentale. Prima dell’annuncio dell’addio di Rose, il Gladbach si era fatto notare per episodi scandalistici come lo sputo di Thuram a Stefan Posch e l’ormai celebre fuga sui tetti di Embolo, beccato dalla polizia mentre partecipava ad una festa illegale ad Essen in pieno lockdown. Dettagli che fanno la differenza. Al momento per il Gladbach in negativo. La squadra che ha soffiato la qualificazione all’Inter in Champions League, che ha battuto le big, che era in piena corsa per i primi quattro posti non si vede più. Cambiare ancora però rischia di non essere la soluzione, perché potrebbe soltanto portare ancora più incertezza in una squadra che, in ogni caso, non ha assolutamente abbandonato il proprio allenatore. Lo ha confermato anche lo stesso Eberl nello studio di ZDF sabato sera. Si riparte da Rose, non serve un cambiamento, in questo momento non c’è bisogno. La striscia è “inspiegabile” per il DS, viste le prestazioni.

La serie negativa – che è già la peggiore dalla stagione 1989/90, quando il Gladbach perse 8 partite consecutive, mai successo nella storia – non sembra però destinata ad arrestarsi a breve: contro il City servirà il miracolo per evitare la nona partita senza successi. La sfida contro lo Schalke di sabato prossimo sembra già assumere contorni drammatici.

Terzic batte il suo futuro capo: fuori il Gladbach, Dortmund in semifinale

Gladbach dortmund

Il Borussia Dortmund è la prima semifinalista di DFB-Pokal: un goal di Sancho ha fissato 0-1 al Borussia-Park contro il Gladbach nella partita più attesa dell’intero programma dei quarti. La sfida tra il presente e il passato di Marco Rose ha visto trionfare i gialloneri di Edin Terzic, futuro assistente proprio di Rose, oggi però avversario. Anche se, come ha rivelato, non vede l’ora di lavorare con lui. Stasera però lo doveva battere. E lo ha fatto, con solidità e fiducia. Senza troppi picchi di classe, ma sufficiente talento per portare a casa la qualificazione.

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Dal primo tempo di buone notizie per il Dortmund ce ne sono poche, visto che dopo quattro minuti è arrivato il primo cambio obbligato. E non è stato un cambio qualsiasi, bensì la sostituzione di Guerreiro, a quattro giorni dalla delicatissima trasferta contro il Bayern Monaco. Nella gara d’andata era stato tra i migliori in campo. A parte un goal mangiato da Haaland e uno annullato a Thuram, è stato l’unico vero spunto di un primo tempo piatto, caratterizzato da tanti falli e da pochissime giocate tecniche. Gioco spezzettato, Stegemann impegnato a fischiare falli in serie, decisamente poco altro. Il nuovo 4-3-3 di Terzic si è confermato un modulo piuttosto solido, anche se poco spettacolare quando la squadra non trova campo da attaccare.

Anche il secondo tempo è iniziato tutto sommato sotto lo stesso leitmotiv: gialli, goal annullati (stavolta a Haaland), ma un piglio diverso. Specialmente del Dortmund che ha preso le misure e aspettato il momento giusto per colpire con Jadon Sancho, arrivato a 6 goal e 5 assist nelle ultime 9 partite. Dopo il goal l’inglese ha lasciato il campo zoppicando, non trasmettendo ottimi segnali in vista del Klassiker. Azione confezionata da Nico Schulz, finalmente un fattore dopo tante difficoltà nell’ultimo anno e mezzo.

Nonostante i tentativi sopratutto del neoentrato Zakaria, il Gladbach non riesce a raggiungere il pareggio: vince il Dortmund 0-1 al Borussia-Park, vendicandosi della sconfitta in campionato. Con la beffa finale rappresentata dall’ingenua espulsione di Mahmoud Dahoud per doppio giallo: salterà certamente la semifinale. Almeno sarà certo di esserci in finale. Gioia per Terzic, che centra la quarta vittoria consecutiva. Questa un po’ più speciale, contro il suo futuro capo. Dortmund in semifinale.

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Big di Germania sull’attenti: la DFB Pokal è un’occasione da non mancare

DFB-Pokal

Mai come quest’anno la DFB-Pokal è un’occasione irripetibile per tutti i club di Bundesliga rimasti in corsa. Nei quarti di finale che si giocheranno tra il 2 ed il 3 marzo ci sono tre squadre provenienti da serie inferiori – Jahn Regensburg, Rot-Weiss Essen e Holstein Kiel – e quest’ultime due si scontreranno tra loro per un posto nelle semifinali. Il che vuol dire che i club della massima serie tedesca rimasti ancora in gioco avranno una partita sulla carta semplice per accedere alla finale di Berlino.

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Quello che però rende la coppa nazionale tedesca una chance da non mancare è l’assenza del Bayern Monaco. L’eliminazione dei campioni di tutto per mano dell’Holstein Kiel ha spalancato le porte alla possibilità di un trofeo che, per chi è rimasto in corsa, è diventato fondamentale vincere seppure per diversi motivi.

La prima volta – Partiamo da chi è l’antagonista dei bavaresi anche in campionato: il Lispia. La squadra dell’ex Germania dell’Est sta finalmente sbocciando e con Nagelsmann ha ormai raggiunto lo status di contendente al titolo, tuttavia la bacheca ancora piange. Dalla promozione in Bundesliga i Roten Bullen hanno disputato grandi annate, culminate nella semifinale di Champions League dello scorso anno, senza però aver mai alzato al cielo un trofeo. In bacheca non c’è nulla a livello professionistico, neanche tra Zweite e Dritte. Il quarto di finale contro il Wolfsburg non è di certo così agevole, soprattutto perché incastrato tra il match contro il Mönchengladbach ed il Friburgo, ma se la squadra vuole iniziare a lasciare un segno non c’è occasione migliore di questa per arrivare sino a Berlino e alzare la coppa.

Rilanciarsi – Parlando dell’avversario del Lispia, il Wolfsburg sta disputando un campionato decisamente oltre le aspettative. I ragazzi di Glasner sono forse la più grande sorpresa in positivo di questa stagione, il terzo posto conquistato con i gol di Weghorst e una difesa imperforabile li sta portando dritti in Champions League, ma il secondo successo in Bundesliga è un’utopia. Dopo anni di magra e aver corso il rischio della retrocessione è giunto il momento di tornare ad essere uno dei top club della Bundesliga. Peraltro solo nel 2015 i lupi hanno vinto la Coppa.

Lo stesso discorso può applicarsi anche al Werder Brema, sebbene quest’ultimi siano attualmente impegnati a concretizzare una salvezza tranquilla – più vicina dopo la vittoria contro l’Eintracht – che a quella di conquistare un piazzamento europeo. Delle cinque big impegnate in DFB Pokal è anche quella con l’impegno più semplice. O almeno dovrebbe esserlo. Il sorteggio ha infatti designato lo Jahn Regensburg come l’avversario dei Grünweiß spalancando – quasi – le porte verso una semifinale da non mancare per nessun motivo. Una partita che, comunque, sarà giocata nelle prossime settimane a causa dei casi Covid registrati nello Jahn. Da qui potrebbe ripartire la ricostruzione di una squadra che ha bisogno di una svolta positiva per tornare dove gli compete.

Regalo prima dell’addio – Le ultime due squadre che restano da citare sono il Borussia Dortmund ed il Borussia Mönchengladbach, che daranno vita al Borussen Derby nei quarti di finale. Entrambe hanno la possibilità di coronare anni di lavoro con la vittoria di un trofeo e dare un senso a questa stagione. La crisi di risultati che sta investendo i gialloneri li ha allontanati dai primi quattro posti validi per la prossima Champions e allora Terzic ha l’obbligo di vincere la DFB-Pokal, un trofeo che manca da ormai quattro anni, prima di lasciare spazio a Marco Rose.

E qui arriviamo ai Fohlen. L’addio già annunciato di Rose a fine stagione ha portato con sé qualche strascico all’interno della squadra, apparsa distratta e fragile nelle ultime partite disputate. Tuttavia, come per tutte le altre, anche per il Gladbach questa è un’occasione da non farsi sfuggire. I bianconeri di Germania non vincono un trofeo dalla DFB-Pokal del 1995 – peraltro in finale contro il Wolfsburg – ed il lavoro svolto in questi anni da Max Eberl merita di certo un coronamento. Quale miglior occasione allora di questa. E quindi sotto a chi tocca, perché chiunque uscirà dovrà mangiarsi le mani per aver sprecato una chance unica per soffiare un trofeo al Bayern.

 

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Borussia Mönchengladbach, alla scoperta del ‘corridoio dei sogni’

Borussia Mönchengladbach

Da tempo l’Academy del Borussia Mönchengladbach storicamente sforna calciatori di primo livello. Il settore giovanile dei Fohlen è rinomato e riconosciuto a livello nazionale e non solo per la propria prolificità. E, proprio a questo proposito, vi raccontiamo un particolare che forse non tutti conoscono. A Mönchengladbach, lo spogliatoio della Prima Squadra del Borussia, quest’anno allenata da Marco Rose, e quello dell’Under 19 sono nello stesso corridoio. Tra una porta e l’altra di questo tunnel, alle pareti, ci sono appese diverse maglie. Divise da gioco di campioni quali Lionel Messi, Cristiano Ronaldo o Neymar? Tutt’altro.

In quel corridoio vengono appese le maglie di quei giocatori che, formatisi nelle giovanili del Borussia Mönchengladbach, debuttano in Bundesliga con la Prima Squadra. Ormai è una tradizione che, in casa della squadra vincitrice di 5 titoli di Campione di Germania, 3 coppe nazionali e 2 Coppa UEFA, esiste dal 2004. Ovvero da quando il ‘Gladbach ha abbandonato il vecchio impianto sportivo, il Bökelberg, per trasferirsi nel più moderno e funzionale Borussia-Park.

Sono 26, finora, le maglie che fanno bella mostra nel tunnel degli spogliatoi di Prima Squadra ed Under 19 del Borussia-Park. Anche perché sono molti i calciatori che, nelle ultime stagioni, sono partiti proprio dal Borussia Mönchengladbach per poi spiccare il volo verso altri lidi. O che, magari, si sono affermati nei Fohlen. Tra le maglie presenti sulle pareti dell’ormai famoso corridoio, risaltano quelle di Marc-André ter Stegen, oggi portiere del Barcellona. Ma anche quella di Tony Jantschke, più di 230 presenze con il Borussia ed oggi ancora in organico.

Ma anche la maglia di Patrick Herrmann, quasi 300 presenze in Prima Squadra con il Borussia Mönchengladbach ed ancora punto di forza della squadra odierna. O quella di Mahmoud Dahoud, il quale, dopo tre ottime stagioni (2014-2017) in Bundesliga con il ‘Gladbach dei grandi, si è trasferito all’altro Borussia, quello di Dortmund. La tradizione, poi, è continuata nell’ultimo periodo: hanno appeso le loro maglie alla parete Florian Mayer, Louis Beyer e, per ultimo, quale 26° protagonista di questa passeggiata nella storia del club, Rocco Reitz.

Il centrocampista centrale del Borussia Mönchengladbach Under 19, un classe 2002, ha disputato il suo primo match in assoluto in Bundesliga lo scorso 24 ottobre 2020, esordendo in trasferta, con il numero 43 sulle spalle, in occasione della vittoria esterna, 3-2, sul campo del Mainz. Un debutto mica male, per l’ultimo arrivato nel tunnel più ambito di Germania.

“E stata una sensazione indescrivibile – ha commentato Reitz a ‘Fohlen TV’, il canale ufficiale della società -. Resa ancora più speciale dal fatto che ho giocato dall’inizio rimanendo in campo per un ‘ora”.

Debuttando in Prima Squadra a 18 anni e 148 giorni, Reitz è diventato, così, il 12° giocatore più giovane di sempre a giocare in Bundesliga con la maglia del Borussia Mönchengladbach, club in cui milita da quando aveva 9 anni e per il quale ha sempre fatto il tifo dalla Nordkurve del Borussia-Park.

Il nostro consiglio, insomma, è di seguire con attenzione i giovani che crescono nel Borussia. Da appassionati di calcio tedesco quali siamo, e quali siete, non si può perdere l’occasione di indovinare, per primi, di chi sarà la prossima maglia appesa nel corridoio dei sogni.

Leverkusen e Gladbach: c’è una nuova rivalità sul Reno

leverkusen gladbach

Nelle ultime stagioni di Bundesliga c’è stata una serrata corsa al quarto posto in classifica, l’ultimo valevole per l’accesso alla Champions League, ed alla fine la lotta si è ristretta sempre a due squadre: Bayer Leverkusen e Borussia Mönchengladbach. Nel 2018/2019 a spuntarla sono state le Aspirine, mentre l’anno scorso l’hanno avuta vinta i Fohlen e anche in questa stagione sembra doversi ripetere questo duello. Borussia Dortmund e Bayern Monaco sono irraggiungibili, il Lipsia si è ormai consolidato come terza forza del campionato e allora non resta che battagliare per ciò che resta.

Nonostante la vicinanza delle due città – circa sessanta chilometri a separarle all’interno del Nordrhein-Westfalen – non è mai nata una vera e propria rivalità calcistica sia per motivi di campo, sia perché entrambe sono accomunate dall’odio sportivo verso il Colonia. Il Gladbach negli anni ’70 è stato spesso abituato a lottare con il Bayern Monaco per il Meisterschale ed in Europa dove ha sfiorato la Coppa dei Campioni, mentre il Leverkusen è approdato in Bundesliga solamente sul finire di quel decennio, non impensierendo mai i rivali regionali. Ora, però, c’è il campo a decretare questi nuovi rivali così simili.

Le due società seguono un’impostazione ben definita volta a coltivare il talento dei calciatori del vivaio e quello dei migliori giovani europei. Marcus Thuram, Florian Wirtz, Florian Neuhaus e Moussa Diaby sono solo alcuni degli esempi attuali, quattro giocatori giovani e già in grado di decidere molte partite. Sul campo le squadre differiscono per modo di giocare, sebbene entrambe sfruttino molto le fasce per aprire il gioco e creare spazi in cui inserirsi. Il Leverkusen predilige il possesso palla, il Bosz-ball si basa su questo, per aspettare il momento giusto per colpire, mentre il Borussia Mönchengladbach ha uno stile più diretto e verticale.

Entrambe, però, concedono molto in difesa tanto che negli ultimi quattro incontri c’è una media di 3.3 gol a partita, con il Leverkusen che ne ha messi a segno nove contro i quattro dei Fohlen. Nonostante la disparità nelle reti, negli quattro match ha sempre vinto la squadra ospite. Insomma, quando si incontrano il divertimento non manca mai e la Bundesliga è sempre felice di accogliere una nuova rivalità.

Marcus Thuram, molto più di un calciatore

marcus thuram

Il ginocchio di Derek Chauvin, poliziotto, appoggiato con tutto il peso del corpo sul collo di George Floyd, afro-americano, per 8 minuti e 46 secondi. I passanti a filmare coi telefonini, Floyd a chiedere inutilmente aiuto. Verrebbe da dire che tutto è iniziato così, ma la verità è che le violenze e i soprusi ai danni delle popolazioni di origine africana hanno una storia secolare, e quella video-testimonianza di maggio 2020 ha solo risvegliato, per l’ennesima volta, la rabbia di chi da troppo tempo è costretto a subire un razzismo sistemico e spesso istituzionalizzato.

Da sempre, lo sport riveste un ruolo cruciale in questa lotta, in quanto aggregatore sociale e vetrina mediatica di grande risonanza. Da Jesse Owens a Colin Kaepernick, passando per Tommie Smith e John Carlos, fino ad arrivare al più recente sciopero NBA, nel quale i giocatori si sono rifiutati di scendere in campo in seguito all’ennesimo episodio di violenza della polizia: i sette colpi sparati nella schiena di Jacob Blake, disarmato, in macchina davanti ai figli.

A maggio la Bundesliga era l’unico tra i grandi campionati europei ad aver già ripreso a giocare, merito anche dell’efficienza e della rapidità della DFB nel redarre ed applicare il protocollo anticontagio. Sembrerebbe scontato, dunque, che i giocatori e le società tedesche fossero i primi ad esporsi in seguito agli eventi di Minneapolis.

Scontato, invece, non è. Mai. Le manifestazioni sono state molteplici. In principio iniziative dei singoli, a partire dal neo-juventino Weston McKennie, che da figlio di quel Texas non immune da casi di violenza simili, ha stampato il messaggio “Justice for George Floyd” su una fascia indossata al braccio in occasione della gara del suo Schalke 04 contro il Werder Brema. L’indomani, a far risuonare il messaggio ci hanno pensato Jadon Sancho, cresciuto in un sobborgo di Watford da genitori originari di Trinidad and Tobago, e Achraf Hakimi, nazionale marocchino, figlio di emigrati in Spagna: entrambi hanno mostrato magliette con le stesse parole durante la partita vinta per 6-1 dal Dortmund contro il Paderborn.

L’immagine più forte, però, è forse l’esultanza di Marcus Thuram, la star del Borussia Mönchengladbach, inginocchiatosi dopo il gol all’Union Berino. Il suo è il background più vicino al tema, e per introdurlo scegliamo le parole di Pietro Nicolodi nella nostra intervista per la Guida alla Bundesliga 2020/21: “Thuram mi è piaciuto tantissimo per la sua attitudine, anche senza palla. Un trascinatore. Conoscendo il papà Lilian, si poteva immaginare che fosse un ragazzo intelligente”. 

Già, perché “papà Lilian”, oltre a conquistare un mondiale, un europeo e due scudetti da giocatore, affermandosi come uno dei difensori più efficaci della sua generazione, ha portato avanti un lavoro che ha cambiato la percezione del razzismo all’interno dello sport, sia nella “sua” Francia che nel resto d’Europa. Ritiratosi per problemi cardiaci nel 2008, l’ex-Juventus ha da subito dato vita alla fondazione che porta il suo nome, e dal 2010 è ambasciatore Unicef. Ha scritto due libri, perni della letteratura sociale sul tema, ed ha ricordato in più occasioni come secondo lui la lotta al razzismo nel mondo del calcio non debba partire dai calciatori stessi ma dalle istituzioni, società e federazioni, con azioni forti e concrete.

Difficile pensare che non abbia provato comunque un minimo di commozione e tanto orgoglio guardando il suo Marcus Thuram, appena ventiduenne, mandare un messaggio così forte al mondo intero. Lo ha fatto sempre a suo modo anche in Champions League, per festeggiare il suo primo goal: l’esultanza di Black Panther, Forever Wakanda, nella memoria di Chadwick Boseman e di tutto ciò che il supereroe nero rappresenta per il mondo afroamericano. Una doppietta al Real Madrid, uno dei sogni della vita per un calciatore, lo ha reso famoso al mondo come talento (o forse qualcosa in più) con il pallone tra i piedi. Lui, però, vuole essere qualcosa di più. Vuole usare il pallone per poter mandare messaggi, oltre che per segnare goal.

In Bundesliga, nonostante l’iniziale silenzio istituzionale, mentre qualcuno ipotizzava addirittura che i giocatori potessero essere multati, queste scintille hanno innescato in Germania poi un movimento più organizzato, guidato dalle società stesse nelle giornate successive. Lo scopo, ovviamente, è quello di scavallare i confini del mondo del calcio, e richiedere un cambiamento a livello strutturale per spezzare le lunghissime catene del razzismo che tuttora avvolgono in maniera più o meno limitante ogni aspetto della nostra vita. Una lotta del quale Marcus Thuram si è reso simbolo.

Jonas Hofmann, il cardine del Gladbach che vuole imporsi in nazionale

Jonas Hofmann

Nei suoi quattordici anni da CT della Mannschaft Joachim Löw ha utilizzato 139 giocatori. Non dovrebbe stupire più di tanto quindi la prima convocazione di Jonas Hofmann, centrocampista, e non solo, del Borussia Mönchengladbach.

La chiamata però sorprende, perché Hofmann non possiede le classiche caratteristiche della new entry. Innanzitutto per l’età: un calciatore di ventotto anni non può certo considerarsi anziano, ma nemmeno di primo pelo. Poi per il percorso particolare, da promessa non pienamente mantenuta al Borussia Dortmund a pedina imprescindibile dei Fohlen di Marco Rose, fino alla convocazione in nazionale.

Hofmann cresce nell’Hoffenheim, mettendo in mostra nell’Under-19 le qualità del centrocampista moderno completo, capace di giocare sull’esterno ma anche in posizione centrale, bravo ad aggredire gli spazi e spesso decisivo negli assist. Nel 2011 viene quindi ingaggiato dal Borussia Dortmund, sempre attento a puntare sui giovani più interessanti. Basta poco più di un anno con numeri incredibili nella seconda squadra (15 gol e 16 assist in 70 presenze tra Regionalliga e Dritte) per convincere Jürgen Klopp a portarlo costantemente con i big, reduci da due Meisterschale consecutivi. L’attuale tecnico del Liverpool lo utilizza in tre occasioni, sempre come esterno d’attacco.

Per il ventunenne sembra solo l’inizio di una carriera da predestinato, perché nella stagione successiva, 2013/14, Hofmann diventa titolare, giocando tra Bundesliga, Champions League e DFB Pokal 39 partite, concluse con 3 reti e ben 10 assist. Poi all’inizio di un anno di grandi cambiamenti per i gialloneri, che si concluderà con l’addio di Klopp, il BVB decide di mandarlo in prestito al Mainz.

L’inizio conferma le impressioni positive sul ragazzo, fino all’ottava giornata. I lanciatissimi Nullfünfer guidati da Kasper Hjulmand si trovano al terzo posto e affrontano l’Augsburg. Dopo 23 minuti si è già sul 2-0, con il primo gol messo a segno proprio da Hofmann. Ma al quarto d’ora del secondo tempo il classe ’92 deve essere sostituito per un problema al ginocchio. La diagnosi non sarà benevola: rottura parziale del legamento collaterale laterale. Quattro mesi di stop, un ritorno complicato e ad aprile l’operazione al ginocchio.

Torna a Dortmund, ma ci resta soltanto pochi mesi. Lo scarso feeling con Thomas Tuchel e l’interesse di Max Eberl lo portano a gennaio a Mönchengladbach. Qui gioca con discreta regolarità, ma altri due infortuni di una certa gravità all’inizio delle stagioni 2017/18 e 2019/20 non gli permettono di dare al Gladbach l’apporto che ci si aspettava da un giocatore con le sue qualità.

Da ormai un anno i problemi fisici hanno smesso di tormentarlo e i risultati sono sotto gli occhi di tutti, grazie anche all’intesa con Marco Rose. Il 4-2-3-1 dell’ex tecnico del Salisburgo è perfetto per le caratteristiche di Hofmann, ormai inamovibile nei tre dietro la punta. La loro intercambiabilità, le ripartenze veloci, le sovrapposizioni degli esterni e soprattutto le verticalizzazioni improvvise per gli inserimenti da dietro esaltano il gioco dell’ex Dortmund. E i tre assist realizzati nelle prime tre partite della stagione (due contro il Colonia nel derby) sono lì a dimostrarlo.

Ora, inaspettata ma non per questo meno meritata, ecco la convocazione di Löw. Dopo 5 gol in 10 presenze con l’Under21 Jonas Hofmann corona il sogno della nazionale maggiore, con l’obiettivo di non essere solo di passaggio. Perché senza gli infortuni la Mannschaft nella carriera di un giocatore come Jonas Hofmann sarebbe stata una piacevole abitudine.