Georginio Rutter, un altro talento francese alla conquista della Bundesliga

Georginio rutter

Negli ultimi anni, la Francia ha plasmato alcuni dei giocatori più forti al mondo: l’eccellenza è sicuramente rappresentata dal fenomenale Mbappé, ma i vari Coman, Diaby ed Nkunku (che, chissà perché, provengono tutti dalle giovanili del PSG) stanno finalmente dimostrando il loro valore. A questi, in futuro nemmeno troppo lontano, potrebbe aggiungersi il nuovo gioiello dell’Hoffenheim, Georginio Rutter.

Dopotutto, di lui si parlava benissimo già quando giocava nella selezioni giovanili dell’AS Ménimur, con i suoi ex allenatori che non gli hanno mai risparmiato paragoni pesantissimi. “Somiglia a Neymar disse Lagadec, allenatore dell’U13, riferendosi alla sua capacità di divertirsi e far divertire. Diverres, che ha allenato Rutter a 9 anni, si soffermò invece sul suo carattere, semplice, educato e mai sopra le righe. Nessuna parola fuori posto, tanto lavoro per diventare uno dei migliori della sua categoria. A 12 anni, quindi, arriva il passaggio all’OC Vannes, dove Rutter rimane per 3 anni, prima di trasferirsi al Rennes, che ne nota subito le impressionanti e ancora in gran parte inespresse qualità. Con la maglia rossonera arriva quindi la definitiva affermazione a livello nazionale e internazionale, con Georgino che gioca ad altissimi livelli anche con la maglia delle nazionali giovanili, stupendo in particolare con l’U16 e l’U17, con cui realizza 8 gol in 24 presenze. 

La scheda di Georginio Rutter. Fonte: Imago/OneFootball

Nell’estate del 2018, ad appena un anno dal suo arrivo, Rutter firma il suo primo contratto da professionista con il Rennes, mettendo a tacere tutte le voci che lo volevano lontano dalla Bretagna, in un qualche top club francese o europeo. Con la serietà che da sempre lo contraddistingue, il giovanissimo francese decide così di giocarsi le sue possibilità in una realtà lontana dalle attenzioni che ne avrebbero potuto compromettere la crescita.  Nel corso della stagione 2018-2019, quindi, Stéphan decide di aggregarlo al gruppo della prima squadra, dove Rutter riesce ad inserirsi quasi alla perfezione, dimostrando tutto il suo talento e soprattutto la sua mentalità da potenziale top player. L’esordio tra i professionisti tuttavia non arriva, con il francese che anche l’anno successivo viene impiegato regolarmente solo nella squadra giovanile, con cui realizza il gol decisivo nella sfida di Youth League contro il Tikva. 

Dopo un’estate passata ad allenarsi con la prima squadra (e a sfuggire, ancora una volta, dai rumors di mercato), Stéphan ritiene che Rutter sia pronto ad esordire tra i grandi. è il 26 settembre del 2020: il Rennes sfida il Saint Etienne e vince per 3-0 grazie ad una strepitosa prestazione collettiva. Al 92esimo, Camavinga viene chiamato in panchina, e a sostituirlo c’è proprio Rutter. Un 2002 per un altro. Due minuti sono pochi per valutarne le potenzialità, ma ma tutti pensano che sia arrivato il suo momento di prendersi la prima squadra. Il tecnico francese, tuttavia, non la pensa così, tanto che fino a inizio dicembre nemmeno lo convoca con la prima squadra, che intanto vive una gravissima crisi di risultati. In Champions league, invece, Rutter viene sempre convocato e l’8 dicembre arriva l’esordio contro il Siviglia: un esordio coronato dal gol del 3-1, che rende meno amara l’eliminazione dalle coppe europee. 

Stéphan, quindi, convoca Rutter anche in campionato e il suo Rennes torna alla vittoria, mettendo in fila 7 risultati utili consecutivi e portandosi addirittura in quarta posizione. Il suo destino, tuttavia, sembra essere sempre più lontano dalla Francia: il suo contratto in scadenza nel 2021 lo rende infatti l’oggetto del desiderio di Milan, Napoli e Bayern Monaco. A prenderlo, tuttavia, è inaspettatamente l’Hoffenheim di Hoeneß, che spende appena 500 mila euro per assicurarsi uno dei centravanti più interessanti del panorama calcistico europeo. Un investimento con cui, per ora, la società del magnate Dietmar Hopp sembra aver fatto centro, anche perché per segnare il primo gol in Bundesliga l’ex Rennes ci ha messo appena 180 secondi. Le sue qualità, inoltre, suggeriscono un ruolo da futura stella del club di Sinsheim, magari da erede di Kramaric, che durante la prossima sessione di calciomercato potrebbe davvero lasciare la Bundesliga e trasferirsi finalmente in un top club.

Le caratteristiche di Rutter, infatti, potrebbero sostituirlo alla perfezione: attaccante rapidissimo e tecnicamente dotato, il classe 2002 può contare su doti atletiche impressionanti, che lo rendono difficilissimo da marcare. Non a caso, in Francia ha giocato in più di un’occasione sulla fascia, pur dando il meglio di sé da trequartista, dove può far valere la sua tecnica e il suo ambidestrismo, e soprattutto da punta centrale, dove ha mostrato tutte le qualità per diventare uno dei migliori d’Europa. A stupire, in particolare, sono i suoi movimenti, imprevedibili ed efficaci, anche se manca ancora di quella concretezza che potrebbe aiutarlo a fare il definitivo salto di qualità. Di tempo per crescere, tuttavia, ce n’è ancora tanto.

Can, Meunier, Hitz: gli errori ‘non forzati’ del Dortmund contro il City

dortmund city

Sono i dettagli che fanno la differenza in Champions League. Il Borussia Dortmund lo sapeva già, ma nel doppio confronto con il Manchester City lo ha sperimentato nuovamente sulla propria pelle. Il doppio 2-1, sempre in favore degli inglesi, tra andata e ritorno non ha portato nulla che non si sapesse già o che non fosse già chiaro dalle precedenti oltre quaranta partite disputate quest’anno. Con tutti gli alti e bassi. I soliti.

Un alto? Il talento, in particolare nel match di ritorno quello di Jude Bellingham, autore di un primo tempo che ha rasentato la perfezione soprattutto se rapportato alle altre prime frazioni della stagione del BVB. Il ritmo scandito dalla stagione è stato quello di una squadra che prima soffre, poi nel secondo tempo prende le misure, capisce che così non si può e a volte riesce a rimetterle in piedi.

Contro il Manchester City è stato l’opposto. Prima bene, poi male. Alla lunga, la pressione della squadra di Guardiola ha fatto saltare i nervi fino a quel momento molto saldi. Quelli di Emre Can prima di tutto, che ha provato ad andare sul pallone in maniera goffa, scoordinata e con un braccio troppo largo. Talmente scomposto che l’arbitro non ha nemmeno considerato che la palla aveva prima sbattuto sulla testa dell’ex Juventus e Liverpool. Colui che nel doppio confronto ne ha combinate troppe. Colui che aveva detto, dopo la sconfitta con l’Eintracht Francoforte, di voler giocare la Champions League l’anno prossimo a tutti i costi.

All’Etihad il suo passaggio sbagliato ha dato il via agli sprinter del City, che hanno sbloccato la situazione con lo 0-1. In più aveva causato un rigore poi tolto dal Var, un altro intervento poco brillante. Anche se alla fine non è costato nulla. Momenti, secondi di appannamento totale che hanno sporcato una prestazione che nei 180 minuti sarebbe stata più che discreta. Ma in Champions League sono i momenti e la gestione degli stessi a spostare gli equilibri. Chiedere a Thomas Meunier, che nei pochi minuti giocati all’andata l’ha combinata grossa proprio al novantesimo.

L’insicurezza non è perdonata. Marwin Hitz a inizio stagione neanche pensava di poterle giocare queste partite, visto che faceva da secondo a Roman Bürki. Ci si è ritrovato, complice l’infortunio dell’ex Friburgo, confermato con merito per una serie di prestazioni solide dopo un inizio difficile. Edin Terzic ha puntato sulla fiducia e sulla continuità. Però il momento di buio era ancora dietro l’angolo. E sull’1-1, in equilibrio pressoché totale, è stato un suo errore di posizionamento sul tiro di Foden a chiudere il confronto in sfavore del Dortmund.

Nell’arco dei 180 minuti il City ha finito per dimostrarsi una squadra complessivamente migliore, come peraltro si sapeva già dal sorteggio. In questo senso le assenze di Sancho e Witsel sono state un macigno, perché l’esperienza del belga nella gestione del ritmo e gli strappi del classe 2000 avrebbero rappresentato un plus certamente non decisivo, ma di sicuro un gran vantaggio per Terzic. Come capitato spessissimo quest’anno, alla fine il Dortmund fa i conti con sé stesso e con i suoi errori. Due buone partite non sono sufficienti, perché sono sconfitte. Decidono gli episodi. Il City li ha saputi gestire, il Dortmund no. Ha commesso quelli che nel tennis si chiamano “errori non forzati”. E forse non c’è nemmeno da stupirsi.

L’incredibile trasformazione di İlkay Gündoğan

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La gara di ritorno tra Borussia Dortmund e Manchester City vede il ritorno di İlkay Gündoğan al Signal Iduna Park dopo che nel 2016 il centrocampista tedesco abbandonò proprio i gialloneri per andare a giocare con i Citizens. In questi cinque anni tante cose sono cambiate, l’esperienza inglese di Gündoğan è stata costellata sì di trofei ma anche di tantissimi momenti difficili. Ciò nonostante il ragazzo di Gelsenkirchen è riuscito sempre a mettersi il peggio alle spalle ed in particolare in questa stagione stiamo assistendo a quella che sembra essere la sua versione migliore, quanto meno sotto il profilo delle realizzazioni. Sotto la sapiente guida di Pep Guardiola il tedesco ha compiuto una vera e propria metamorfosi trasformandosi in un giocatore molto diverso da quello che incantava la Bundesliga e non solo tra il 2011 ed il 2016.

Gündoğan si è rigenerato

I tanti problemi fisici hanno pesantemente condizionato l’esperienza inglese di İlkay Gündoğan, basti pensare che al suo primo anno all’ombra dell’Etihad giocò solo 10 partite in campionato a causa della rottura del legamento crociato. Un infortunio che inevitabilmente ha avuto ripercussioni anche sugli anni a venire, non tanto sul numero di presenze in Premier – sempre 30 o più – ma sulla qualità del gioco espresso e sul minutaggio molto spesso ridotto. Si è parlato a lungo di un suo possibile trasferimento ma lui ha sempre fatto spallucce ribadendo il desiderio di voler rimanere al Manchester City. Per tornare ad essere decisivo però doveva per forza cambiare pelle.

Gündoğan è sempre stato un centrocampista con il vizio del gol, si è sempre concesso qualche incursione in area e ha spesso tentato la conclusione dalla lunga distanza. Tutto questo era inserito in un contesto molto più ampio all’interno del quale questi erano solo tratti secondari. Il Gündoğan di quest’anno invece ha preso il suo skillset e lo ha completamente stravolto facendo delle incursioni e delle conclusioni il suo pane quotidiano. Sicuramente il modo di giocare della squadra di Guardiola e le continue assenze di Aguero hanno facilitato il compito al giocatore tedesco ma è più che lodevole che un giocatore che sembra aver superato il suo apice ormai da tempo si sia reinventato in questa maniera.

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La shotchart di quest’anno di Gündoğan. Fonte: understat.com

Andando ad analizzare la shotchart di Gündoğan è subito evidente una differenza rispetto agli anni passati: il numero di tiri presi all’interno dell’area di rigore. Se si è spesso parlato dei suoi tiri dalla distanza meno si sono evidenziate le sue doti da scorer negli ultimi 16 metri ma quest’anno è emerso come un fiume in piena questo aspetto del suo gioco. A testimonianza di ciò ci vengono incontro le statistiche. In 24 partite di Premier League l’ex Dortmund ha realizzato 12 gol dato che sale a quota 16 se si prendono in considerazione tutte le competizioni (36 gare disputate). Sarebbe un bottino più che buono per un qualsiasi attaccante figuriamoci per uno che parte 20/30 metri più dietro.

Tutto ciò sta a dimostrare l’incredibile abilità di Gündoğan nel cambiare pelle, nel reinventarsi. Il tedesco è stato capace di abbandonare le proprie certezze e trovarne di nuove, più consone ad un fisico che a causa degli infortuni non è lo stesso di cinque anni fa. L’ex Dortmund è stato bravissimo a blindare il proprio posto in nazionale (2 gol nelle ultime tre partite con la Mannschaft, è anche il miglior realizzatore tedesco stagionale) e a diventare il punto fermo di una squadra come il Manchester City che se può puntare ad arrivare fino in fondo a vincere la Champions League lo deve anche all’incredibile apporto di İlkay Gündoğan.

Il Bayern Monaco ha finito la benzina (ed è normale)

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Considero Joshua Kimmich da sempre il termometro di ciò che succede al Bayern Monaco. Il livello delle sue prestazioni setta il livello della squadra. Solitamente è altissimo, in qualche occasione è solo alto, quasi mai è nella media. In PSG-Bayern 0-1, il numero 6 è stato tra i peggiori in campo. Non gli capitava dagli esordi con Guardiola, quando da mediano aveva dovuto imparare la professione del difensore centrale, a vent’anni e senza esperienza di Bundesliga.

C’è una spiegazione molto semplice alla partita sotto tono del classe 1995 al Parc des Princes: la lancetta della benzina è arrivata in zona rossa. Kimmich è entrato in riserva. Riposare non gli è mai interessato e le prestazioni gli hanno sempre dato ragione. Stavolta no. Anche il mediano del Bayern ha dovuto accettare la realtà: la gamba è mancata. Si è visto per due aspetti in particolare: gli innumerevoli errori di misura nelle aperture sulle corsie e nella quasi totale rinuncia ai duelli. Mancanza di lucidità e di energia, due enormi novità da quando è tornato in pianta stabile a giocare a centrocampo.

Anche lui è sembrato preso alla sprovvista. Parliamo di uno che ha saltato due mesi di stagione ed è comunque il quarto giocatore di movimento più utilizzato. Che viene sostituito soltanto se il punteggio è di 3-0 e mancano cinque minuti alla fine. Il più costante nelle prestazioni, forse anche più di Müller e Lewandowski.

Kimmich ha fatto i conti con un calo fisico che è sorprendente per certi versi, ma è assolutamente normale per altri. Perché il Bayern Monaco ha iniziato la stagione a settembre dopo 7 giorni di preparazione atletica. Dopo la finale di Champions del 23 agosto, i giocatori si sono goduti un paio di settimane di ferie. Poi sono rientrati in campo la settimana prima della sfida con lo Schalke nella prima giornata di Bundesliga. Da lì hanno giocato regolarmente una volta ogni tre-quattro giorni fino a fine 2020. Poi un piccolo break di quattro giorni a Natale. Prima di riprendere a ritmo serrato nel 2021, anno nel quale c’è stato anche il viaggio in Qatar per il Mondiale per Club. Con due voli intercontinentali (piuttosto complicati) e quattro partite in 10 giorni. Prima ancora, la Champions League ad agosto. Un mese indietro, la Bundesliga. Una stagione fuori dalla logica.

Tanti piccoli acciacchi a rotazione si sono trasformati in un disastro di dimensioni cosmiche. A Parigi, Flick aveva in panchina Musiala e Javi Martinez come alternative ‘vere’, più Sarr che non è considerato all’altezza e due giovanissimi della seconda squadra (comunque più vecchi di Musiala, 2003). Uguale era successo nella gara d’andata dopo gli infortuni di Goretzka e di Süle. L’energia è scesa sempre di più, sia a livello fisico che nervoso.

A causa degli infortuni, il Bayern non si è trovato nella condizione di poter gestire Leroy Sané, che veniva da un anno di inattività a causa dell’infortunio al legamento crociato e ora, con un kilometraggio più alto di quanto probabilmente gli consentisse il fisico. Anche Alphonso Davies, non abituato a tenere certi ritmi, sta soffrendo fisicamente. Anche lui contro il PSG è stato uno dei più in difficoltà.

Non c’è però da stupirsi. Non è colpa di nessuno. Né del preparatore atletico, né dei giocatori. Semplicemente, è una conseguenza di una stagione giocata a ritmi logoranti. Un dato di fatto. Anche perché, a voler ben vedere, in giro per l’Europa sono diversi i club che si sono trovati ridotti all’osso e con il serbatoio vuoto in diversi momenti dell’anno. Liverpool, Juventus, Real Madrid.

Il Bayern in più ha avuto una grande sfortuna: quella di trovarsi in piena emergenza, senza benzina, nel momento più delicato dell’anno. Contro la squadra top d’Europa che più di tutte le altre ha vissuto una stagione normale, con il tempo di prepararsi durante l’estate a causa della sospensione della Ligue 1. Una differenza di gamba che nei 180 minuti è stata più che evidente. Soltanto Lucas Hernandez, giocatore dalle doti fisiche superiori all’ordinario – si dice sia sempre uno dei migliori nei test – è riuscito a tenere testa.

Per queste ragioni l’eliminazione dalla Champions League, per quanto dolorosa e anche frutto di errori, soprattutto all’andata, non può essere definita come un ‘fallimento’. E nemmeno la stagione, seppur con meno trofei, può essere ‘deludente’. In certi casi, semplicemente, va accettata la realtà. Il Bayern non ne ha più. E anche la Bundesliga, che sembrava certa fino a 10 giorni fa, oggi vede spiragli di riapertura.

Bayern Monaco-PSG, una sfida di incroci pericolosi

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L’urna di Nyon (Svizzera) ha messo nuovamente di fronte Bayern Monaco e PSG. La squadra di Hansi Filck e quella da qualche mese affidata alla conduzione di Mauricio Pochettino si affronteranno nei quarti di finale di Champions League. Andata all’Allianz Arena, ritorno al Parco dei Principi. Che siate simpatizzanti dei bavaresi o sostenitori dei parigini, senza dubbio la partita sprigiona un indubbio fascino sportivo. Bayern Monaco-PSG, è un match tra due superpotenze del calcio mondiale che offre molteplici incroci del destino.

Bayern e PSG, i precedenti

Bayern Monaco e PSG si sono affrontate dieci volte in ventisei anni, dal 1994 al 2020. Una volta, nel 2018, in amichevole (vinta per 3-1 dai tedeschi). Nove volte, invece, in Champions League. Il bilancio totale è in perfetta parità: 5 vittorie del Bayern Monaco, 5 vittorie del PSG. Il PSG ha sempre vinto le gare giocate in casa e ha vinto una volta, il 23 novembre 1994, a Monaco (gol di George Weah). Il Bayern Monaco ha vinto 3 gare su 4 giocate in Germania e l’unica giocata in campo neutro. Quella più importante: la finale di Champions del 23 agosto 2020 giocata all’Estádio da Luz di Lisbona (Portogallo).

La finale del 2020

Come detto, l’incrocio più recente è relativo a qualche mese fa, nell’atto finale della precedente edizione della Champions. Un torneo terminato in piena estate, e soltanto una volta conclusi i campionati nazionali, a causa della pandemia da coronavirus. Un’edizione, per giunta, ridotta, che ha visto la fase ad eliminazione diretta andare in scena con gare secche e non con la consueta formula delle gare andata e ritorno. Si è trattato di una partita equilibrata, con occasioni da una parte e dall’altra, decisa, ironia della sorte, da un gol dell’ex. Cross calibrato di Joshua Kimmich, zuccata di Kingsley Coman ed apoteosi bavarese.

Bayern e PSG, una gara di ex

Nelle file dei francesi il grande ex è Bernat, mentre sono tre gli ex giocatori del PSG che figurano nella rosa del Bayern Monaco. Il primo è proprio Coman, classe 1996, arrivato in Germania nell’estate 2015 dalla Juventus in prestito (poi divenuto acquisto a titolo definitivo per 28 milioni di euro), dopo che i bianconeri, appena un anno prima, lo avevano rilevato a parametro zero dal PSG. In patria, Coman aveva totalizzato soltanto 4 gare in Prima Squadra in due stagioni ed aveva soltanto fatto intravedere sprazzi del calciatore che sarebbe poi diventato. Quindi, troviamo Tanguy Nianzou Kouassi, che il Bayern ha prelevato direttamente dal PSG la scorsa estate a costo zero che, complice molteplici infortuni, ha giocato in stagione appena 21’ in Bundesliga lo scorso novembre contro lo Stoccarda. Anche se la sua decisione ha scatenato la furia di Leonardo. Il terzo è Eric Maxim Choupo-Moting.


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Proprio su quest’ultimo ci soffermiamo un po’ di più. Perché il giocatore nativo di Amburgo ma nazionale del Camerun, nel recente passato (dal 2018 al 2020) è stato soltanto un comprimario nella rosa del PSG ricca di stelle soprattutto nel reparto avanzato. I francesi lo avevano preso, da svincolato, dopo un’esperienza tutt’altro che edificante allo Stoke City, in Inghilterra. In due stagioni in Francia, Choupo-Moting ha segnato solo 9 gol in 51 gare. Attenzione, però, perché il giocatore è stato croce e delizia dei tifosi parigini nella passata stagione. Dapprima, un suo gol al 93’ ha deciso Atalanta-PSG 1-2, contribuendo alla conquista della semifinale di Champions. Quindi, nella finalissima contro il Bayern, si è divorato un gol incredibile nel mobile. Fissando, di fatto, i chiodi sulla bara della compagine allora diretta da Thomas Tuchel. In questa stagione, un po’ a sorpresa, il Bayern Monaco lo ha preso negli ultimi giorni del mercato estivo, sempre da svincolato, per dotare l’organico di un vice di Robert Lewandowski. Arrivato in sordina, ha convinto tutti e rinnoverà il contratto per un’altra stagione.

La Colonia francese di Monaco

Quelli sopracitati sono soltanto alcuni dei tanti, tantissimi francesi che, ormai da qualche anno, diventano protagonisti nella fila del Bayern Monaco. A partire, proprio, dal 1994, anno del primo incrocio ufficiale tra Bayern e PSG, troviamo Jean-Pierre Papin (Pallone d’Oro 1991), Bixente Lizarazu, Willy Sagnol, Alou Diarra, Valérien Ismaël, Franck Ribéry (12 stagioni in Baviera, 24 trofei tra cui la Champions del 2013), Corentin Tolisso, Benjamin Pavard, Lucas Hernández (tutti e tre Campioni del Mondo nel 2018 con la Nazionale di Didier Deschamps), ovviamente Kingsley Coman, Mickaël Cuisance e Bouna Sarr. Una colonia molto nutrita, andata via via incrementandosi con il corso di questi ultimi anni ed alla quale, a partire dal prossimo 1° luglio, si aggiungerà un ulteriore elemento. Versando, infatti, i 42 milioni di euro della clausola rescissoria, il Bayern Monaco si è assicurato le prestazioni del difensore centrale Dayot Upamecano (attualmente al RB Lipsia) per la prossima stagione.

Pochettino e il 2-7

Come non dedicare uno spazio agli allenatori di Bayern e PSG. Flick e Pochettino non si sono mai affrontati direttamente. Ma Flick ha già affrontato e battuto il PSG, nella finale della Champions 2020 a Lisbona, portando quindi a casa il trofeo più importante nell’unica occasione avuta. Pochettino, al contrario, era sulla panchina del Tottenham lo scorso 1° ottobre 2019, quando i bavaresi (all’epoca diretti da Nico Kovač) asfaltarono per 2-7 i londinesi nel nuovo ‘Tottenham Hotspur Stadium’. Nella gara di ritorno tra Bayern e PSG, giocata l’11 dicembre 2019 e terminata 3-1 ancora per il Bayern, Flick aveva sostituito Kovač e Pochettino aveva perso il posto in favore di José Mourinho. La curiosità? Il PSG è costato caro ad un allenatore del Bayern Monaco che in Italia non si può non amare.

Ancelotti e l’esonero da ex

Carlo Ancelotti dove è andato ha dominato. Ha vinto in Italia con il Milan, in Inghilterra con il Chelsea, in Spagna con il Real Madrid. Ha vinto, però, anche in Francia e in Germania proprio sedendosi sulle panchine di PSG (gennaio 2012-giugno 2013, una Ligue 1) e Bayern Monaco (luglio 2016-settembre 2017, una Bundesliga e due Supercoppe di Germania). I casi strani della vita: proprio una sfida tra PSG e Bayern Monaco valse l’esonero all’allenatore di Reggiolo dalla panchina del club di Säbener Straße. Il 27 settembre 2017, sotto i colpi di Dani Alves, Edinson Cavani e Neymar, il PSG vinse 3-0 in casa contro i bavaresi nella fase a gruppi della Champions poi vinta a fine stagione dal Real Madrid di Cristiano Ronaldo. Ancelotti, il cui rapporto con la dirigenza e con i calciatori era già ai ridotto ai minimi termini, venne esonerato il giorno seguente.

Bayern e PSG, filosofie lontane

Possono due top club europei essere totalmente agli opposti l’uno dall’altro nella filosofia di gestione di una squadra di calcio? Se siamo in presenza di Bayern Monaco e PSG, sì. Il Bayern Monaco, per esempio, fu una delle prime società, nel 2017, a contestare vivacemente il PSG per aver acquistato Neymar dal Barcellona versando i 222 milioni di euro previsti dalla clausola rescissoria del contratto di ‘O Ney’ con i catalani. “Certe cifre non vogliamo e non possiamo spenderle. Noi abbiamo un’altra filosofia – disse sulla questione Karl-Heinz Rummenigge, CEO del Bayern Monaco -. Mi sembra che anche i nostri tifosi siano d’accordo“. Gente come Lewandowski, per esempio, è arrivata a parametro zero. Serge Gnabry per 8 milioni di euro, Kimmich per 8,5.

Durante la trattativa mi sono chiesto: per noi sarebbe meglio avere l’Allianz Arena o Neymar? E devo dire che ci teniamo stretto il nostro stadio. Anche se la loro operazione, in realtà, è costata ancora di più”.

Per inciso: il Bayern Monaco ha estinto nel 2014, con ben 16 anni di anticipo sul previsto, il mutuo di 346 milioni di euro per lo stadio.

Il Borussia Dortmund ha un problema chiamato Thomas Meunier

meunier dortmund

La scorsa estate il Borussia Dortmund si è trovato a dover sostituire Achraf Hakimi. Valutato che trovare un esterno offensivo di pari caratteristiche dello stesso livello sembrava impossibile, i gialloneri hanno deciso di cambiare strada, puntare su un giocatore diverso, con maggior esperienza, una fisicità diversa, comunque incisivo in attacco seppur in maniera opposta e soprattutto che potesse garantire qualcosa di meglio in fase di non possesso. Nei piani della dirigenza del Dortmund queste caratteristiche dovevano appartenere a Thomas Meunier. Invece, dopo sei mesi abbondanti di stagione, anche in casa Borussia qualcuno sembra aver iniziato a ricredersi.

L’esterno belga ex PSG sta diventando un problema per Edin Terzic. Il classe 1991 doveva essere il titolare quasi indiscusso sulla corsia destra e per una gran fetta della prima parte di stagione – infortuni muscolari a parte – lo è stato. Con Lucien Favre in effetti il laterale cresciuto nel Brugge sembrava un difensore in grado di dare qualcosa, al netto del naturale tempo di ambientamento richiesto per calarsi in una nuova realtà sotto ogni punto di vista: cittadino, di organizzazione, di compagni. Adattamento che negli ultimi mesi, nei fatti, sembra essere servito a poco o nulla.

Soltanto nelle ultime due partite giocate da titolare contro Bayern Monaco e Colonia in Bundesliga si segnalano errori grossolani in entrambe le fasi. Contro i campioni di tutto ha mancato il più facile degli assist per quello che sarebbe stato il goal dello 0-3; contro l’effzeh invece ha fatto ancora peggio, toccando maldestramente un pallone nel tentativo di fare un tackle che è diventato un assist in profondità per un velocista come Jakobs. Errori che non rappresentano propriamente una novità e che hanno spinto Meunier sempre più ai margini del Dortmund, fino alla panchina contro l’Eintracht Francoforte in un match tremendamente delicato, poi comunque perso dal BVB.

Al suo posto Edin Terzic ha preferito adattare Emre Can, il quale ha fatto sì fatica a contenere un mostro di intensità come Filip Kostic, ma la sensazione diffusa è che con Meunier il Dortmund avrebbe sofferto ancora di più. Il motivo sta tutto nei nove catastrofici minuti che il giocatore scuola Brugge si è trovato a giocare contro il Manchester City. Il suo compagno di nazionale De Bruyne lo ha preso alle spalle con un cambio di gioco per il taglio sulla linea di fondo di Ilkay Gündogan, che ha poi appoggiato per il 2-1 di Foden. Meunier era appena entrato in campo e quella giocata il City l’aveva provata giusto qualche minuto prima, quando il terzino destro era ancora Mateu Morey. Che, in quel caso, era stato particolarmente lucido a leggere il passaggio, anticipare il taglio del tedesco e controllare il pallone mentre sfilava sul fondo.

Meunier, al contrario, con una pessima postura ha provato ad andarci in ritardo di testa. Inutilmente. Per poi chiudere in ritardo su Foden, con poca reattività. Prendendosi anche la lavata di capo di Marco Reus nel post partita, che non ha fatto nomi ma a ‘DAZN’ ha fatto capire che ci sono delle responsabilità.

“Abbiamo concesso il goal del 2-1 e si poteva tranquillamente evitare, penso che se avessimo fermato il cross non avremmo preso goal. È davvero un peccato che non abbiamo potuto guadagnarci ciò che avremmo meritato”.

L’errore contro il Man City è la classica punta dell’iceberg di una stagione vissuta senza mai riuscire a convincere pienamente, godendo comunque di fiducia determinata soprattutto da un ricco contratto quadriennale di cui il Borussia difficilmente riuscirà a liberarsi. Sta di fatto che in questo momento Meunier è una seconda scelta – se non addirittura terza – e il fatto che in un quarto di finale di Champions League sia stato Morey a partire titolare la dice lunga su quanto la gestione tecnica del Borussia consideri il belga un giocatore deficitario a 29 anni. In entrambe le fasi.

Tra i terzini soltanto Nico Schulz, che ha avuto decisamente meno occasioni, crossa peggio di lui. Guerreiro (0.7) lo ha quasi doppiato (0.4) per numero di cross riusciti per partita. Di fatto, ha tolto al Borussia Dortmund un’alternativa di gioco come quella di rifinire dall’esterno, soluzione che invece spesso lo scorso anno con Hakimi veniva cavalcata. Nemmeno in zona goal Meunier è riuscito ad essere un fattore, soltanto uno, peraltro pure decisivo per evitare una sconfitta contro il Mainz. Troppo poco, da uno con il suo curriculum, specialmente con la nazionale belga. Nella serata di Manchester, l’ennesimo passaggio a vuoto di una stagione sempre più complicata e per certi versi maledetta. Per Meunier e forse per il Borussia. Il 2-1 dell’Etihad per il ritorno lascia ancora ben sperare, ma quel goal subito al 90′ ha un peso specifico pesante in negativo. Più per la valutazione sulla sua stagione che sulla qualificazione.

Leggenda del City, amico del Dortmund: la storia di Bernd Trautmann

bernd Trautmann

Non è forse il tedesco più forte ad avere mai giocato nella massima divisione inglese. Di certo è il più amato e non solo dai tifosi del Manchester City, club con cui ha militato per quindici anni, tra 1949 e il 1964. Bernd Trautmann, classe 1923, nato a Brema, non ha mai giocato un match ufficiale con una squadra tedesca, con una di loro, il Borussia Dortmund ha costruito un rapporto speciale. Ecco come.

“Il nemico in porta” – Prima di diventare uno dei migliori portieri stranieri mai visti sui campi inglesi, Bernd, cresciuto calcisticamente nel TURA Bremen, è stato un soldato, che a 17 anni dopo aver militato nella Hitlerjugend, nel 1940 si è arruolato volontario nella Wehrmacht. Cinque anni di guerra, una Croce di Ferro di Prima Classe e all’inizio del 1945 la cattura da parte dell’esercito alleato. La prigionia in diversi campi del Regno Unito dura tre anni e oltre a lavorare Bernd gioca a calcio come difensore centrale. Un giorno in un incontro contro i dilettanti del Haydork Park il portiere si fa male e lui va tra i pali. Non ne uscirà mai più. Dopo essere uscito dal campo di prigionia Trautmann milita in diverse formazioni amateur, l’ultima il St.Helens Town, club dei dintorni di Manchester. Lì, oltre a trovare l’amore (sposa Margaret Friar, la figlia del segretario della società), lo nota il Manchester City, che lo ingaggia. È l’inizio di un amore, che però non sembra cominciare con il piede giusto. Ventimila tifosi dei Citizens, tra cui diversi membri della folta comunità ebraica cittadina, storica sostenitrice della squadra, si radunano a Maine Road per protestare minacciando di boicottare il City. E le manifestazioni continueranno, in casa e in trasferta. Tra i pochi a schierarsi inizialmente con lui Alexander Altmann, il rabbino della città che invita i tifosi a trattarlo con rispetto. Bernd, che per gli inglesi diventerà Bert, li conquisterà tutti, con le sue parate.

Ospite d’onore – Il 24 giugno del 1956 il BVB gioca all’Olympiastadion di Berlino gioca la partita più importante della storia del club giallonero fino a quel momento. È la finale del campionato tedesco contro il Karlsruhe. Tra i 75mila spettatori, in tribuna d’onore, c’è Bernd. Porta un corsetto che gli protegge il collo e la parte alta del corpo. È necessario perché quasi due mesi prima il 5 maggio, nella finale di FA Cup tra il Manchester City e il Birmingham, il 33enne ha riportato una frattura a una vertebra del collo, dopo uno scontro con l’attaccante avversario Peter Murphy. Trautmann non se n’è accorto, rimanendo in campo dopo essere svenuto e contribuendo con le sue parate in maniera decisiva alla vittoria 3-1 dei Citizens. Bernd Trautmann, che ha nell’occasione un breve colloquio con il ct Sepp Herberger, che non lo convocherà mai in Nazionale (come tutti gli altri tedeschi militanti all’estero), vede vincere il Borussia Dortmund 4-2 e dopo l’incontro si intrattiene amichevolmente con i giocatori del BVB.

Una guida d’eccezione – Quel titolo tedesco, il primo nella storia del Borussia, apre ai renani le porte della neonata Coppa dei Campioni. Dopo aver eliminato nel turno preliminare i lussemburghesi dello Spora, ai neocampioni della Oberliga tocca il Manchester United. È la squadra di Matt Busby in panchina ma soprattutto di Duncan Edwards, Jackie Blanchflower, Bill Foulkes e Billie Whelan. Per la partita d’andata, programmata in notturna per il 17 ottobre a Old Trafford, Trautmann si adopera per aiutare in ogni modo gli ospiti tedeschi. Gli trova loro una buona sistemazione per il ritiro, li accompagna per la città, li facilita in ogni possibile situazione a Manchester. In più dona a Heinrich “Heinz” Kwiatkowski, il portiere, la riserva di Toni Turek al Mondiale 1954, un pullover verde con cui si presenta in campo. Sarà il migliore del BVB, che per l’occasione va sul prato di Old Trafford con una maglia nero e oro, che incanta anche il pubblico inglese. Finisce solo 3-2 per lo United e se non il passivo non è più largo lo si deve proprio a Kwiatkowski, con cui Bernd Trautmann va a congratularsi sul campo a fine partita. Il portiere del City seguirà dal vivo anche il ritorno al Rote Erde di Dortmund finito 0-0 e che sancisce la fine dell’avventura europea del BVB, ma non dell’amicizia tra il club e Trautmann.

L’amichevole – Bernd non taglia i rapporti con i giocatori del Borussia. Il portiere infatti riesce a far organizzare al “suo” City un’amichevole con il Dortmund il 22 maggio 1957. Gli inglesi vengono nel Nordrhein-Westfalen e sotto i riflettori del mitico Rote Erde perdono 4-1 contro quelli che da lì a poco si sarebbero riconfermati campioni di Germania. Il più festeggiato dai 30mila presenti è Trautmann, il tedesco coraggioso che amava il Borussia Dortmund e a cui gli inglesi hanno dedicato anche un film “The Keeper”, uscito nel 2018.

Moussa Diaby e Leon Bailey: il Bayer Leverkusen ha (ri)messo le ali

diaby bailey

Sembrava potesse essere una stagione soddisfacente per il Bayer Leverkusen: i renani, fino alla dodicesima giornata di Bundesliga erano al primo posto, unica squadra imbattuta del torneo e puntavano a rimanere in alto il più possibile; dalla sconfitta casalinga contro il Bayer Monaco, tuttavia, i ragazzi di Peter Bosz, in pieno stile Neverkusen, hanno iniziato un ruolino di marcia che li ha visti collezionare 7 sconfitte e 3 pareggi (a fronte di 3 sole vittorie) e scivolare al sesto posto; allo stesso modo, sono arrivate due eliminazioni imbarazzanti, nel terzo turno di DFB Pokal per mano del Rot-Weiss Essen, squadra di quarta serie, e nei sedicesimi di Europa League, contro gli svizzeri dello Young Boys, compagine decisamente meno quotata.  Eliminazioni che, oltre a un rendimento nerissimo (11 sconfitte e 4 vittorie nelle ultime 17) a Peter Bosz, è costato il lavoro, sostituito da Hannes Wolf. L’entusiasmo di inizio stagione è stato smarrito, partita dopo partita, e il fattore principale che ha permesso al Leverkusen di non cadere ancora più in basso sono state le ottime prestazioni dei suoi due esterni d’attacco, Leon Bailey e Moussa Diaby, che ormai rappresentano il fulcro del gioco del Leverkusen e convincono sempre di più a suon di ottime prestazioni.

Leon Bailey è nato nel 1997 in Giamaica; a 15 anni, il padre lo ha portato in Europa, e dopo vari provini è approdato in Belgio, al Genk, dove ha debuttato da professionista, ha fornito ottime prestazioni ed ha attirato l’interesse di alcuni dei più blasonati club del continente, per essere infine messo sotto contratto nel gennaio del 2017 dal Bayer Leverkusen, con cui si è guadagnato anche il posto nella nazionale giamaicana, peraltro al termine di un lungo contenzioso. Moussa Diaby, classe 1999 di Parigi, è cresciuto nella cantera del Paris Saint Germain ed ha fatto la trafila delle selezioni giovanili francesi dall’U18 all’U21 (in cui milita tutt’ora); dopo 6 mesi anonimi in prestito in Serie A al Crotone (chiusi con 2 sole presenze) e un anno con la prima squadra del PSG, con cui, nonostante un buon numero di prestazioni di livello, non è riuscito a guadagnarsi la fiducia del club, dall’estate del 2019 è di proprietà del Leverkusen.

Il percorso dei due con la maglia del Werkself è stato molto diverso. Diaby è arrivato a Leverkusen nell’hype generale (sui social è anche nata la #DiabyArmy) e dopo diverse panchine all’inizio ha saputo giocarsi bene le sue carte, sfruttando al massimo ogni occasione datagli da Bosz, fino a diventare il titolare (e il padrone) indiscusso della fascia sinistra, con un rendimento in continuo crescendo. Bailey dal suo arrivo in Germania non è mai esploso definitivamente a causa della sua discontinuità, che solo quest’anno sembra finalmente stabilizzarsi, dando un prezioso contributo alla squadra. Aveva illuminato nella stagione 2017/18, con 9 goal e 6 assist, ma non si era confermato ai quei livelli. Non c’è da stupirsi quindi che Bosz abbia riconosciuto l’ottimo percorso dei due.

“Moussa continua a stupirmi, gara dopo gara, il suo dribbling è impressionante. Può ancora migliorare, ma sta facendo un ottimo lavoro. Leon invece ha avuto molta difficoltà, l’anno scorso e all’inizio di questa stagione. Tuttavia ora riesco a vedere che migliora costantemente, partita dopo partita, sotto ogni aspetto. Dal punto di vista fisico, da quanto corre, da quanto scatta e anche dalla sua qualità di gioco, si può notare il suo miglioramento.”.

Proprio Bosz ha avuto ruolo fondamentale nella crescita e nel rendimento delle due ali, perché, intuendo le loro qualità, ha saputo valorizzarli e farli rendere al meglio; l’allenatore olandese è noto per la sua mentalità aggressiva ed offensiva e per la sua tattica che si basa sui maggiori punti di forza dei suoi giocatori più importanti: nella passata stagione, il gioco ruotava intorno ad Havertz, che per le sue caratteristiche rendeva opportuno l’uso di un modulo con un trequartista (come il 4-2-3-1 o il 4-1-4-1) anche se spesso agiva da attaccante centrale. Con la cessione di Havertz al Chelsea, Bosz è tornato ad usare il suo modulo di riferimento, il 4-3-3, che si adatta perfettamente alle caratteristiche di Diaby e Bailey.

In realtà, Diaby e Bailey sarebbero dovuti essere concorrenti per il posto da titolare: nelle prime uscite stagionali, infatti, l’allenatore ex Ajax e Dortmund aveva provato a mantenere il 4-1-4-1, schierando dall’inizio Diaby a sinistra e Bellarabi a destra, per poi passare al 4-3-3 e sostituire il tedesco con Bailey, più funzionale nel nuovo modulo.

Nel 4-3-3 disegnato da Bosz, il francese e il giamaicano sono gli esterni perfetti: al fisico e alla velocità uniscono disciplina tattica; abili nel dribbling, sono resistenti e corrono su tutta la fascia, per arrivare in fondo e crossare in area, o tagliano abilmente dentro al campo, accentrandosi, puntando l’uomo ed eventualmente concludendo a rete; sanno creare spazi e giocare di sponda con la punta; infine, offrono continuità e soprattutto forniscono tanti gol ed assist.

Proprio in merito agli ultimi due aspetti, le statistiche finora sono impressionanti: Diaby è partito da titolare in ogni singola giornata di Bundesliga (eccetto la 23a contro il Friburgo, contro cui non è potuto essere presente), venendo sostituito solamente 6 volte su 23; Bailey invece, dopo aver saltato la prima per infortunio ed essere subentrato nelle successive due, dalla quarta è sempre stato schierato dal primo minuto da Bosz, saltandone solo una per squalifica, e più della metà delle volte è rimasto in campo per tutta la durata della partita. Dal punto di vista realizzativo, invece, finora sono 3 i gol e 9 gli assist messi a referto da Diaby e 6 i gol e 7 gli assist che portano la firma di Bailey.

Quando due giocatori così preziosi non sono disponibili, la loro assenza si sente, e perciò il Bayer ha deciso di correre ai ripari, acquistando un’altra ala, giovane e con le stesse caratteristiche dei suoi colleghi di reparto; è così che a gennaio è arrivato a titolo definitivo dal Leicester, per soli 2 milioni di euro, Demarai Gray, che già dalle prime uscite ha espresso tutte le sue qualità: per lui sono arrivate finora 5 presenze in Bundesliga, in cui ha trovato 1 gol e 2 assist (da subentrato) nelle prime 3 ed ha sostituito senza problemi Diaby nella quarta e Bailey nella quinta, guadagnandosi le lodi di Bosz e degli addetti ai lavori in entrambe le occasioni.

Nonostante la stagione non abbia preso la piega giusta, le Aspirine possono ancora puntare alla Champions League, da cui distano solo 7 punti. Probabilmente a maggio vi racconteremo ancora la storia del Neverkusen che sciupa la qualificazione in Champions nelle ultimissime giornate di campionato, come successo l’anno scorso e tre anni fa, anche con il nuovo tecnico Hannes Wolf che traghetterà la squadra, ma le incredibili prestazioni di Moussa Diaby e Leon Bailey, che con Demarai Gray formano un pacchetto di esterni giovani e dinamici, fanno sperare i tifosi del Bayer in un epilogo migliore. Soprattutto, in un futuro migliore.