Simon Engelmann, dai dilettanti alla DFB Pokal a suon di gol

Simon Engelmann

Ci sono giocatori che acquisiscono notorietà giovanissimi ben prima della maggiore età grazie al loro talento, per altri invece ci vogliono anni e anni di fatica nelle “polverose” serie minori prima della scintilla decisiva. Uno di questi è sicuramente l’attaccante del Rot-Weiß Essen Simon Engelmann.

La serata sparti-acque della sua carriera è stata il 2 febbraio di quest’anno, in occasione dell’ottavo di finale di DFB Pokal del suo Essen contro il più quotato Bayer Leverkusen. L’inaspettato gol decisivo, a due minuti dai calci di rigore, ha lanciato su tutte le prime pagine dei giornali tedeschi il nome del bomber nativo di Vechta, una piccola cittadina della bassa Sassonia.

Engelmann è diventato il simbolo della riscossa delle piccole squadre delle serie minori contro le corazzate della Bundesliga in DFB-Pokal, dove a volte Davide batte Golia. La stampa e tutto il movimento tedesco si sono interessate alla storia di Engelmann, fatta di gol a raffica e numeri molto interessanti.

Spulciando le statistiche dell’attaccante dell’Essen non si possono non notare le 133 reti in 254 reti in Regionalliga dal 2009 ad oggi, che fanno di Engelmann un vero e proprio specialista della competizione. Gol che salgono a 200 considerando anche l’Oberliga, la DFB Pokal e le varie coppe nazionali minori come la Westfalenpokal e la Niederrheinpokal. In poche parole, un navigato bomber di categoria. Tante anche le maglie vestite, dal Oythe e il Lotte all’Oberhausen e il Verl, fino all’attuale RW Essen.

Partendo dal presupposto che non è assolutamente facile mettere a segno così tante segnature, con questa invidiabile regolarità, appare strano che Engelmann non sia “esploso” ben prima a livello personale, tanto da non sfiorare mai nemmeno la 3.Liga. Una storia che assomiglia, con le dovute proporzioni, a quelle di Jamie Vardy o “Ciccio” Caputo, due bomber sbarcati nella massima serie dei loro campionati ben più tardi rispetto alle loro qualità.

“Sono qui per riportare l’Essen in alto. Voglio essere ricordato e fare del mio meglio per raggiungere la promozione e magari anche il sogno DFB Pokal”.

Così parlava Engelmann in una intervista al canale ufficiale della DFB prima del quarto di finale (poi perso) contro l’Holstein Kiel. Proprio in Pokal, il numero 11 tedesco ha fatto vedere un piccolo riassunto di tutte le sue caratteristiche, condensate nei 3 gol nelle 3 partite giocate: l’ottimo posizionamento in area nel tap-in contro l’Arminia Bielefeld, la tecnica nella conclusione precisa e potente contro il Fortuna Düsseldorf e il dribbling mixato al senso del gol nella, ormai famosa, segnatura contro il Bayer. Tutte peculiarità imprescindibili per un attaccante con la “voglia di sfondare” come lui. Nonostante i 31 anni, la carriera di Engelmann non sembra per nulla sul viale del tramonto, anzi.

“Tutti noi della rosa siamo affamati di successi, vogliamo mostrare qualità, ambizione e umiltà. Tutti gli occhi sono sull’Essen. È speciale giocare qui, in un club con così tanta storia, successi e grandi campioni. Speriamo di replicare i gloriosi risultati di questo club”.

Sì, perché l’Essen negli anni 50 è stata nell’élite del calcio tedesco, con tanto di titolo nazionale nel 1955 e coppa nel 1953. Poi il declino e la mediocrità nelle basse leghe tedesche, con pochi squilli degni di nota, come la promozione in Zweite Bundesliga nel 2000. Con l’avanzamento in DFB Pokal, la squadra dell’Hafenstraße è tornata a sognare grandi traguardi (oltre che respirare finanziariamente con i premi partita ottenuti), anche grazie ai gol a raffica di Simon Engelmann, definito “Il miglior attaccante non professionista di tutti i tempi”. In campionato, invece, è serrato il testa a testa per la promozione con il Borussia Dortmund II.

In questa stagione Engelmann sembra aver fatto lo step decisivo della sua crescita, con i 23 gol già in tasca tra campionato e DFB Pokal. I tifosi sono letteralmente pazzi di lui, tanto da aver creato un hashtag ad hoc sui social come #Engelmannregelt, che si può tradurre come la “regola” di Engelmann, ovvero quella del gol.

La carriera di Engelmann pare sia giunta ad un bivio e i gol nella seguitissima competizione nazionale della DFB Pokal hanno aumentato il suo richiamo in patria.

“Quando è finita la partita contro il Bayer, al ritorno negli spogliatoi avevo almeno 200 messaggi sul telefono, tutti si congratulavano con me. Il giorno dopo, invece, tutti volevano intervistarmi: Sky, RTL, Sport1, improvvisamente era cambiato il mondo”

Questa stagione non può che essere il trampolino di lancio per Simon Engelmann, che stagione dopo stagione e gol dopo gol si è meritato una chance in campionati più competitivi. Difficilmente lo farà con l’Essen, ormai lontano dalla promozione. Se lo farà con altre squadre lo scopriremo solo l’anno prossimo, ma sicuramente la sua storia ci insegna che non è mai troppo tardi per raggiungere l’apice e che anche a 31 anni ci si può scoprire decisivi ad alti livelli. Per informazioni basta chiedere a Leverkusen.

Moussa Diaby e Leon Bailey: il Bayer Leverkusen ha (ri)messo le ali

diaby bailey

Sembrava potesse essere una stagione soddisfacente per il Bayer Leverkusen: i renani, fino alla dodicesima giornata di Bundesliga erano al primo posto, unica squadra imbattuta del torneo e puntavano a rimanere in alto il più possibile; dalla sconfitta casalinga contro il Bayer Monaco, tuttavia, i ragazzi di Peter Bosz, in pieno stile Neverkusen, hanno iniziato un ruolino di marcia che li ha visti collezionare 7 sconfitte e 3 pareggi (a fronte di 3 sole vittorie) e scivolare al sesto posto; allo stesso modo, sono arrivate due eliminazioni imbarazzanti, nel terzo turno di DFB Pokal per mano del Rot-Weiss Essen, squadra di quarta serie, e nei sedicesimi di Europa League, contro gli svizzeri dello Young Boys, compagine decisamente meno quotata.  Eliminazioni che, oltre a un rendimento nerissimo (11 sconfitte e 4 vittorie nelle ultime 17) a Peter Bosz, è costato il lavoro, sostituito da Hannes Wolf. L’entusiasmo di inizio stagione è stato smarrito, partita dopo partita, e il fattore principale che ha permesso al Leverkusen di non cadere ancora più in basso sono state le ottime prestazioni dei suoi due esterni d’attacco, Leon Bailey e Moussa Diaby, che ormai rappresentano il fulcro del gioco del Leverkusen e convincono sempre di più a suon di ottime prestazioni.

Leon Bailey è nato nel 1997 in Giamaica; a 15 anni, il padre lo ha portato in Europa, e dopo vari provini è approdato in Belgio, al Genk, dove ha debuttato da professionista, ha fornito ottime prestazioni ed ha attirato l’interesse di alcuni dei più blasonati club del continente, per essere infine messo sotto contratto nel gennaio del 2017 dal Bayer Leverkusen, con cui si è guadagnato anche il posto nella nazionale giamaicana, peraltro al termine di un lungo contenzioso. Moussa Diaby, classe 1999 di Parigi, è cresciuto nella cantera del Paris Saint Germain ed ha fatto la trafila delle selezioni giovanili francesi dall’U18 all’U21 (in cui milita tutt’ora); dopo 6 mesi anonimi in prestito in Serie A al Crotone (chiusi con 2 sole presenze) e un anno con la prima squadra del PSG, con cui, nonostante un buon numero di prestazioni di livello, non è riuscito a guadagnarsi la fiducia del club, dall’estate del 2019 è di proprietà del Leverkusen.

Il percorso dei due con la maglia del Werkself è stato molto diverso. Diaby è arrivato a Leverkusen nell’hype generale (sui social è anche nata la #DiabyArmy) e dopo diverse panchine all’inizio ha saputo giocarsi bene le sue carte, sfruttando al massimo ogni occasione datagli da Bosz, fino a diventare il titolare (e il padrone) indiscusso della fascia sinistra, con un rendimento in continuo crescendo. Bailey dal suo arrivo in Germania non è mai esploso definitivamente a causa della sua discontinuità, che solo quest’anno sembra finalmente stabilizzarsi, dando un prezioso contributo alla squadra. Aveva illuminato nella stagione 2017/18, con 9 goal e 6 assist, ma non si era confermato ai quei livelli. Non c’è da stupirsi quindi che Bosz abbia riconosciuto l’ottimo percorso dei due.

“Moussa continua a stupirmi, gara dopo gara, il suo dribbling è impressionante. Può ancora migliorare, ma sta facendo un ottimo lavoro. Leon invece ha avuto molta difficoltà, l’anno scorso e all’inizio di questa stagione. Tuttavia ora riesco a vedere che migliora costantemente, partita dopo partita, sotto ogni aspetto. Dal punto di vista fisico, da quanto corre, da quanto scatta e anche dalla sua qualità di gioco, si può notare il suo miglioramento.”.

Proprio Bosz ha avuto ruolo fondamentale nella crescita e nel rendimento delle due ali, perché, intuendo le loro qualità, ha saputo valorizzarli e farli rendere al meglio; l’allenatore olandese è noto per la sua mentalità aggressiva ed offensiva e per la sua tattica che si basa sui maggiori punti di forza dei suoi giocatori più importanti: nella passata stagione, il gioco ruotava intorno ad Havertz, che per le sue caratteristiche rendeva opportuno l’uso di un modulo con un trequartista (come il 4-2-3-1 o il 4-1-4-1) anche se spesso agiva da attaccante centrale. Con la cessione di Havertz al Chelsea, Bosz è tornato ad usare il suo modulo di riferimento, il 4-3-3, che si adatta perfettamente alle caratteristiche di Diaby e Bailey.

In realtà, Diaby e Bailey sarebbero dovuti essere concorrenti per il posto da titolare: nelle prime uscite stagionali, infatti, l’allenatore ex Ajax e Dortmund aveva provato a mantenere il 4-1-4-1, schierando dall’inizio Diaby a sinistra e Bellarabi a destra, per poi passare al 4-3-3 e sostituire il tedesco con Bailey, più funzionale nel nuovo modulo.

Nel 4-3-3 disegnato da Bosz, il francese e il giamaicano sono gli esterni perfetti: al fisico e alla velocità uniscono disciplina tattica; abili nel dribbling, sono resistenti e corrono su tutta la fascia, per arrivare in fondo e crossare in area, o tagliano abilmente dentro al campo, accentrandosi, puntando l’uomo ed eventualmente concludendo a rete; sanno creare spazi e giocare di sponda con la punta; infine, offrono continuità e soprattutto forniscono tanti gol ed assist.

Proprio in merito agli ultimi due aspetti, le statistiche finora sono impressionanti: Diaby è partito da titolare in ogni singola giornata di Bundesliga (eccetto la 23a contro il Friburgo, contro cui non è potuto essere presente), venendo sostituito solamente 6 volte su 23; Bailey invece, dopo aver saltato la prima per infortunio ed essere subentrato nelle successive due, dalla quarta è sempre stato schierato dal primo minuto da Bosz, saltandone solo una per squalifica, e più della metà delle volte è rimasto in campo per tutta la durata della partita. Dal punto di vista realizzativo, invece, finora sono 3 i gol e 9 gli assist messi a referto da Diaby e 6 i gol e 7 gli assist che portano la firma di Bailey.

Quando due giocatori così preziosi non sono disponibili, la loro assenza si sente, e perciò il Bayer ha deciso di correre ai ripari, acquistando un’altra ala, giovane e con le stesse caratteristiche dei suoi colleghi di reparto; è così che a gennaio è arrivato a titolo definitivo dal Leicester, per soli 2 milioni di euro, Demarai Gray, che già dalle prime uscite ha espresso tutte le sue qualità: per lui sono arrivate finora 5 presenze in Bundesliga, in cui ha trovato 1 gol e 2 assist (da subentrato) nelle prime 3 ed ha sostituito senza problemi Diaby nella quarta e Bailey nella quinta, guadagnandosi le lodi di Bosz e degli addetti ai lavori in entrambe le occasioni.

Nonostante la stagione non abbia preso la piega giusta, le Aspirine possono ancora puntare alla Champions League, da cui distano solo 7 punti. Probabilmente a maggio vi racconteremo ancora la storia del Neverkusen che sciupa la qualificazione in Champions nelle ultimissime giornate di campionato, come successo l’anno scorso e tre anni fa, anche con il nuovo tecnico Hannes Wolf che traghetterà la squadra, ma le incredibili prestazioni di Moussa Diaby e Leon Bailey, che con Demarai Gray formano un pacchetto di esterni giovani e dinamici, fanno sperare i tifosi del Bayer in un epilogo migliore. Soprattutto, in un futuro migliore.

Lo strano caso dei terzini destri del Bayer Leverkusen

leverkusen terzino destro

Il Bayer Leverkusen a differenza degli anni passati è stato decisamente attivo nel mercato invernale. La stranezza non viene però tanto da questo, quanto dai ruoli su cui gli uomini mercato guidati da Rudi Völler sono intervenuti. A parte l’ala inglese Demarai Grey gli altri due acquisti sono infatti terzini destri, gli olandesi Timothy Fosu-Mensah e Jeremie Frimpong. Il primo, classe 1998, arriva da un’esperienza non esaltante al Manchester United; il secondo, ventenne cresciuto nell’altra sponda di Manchester, il City, è stato acquistato dal Celtic per undici milioni di euro.

Ecco però la stranezza. Il Bayer Leverkusen in rosa aveva già quattro potenziali terzini destri: il capitano Lars Bender, Mitchell Weiser, Santiago Arias e Tin Jedvaj. Con Fosu-Mensah e Frimpong diventano sei. Ma qualche motivazione si può intuire, anche perché si parla di una società sempre attenta alle operazioni di mercato.

Jeremie Frimpong. Innanzitutto Frimpong, prospetto tra i più interessanti nel ruolo. Per lui si stava creando una vera e propria asta: per questo e per la notizia dell’addio di Bender a fine stagione il Bayer ha accelerato.

Tin Jedvaj. Il croato ex Roma è un difensore duttile e in carriera ha giocato la maggior parte delle partite da centrale, quindi probabilmente Peter Bosz non lo considera tra i papabili terzini (anche se a dire il vero non lo sta utilizzando neanche come centrale).

Timothy Fosu-Mensah. L’olandese da quando è arrivato, a gennaio, ha giocato 4 partite, tre in Bundesliga e 1 in DFB-Pokal. In un paio di occasioni Bosz l’ha schierato a destra nella difesa a tre, posizione non nuova per lui e che potrebbe adattarsi bene alle sue caratteristiche.

Santiago Arias. Il colombiano classe ’92 è stato preso in estate in prestito dall’Atletico Madrid, per contendersi il posto con Bender. In realtà l’auspicio si è infranto subito a causa del terribile infortunio alla caviglia patito a ottobre con la maglia della nazionale.

Mitchell Weiser. Il ventiseienne cresciuto nelle giovanili del Colonia è approdato a Leverkusen nel 2018, acquistato dall’Hertha per dodici milioni di euro. Al di là dell’infortunio alla coscia che lo sta tenendo fuori da inizio anno, in questa stagione il tecnico olandese lo sta considerando decisamente poco (solo 5 presenze), soprattutto per la sua poca attitudine difensiva.

Lars Bender. Bender è il capitano e per carisma e affidabilità la titolarità sarebbe sua a priori. Ma il fisico lo supporta sempre meno, cosa che ha accelerato la decisione, insieme al gemello Sven, di lasciare il calcio giocato a fine stagione.

Quello dei terzini destri al Bayer Leverkusen resta un caso curioso, ma meno strano di quanto si possa pensare a prima vista. Certo il club spera di poter coprire la casella dalla prossima stagione con un paio di giocatori affidabili e già pronti. Non si può dire che al casting non ci sia affollamento…

Bayer, Carl Zeiss, Wacker: una squadra, un’azienda

squadra azienda

Werkself. Per chi ama il calcio tedesco, il Bayer Leverkusen che affronta il RB Lipsia per continuare a sognare la Bundesliga, è semplicemente la “squadra della fabbrica”. I rossoneri però non sono l’unico Werkself del calcio tedesco. Ovvero la squadra legata a un’azienda. Ecco le altre.

Leverkusen, una formazione per gli operai – Nel febbraio del 1903, Wilhelm Hauschild, uno dei 70 operai della Bayer scrive una lettera ai vertici aziendali per chiedere supporto nella fondazione di una società sportiva. Nell’estate 1904 nasce il Turn- und Spielverein Bayer 04 Leverkusen, che tre anni dopo, nel 1907 si doterà di una sezione calcistica. Peraltro nel 1953 la Bayer a Krefeld farà nascere un altro club con il suo nome. È il Bayer Uerdingen che nel 1985 vincerà pure una Coppa di Germania. Nel 1995 l’azienda farmaceutica si sgancerà dal club, contribuendo a farla sprofondare nelle serie minori.

L’evoluzione del Wolfsburg – I “Lupi”, al contrario del Bayern, non sono nati come Werksteam, ,ma lo sono diventati nel 2007, quando la Volkswagen ha acquistato il 100% delle azioni del club. Il rapporto con la casa automobilistica però era già consolidato. Per esempio già dal 1952 la VW era lo sponsor principale della squadra e nei primi anni di vita la formazione giocava le sue partite casalinghe su terreni di proprietà Volkswagen.

Scrivi Burghausen, leggi Wacker – Il Wacker Burghausen, ora in Regionalliga Bayern, ha vissuto all’inizio del nuovo Millennio, un’ascesa che l’ha portato a giocare anche in 2.Bundesliga. I bianconeri, che hanno sede nel sud-est della Baviera, sono stati fondati nel 1930 per dare una società sportiva ai lavoratori della Wacker, fabbrica chimica impiantatasi nella città nel 1914. Una polisportiva, che annovera tra le due discipline, il calcio femminile, il tennis e la lotta.

Opel Rüsselsheim e la pubblicità occulta – Rüsselsheim, in Assia, non lontano da Francoforte è famosa per essere la “casa” dell’azienda automobilistica Opel. Nel 1928 l’allora Sportclub Borussia 06 diventò Sport-Club Opel 06 Rüsselsheim, con la speranza che la casa automobilistica sostenesse finanziariamente il nuovo sodalizio, che ha preso i colori gialloneri, come la Opel. Un presupposto che non si avverò, anche se il rapporto tra club e azienda non è mai interrotto. Per esempio nel 1961 la Opel offre un pulmino alla squadra per le trasferte. Nel ’72 i gialloneri, che negli anni precedenti erano stati allenati tra gli altri da Otto Baric e da Bert Trautmann, leggenda del Manchester City, litigarono con la TV, perché li avevano chiamati SC Rüsselsheim, non menzionando lo sponsor.

SG Quelle Fürth, una fusione – Nel ’73 Turnverein 1860 Fürth e BSG Schickedanz Fürth si fondono, dando vita al Quelle. Il BSG Schickedanz Fürth è la squadra aziendale della Quelle, azienda che si occupa di vendita per corrispondenza. Al massimo nella loro storia arriveranno nel 1996/1997 in Regionalliga Süd, la terza serie, retrocedendo immediatamente e sprofondando di nuovo nelle serie minori.

Carl Zeiss Jena, una squadra, un’azienda – Nel 1903 la direzione della Carl Zeiss, azienda ottica di Jena in Turingia, fonda il Fußball-Klub der Firma Carl Zeiß. Inizialmente possono giocare solo chi è impiegato nella fabbrica. Terrà quel nome per 14 anni, prima di iniziarsi a chiamare 1.SV Jena. Per riavere il suo nome originario ci vorranno quasi 50 anni. Nel 1966 infatti nasce il Carl Zeiss Jena, che nella Germania Est vincerà due campionati, tre Coppe della DDR e raggiungerà pure una finale di Coppa delle Coppe nel 1981. Fortissimo, come in altre squadre della Repubblica Democratica Tedesca, rimarrà il rapporto con la Carl Zeiss.

Investorenclub – In Germania ultimamente più che Werksteam proliferano i “club degli investitori” non legati per costituzione e storia all’azienda. Esempi? Hoffenheim, con la SAP di Dietmar Hopp e la RB Lipsia, con l’azienda austriaca che fa da sponsor al sodalizio dell’ex Germania Est.

Lukas Hradecky, il personaggio: tra papere, birre e parate

lukas hradecky

La sfida fra Bayer Leverkusen ed Eintracht Francoforte si preannuncia come il match più interessante e combattuto di questo secondo turno di DFB-Pokal che va concludendosi. Per Lukas Hradecky, inoltre, si tratterà di un incontro con il suo passato, dato che dal 2015 al 2018 ha difeso proprio la porta delle Adler, affermandosi come uno dei portieri più talentuosi e soprattutto più “particolari” della Bundesliga.

Per fortuna, per comprendere la “particolarità” di Hradecky non bisogna scavare troppo nel passato: basta infatti tornare al 21 novembre, quando il Bayer Leverkusen ha affrontato un’Arminia Bielefeld alla disperata ricerca di punti. Al 27esimo le Aspirine sono andate in vantaggio grazie al gol di Bailey, rientrando negli spogliatoi sull’1-0. A due minuti dall’inizio del secondo tempo, il risultato era improvvisamente cambiato: l’Arminia aveva segnato. O meglio, aveva segnato Hradecky, che con un liscio inspiegabile e indimenticabile aveva deviato in porta il debole retropassaggio di Sinkgraven. Non fu il suo primo errore, come probabilmente non sarà l’ultimo. Ciononostante il suo Bayer riuscì alla fine a segnare il gol del definitivo 2-1 e lui prese con ironia il suo errore, tanto che nel post partita dichiarò di essere diventato lo stupido del giorno, ammettendo anche che le sue papere sarebbero diventate “dei meme e dei videoclip su Youtube”.

“Se la gente ride, però, va sempre bene”. Sì Lukas, ci siamo divertiti. Ci hai fatti divertire.

Il portiere finlandese, tuttavia, è anche tanto altro: parate, tante parate, tante parate in una sola partita, quella contro il Bayern Monaco, andata in scena il 30 novembre del 2019 in un Allianz Arena strapiena di tifosi. In quella partita i bavaresi dominarono in lungo e in largo, colpendo 3 pali e totalizzando 11 tiri nello specchio della porta. 10 di questi vennero parati da Hradecky, protagonista di una prestazione strepitosa, coronata, alla fine, da una dichiarazione che lasciò tutti stupiti.

“Nel primo tempo ho perso una lente a contatto e per i venti minuti precedenti all’intervallo non ho visto assolutamente nulla. Provate voi a giocare contro il Bayern con un occhio solo“.

In altre parole, venti minuti di puro terrore, di fronte ad un Lewandowski che stranamente ebbe pietà e non realizzò nemmeno un gol, per la terza volta di fila contro il Bayer Leverkusen, che non si fece attendere e pubblicò una serie di tweet da manuale sul suo profilo Twitter. Nemmeno Hradecky si fece attendere, e quella stessa sera si scatenò con una foto su Instagram corredata da una descrizione decisamente… esplicita.

“A volte c’è più fortuna che abilità, ma chi ca… se ne frega”.

Una descrizione conclusa con tre emoji raffiguranti dei boccali strapieni di birra. Perché proprio birra? Perché è da sempre la bevanda preferita di Lukas Hradecky, che non ha mai nascosto la sua sfrenata passione per questo simbolo della Germania e della sua natia Slovacchia (è nato nella capitale Bratislava). Non a caso, al termine di un’intervista rilasciata a DW Sports, si lasciò andare ad un’insolita quanto romantica dichiarazione d’amore, non rivolta però alla sua Finlandia, che stava per centrare, con lui in porta, una storica qualificazione agli Europei del 2020. Hradecky, infatti, disse.

“Spero di avere una birra in mano e spero di festeggiare quel momento. Però prima è meglio che vinciamo la partita, e poi di sera potrò aprire la mia prima birra”.

Due sere più tardi, la Finlandia batteva il Liechtenstein e accedeva alla fase finale degli Europei: Hradecky, nel frattempo, conduceva i festeggiamenti con una maschera da gufo in testa. E una birra rinfrescante in frigo o in tribuna: keine Bierprobleme.

Prima di trasferirsi al Bayer Leverkusen e diventare famoso con la Finlandia, però, il portiere classe 1988 aveva vissuto tre stagioni ad altissimi livelli con la maglia dell’Eintracht Francoforte. Con le Adler Hradecky ha vinto nel 2018 il premio di miglior portiere della Bundesliga e nello stesso anno è riuscito anche a vincere una DFB-Pokal che mancava da oltre 20 anni. Noi, però, preferiamo ricordarlo con due buone birre in mano, aperte senza l’aiuto di un apribottiglie. Perché non ha mai voluto essere un giocatore come gli altri. E le sue poche ma epiche papere, le tantissime parete decisive e le tante, tantissime birre sono qui per ricordarcelo, perché anche se dovesse perdere contro il suo vecchio Eintracht, Lukas Hradecky difficilmente rinuncerà alla sua Bier.

BundExLiga – I più celebri trasferimenti tra Bayer e Bayern

bayer bayern

Lùcio, estate 2004, 12 milioni di euro

L’ultimo pilastro rimasto in piedi del Neverkusen che ha incantato (e poi disincantato) tutti nel 2002. Fu lui a segnare nella sfortunata finale di Champions League contro il Real Madrid, e rimase con le aspirine anche dopo che il nucleo storico di quella rosa iniziò a venire smantellato. Fu un riferimento durante la pessima stagione 2002/03 (quella del quindicesimo posto in classifica), ma anche il perno della risalita dell’anno successivo, chiuso invece al terzo. Nell’estate 2004 chiuse le valigie, salutò il Bayer e raggiunse i suoi ex-compagni al Bayern, che pagò 12 milioni per il suo cartellino. In quattro anni vinse per tre volte l’accoppiata Meisterschale-Pokal, prima di unirsi all’Inter di Mourinho e regalare ai bavaresi una delusione cocente nella notte del triplete di Madrid.

Zé Roberto, estate 2002, 9.5 milioni di euro

Indisponibile per la già citata – triste – finale di Glasgow, Zé Roberto non poté vivere in prima persona la notte più importante, alla fine di un quadriennio in cui la sua combinazione di dinamismo e qualità hanno permesso al Bayer di raggiungere vette mai più raggiunte. Dopo il triplete al contrario, salutò tutti e si accasò al Bayern, che aveva fatto firmare un pre-contratto a lui e Ballack già durante i primi mesi del 2002. Sette anni (e quattro doubles) a corrente alternata prima di chiudere la carriera in Brasile.

Michael Ballack, estate 2002, 6 milioni di euro

Parte dello stesso pacchetto era anche Michael Ballack, che tra il 2002 e il 2010 spiccò definitivamente il volo verso l’olimpo del calcio europeo. E, purtroppo, anche verso una scomoda fama di “eterno secondo”, colpa delle numerose finali perse. La bacheca, comunque, non piange, riempita di coppe e campionati tra Germania ed Inghilterra. Nel 2010, è tornato romanticamente al Bayer Leverkusen, a fare da chioccia ai più giovani per un biennio, prima di dare l’addio al calcio.

Robert Kovac, estate 2001, 7.5 milioni di euro

Il Leverkusen lo acquistò nel 1996 in seguito alla straordinaria stagione disputata col Norimberga: dopo un anno di adattamento, riuscì a prendersi definitivamente le chiavi della difesa. Con le aspirine, Kovac tenne un rendimento notevole, raggiungendo per due volte il secondo posto in campionato, senza tuttavia riuscire mai a conquistare il titolo. Disse addio nel 2001, e in Baviera centrò quest’obiettivo per due volte prima del 2004. Quindici anni dopo è tornato a Monaco da vice durante la sfortunata esperienza da allenatore di suo fratello Niko.

Jorginho, estate 1992, 2.6 milioni di euro

Prelevato dal Flamengo nel 1989, si impose nel panorama calcistico europeo col Bayer, collezionando 101 presenze, 10 gol e 23 assist in un triennio. Dopo la prima stagione al Bayern il suo rendimento calò gradualmente, tradendo un po’ le aspettative. Conquistata la coppa del mondo col Brasile a USA ’94, andò a svernare in Giappone.

Alois Reinhardt, estate 1991

Altro difensore roccioso, fu una colonna del Leverkusen a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. Segnò al Werder Brema il gol decisivo nella semifinale di Coppa UEFA del 1988, permettendo poi ai suoi di trionfare nella doppia finale contro l’Espanyol. Comprandolo il Bayern sperava di trovare esperienza e leadership, ma la scintilla non scoccò mai: appena undici presenze in tre stagioni.

Markus Münch, estate 1996, 1.3 milioni di euro

C’è anche chi sul percorso Leverkusen-Monaco di Baviera ha viaggiato andata e ritorno: cresciuto dal Bayern Monaco, Münch passò alle aspirine a 22 anni, nel 1994, alla ricerca di continuità. Dopo due annate ad altissimo livello ed una semifinale di Coppa UEFA, fu richiamato alla base dal neo-allenatore Trapattoni. Anche qui, scelta abbastanza sfortunata: quattordici presenze piuttosto deludenti prima di partire per un particolarissimo giro d’Europa che lo vide vestire le maglie di Colonia, Genoa, Besiktas, ‘Gladbach e Panathinaikos.

Helmut Winklhofer, estate 1985

Discorso simile per Winklhofer: acquistato nel 1981 a soli vent’anni dal Bayern, riuscì a giocare solo un paio di partite prima di essere spedito a Leverkusen. Pentiti, i bavaresi lo richiamarono nel 1985 dopo una serie di buone prestazioni. Chiuse la sua carriera nel 1989, prima ancora di compiere trent’anni, con tre titoli di campione di Germania in tasca.

Toni Kroos ed Emre Can

A modo loro, entrambi i centrocampisti hanno legato la propria storia a queste due squadre: Kroos, appena diciannovenne, fu mandato dal Bayern a farsi le ossa in prestito alla BayArena. Dieci gol e tredici assist in un anno e mezzo sono bastati per far intravedere il talento cristallino che sarebbe esploso di lì a poco.

Can, invece, passò tutta la trafila delle giovanili con i bavaresi, ma nel 2013 il Bayer sborsò 5 milioni per accaparrarselo, facendo decollare definitivamente la sua carriera. Da quel momento, ciclicamente si parla di un suo possibile ritorno, ma al momento frequenta l’Allianz Arena solamente da avversario, con la maglia del Borussia Dortmund.

Il Bayer Leverkusen è diventato una cosa seria?

Bayer Leverkusen

No. Ciò che avete pensato quando avete letto la domanda nel titolo di quest’articolo è, senza dubbio, ‘no’. In fondo lo crediamo un po’ tutti: sarà il solito fuoco di paglia, chissà il Bayern sotto quante reti li seppellirà, finirà per crollare come sempre. Tutto presumibilmente verissimo, tutto molto probabile. Però, dall’altro lato, sarebbe altrettanto un errore ignorare i segnali che ci hanno mandato le prime 12 giornate di Bundesliga e anche il percorso fin qui fatto in Europa League. In effetti, in questi primi tre mesi di stagione, il Bayer Leverkusen ha dato davvero l’impressione di poter essere una squadra, diciamo, normale. E non è scontato. Proprio per niente.

Lo sappiamo tutti. Storicamente i Werskself sono quelli che hanno perso tre finali in una sola stagione nel 2002. Sono quelli che arrivano puntualmente secondi ed entrano nella storia dalla parte sbagliata. Sono quelli che han perso un campionato già vinto contro l’Unterhaching all’ultima giornata della  stagione 1999/2000. Quelli che in bacheca hanno giusto una Coppa Uefa conquistata con una rimonta semi-impossibile da 3-0 e poi vincendo ai rigori dopo aver sbagliato il primo. Quelli che nel 1993 rischiavano di non battere una seconda squadra in finale di DFB-Pokal, poi ci ha pensato Ulf Kirsten. Quelli che nel 2018 e nel 2019 hanno mancato la qualificazione in Champions League avendo tutto in mano a due giornate dalla fine. Potremmo andare avanti ancora, ci fermiamo per evitare altre sofferenze ai tifosi del Bayer Leverkusen. Anzi, Neverkusen, nomignolo che non ha neanche bisogno di troppe spiegazioni.

Gli inglesi direbbero che il club renano è cursed, vittima di una costante maledizione che gli impedisce di diventare una realtà di successo. Ci siamo abituati a vedere la squadra marchiata Bayer buttare via partite già vinte, mancare occasioni colossali. Pensavamo tutti che sarebbero stati i primi a far vincere una partita allo Schalke 04, perché quella domenica pomeriggio il Leverkusen poteva fare un grande passo avanti in classifica classifica. E invece ha rispettato i pronostici e le aspettative. Ha vinto.

Lo ha rifatto anche nel derby col Colonia, la partita che più di tutte le altre sfugge alle logiche della classifica. 0-4, calcio spettacolo. Prima posizione in classifica, davanti a tutti. Bayern Monaco compreso.

Ma come? Hanno venduto Havertz e ora sono una squadra più forte? Questa è l’altra grande domanda a cui dare risposta sembra più o meno impossibile. Strettamente legata a quel ‘diventare una cosa seria’ di cui sopra. La partenza di Havertz non è stata sofferta soprattutto per un motivo: a Leverkusen erano stati previdenti e già da tempo avevamo trovato il suo rimpiazzo. Florian Wirtz, classe 2003, fatto esordire a maggio e protagonista per tutto il finale di stagione. Attualmente marcatore più giovane nella storia della Bundesliga, aspettando che Moukoko gli rubi il trono. Chi lo segue dalle giovanili sostiene che sia già più forte del classe 1999, ceduto al Chelsea per 100 milioni di euro bonus compresi.

In più, la partenza di Havertz ha permesso a Peter Bosz di tornare al suo primo vecchio grande amore calcistico: il 4-3-3. Sistema di gioco che aveva già proposto al momento del suo arrivo al posto di Herrlich nel gennaio 2019, con Havertz e Brandt proprio nei ruoli di mezzali. Posizioni nelle quali in questo periodo agiscono Florian Wirtz e Nadiem Amiri, giocatori che abbinano gamba e tecnica. Aspettando Kerem Demirbay, frenato ultimamente da qualche problema di natura fisica. Al momento, la disposizione trovata dal tecnico olandese riesce a esaltare le caratteristiche di tutti i giocatori. Lo dimostra il fatto che Alario e Schick siano pari modo decisivi: uno con i goal (otto), l’altro soprattutto dialogando con la squadra – anche se la porta l’ha trovata già in un paio di circostanze. Merito anche di Diaby e Bailey, che hanno finalmente trovato costanza di rendimento. Il talento non è mai stato in discussione.

E la difesa? Prenderanno una caterva di goal a partita… E invece è la seconda migliore di tutta la Bundesliga. Incredibile, vero? Solo il Lipsia ha subito meno goal del Bayer. Che ha il secondo miglior attacco dietro al Bayern e la seconda miglior difesa dietro al Lipsia. Eppure gli uomini sono sempre gli stessi. Anzi, i gemelli Bender e Tapsoba, apparenti certezze, hanno avuto problemi fisici. Nelle ultime due partite hanno giocato Tah e Dragovic. Sembrava paradossale, ma la coppia più improbabile, che fino a settembre era considerata quella di riserva (senza nemmeno dar troppe garanzie) si è rivelata affidabile. Peraltro l’austriaco si è anche messo a segnare. Passione condivisa con il connazionale Baumgartlinger, perno del centrocampo della capolista della Bundesliga. Impensabile. L’equazione più semplice del calcio, ma allo stesso tempo più difficile: equilibrio porta prestazione, prestazione porta risultato, risultato porta fiducia.

Il Bayer Leverkusen è una squadra che ha equilibrio, che riesce a chiudere le partite, che le controlla perdendo raramente il pallino, che sfrutta le occasioni in campo aperto. Che vince le partite. Soprattutto, non le perde: in Bundesliga è ancora imbattuta. Zero sconfitte, quattro pareggi, otto vittorie. Unica a non aver ancora perso. Perderà il primato contro il Bayern, come al solito. Probabile, ma non certo. Perché il Bayern ha il fiato corto, il Leverkusen invece sta bene. Nonostante in stagione  abbia affrontato anche un girone di Europa League impegnativo. Superato brillantemente con una sola sconfitta contro lo Slavia Praga. Un incidente di percorso. Bilancio totale, aggiungendo anche la DFB-Pokal: 14 partite vinte su 19. Dopo qualche pareggio di troppo all’inizio, il Bayer ha preso il ritmo. Dando importanza soprattutto alle sfide che negli altri anni non riusciva  a vincere, per un motivo o per l’altro.

“Per me la partita contro il Colonia e la vittoria contro una squadra di quel calibro è molto più importante della partita contro il Bayern Monaco. Il Bayern si affronta solo due volte all’anno. Squadre come il Colonia si affrontano molto più spesso”

Peter Bosz

Certo, probabilmente si tratta del classico momento positivo di un club in salute, solido, con un allenatore che riesce a impostare il proprio calcio e ha i giocatori giusti per farlo. Che comunque non è poco, per un club da sempre avvezzo agli alti e bassi. Oppure forse davvero il Bayer Leverkusen sta evolvendosi, sta portando avanti un percorso che lo può riportare fino alla Champions League. Una cosa è certa: se per caso dovesse perdere la prossima partita per 9-0, saremmo gli ultimi a stupirci. Perché il dna non si cambia. Forse…

Was für ein Spiel – Leverkusen-Hertha II 1993, una seconda squadra in finale di Pokal

hertha leverkusen 1993

La stagione 2001/02, senza dubbio, per il Bayer Leverkusen è stata quella più entusiasmante e, al contempo, più deprimente della sua storia. Le Aspirine, allora guidate da Klaus Toppmöller, ‘rischiarono’, infatti, di centrare il Triple, ma rimasero con un pugno di mosche in mano. Secondo posto, per un solo punto, in Bundesliga, dietro al Borussia Dortmund campione; finalista in Champions League, sconfitto dal Real Madrid grazie ad una magia di Zinedine Zidane; finalista in Coppa di Germania, battuto dallo Schalke 04. Scaviamo, però, con la memoria quasi fino ad un decennio prima, anno di grazia 1993. Qui troviamo il primo ed unico titolo del Bayer Leverkusen nella DFB-Pokal. In totale, il secondo titolo in 116 anni di storia unitamente alla Coppa UEFA vinta qualche stagione prima, nel 1988, nella doppia finale contro l’Espanyol (0-3, 3-0 e successo ai calci di rigore).

In quegli anni intercorsi tra la vittoria della Coppa UEFA ed il successo nella coppa nazionale, tanti piazzamenti mediocri in campionato e, va detto, anche la stagione 1992/93 non è che fosse andata meglio. Quinto posto in classifica, con l’esonero di Reinhard Saftig e l’arrivo in panchina del serbo Dragoslav Stepanović. Unica soddisfazione, i 20 gol di Ulf Kirsten, bomber dei rossoneri e capocannoniere del torneo.

L’ennesima annata anonima, dunque, per il Bayer Leverkusen, fino, però, a quel 12 giugno 1993 che diede una svolta, consentendo la qualificazione delle ‘Aspirine’ alla Coppa delle Coppe nella stagione successiva. Ma, come storia del club insegna, anche in quel caso la squadra del Nordrhein-Westfalen andò ad un passo da una figuraccia epica.

Bayer Leverkusen – Hertha Berlino II, la partita

Percorso netto, per il Bayer Leverkusen, dal 1° turno fino alla finale della Coppa di Germania. Nell’ordine, caddero le teste di ASV Bergedorf 85 (3-1), Kaiserslautern (1-0), VfR Heilbronn (2-0), Hertha Berlino (1-0), Carl Zeiss Jena (2-0) ed Eintracht Francoforte (3-0). Sei partite, sei vittorie, di cui ben 4 esterne, compresa l’ultima, importante, in semifinale a Francoforte.

L’avversario del Bayer Leverkusen, nella finale del DFB-Pokal, fu l’Hertha Berlino. Non, però, quello eliminato durante i turni precedenti, bensì la seconda squadra della compagine della Capitale. L’Hertha Berlino II, nella storia del calcio tedesco, è stata l’unica formazione riserve capace di raggiungere la finale della coppa nazionale, in quel fantastico 1993, nel periodo in cui i regolamenti l’hanno consentito, ovvero dal 1974 al 2008 (abbiamo approfondito il discorso nella nostra Guida alla Bundesliga 2020/21).

Caddero, sotto i colpi dei biancoblu, Heidelberg (3-0), VfB Lipsia (4-2), Hannover 96 (4-3), Norimberga (2-1) e Chemnitz (2-1). In finale, all’Olympiastadion di Monaco di Baviera, i capitolini vendettero cara la pelle, dimostrando di aver pienamente meritato di giocarsi quello storico match e quell’ambito titolo. In campo, nella fila dell’Hertha Berlino II, anche quel Carsten Ramelow, all’epoca 19enne, che avrebbe poi fatto parte dal 1995 al 2008 proprio del Bayer Leverkusen, divenendone una bandiera.

La partita, diretta da Markus Merk, fu dura, complicata, equilibrata. Lo strapotere tecnico dei Rüdiger Vollborn, Franco Foda, Christian Wörns, Martin Kree, Pavel Hapal, Andreas Thom e dello stesso Kirsten, in campo, non si vide. Un incubo, per le ‘Aspirine’, che già vedevano lo spettro dei tempi supplementari e degli eventuali calci di rigore contro una squadra che, all’epoca, militava nella terza serie del calcio tedesco.

Al 77’, l’episodio che cambiò le sorti dell’incontro ed il destino del Bayer Leverkusen. Conclusione di Ioan Lupescu, respinta così e così del portiere Christian Fiedler, riprese il pallone Thom che lo spedì, a palombella, nell’area piccola. Errore dell’estremo difensore in uscita, stacco imperioso di Kirsten e pallone nel sacco. Bayer Leverkusen-Hertha Berlino II 1-0. Con tanto di esultanza, rabbiosa e liberatoria, del capocannoniere della Bundesliga sotto la curva occupata dai suoi tifosi. Un goal decisivo per la Pokal, che Ulf Kirsten ci ha raccontato in esclusiva lo scorso luglio.

Non un match memorabile, senza dubbio, ma viste le contendenti in campo, lo svolgimento e l’esito in bilico fino alla fine, sicuramente una partita da ricordare.