I 60 anni di Lothar Matthäus: prodigio in campo, flop da allenatore

Lothar Matthäus

Per i suoi 60 anni, che cadono il 21 marzo, si vorrebbe “regalare” la panchina, per ora vuota, della Nazionale tedesca. Per Lothar Matthäus sarebbe l’ennesimo capitolo di una carriera, che l’ha visto protagonista, in Germania, in Europa e anche nel mondo. Un percorso di cui si sa tutto o quasi, dai duelli con Maradona ai titoli vinti ovunque. Tutto, tranne che degli inizi e della fine. Qui raccontiamo come Lothar ha cominciato la sua strada verso la gloria e dove la sua carriera si è interrotta.

Loddar – Classe 1961, Lothar Matthäus è nato a Erlangen, ma è cresciuto a Herzogenaurach, nella Franconia centrale, nel nord della Baviera. A nove anni, Loddar, come lo chiamano tutti nel dialetto locale, è già in campo con il 1.Fc Herzogenaurach. È il più piccolo di tutti, di età e anche di statura, ma subito si capisce che il ragazzo non è uno qualsiasi. Il giovane Matthäus, che per la mancanza di categorie giovanili gioca anche con avversari di 3-4 anni più grandi, segna e fa segnare. Anche perché da ragazzo Loddar veste la maglia numero 9 e fa il centravanti. La sua prima rete ufficiale, come ha raccontato nella sua autobiografia Ganz oder gar nicht (Tutto o niente), la segna nella vittoria 3-2 contro la seconda squadra nel derby contro la ASV Herzogenaurach. Dalla formazione riserve della C-Jugend passa alla prima e poi sale tutti i gradini fino alla prima squadra, con cui viene promossa in Bayernliga, la massima serie regionale. È la stella che si divide tra giovanili e “senior”, dove mostra le sue doti, corsa, tecnica e tiro, plasmate anche da tanto “Straßenfußball”, giocato nelle strade di Herzogenaurach.

Colpo di fulmine – Il talento di “Loddar” non passa più inosservato a molti. Tra chi lo nota c’è Hans Nowak, ex giocatore di Schalke 04, Bayern Monaco e Kickers Offenbach, nonché più volte Nazionale tedesco. Dopo il ritiro Nowak è diventato il capo della divisione pubbliche relazioni della Puma, che ha sede proprio ad Herzogenaurach (come la cugina Adidas) e che sostiene da sempre il club in cui Lothar è cresciuto. Ed è l’ex difensore, spesso sul campo a vederlo, che organizza a Matthäus, già segnalato anche dal ct dell’Under 18 Dietrich Weise, un provino con il Borussia Mönchengladbach nel marzo 1979. Per Lothar è un sogno, anche perché lui è un tifoso dei Fohlen. Lo invitano per quattro giorni di allenamenti, a cui è accompagnato da papà Heinz. Basta una giornata però per convincere lo staff del ‘Gladbach. Dopo il termine delle sedute Helmut Grashoff il manager della prima squadra chiama in albergo e convoca i Matthäus in sede. Sul tavolo c’è un contratto da 2500 marchi lordi al mese, più i premi. Il neo 18enne, che in estate lavorava in magazzino alla Puma per prendersi qualche soldo, firma.

Da idolo a traditore – Qualche mese dopo, Matthäus, che è arrivato a Mönchengladbach con una golf verde regalo personale di Rudolf Dassler patron della Puma (costo simbolico di 99 centesimi), è con i Fohlen, che hanno appena vinto la Coppa UEFA. Gli inizi sono difficili più fuori che dentro il campo. Nei primi giorni abita in un piccolo appartamento di 40 metri quadri a piano terra nella zona della stagione. Paga 280 marchi al mese e il bagno è esterno, con il rischio che di notte qualcuno lo potesse infastidire mentre andava alla toilette. Lo aiutano soprattutto due persone: Norbert Pflippen, uno dei primi procuratori tedeschi e Jupp Heynckes. L’ex attaccante, che da quell’estate ha sostituito Udo Lattek come tecnico della prima squadra, lo arretra a centrocampo e soprattutto ne segue passo passo la crescita calcistica e umana. Jupp lo schiera titolare per la prima volta alla settima giornata in trasferta con il Kaiserslautern. Non uscirà più dal campo. Il primo gol lo realizza alla sedicesima contro l’Eintracht Braunschweig. Ne seguiranno altri 50 in cinque anni. Nel 1984, Lothar ormai è pronto per il grande salto. Lo vuole il Bayern Monaco e i due club si accordano per una cifra di 2,4 milioni di marchi. Il trasferimento è già annunciato prima dell’ultima partita della stagione, la finale di Coppa di Germania tra ‘Gladbach e Bayern. Lothar gioca bene, fornendo pure un assist. Si va ai rigori e Matthäus sbaglia il suo, consegnando poi la coppa alla sua futura squadra. Per i tifosi del ‘Gladbach diventerà Judas, Giuda. Traditore.

Che difficoltà in panchina – Quel rigore paradossalmente apre le porte a una carriera eccezionale, tra Bayern Monaco, Inter e Nazionale. Tanti record, un Pallone d’Oro e un grande rimpianto, la Champions League/Coppa dei Campioni sfuggita di mano per due volte. Nel 2000 quando Lothar si ritira, salvo un solo match nel 2008 nel suo 1.Fc Herzogenaurach, si siede subito in panchina. La prima esperienza è con il Rapid Vienna, che si conclude con l’ottavo posto in campionato, il peggior piazzamento dal 1911 quando è stato inaugurato il girone unico. Tra il 2001 e il 2011 allenerà altre sei squadre. In una sola occasione, con la Nazionale ungherese, siederà in panchina per più di un anno. I risultati sono mediocri con un campionato serbo vinto alla guida del Partizan Belgrado nel 2003 e un titolo austriaco conquistato nel 2007 accanto al suo vecchio allenatore Giovanni Trapattoni. Per il resto il percorso è costellato da occasioni mancate, per esempio con il Racing di Avellaneda nel 2009, diverse delusioni, come l’esonero nel 2011 con la Bulgaria e pure qualche episodio mai chiarito, come nel 2006 quando si dimise dai brasiliani dell’Atletico Paranaense, mentre si trovava in Europa. Nonostante questo curriculum qualcuno, la “Bild” l’ha candidato a successore di Joachim Löw. Un azzardo o forse una provocazione per un campione mai “decollato” in panchina.

BundExLiga – Stoccarda-Bayern: la partita di Jürgen Klinsmann

Jürgen Klinsmann Bayern Stoccarda

110 gol in 221 partite in Bundesliga, oltre a un Meisterschale e a un titolo di capocannoniere. È questo il bottino di Jürgen Klinsmann nella massima divisione tedesca. Il 56enne, ex ct degli Stati Uniti, ha raggiunto questi obiettivi unicamente con due maglie: quella dello Stoccarda e quella del Bayern Monaco. Due club, a cui “Klinsi” ha legato il suo nome, tra campo e panchina.

Un prodigio a Stoccarda – Nel 1984 lo Stoccarda vince il suo terzo titolo tedesco, il primo da quando esiste la Bundesliga. In quell’estate, la squadra campione, che in difesa ha i fratelli Förster e il libero Guido Buchwald, a centrocampo Karl Allgöwer e l’islandese Sigurvinsson, in attacco Peter Reichert preleva dallo Stuttgarter Kickers, il 20enne Klinsmann. Con la maglia dei “cugini” nella stagione precedente ha realizzato 19 gol in 2.Bundesliga. Jürgen è tecnico, è veloce (per migliorare la sua tecnica di corsa ai tempi dei Kickers si era allenato su consiglio del fratello con il tecnico della sezione atletica Horst Allmann) e soprattutto fa gol. In tutti i modi. Di testa, di potenza, di astuzia. Nelle successive cinque stagioni le sue reti saranno 79 solo in campionato, con un titolo di capocannoniere della Bundesliga nel 1988 e tante perle regalate ai tifosi degli Schwaben. Come la rovesciata contro il Bayern Monaco, scelta nel 1987 come gol dell’anno dalla ARD. Klinsmann, con il club, non vincerà nessun trofeo, anche se disputerà, segnando due finali. Quella di Coppa di Germania del 1986, persa contro il Bayern Monaco e quella di Coppa UEFA del 1989, in cui lo Stoccarda fu sconfitto dal Napoli di Maradona, poco prima che Klinsmann, calciatore tedesco dell’anno del 1988, lasci gli Schwaben per volare in Italia, all’Inter di Giovanni Trapattoni.

Ritorno a casa – Sei anni dopo quell’ultima stagione a Stoccarda, nel 1995, Klinsmann, 31enne, decide di tornare in Bundesliga. Non è più la giovane promessa, ma uno dei più famosi calciatori del mondo. Ha conquistato il titolo iridato nel 1990, ha indossato le maglie di Inter, Monaco e Tottenham ed è un diventato un personaggio, anche fuori dal campo. Un tedesco atipico che torna in Bundesliga, nella squadra emblema della tradizione, il Bayern Monaco. In pochi si aspettavano un trasferimento di questo tipo, tanto che la ARD gli dedica 20 minuti di approfondimento all’interno del suo telegiornale. L’esperienza con i bavaresi sarà in chiaroscuro e non solo per ragioni sportive. I giornali come la Bild lo bersagliano, lui ha la fama di Freidenker, di libero pensatore, non le manda a dire. Lo spogliatoio, pieno di stelle, di quello che sarà soprannominato FC Hollywood lo sopporta a malapena. Non lo aiutano neppure i risultati, con l’avvio difficile della gestione Rehhagel. Klinsmann trascina il Bayern alla finale di Coppa UEFA con 15 gol (record delle competizione battuto solo da Radamel Falcao nel 2011) poi vinta contro il Bordeaux di Zinedine Zidane, con Franz Beckenbauer in panchina.

Dovrebbe andare meglio con l’arrivo in panchina di Giovanni Trapattoni. Solo che lo spogliatoio scoppia. Matthäus invita Jürgen Klinsmann a un confronto in diretta in TV, “Klinsi” propone di farlo sul palcoscenico dei “Muppets”. Il 10 maggio 1997 la goccia che fa traboccare il vaso. In una partita con il Friburgo, inchiodata sullo 0-0, Klinsmann viene sostituito per l’ennesima volta, in più con Carsten Lakies, il 26enne cannoniere della squadra Amateur. L’attaccante mentre esce calcia un tabellone pubblicitario e si rivolge in italiano al Trap (“vai a c…..”). A fine stagione il Bayern vincerà il Meisterschale e Klinsmann lascerà la Baviera. “Questa società con l’aiuto dei giornali popolari ha aiutato a far cadere il mito del Bayern” dichiara.

Rivoluzione a Monaco – Nel 2008 a inizio gennaio il Bayern Monaco annuncia il nuovo allenatore per la stagione seguente. Il successore di Ottmar Hitzfeld sarà l’ex ct della Nazionale tedesca, Jürgen Klinsmann. È una sorpresa, anche se “Klinsi” è una delle personalità calcistiche più amate del calcio tedesco dopo il Mondiale 2006. La sua parentesi all’”Allianz Arena” dura meno di una stagione, ma “Klinsi”, in quegli otto mesi in Baviera cerca di cambiare il club. Dentro e fuori dal campo.

La sua idea di calcio è offensiva e propositiva, ma forse più rivoluzionario è come vuole cambiare l’approccio del Bayern. Porta a lavorare al centro sportivo professionisti, come psicologi dello sport, nutrizionisti ed esperti di vari settori, introduce delle novità, prese dalle franchigie “pro” USA, come per esempio una Player-Lounge, una quiet room dove si possono seguire corsi di yoga, corsi di lingua possibili grazie all’e-learning, un nuovo spazio per vedere i video con 39 posti, ma anche una biblioteca con libri di autori non calcistici perché per lui era necessario “non solo creare professionisti con la palla tra i piedi, ma persone che sanno e hanno testa”. La sua esperienza finirà in aprile dopo una sconfitta contro lo Schalke 04, anche se alcune delle idee non solo calcistiche poi sono state riprese dai suoi successori.

Stoccarda, una candidatura sfumata – Con il suo primo club in Bundesliga Klinsi, che vive negli Stati Uniti, non ha mai più collaborato. A fine estate 2019, però gli Schwaben e il loro ex attaccante sono stati vicini a un nuovo matrimonio. Jürgen Klinsmann e la dirigenza parlano della possibilità di ricoprire la carica di Vorstandvorsitzende, creata poco prima. Le trattative però non andranno a buon fine con Klinsi che qualche mese dopo si accaserà (brevemente) all’Hertha Berlino.

Il primo turno di DFB-Pokal: quando cadono i giganti

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Il primo turno di Coppa di Germania è tradizionalmente, insieme alla Supercoppa, l’antipasto della Bundesliga. Un incontro di sola andata, con il fattore campo a favore delle formazioni di categoria inferiore, che nella storia della DFB-Pokal ha fatto vittime illustri, già dal primo turno. Ecco quando le “piccole” hanno ammazzato, sportivamente, i club più quotati.

L’Amburgo si ferma a Geislingen – Nell’edizione 1984-1985 al primo turno il HSV viene sorteggiato con gli svevi del SC Geislingen, all’epoca in Oberliga Baden-Württemberg, la terza serie. Gli anseatici, guidati da Ernst Happel, hanno in campo buona parte della rosa, a partire da Felix Magath e Manfred Kaltz, che nel ’83 aveva vinto la Coppa dei Campioni. In quel pomeriggio di inizio settembre, a spuntarla davanti a 6mila spettatori, è il Geislingen, che qualche anno prima aveva come allenatore Helmut Groß, il padre calcistico del Gegenpressing e futuro mentore di Ralf Rangnick. Un gol di Wolfgang Haug e una di Klaus Perfetto mandano all’inferno l’undici di Happel. Magath a fine partita dice: “La vera catastrofe è che non abbiamo proprio avuto occasioni per vincere“.

La prima „nera“ del Trap – Nel 1994, il Bayern Monaco, che già nel 1990 era caduto nel Baden contro i dilettanti del FV Weinheim, giocano il primo turno contro il TSV Vestenbergsgreuth, club della Franconia. Il match, trasmesso in diretta dalla ZDF, il secondo canale pubblico, si disputa a Norimberga davanti a 24mila spettatori. Che assistono alla sconfitta della squadra del debuttante Oliver Kahn, Mehmet Scholl e Lothar Matthäus. Il giustiziere della formazione guidata per il primo anno da Giovanni Trapattoni è Roland Stein, autore dell’unica rete, un colpo di testa, che decreta l’eliminazione dei bavaresi. L’allora 21enne al massimo giocherà in seconda divisione, mentre alcuni suoi compagni di strada ne faranno decisamente di più: Harry Koch, papà dell’ex Friburgo Robin, vincerà anche un Meisterschale con il Kaiserslautern, mentre il libero Frank Schmidt scriverà da allenatore la storia dell’Heidenheim.

Stoccarda, rigori fatali – Nell’edizione 1995-1996 lo Stoccarda di Krasimir Balăkov, Giovane Élber e di Fredi Bobic, il cui assistente è Joachim Löw va a Sandhausen, sempre nel Baden-Württemberg. Dopo i tempi regolamentari è un 2-2 con i padroni di casa, capace di rimontare due volte. Neanche i supplementari risolvono la contesa tra la squadra di Bundesliga e quella di terza serie. Per decidere chi passa al secondo turno ci vogliono 26 rigori, tutti realizzati, tranne uno. È quello tirato dal difensore Hendrik Herzog, che si va a stampare sul palo sinistro della porta.

La vittoria delle riserve – Cinque anni dopo, nel 2000, a sorprendere sono gli Schwaben, o meglio la loro seconda squadra. Gli Amateuren dello Stoccarda, davanti a 1700 spettatori, battono al primo turno l’Eintracht Francoforte, formazione di Bundesliga che in panchina ha Felix Magath. Il risultato finale è un incredibile 6-1 per i biancorossi, che in squadra hanno due future stelle come Andreas Hinkel e Aleksandr Hleb, in quel giorno offuscate dalla doppietta di Ioannis Amanatidis, che nella sua carriera dell’Eintracht sarà pure capitano.

Il riscatto dell’Ulm – Nel 2001, l’Ulm sta vivendo un incubo. Dopo aver giocato in Bundesliga i bianconeri sono stati retrocessi in quinta serie, a causa dei problemi finanziari. Nel primo turno di Coppa affrontano il Norimberga, club della massima divisione, allenato dal campione del mondo Klaus Augenthaler. Lo battono 2-1 grazie a un rigore decisivo di Dragan Trkulja, l’unico superstite dell’avventura dell’Ulm in Bundesliga. Nel 2018 la faranno ancora una volta grandissima: vinceranno al primo turno contro l’Eintracht Francoforte, che pochi mesi prima aveva vinto il trofeo.

Il rovescio dell’Hoffenheim – Nel 2012 il primo turno di Coppa di Germania fu fatale a sei club di Bundesliga. La peggiore sconfitta la subisce l’Hoffenheim di Markus Babbel, accoppiata al Berliner AK 07, club legato alla comunità turca della capitale tedesca e arrivato alla DFB-Pokal vincendo la coppa di Berlino. Nel caldo del Poststadion i biancorossi all’intervallo sono già avanti 3-0, chiudendo 4-0 al novantesimo. Protagonista in negativo il portiere dell’Hoffenheim, Tim Wiese, molto incerto sulle reti subite.

Il Werder cade a Lotte – Nel 2016 il club di Brema, già nel 2006 protagonista di una eliminazione eccellente contro il Pirmasens, perde in Nordrhein-Westfalen contro lo Sportfreunde Lotte. Nella giornata dell’esordio in biancoverde di Johannes Eggestein, la formazione di terza serie, va in vantaggio con Matthias Rahn, subisce il pareggio di Junuzovic prima di vincerla con una rete di André Dej.

Hansi Flick, l’esperienza con Trapattoni e la forza delle idee

Hansi Flick

Di Hansi Flick in questi giorni si è raccontato praticamente tutto. Ma c’è un fatto poco noto che lo collega all’Italia: la parentesi da vice di Giovanni Trapattoni al Salisburgo nella stagione 2005/06. Ma prima di arrivare a quella breve esperienza bisogna tornare indietro, agli inizi della carriera dell’attuale allenatore del Bayern, fresco campione d’Europa.

Flick come calciatore è cresciuto nel Sandhausen e ha poi vissuto le soddisfazioni maggiori nelle cinque stagioni in Baviera dal 1985 al 1990, le prime due sotto la guida di Udo Lattek e le ultime tre con Jupp Heynckes. Poi il Colonia, il ritiro a soli ventotto anni per problemi fisici e il ritorno a Bammental, a pochi chilometri da Heidelberg, città natale della moglie Silke. È proprio a Bammental che comincia la sua esperienza come allenatore, fino al 2000 quando accetta la sfida del nuovo ambizioso Hoffenheim di Dietmar Hopp, nella Regionalliga Süd.

Resta a Sisheim fino all’esonero del novembre 2005, sorprendente vista la stima del patron della SAP, che infatti lo richiamerà come dirigente nel 2017. È proprio all’inizio della stagione 2005/2006, nel primo turno della DFB-Pokal, che Flick e Trapattoni si affrontano per la prima volta. Trap allena lo Stoccarda dopo la fine del rapporto con la nazionale italiana prima e con il Benfica poi. A Sinsheim la partita contro ogni pronostico (anche se in Coppa di Germania succede spesso) è decisamente equilibrata, nonostante la differenza di categoria. Gli svevi, che la stagione successiva con Armin Veh conquisteranno il Meisterschale, vanno sotto due volte ma riescono a portare la gara oltre il novantesimo. Nel secondo tempo supplementare la stanchezza fa venire fuori il maggior tasso tecnico e lo Stoccarda segna due reti, prima del definitivo 3-4 nel recupero.

L’organizzazione del 4-2-3-1 di Flick, innovativo in quel periodo storico, colpisce Trapattoni, che al termine della stagione lascia Stoccarda e si trasferisce in Austria, nel Salisburgo. L’allenatore italiano deve scegliere un vice e pensa al mister di quell’Hoffenheim. Le vedute tattiche però risulteranno troppo distanti e Flick resterà a Salisburgo solo due mesi. Come ha spiegato lui stesso in un’intervista del 2014 a ‘Rund Magazin’:

Trapattoni è uno degli allenatori di maggior successo nel calcio mondiale. Attribuisce grande importanza al lavoro difensivo, non giocherei come gioca lui. Ma puoi prendere spunto da ogni allenatore”.

Dopo l’addio al Salisburgo Hansi Flick inizia immediatamente nella nuova Mannschaft di Jogi Löw, conosciuto tramite il fratello del ct ai tempi del Sandhausen. In nazionale il tattico è lui, con un compito ben preciso che diventa quasi una missione: “definire ciò che è importante per la filosofia del calcio tedesco”. Ci riuscirà, aiutando la nazionale a trionfare in Brasile. Oggi si gode i trionfi col Bayern Monaco. Con la stessa filosofia di sempre.

“È merito della squadra. A novembre leggevo che non c’era più rispetto per il Bayern. Abbiamo lavorato in modo sensazionale. Abbiamo sfruttato anche il lockdown per creare un gruppo ancora più unito e sfruttare le idee del nostro staff, come gli allenamenti da casa”.

I 5 successi più significativi del Bayern in finale di DFB-Pokal

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1957: la prima finale di DFB-Pokal vinta dal Bayern

La prima delle 18 vittorie del Bayern Monaco in finale di DFB-Pokal è arrivata nel 1957. La competizione si svolgeva su semifinali e finali tra le squadre qualificate da ogni Oberliga. Batté lo Spandauer SV allo spareggio per entrare nella Final Four, dove dovette vedersela nelle semifinali contro il Saarbrücken. Vinse 3-1 e si guadagnò un posto in finale, che si giocò ad Augsburg il 29 dicembre 1957. Avversario il Fortuna Düsseldorf, che partiva col favore dei pronostici dopo aver eliminato l’Amburgo. La partita si giocò su un campo innevato e il Bayern riuscì a vincerla grazie a un goal di Jobst a una decina di minuti dal termine. Ovviamente, non poteva mancare tra le cinque vittorie più significative, anche perché era il primo titolo nazionale del dopo-guerra. Purtroppo in rete non esistono video di quel match. Accontentatevi di questa foto.

Le avventure di Giovanni Trapattoni al Bayern

Trapattoni Bayern

Poco più di tre minuti e mezzo. Sono quelli che nel marzo 1998 hanno seppellito l’esperienza di Giovanni Trapattoni al Bayern Monaco. L’hanno sotterrata sotto un diluvio di parole, di gesti e di espressioni che hanno fatto la Storia. Una conferenza stampa, uno sfogo, che hanno cancellato tre anni in cui il Trap ha conquistato emotivamente il Bayern Monaco e la Germania del calcio, portando a casa un Meisterschale, una Coppa di Germania e una DFB-Supercup.

1994, la falsa partenza – Dopo tre allenatori in quattro anni e un Meisterschale vinto con il “totem” Franz Beckenbauer in panchina, nella primavera del ’94 la dirigenza del Bayern Monaco è alla ricerca di un tecnico che possa aprire un ciclo. La scelta ricade su Giovanni Trapattoni, reduce dalla sua seconda esperienza alla Juventus. È il primo allenatore italiano di un club di Bundesliga. Gli affiancano come assistenti Massimo Morales, 30 anni, campano, tecnico delle giovanili bavaresi e Klaus Augenthaler, già vice di Ribbeck e di Beckenbauer. La rosa è ottima, con Helmer, Babbel, Scholl, i neoacquisti Papin e Kahn (quest’ultimo infortunatosi gravemente) e Lothar Matthäus. Anche per questo l’obiettivo dichiarato è di vincere. E subito. Gli inizi però sono da incubo: sconfitta 3-1 ai supplementari nella Supercoppa di Germania contro il Werder Brema di Rehhagel e soprattutto ko al primo turno di DFB-Pokal contro il TSV Vestenbergsgreuth, squadra di quarta serie.

La pressione è tanta, i problemi pure. La lingua, che il Trap fa fatica a padroneggiare, i contrasti con i giocatori, per esempio Lothar Matthäus: il tecnico lo vorrebbe libero, lui preferisce il ruolo da centrocampista e non lo manda dire. Alla fine del girone d’andata il Bayern è quarto, alla fine sarà sesto, in Coppa UEFA, in quella Coppa che Beckenbauer, ora presidente, chiama “la coppa dei perdenti”. Il miglior risultato è la semifinale di Champions League con l’Ajax. Già da febbraio si sa già il destino del Trap: tornerà in Italia, dato che ha rifiutato di prolungare il contratto con i bavaresi.

1996, Trap 2, la vendetta – Dopo il primo esonero della sua carriera, a Cagliari, il Trap riceve una chiamata. È quella di Kaiser Franz, che lo rivuole a Monaco. Il Trapattoni bis al Bayern diviene realtà. Non più un arrivo fastoso, ma quasi un incognito. L’obiettivo è far dimenticare la parentesi di Otto Rehhagel, tecnico esonerato a poche giornate dalla fine e con la squadra in finale di Coppa UEFA, poi vinta contro il Bordeaux, ancora con Beckenbauer in panchina. La squadra che ha a disposizione è ancora migliore rispetto a quello del ’94: ci sono Klinsmann e la coppia di neoacquisti Rizzitelli e Mario Basler, oltre a uno Zickler molto maturato. A parte l’eliminazione precoce dalla Coppa UEFA (al primo turno con il Valencia) la stagione va alla grande. In tutto il girone d’andata il Bayern perde una sola volta e alla 17esima giornata agguanta il primato. Tolte due giornate, non lo lascerà fino alla fine. La partita decisiva per il Meisterschale è il 24 maggio ’97, all’Olympiastadion contro lo Stoccarda di Joachim Löw. La decidono Rizzitelli e Witeczek. Finisce 4-2.

Il Trap vince il suo primo titolo fuori dall’Italia e per la prima volta un allenatore non di lingua tedesca conquista la Bundesliga. Per festeggiare il giorno dopo Trapattoni e i suoi giocatori si affacciano come da tradizione dal balcone del municipio, nella Marienplatz. Giovanni ha i Lederhosen e canta “Volare”, insieme al bomber azzurro.

1997-1998, non solo “Strunz” – Dopo il Meisterschale, l’obiettivo dei bavaresi è ripetersi. Il Trap, per provarci, ha anche rifiutato la corte della Roma. Per lui, sposato con Paola, donna conosciuto proprio a Roma durante le Olimpiadi 1960, sarebbe stata la chiusura di un cerchio. Il precampionato però sembra dargli ragione. Il Bayern fa suo la Supercoppa battendo con un periodico 2-0 il Borussia Dortmund campione d’Europa e il Bayer Leverkusen. L’inizio della Bundesliga è un po’ più complicato. Una sconfitta a sorpresa con la neopromossa Kaiserslautern e un pari esterno con il ‘Gladbach. Poi dalla quarta giornata il Bayern si installa al secondo posto. L’avversario più temibile non è il Dortmund ma il Kaiserslautern di Rehhagel. Il Trap dice addio al bis nazionale l’8 marzo ’98 dopo il ko 1-0 dallo Schalke. È la terza sconfitta consecutiva del Bayern e Trapattoni sbotta. Accusa i giocatori facendo nomi e cognomi. Diretto, verace. Rummenigge e Beckenbauer lo prendono in giro: “Finalmente ti riconosciamo” gli dicono. Non è il tedesco di Goethe, ma nelle restanti nove gare di Bundesliga il Bayern non perde più. Il Meisterschale se lo prende però Rehhagel, mentre l’avventura in Champions si chiude ai quarti, dopo 210 minuti di battaglia con il Borussia Dortmund che piega i campioni di Germania ai supplementari nel primo derby tedesco nella massima competizione europea.

C’è però un’ultima soddisfazione: il 16 maggio 1998 il Bayern conquista la Coppa di Germania, mettendo ko 2-1 in rimonta il Duisburg. Decisivo Mario Basler, uno di quelli su cui il Trap aveva puntato il dito. Lo lanciano in aria. È la sua ultima partita, con cui mette in bacheca il ventesimo trofeo della sua carriera. Al Bayern nessuno però, tifosi, media e dirigenti, si è dimenticato di Trapattoni. Tanto che nel 2019, Uli Hoeneß, per lasciare il Bayern dopo 49 anni, non ha citato Beckenbauer ma Giovanni da Cusano Milanino. “Das war’s. Ich habe fertig”. Le stesse parole con cui l’italiano aveva chiuso il suo famoso sfogo.