Le autorità bloccano l’aereo: il Bayern parte per il Qatar 9 ore dopo

bayern aereo

Ieri sera, dopo la partita vinta contro l’Hertha Berlino, i giocatori del Bayern Monaco sono andati direttamente in aeroporto a Berlino, senza ripassare da Monaco. Proprio per questo l’anticipo del venerdì si è giocato alle 20 anziché all 20.30. C’era un volo da prendere, con destinazione Qatar, per giocare il Mondiale per Club. L’aereo doveva partire intorno alla mezzanotte di ieri. Soltanto che quel volo non è partito.

Nonostante tutti i membri del Bayern fossero già tutti sull’aereo dalle 23.30 di ieri sera, come ha mostrato anche il club sui propri profili social, la partenza è stata ritardata di oltre nove ore a causa del mancato permesso delle autorità tedesche di Brandeburgo, per questioni di sicurezza.

Così, dopo una notte passata bloccati a dormire sul velivolo, giocatori, staff e dirigenti del Bayern sono partiti soltanto questa mattina, ma con destinazione Monaco e non Berlino. Come ha comunicato il club, infatti, l’ok è arrivato per la partenza alle 9.15, ma soltanto con un cambio di crew di volo che dovrà avvenire nella capitale bavarese.

Karl-Heinz Rummenigge alla ‘Bild’ è andato su tutte le furie spiegando la vicenda.

“Ci sentiamo presi in giro dalle autorità responsabili. Non hanno idea di quale danno abbiano arrecato alla nostra squadra”.

L’aereo del Bayern arriverà così in Qatar nel pomeriggio. Ma il tempo stringe. Il primo match nel Mondiale per Club è in programma lunedì 8 contro l’Al-Ahly.

Dalla quinta serie alla casa del Bayern: l’incredibile viaggio del Düren

Düren

Fino a qualche settimana fa, parlare di Düren nell’ambiente calcistico tedesco equivaleva di fatto a parlare di Harald ‘Toni’ Schumacher, il leggendario portiere del Colonia e della nazionale che nella cittadina del Nordrhein-Westfalen, a una manciata di km da Colonia, è nato e cresciuto. In questi giorni, invece, a fare notizia è l’1. FC Düren, la squadra di calcio della città, avversaria del Bayern Monaco nel famigerato e spesso ostico primo turno della DFB-Pokal. Nonostante il risultato non sia stato quello sperato, il piccolo club ha scritto comunque una pagina di storia.

Dalla quinta serie all’Allianz Arena, il salto non è per nulla breve. Nella gerarchia del calcio tedesco, fino allo scorso agosto le due squadre erano separate da quasi novanta posizioni. Le ha unite il sistema di qualificazione al primo turno della Coppa, ovvero le coppe regionali. Grazie alla vittoria nella ‘Landespokal Mittelrhein’, in finale contro l’Alemannia Aachen, il Düren ha conquistato il diritto di sfidare il Bayern. In condizioni normali la partita si sarebbe probabilmente disputata nel piccolo Westkampfbahn, lo stadio della città, che può ospitare 6,000 spettatori posti in piedi. La crisi economica causata dalla pandemia che ha investito i club del dilettantismo e del semi-professionismo ha però spinto al club a rinunciare al diritto di giocare in casa: i costi sarebbero stati troppo elevati. E poi, vuoi mettere la possibilità di viaggiare fino all’Allianz Arena, a prescindere dal risultato?

Sì, viaggiare. Niente aerei, ma un pullman. Non uno qualsiasi, bensì un MAN Lion’s Coach L. Per capirci: lo stesso modello di bus che accompagna in giro per la Baviera il Bayern Monaco. Con il logo in risalto, le stampe dedicate al trionfo nella coppa regionale, i faccioni dei giocatori, l’hashtag #DürenSpüren.

Una campagna pubblicitaria ben riuscita per la compagnia tedesca, un viaggio da sogno – anche se di 10 ore – per i giocatori. Di fatto, tutti dilettanti o quasi. Fa eccezione giusto Adam Matuschyk, che ha un passato anche da professionista tra Colonia, Fortuna Düsseldorf, Eintracht Braunschweig. Anche con qualche presenza e quattro goal in Bundesliga. Ha firmato una settimana fa, perché voleva stare più vicino ai figli, che vivono proprio a Colonia. In pratica, giusto per poter tornare all’Allianz Arena.

Per i suoi compagni, invece, vedere l’Allianz Arena è stato come per un bambino entrare in un negozio di caramelle. Giocarci è stato ancora meglio, anche se il comune  ha imposto le porte chiuse per il numero crescente di contagi di Covid-19 in città e nei dintorni. La squadra è arrivata a Monaco già un paio di giorni prima della partita, i giocatori si sono fatti fotografare in campo, sorridenti. Anche se non avrebbero potuto sfidare i campioni come Lewandowski, Gnabry, Kimmich, Goretzka, Neuer e tanti altri, impegnati con le Nazionali. Purtroppo il calendario non ha lasciato scampo: dopo il rinvio dal weekend del 12-13 settembre, causa finale di Champions League e preparazione iniziata soltanto a settembre inoltrato, il Bayern non aveva settimane libere se non nella pausa. E a quarantott’ore dal fischio finale dovrà rigiocare. E poi di nuovo mercoledì 21. Stagione compressa, calendario fitto. Inevitabile.

Ai giocatori del Düren, in fondo, interessa relativamente. Anzi. Bayern più debole, Bayern più battibile. Ci sperava il centrocampista Omerbasic: “Chissà che magari il punteggio rimanga sullo 0-0 per un po’ e loro inizino a sottovalutarci…”. Previsione non proprio centrata. Pace. È una questione di orgoglio, quella che Giuseppe Brunetto, l’allenatore del Düren, ha sottolineato al ‘Corriere dello Sport’ ieri.

“Essere stati sorteggiati contro il Bayern è una botta di fortuna che capita una volta nella vita. Ci vedranno in tutto il mondo, peccato che si debba giocare a porte chiuse, senza i nostri tifosi. L’avvenimento ci dà una carica incredibile per batterci coraggiosamente. Non ci illudiamo, ma un pochino ci crediamo, almeno per dimostrare che anche nella nostra categoria giocano ragazzi in gamba. Nessuno di noi pensa ai soldi, conta solo l’orgoglio di gareggiare nella casa del Bayern. Genitori e figli saranno fieri di noi”.

Per lui, in effetti, la sensazione dev’essere ancora più speciale che per i suoi giocatori. Herkenrath, BW Friedsdorf, VfL Leverkusen: ha sempre allenato tra la quarta e la quinta serie, ha sfiorato la terza con il Viktoria Colonia. Vive in Germania da quando era piccolo, da quando papà Antonio e la famiglia hanno lasciato Licata, in Sicilia, provincia di Agrigento, per trasferirsi. Il papà, juventino fino all’osso, gli ha trasmesso la passione. Lui l’ha trasformata in un lavoro e ora anche in un sogno. Allena il Düren dal 2019 e lo ha portato a raggiungere un traguardo storico. Soltanto al terzo anno di vita del club, fondato nel 2017. E trovatosi per una notte sul palcoscenico più importante della Germania.

Il presidente del club, Wolfgang Spelthahn, aveva dichiarato alla vigilia che l’obiettivo del club per la sfida col Bayern era “fare una figura migliore di quella che hanno effettivamente fatto Schalke e Barcellona”. 8-0 e 8-2, rispettivamente.

Beh, il Düren è riuscito a fare molto meglio. Ha offerto una prestazione solida, ha anche sfiorato un paio di volte il goal, certo ha anche rischiato di subire altri 3-4 goal, ma ha limitato i danni. Tanto che anche Thomas Müller, a fine partita, ha applaudito gli avversari e affermato che la gente di Düren può essere fiera della propria squadra.

Un po’ come può essere fiero anche Giuseppe Brunetto. Non è riuscito a eguagliare il Verl di Guerino Capretti, un altro italiano che è arrivato fino agli ottavi l’anno scorso, Ma di certo lui, come tutti i giocatori in campo, avrà per sempre una storia da raccontare. Quella di come un club di quinta serie è arrivato a sfidare i campioni di tutto.

Il rinnovo di Alaba col Bayern è avvolto nel caos

alaba rinnovo

Una delle priorità del Bayern Monaco per i prossimi mesi del 2020 è il rinnovo di David Alaba, il cui contratto è in scadenza al 30 giugno 2021. Da tempo il futuro dell’austriaco è avvolto dalle incertezze: si è parlato di voglia di andare in Spagna, di voglia del giocatore di tornare a giocare a centrocampo (promessa mai mantenuta dal Bayern), ora di voglia di rimanere. Eppure, nessun accordo.

Uli Hoeneß, uno che quando pensa qualcosa lo dice senza problemi, domenica mattina a ‘Sport1’ in diretta tv non le ha mandate a dire, attaccando l’entourage di Alaba, colpevole di volere cifre folli per il rinnovo.

“Vogliamo che David rimanga, Flick vuole che resti disperatamente. Ma il suo agente Pini Zahavi è un piranha, uno che cerca soldi, e il padre di Alaba è molto influenzato da lui. Capisco che Salihamidzic sia andato fuori di testa durante le trattative. È solo una questione di soldi. Alaba è già nel miglior club al mondo, dove vorrebbe andare? Non dovrebbe farsi influenzare. Spero che lui e suo papà realizzino che il Bayern è il top per lui. Non saranno uno-due-tre milioni a farlo più felice. La nostra struttura salariale non si discute”.

Secondo la ‘Bild’, Zahavi – agente anche di Lewandowski, che ha rinnovato il suo contratto fino al 2023 giusto un anno fa – chiederebbe 20 milioni di euro di commissione per la firma di Alaba. Gli stessi che vorrebbe guadagnare il giocatore, mentre l’offerta sarebbe di 11 milioni più 6 di bonus. L’austriaco, comunque, non diventerebbe il più pagato della rosa, che rimarrebbe Lewandowski. In più, secondo ‘Sky’, ci sarebbero dubbi anche sulla durata del contratto: Alaba vuole un rinnovo quinquennale, il Bayern offre solo quattro anni.

Lo stesso agente a ‘Sky Sport’ avrebbe fatto chiarezza smentendo le indiscrezioni sulle commissioni.

“Non ho mai parlato di una possibile commissione per me. A Lisbona ho detto a Salihamidzic che prima di tutto avremmo dovuto lavorare a un accordo per il giocatore e che io non avrei chiesto cifre superiore a quelle che chiedo ugualmente. Non abbiamo mai parlato di cifre”.

Alla ‘Bild’ ha poi attaccato lo stesso Hoeneß per le sue accuse.

“Ho incontrato Hoeneß soltanto una volta. Ci siamo salutati, non abbiamo mai parlato. Non mi conosce. Come si permette di dire certe cose? Ho condotto trattative con centinaia di persone. Non ci sono mai stati problemi con nessuno”.

Secondo ‘Sky’, le uscite di Uli sembrano complicare le trattative e non sono previsti altri incontri a breve. A preoccupare i tifosi del Bayern sono anche le parole del papà di Alaba, sempre a ‘Sky’.

“Ho portato David al Bayern da ragazzo. Ho avuto tante chance per portarlo in altri club, ma siamo rimasti sempre leali e siamo rimasti. Non voglio che il club diffonda bugie diffamatorie in pubblico su richieste economiche e commissioni. Dire che non abbiamo un accordo per queste cose non è veritiero. Noi abbiamo le nostre idee”.

Una cessione per 60 milioni sembra però a questo punto molto improbabile, specialmente ora. E per l’entourage nessuno pagherà una cifra del genere in questo momento.

Lo stesso Alaba ha provato a calmare le acque rilasciando un comunicato alla ‘Bild’. Anche se, al momento, il suo rinnovo è avvolto dal caos.

“Vorrei che le discussioni sul mio contratto non vengano rese pubbliche. Alcune dichiarazioni mi hanno sorpreso e ferito. Molte cose scritte e dette non sono vere. Non ho mai parlato di questo perché mi son concentrato sul campo. Questo club per me è casa e famiglia, sono qui da 12 anni e il bene del club viene prima di tutto. Si possono avere discussioni, ma tutto deve rimanere nella famiglia. Spero che presto si possa trovare una soluzione”.

Kathleen Krüger, la donna più potente del Bayern Monaco

Kathleen Krüger

Viene chiamata, all’interno delle stanze di Säbener Straße, ‘das Mädchen für alles’, ovvero la ragazza in grado di risolvere qualsiasi problema sopraggiunga in casa Bayern Monaco, persino quello più improvviso ed inaspettato. Kathleen Krüger, classe 1985, è la Team Manager della Prima Squadra del Bayern Monaco: una donna che ha fatto successo in un mondo dove, di regola, gli uomini la fanno da padrone. Come ci è riuscita? Ripercorriamo la sua storia.

La Krüger inizia giovanissima la sua carriera sportiva dividendosi tra calcio femminile (gioca per per il FC Phoenix Schleißheim e per il FFC Wacker Monaco) e karate. Quindi, molla quest’ultimo e si concentra soltanto sul calcio. Nel 2003, a 18 anni, la centrocampista arriva al Bayern Monaco femminile, e, dopo appena una gara nelle giovanili, viene promossa in Prima Squadra. Qui gioca fino al 2009, totalizzando, però, appena 33 presenze in campionato ed una rete (segnata il 7 febbraio 2006 nel 6-0 interno contro il FSV Francoforte). Molla il calcio giocato ed entra a far parte della squadra organizzativa del Bayern Monaco femminile.

Ho lasciato perché, a quel tempo, c’era soltanto un rimborso spese per l’enorme sforzo in campo – ha ammesso, qualche tempo fa, la Krüger -; oltre a giocare, tutte noi abbiamo lavorato o studiato”. Lei opta per lo studio, management internazionale, ma, dopo appena un semestre, le arriva la chiamata che mai si sarebbe aspettata.

Uli Hoeneß, ex Presidente del Bayern Monaco, le si avvicina chiedendole cosa ne pensasse del lavoro dell’allora direttore sportivo dei bavaresi, l’ex centrocampista Christian Nerlinger e la sua disponibilità a seguirlo. Dopo tre mesi, Kathleen Krüger è promossa ufficialmente assistente di Nerlinger.

Inizia così la sua avventura all’interno dell’organigramma del FCB: nel 2012, quando Nerlinger lascia l’incarico in favore di Matthias Sammer, la Krüger viene promossa nel ruolo di Team Manager. Da quel momento, la sua figura assume sempre più importanza e rilevanza nel club più titolato di Germania. Il suo compito? Essere sempre disponibili per dirigenti, allenatori, e giocatori.

Kathleen Krüger, in casa Bayern, è colei che fa da ‘collante’ per l’intero gruppo, tiene alto il morale, risolve qualsiasi problematica, offre disponibilità h24. “Ma è un affare, quello che ho fatto. Non mi lamenterei mai”, ha ammesso candidamente a ’51’, la rivista ufficiale del club bavarese.

Un esempio di quanto conti la Krüger all’interno del Bayern Monaco? È l’unico ‘elemento esterno’ presente nella chat ufficiale di Manuel Neuer e compagni su WhatsApp e, a tal proposito, deve, per sua stessa ammissione, “sorridere e rimanere in silenzio. Sapete quante foto o frasi divertenti vengono inviate nel gruppo?”.

Le sue enormi capacità umane, la tendenza all’empatia ed alla bravura di posizionarsi sulla stessa lunghezza d’onda dei calciatori fa in modo che Kathleen Krüger sia divenuta confidente personale di molti ragazzi della Prima Squadra. E, si vocifera, con tre di loro abbia un rapporto molto speciale.

Serge Gnabry, David Alaba e Joshua Kimmich sono coloro i quali ricorrono più spesso ai suoi consigli. Anche arrivando 30 minuti prima ai campi di allenamento, soltanto per condividere con Kathleen ciò che accade loro nella sfera privata. Ma tutti, al Bayern Monaco, sono molto felici di averla a bordo.

È lei che tiene unita la squadra – ha affermato, infatti, senza troppi giri di parole, Thomas Müller alla ‘BILD‘ -. Non importa con quali problemi possiamo andare da lei, lei c’è sempre”.  Insomma, la Krüger è molto, ma molto di più di un normale Team Manager che accompagna la squadra in campo e segnala al quarto uomo le sostituzioni decise dal tecnico.

In questi anni, ha assistito tutti gli allenatori succedutisi sulla panchina del Bayern Monaco. Ha avuto un ottimo rapporto con Niko Kovač, lo mantiene con Hansi Flick, ma, soprattutto, aveva legato tantissimo, in totale amicizia, con Pep Guardiola ed il suo fidato assistente, Domenec Torrent, nel triennio 2013-2016. Nell’estate 2016, addirittura, Guardiola ha provato a convincere la Krüger a seguirlo in Inghilterra, nella sua nuova avventura al Manchester City. Tentativo vano, però, perché Kathleen è fortemente legata a Monaco, alla Baviera ed al suo Bayern.

Strappalacrime è stato l’addio di Torrent che, il giorno che ha svuotato il proprio armadietto in Säbener Straße per volare in Premier League con Pep, le ha lasciato un messaggio sulla lavagnetta magnetica da loro usata per le riunioni tecniche. “Sarai sempre nel mio cuore”, la promessa di Torrent alla Krüger.

Da calciatrice, insomma, non è andata, nonostante nel 2017 la Krüger abbia indossato nuovamente, per un breve periodo, gli scarpini per giocare qualche gara in quinta divisione con il SC Amicitia, a Monaco di Baviera. Ma da Team Manager, certamente, si è costruita, un po’ a sorpresa, una vita sportiva tutta di livello eccelso. E tra i segreti nella vittoria del triplete c’è in dubbiamente anche lei.

Il 2019/20 di Lewandowski: la miglior stagione di sempre

Lewandowski 2019/20

Almeno per la stagione 2019/20, il dibattito riguardo il miglior numero 9 del mondo sembra non aver neanche inizio: Robert Lewandowski davanti, gli altri dietro in fila. E non potrebbe andare diversamente. Perché parlano i goal. E nessuno, neanche Messi o Ronaldo, si avvicinano a quanto sta facendo il polacco.

Con 55 goal in 47 partite il numero 9 del Bayern Monaco campione di Germania e vincitore del triplete ha battuto il proprio record personale di goal in una stagione. Certo forse ha esagerato, visto che ha all’attivo più palloni buttati in porta che presenze. Uno ogni 75 minuti passati in campo. Una sentenza: con lui in campo si parte da 1-0 e talvolta pure da 2-0.

Il conto dei goal di Lewandowski nella Bundesliga 2019/20 si è ‘fermato’ a 34, valido per il quinto Torkanone della sua carriera. Ha battuto il primato di Aubameyang, che nel 2017 era arrivato a segnare 31 goal: ora è il polacco lo straniero in grado di segnare più di tutti nel corso di una stagione. Per la classifica generale invece il contest è già chiuso da diversi mesi.

L’unico record che il classe 1988 non è riuscito a superare è quello, probabilmente inarrivabile, dei 40 goal segnati in una sola stagione da Gerd Müller: il podio è tutto suo, con 40, 38 e 36 goal in tre stagioni diverse. Lewa ha raggiunto un altro Müller, Dieter, come quarto a quota 34. L’assalto ai 40 però non è andato a buon fine. Forse per colpa anche delle tre partite saltate (due per infortunio, una per squalifica) e di quei 29 minuti trascorsi in panchina. Calcolando un goal ogni 75 minuti, ipotizzando abbia giocato tutti i minuti, i 40 sarebbero stati alla portata.

In ogni caso, il polacco si è consolato andando in goal nelle prime 11 di campionato come nessun altro aveva mai fatto – il suo amico-rivale Aubameyang è arrivato a 9, ma non è andato oltre. Poi alla 29ª giornata, con il goal contro il Fortuna Düsseldorf, ha completato un cerchio segnando contro tutte le squadre della Bundesliga.

Nella stagione in corso l’unica a salvarsi dai goal del polacco in Bundesliga  è stato il Gladbach: all’andata rimase a secco, al ritorno invece non giocò per squalifica. Le altre invece hanno sempre pagato la tassa Lewandowski. In Champions League, soltanto il PSG è riuscito a fermarlo. Per il resto, ha segnato in 9 partite su 10, 15 goal complessivi. Meglio di lui soltanto Cristiano Ronaldo, arrivato a 17 nel 2014, ma con due partite in più.

Come se non bastasse: Lewandowski si è tolto anche il lusso di fare un doppio triplete. Capocannoniere in ogni competizione a cui ha preso parte nel 2020. E tra l’altro le ha vinte tutte. Bundesliga, DFB-Pokal, Champions League. Soltanto van Nistelrooy ce l’ha fatta, ma senza riuscire a vincerle tutte.

Lewandowski, invece, come il Bayern non ha avuto pietà di nessuno. Il giocatore dell’anno. E non sono ammesse repliche.

Il Bayern, il triplete e la svolta di una stagione che sembrava persa

Bayern trippelte

Per spiegare il successo del Bayern Monaco bisogna tornare a inizio dicembre, dopo la quattordicesima giornata di Bundesliga. Il Borussia Mönchengladbach vince 2-1 il vecchio Klassiker, spedisce Lewandowski e compagni al settimo posto in classifica. Sette vittorie in 14 partite di campionato fino a quel momento. La sensazione che, per una volta, il Meisterschale sia un affare di tante squadre. Poi due goal di Zirzkee nel recupero, uno contro il Friburgo e uno contro il Wolfsburg, hanno regalato a Flick due vittorie prima della pausa invernale che hanno cambiato la stagione del Bayern. Sì, due goal di un classe 2001 hanno contribuito in maniera decisiva a costruire una delle squadre più forti che si siano viste nella storia del gioco. Perché lo dicono i numeri: solo vittorie nel 2020, tranne uno 0-0 con il Lipsia. Nulla sarebbe stato possibile senza l’uomo della provvidenza olandese, esordiente in Bundesliga.

Otto mesi dopo, il Bayern è una macchina schiacciasassi che ha vinto tutto, Champions League compresa, ridicolizzando il Barcellona e arrivando a vincere senza mai perdere sicurezza. Nemmeno quando il Lione rischiava di sorprendere la difesa nei primi 20 minuti della semifinale, nemmeno quando il PSG attaccava disperatamente alla ricerca del goal dell’1-1 nel recupero. Oppure quando ripartiva con i tre fenomeni che si ritrova davanti. Sicurezza, fiducia nel proprio calcio. Fiducia nel pressing alto, anche a costo di concedere spazi. Poi, se per caso Mbappé parte a tutta verso la porta, ci pensa l’onnipresente Thomas Müller in recupero a fermarlo. Der Raumdeuter, il cacciatore di spazi, ha giocato una partita clamorosa anche in finale. E pensare che soltanto a ottobre sembrava un enigma di difficile risoluzione. Poi l’addio di Kovac ha cambiato la sua stagione. E il 2020, quando davvero si è vista la mano di Hansi Flick, è diventato il suo anno.

Alla vigilia della finale, in conferenza stampa, qualcuno aveva chiesto a Flick se, vista la potenza di fuoco a disposizione di Tuchel, avesse pensato di provare uno schieramento più prudente, magari pressando meno e difendendo più basso. Risposta: picche. Perché, come qualcuno ha scritto su Twitter, cambiare un sistema che sta funzionando bene, anzi, benissimo, è la cosa più Favresca – Lucien, ti rispettiamo e ti apprezziamo, lo sai – che si possa fare. Perché con un regista come David Alaba giochi sempre all’attacco. E alla fine ha avuto ancora una volta ragione lui. Anche prendendosi dei rischi, tutti calcolati. Soprattutto perché l’ultimo baluardo da scavalcare si chiama Manuel Neuer e, per intenderci, tra due finali di Champions League e una finale mondiale dal 2013 ad oggi sono riusciti a fargli goal soltanto su rigore. Quando te lo trovi davanti, sei inevitabilmente condizionato. Chiedere ai parigini.

La perfezione tattica e fisica di questo Bayern Monaco ricorda terribilmente quello di Jupp Heynckes che sette anni fa ha fatto il triplete. Anche in quel caso, umiliando il Barcellona sui 180 minuti in semifinale. Anche in quel caso, vincendo la finale di misura. Anche in quel caso, chiudendo un girone di ritorno da 16 vittorie e un pareggio, proprio come Flick. Punti di forza in comune? Leggere sopra: Thomas Müller, David Alaba, Manuel Neuer, più Jérôme Boateng e Javi Martinez, quest’ultimo con un ruolo meno da protagonista. Perché questo è il Bayern dei giovani, dei Coman che decidono le finali, degli Gnabry che decidono le semifinali – Ribéry e Robben saranno contenti di aver lasciato loro l’eredità – degli Zirkzee che vincono partite decisive, degli Alphonso Davies che è già un top nel ruolo di terzino sinistro (merito di Kovac, diamogliene atto), dei Kimmich e dei Goretzka che hanno una personalità e una solidità spaventose. Ma è anche il Bayern dei veterani, della continuità, dei simboli. Di Robert Lewandowski, per il quale gli aggettivi ormai sono finiti.

“Abbiamo sfruttato anche il lockdown per creare un gruppo ancora più unito e sfruttare le idee del nostro staff, come gli allenamenti da casa (in videoconferenza di gruppo, col preparatore, ndr)”.

Hansi Flick

Come Hasan Salihamidzic, che da ormai tre anni ha assunto la carica di direttore sportivo ed è sempre stato al centro delle critiche, per quelli che molti ritenevano degli errori. In questa strana estate nel pallone, Brazzo si è preso tutte le sue rivincite. Ha acquistato Leroy Sané a prezzo di saldo, anche se lo ha atteso per un anno. Ha costruito una squadra che è stata in grado di arrivare a vincere tutto. Lui, più di Karl-Heinz Rummenigge, sentiva e sperava in quel successo. Per togliersi dei sassolini dalle scarpe. Per dimostrare che si merita il suo ruolo. Lui che a dicembre, come tutti gli altri, tremava guardando la classifica e si preoccupava di una squadra che non trovava l’equilibrio. Otto mesi dopo, la storia dice treble. E l’unica domanda che ci faremo sarà se è più forte il Bayern di Flick o quello di Jupp. La risposta la lasciamo a voi.

Tutte le finali di Champions League del Bayern Monaco

bayern finali Champions

1974: Bayern Monaco-Atlético Madrid

È la prima finale di Coppa dei Campioni per i bavaresi e l’unica, ad essere andata in scena in due atti, entrambi allo stadio “Heysel” di Bruxelles. Una doppia finale, con un eroe, poco avvezzo alle reti. È Georg Schwarzenbeck, professione difensore, che allo scadere dei supplementari, con un gran tiro dalla distanza porta i tedeschi dell’Ovest sull’1-1, pareggiando la rete di Luis Aragonés. Partita che si ripete due giorni dopo con i bavaresi padroni del campo e campioni d’Europa con un 4-0, firmato dalle doppiette di Uli Hoeneß e Gerd Müller.

5 motivi per cui il Bayern Monaco può vincere la Champions League

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Sabato 8 agosto, alle ore 21.00, all’Allianz Arena il Bayern Monaco tornerà a giocare la Champions League. A 5 mesi di distanza, giocherà il retour match degli ottavi di finale contro il Chelsea ma, visto il 3-0 conquistato all’andata si può ben affermare come la squadra di Flick, in pratica, abbia già staccato il pass per le Final Eight in programma in Portogallo dal 12 al 23 agosto.

Qualora passasse il turno, il Bayern Monaco se la vedrebbe con la vincente di Barcellona-Napoli per un quarto di finale in gara secca. Partendo da favorito. Come, forse, con tutte. Ecco dunque cinque motivi secondo cui il Bayern Monaco, dopo aver vinto Bundesliga e DFB-Pokal, sia la favorita per vincere la Champions League 2019/020 e, pertanto, piazzare il trebbie in questa lunga, anomala ma soddisfacente stagione.

Perché ha potuto preparare la competizione con calma. Il Bayern Monaco ha giocato la sua ultima gara lo scorso 4 luglio, quando, battendo per 4-2 il Bayer Leverkusen all’Olympiastadion di Berlino, ha alzato al cielo la 20ª Coppa di Germania della sua straordinaria storia. A differenza di tutte le squadre di Premier League, Liga, Serie A e Ligue 1, che arrivano all’appuntamento con le Final Eight con il fiato corto e con, sulle gambe, tante partite giocate a distanza di 72 ore l’una dall’altra (eccezion fatta per il PSG), i bavaresi hanno potuto riposare, recuperare le energie e ricaricarsi in vista di questi dieci giorni di fuoco.

Perché ha un impianto di gioco ed un undici titolare collaudato. Alzi la mano chi non conosce il modulo con cui, costantemente, il Bayern Monaco viene schierato sul terreno di gioco. Il 4-2-3-1, ormai, è un marchio di fabbrica della squadra di Hans-Dieter Flick, quello che più esalta le caratteristiche degli interpreti che vestono la gloriosa maglia biancorossa e che ha permesso alla compagine tedesca di inanellare ben 17 vittorie consecutive in tutte le competizioni. La formazione titolare, poi, in pratica è sempre quella: Flick apporta pochissime variazioni al suo undici base, spesso per via di infortuni e/o squalifiche e si affida ai suoi fedelissimi. Anche se l’infortunio di Pavard preoccupa, Flick ha un piano B. E un piano C. E un piano D.

Perché ha Robert Lewandowski. Uno di questi fedelissimi, probabilmente il più importante di tutti, è Robert Lewandowski, classe 1988, centravanti polacco che, in questa stagione, ha finora messo a segno la bellezza di 51 gol in 43 giocate, di cui ben 34 in campionato. L’ex Borussia Dortmund, cannoniere letale e, dati alla mano, il miglior ‘numero 9’ al mondo al giorno d’oggi, non potrà vincere la Scarpa d’Oro, superato da Ciro Immobile, anche per via della differenza di giornate totali tra Bundesliga (34) e Serie A (38), ma resta la miglior arma offensiva a disposizione del Bayern Monaco in Europa. Forse la migliore in generale.

Perché per molti calciatori è un’occasione da non fallire. La vecchia guardia del Bayern Monaco è tutt’altro che logora e, sicuramente, possiede il DNA vincente. Ma, per questioni anagrafiche, le Final Eight di Lisbona potrebbero rappresentare anche l’ultima chance reale di alzare al cielo la Coppa dalle Grandi Orecchie. Notoriamente, infatti, non è impresa facile centrare una finale di Champions League: il Bayern Monaco ha vinto l’ultima nel 2013, nella finale di Wembley contro il Borussia Dortmund e negli anni seguenti è arrivato al massimo in semifinale. Dunque Manuel Neuer (1986), Jérôme Boateng (1988), Javi Martínez (1988), Thomas Müller (1988) e lo stesso Lewandowski (1988) si presenteranno molto agguerriti.

Perché elementi importanti potrebbero essere al passo d’addio. Già presi Alexander Nübel, classe 1996, dallo Schalke 04 e Tanguy Kouassi, classe 2000, dal PSG a parametro zero e, soprattutto, Leroy Sané, per 49 milioni di euro, dal Manchester City, il Bayern Monaco ha già avviato il cambio generazionale in vista della stagione 2020/21, che inizierà, in via del tutto straordinaria, molto presto (settembre) rispetto la conclusione di quella attuale. La dirigenza bavarese, pertanto, si è mossa come sempre in largo anticipo ma, presumibilmente, dovrà fare i conti con due partenze importanti: quelle di Thiago Alcántara, che piace al Liverpool e di David Alaba, accostato a Inter, Manchester City, Real Madrid e Barcellona. Per entrambi il contratto è in scadenza 2021 e potrebbe concludersi un lungo e vincente ciclo in Säbener Straße: quale occasione migliore per congedarsi se non vincere una Champions League?