📋 BundesCafé preview, 29ª giornata – Ex presenti ed ex futuri

29ª giornata Bundesliga 2020/21

La 29ª giornata di Bundesliga 2020/21 si apre subito con il grande incrocio tra Nagelsmann e l’Hoffenheim venerdì sera. Sabato fitto di partite con il Topspiel del turno tra Wolfsburg e Bayern Monaco e Hütter che fa visita al Gladbach, sua prossima squadra. Sempre alle 15.30 lo scontro salvezza tra Augsburg e Arminia Bielefeld. Alle 18.30 il derby più vicino della Bundesliga: Leverkusen-Colonia. Domenica Dortmund-Werder Brema chiude il turno, dopo il rinvio della sfida tra Hertha e Mainz a causa delle positività riscontrate nel club berlinese.

29ª giornata Bundesliga 2020/21
Il programma della 29ª giornata della Bundesliga 2020/21.

IN TV SU SKY 📺

Venerdì 20.30: RB Lipsia-Hoffenheim (can. 203)

Sabato 15.30: Wolfsburg-Bayern Monaco (can. 203)

Sabato 18.30: Bayer Leverkusen-Colonia (can. 203)

Domenica 15.30: Borussia Dortmund-Werder Brema (can. 205)

DA NON PERDERE 📌

Difendere il Meisterschale per arrivare a nove titoli consecutivi: questo è l’obiettivo del Bayern Monaco dopo la scottante eliminazione in Champions League contro il PSG. La lista degli assenti in casa dei bavaresi è lunghissima e Flick dovrà contare quasi sullo stesso 11 sceso al Parco dei Principi. La vittoria del campionato sembrava cosa fatta dopo il successo contro il Lipsia ma la squadra di Nagelsmann dista, ora, solo cinque punti. Il Wolfsburg arriva a questa partita dopo la sconfitta per 4-3 contro l’Eintracht ma la prestazione offerta dagli uomini di Glasner è stata comunque ottima: die Wölfe cercheranno di giocare un brutto scherzo ai campioni in carica. 

IL CONSIGLIO 👌

Il derby tra Leverkusen e Colonia è, forse, una delle rivalità più sentite in Germania. Le due squadre si affronteranno questo sabato alla BayArena ma die Geißböcke non dovranno fare molta strada nonostante giochino in trasferta. Una delle peculiarità di questo incontro, infatti, è la distanza che separa i rispettivi stadi delle due squadre: solo una ventina di chilometri. Un numero che posiziona Leverkusen-Colonia come il derby più “vicino” della Bundesliga. Il Rhineland derby è pronto ad accendersi.

L’OSSERVATO SPECIALE 👁

In settimana il passaggio di Adi Hütter al Gladbach è stato reso ufficiale: l’attuale tecnico dell’Eintracht si legherà ai Fohlen per le prossime tre stagioni. Il destino ha voluto che la prima gara del partente Hütter fosse proprio al Borussia-Park, lo stadio che lo vedrà sedere sulla panchina dal prossimo anno. La stessa sorte che toccò anche un altro ex allenatore dell’Eintracht: Niko Kovac. Il tecnico croato fu annunciato al Bayern Monaco proprio pochi giorni prima di affrontare i bavaresi all’Allianz Arena, e i dirigenti delle Adler non gradirono per niente l’annuncio prematuro. 

IL GRANDE ASSENTE ⛔

Si prospetta una settimana decisiva per il Werder Brema: nel giro di sette giorni, die Grün-Weißen avranno due partite difficili contro BVB e Union Berlino, più lo scontro diretto contro il Mainz. Nome tecnico dovrà giocarsi la permanenza in Bundesliga senza uno dei suoi uomini più importanti: Toprak starà fuori, probabilmente, fino al termine della stagione. Il difensore centrale non potrà quindi essere della prossima partita contro il Dortmund, sua ex squadra con cui ha firmato più di 50 presenze. 

L’EX DI TURNO 🔙

L’ex di turno non può che essere Julian Nagelsmann. Il tecnico prodigio affronterà l’Hoffenheim da dove tutto è partito, da dove nel 2016 gli fu data la possibilità di allenare die Kraichgauer con l’obiettivo salvezza tutt’altro che facile. Ma Nagelsmann, in tre stagioni, riuscì a portare in Champions League una piccola squadra come quella di Sinsheim. Tutte cose che sappiamo e che sono entrate nella storia. Le voci di un possibile trasferimento al Bayern Monaco dell’allenatore trentaquattrenne sono state smentite, per ora, dallo stesso tecnico: essere anche solo accostati alla panchina del Bayern Monaco è un risultato più che soddisfacente che dimostra l’eccellente lavoro svolto da Nagelsmann.

Il triplo addio di Hütter, Bobic e Hübner: all’Eintracht finisce un’era

Hütter eintracht

A febbraio 2021 il direttore sportivo Bruno Hübner e il responsabile dell’area calcistica Fredi Bobic hanno annunciato che la prossima estate lasceranno l’Eintracht Francoforte. A inizio aprile, è stato annunciato l’addio di Adi Hütter, che allenerà il Borussia Mönchengladbach per le prossime tre stagioni. Un triplo addio, che segna per le Adler la fine di un’era, impreziosita, oltre che da diverse partecipazioni all’Europa League, dalla vittoria in Coppa di Germania nel 2018 e dalla probabile Champions League dell’anno prossimo.

Hübner, un uomo che sa guardare lontano – Bruno, classe 1960, un discreto passato come attaccante al Kaiserslautern e al Wehen Wiesbaden è arrivato all’Eintracht nell’estate 2011, voluto dall’allora responsabile dell’area sportiva Heribert Bruchhagen. All’epoca Hübner era il ds del Duisburg, arrivato in quella stagione in finale di Coppa di Germania contro lo Schalke. E proprio mentre stava andando all’”Olympiastadion” Bruno riceve l’offerta. Che accetta. Un “sì” non scontato visto che l’Eintracht Francoforte era appena retrocesso in 2. Bundesliga. Tra le prime decisioni di Hübner, accento dell’Assia, modi cordiali e battuta sempre pronta, c’è quella di scegliere come allenatore Armin Veh, che riporta subito le “Aquile” in Bundesliga. Non sarà l’unico tecnico che l’ex attaccante, con un passato pure da allenatore al Wehen Wiesbaden, condotto per la prima volta in seconda divisione, farà. Per esempio è lui nel 2016 a impuntarsi, con il club dato quasi per spacciato su Niko Kovač, reduce da una non eccezionale esperienza con la Nazionale croata. Uno che sa scegliere allenatori e giocatori, ma soprattutto che li sa convincere, come quuando si è fatto una dozzina di volte Francoforte-Praga per portare Vaclav Kadlec in Assia. Un mago delle trattative, in entrata e in uscita, con la verve di un pokerista. “Un venditore con cuore” l’ha definito il Frankfurter Rundschau.

Bobic, contatti e scouting – Nel 2016, dopo la partenza di Heribert Bruchhagen, la dirigenza dell’Eintracht sceglie come nuovo responsabile dell’area sportivo Fredi Bobic, reduce da un’esperienza analoga allo Stoccarda. L’ex attaccante campione d’Europa con la Germania nel 1996 punta in primo luogo sul potenziamento del reparto scouting, con l’assunzione come responsabile di Ben Manga, già scout all’Alemannia Aachen, all’Hoffenheim e collaboratore di Bobic allo Stoccarda. Gli impiegati in quella sezione sono ufficialmente undici, anche se quelli che danno una mano sono di più. Un lavoro di osservazione che consente all’Eintracht di pescare bene, a poco prezzo in mercati poco battuti dalla concorrenza. In più Bobic, che parla spagnolo usa al meglio i suoi contatti per esempio al Real Madrid da cui sono arrivati Jesus Vallejo e Omar Mascarell e da cui è ritornato Luka Jovic. In più l’ex cannoniere dello Stoccarda è stato il dirigente che ha creduto di più in “Adi” Hütter, l’uomo che sta guidando l’Eintracht proponendo un gioco efficace ma anche divertente.

Una strategia che paga – Hübner, Bobic e la dirigenza delle “Aquile” hanno trovato un modo per avere una squadra competitiva, riuscendo anche a guadagnarci dal punto di vista economico (nell’era Bobic grazie al mercato sono stati incassati 170 milioni di euro). I due hanno puntato o su giocatori di prospettiva, come Jovic pescato in prestito nel 2017 dal Benfica B o Sebastién Haller arrivato dagli olandesi dell’Utrecht, o su calciatori che hanno qualità ma che sembravano essersi persi, come per esempio Ante Rebic. I prospetti vengono comprati a basso prezzo giocando in anticipo, mentre i giocatori di talento alla ricerca di una seconda possibilità vengono presi in prestito con un’opzione per l’acquisto. Lo scopo: rivenderli dopo averli valorizzati, alimentando un ciclo, che fino ad ora ha portato una Coppa di Germania e una semifinale di Europa League.

Il futuro altrove (ma non insieme) – Dopo aver creato una delle più interessanti e finanziariamente sostenibili società della Bundesliga, le strade di Hübner e Bobic si divideranno. Per Bruno non si prospetta al momento nessun ingaggio, visto che lui quando ha annunciato l’addio ha spiegato che non rimarrà come consulente e che si godrà la famiglia, compresi i figli Benjamin, Florian e Christopher, tutti calciatori, i primi due in Bundesliga con Hoffenheim e Union Berlino. Per Fredi, a cui la dirigenza delle Aquile, il 10 marzo ha però rifiutato la risoluzione del contratto, invece si prospetta una nuova sfida, probabilmente al Hertha Berlino, anche perché nella città dell’Orso vive la sua famiglia. Per l’Eintracht sarà interessante vedere chi saranno i loro successori: per Hübner si fa il nome di Ben Manga, che ha appena allungato il contratto con le “Aquile” per Bobic i nomi avanzati sono quelli di Christoph Freund, ds della Red Bull Salisburgo, Horst Heldt che da giocatore ha anche vestito la maglia dell’Eintracht, attualmente al Colonia, Rouven Schröder ex Mainz, Christoph Spycher ds dello Young Boys, che ha già lavorato con Hütter o Gelson Fernandes, ex dell’Eintracht. La maggior parte degli interessati però hanno già smentito. Un’ulteriore possibilità, molto realistica, potrebbe essere quella di accorpare i ruoli di Hübner e Bobic per affidarli a Ben Manga che intanto ha prolungato il suo contratto fino al 2026 con l’Eintracht.

Hütter, una scelta forse impopolare? – A conclusione della rivoluzione è arrivato anche l’addio dell’allenatore Adi Hütter, che ha scelto di legarsi al Borussia Mönchengladbach per le prossime tre stagioni a partire dall’estate. Può sembrare una scelta impopolare visto che il Gladbach rischia di non fare neanche l’Europa League l’anno prossimo, ma la rivoluzione dirigenziale a Francoforte porta incertezza tecnica e segna la fine di un ciclo. Sembra una scelta logica anche per il tecnico cedere il passo, passando su una panchina altrettanto importante. E poco male se l’anno prossimo non guiderà la squadra in Champions League: avrà altre occasioni per tornarci con i Fohlen.

Eintracht-Wolfsburg 4-3 è già la partita dell’anno in Bundesliga

Eintracht Wolfsburg 4-3

Più del Klassiker, più di Lipsia-Bayern, perché lì ce l’aspettavamo. Più di Bayern-Arminia, perché questa volta c’è stata anche una logica e non c’era la neve. Se avessimo scegliere la partita più bella dell’anno in questa Bundesliga 2020/21, anche se mancano 6 giornate dal termine, il voto può tranquillamente andare a Eintracht Francoforte-Wolfsburg 4-3.

L’anno scorso era uno scontro diretto per l’Europa League, fino a qualche anno fa addirittura per la salvezza. Quest’anno invece nel girone di ritorno è stata quarta contro terza. Le Adler a 53 (contando i tre punti conquistati oggi), il club della Volkswagen a 54. E nei 90 minuti del Waldstadion si è visto in tutto e per tutto perché queste due squadre siano nella zona Champions League e perché meritino pienamente di andarci. Mancano ‘soltanto’ 12 punti per avere la matematica certezza di non poter essere raggiunte da chi insegue.

Per la verità, nel 4-3 di Francoforte si è messo più in evidenza l’Eintracht che il Wolfsburg. Lo dice anche il risultato, che fino a pochi minuti dal termine era 4-2, prima che Philipp entrasse dalla panchina e ci regalasse un finale assolutamente equilibrato. Lo strapotere offensivo messo in campo dalla squadra di Adi Hütter è stato ancora una volta impressionante. Da quando il tecnico austriaco ha fatto all-in, la squadra ha cambiato passo. Qualche esperimento di moduli a inizio anno, poi il ritorno in pianta stabile a un’idea che parte da una difesa a tre ed un tridente. E quindi, ancora una volta, tutti dentro. La chimica è stata presto trovata.

Nelle ultime due partite, gli scontri diretti pesantissimi vinti contro Dortmund e Wolfsburg, si sono visti Durm e Kostic sugli esterni, Kamada sulla trequarti, André Silva e Jovic coppia d’attacco, più Younes alternativa sostanzialmente a chiunque. Senza dimenticare Aymen Barkok, anche lui in grado di giocare sia sulle corsie che centralmente. Hütter ha provato un po’ tutte le soluzioni e negli ultimi tempi tutte funzionano. E tutti rendono. L’Eintracht ha segnato 59 goal, soltanto il Bayern a 80 ne ha realizzati di più.

Eintracht Wolfsburg 4-3

Tranne Kostic, in Eintracht-Wolfsburg 4-3 gli altri quattro dell’attacco hanno segnato tutti. Ha aperto Kamada con un colpo da biliardo dal limite, poi un destro di pura potenza di Jovic, poi André Silva in uno-contro-uno con Casteeels, infine Durm di sinistro al termine di un flipper (con palo precedente sempre del portoghese).

Durm, André Silva e Kamada ci hanno pure messo gli assist. Kostic non avrà fatto parlare il tabellino – per una volta: il conto è di 4 goal e 11 assist – ma con le sue corse sulla sinistra è stato ancora una volta uno dei migliori in campo. Raramente non lo è da quando nel 2018 è arrivato a Francoforte, quasi sul gong del mercato. Invece sul tabellino ci è finito André Silva, due volte, con tutto il repertorio: un’accelerazione per armare il destro di Jovic sul 2-1, un goal di pura freddezza davanti al portiere per il 3-1.

Ormai il portoghese è una vera garanzia: il conto parziale è di 23 goal e 4 assist. Con lui si parte sempre da 1-0. Con Kostic, Kamada e Jovic è sostanzialmente 2-0. In più, Amin Younes, che nelle ultime sfide si è ritagliato un ruolo diverso partendo dalla panchina, ma che rimane uno dei grandi protagonisti della stagione del club dell’Assia.


Leggi anche:


Intensità. Quando i cinque davanti alzano il ritmo di quello che a tutti gli effetti è un modulo designabile come un 3-2-3-2, non ce n’è per nessuno. Chiedere all’Union Berlino che ne ha presi cinque di cui quattro in un tempo, oppure a Bayern e Dortmund, entrambe battute. Lipsia, Stoccarda (pareggi entrambi) e Werder (sconfitta) sono state le uniche non vittorie dell’Eintracht nel girone di ritorno. 12 successi nelle ultime 16 partite producendo la spaventosa cifra di 40 reti. Medie da Bayern Monaco. Dalla decima giornata in avanti, soltanto i campioni di tutto hanno fatto meglio degli uomini di Hütter. Di poco: due punti in più (43 contro 41) e quattro goal in più (49 contro 45).

Dall’altra parte il Wolfsburg. Che ci ha provato, ma contenere l’ondata è stato impossibile. Anche per una squadra che ha fatto della solidità difensiva il proprio cavallo di battaglia in stagione, compresa una striscia di 800 minuti consecutivi senza subire goal. E pensare che dopo 7 minuti Baku aveva fatto 0-1. Pareggiato un minuto dopo. Un paradosso, perché la mole di gioco prodotta da Weghorst è compagni è stata maggiore, ma ogni palla persa in mezzo al campo è stata fatale. L’Eintracht non è solido a difesa schierata, ma ha un pressing super efficace e un cambio di passo offensivo unico.

Se andiamo a fare il conto delle occasioni, sono stati gli uomini di Glasner a produrne di più, anche complici i calci piazzati sempre pericolosissimi di Maximilian Arnold. Il dato degli expected goals secondo ‘xG Philosophy’ è di 0.61 per i padroni di casa, 2.02 per gli ospiti. 8 a 21 i tiri totali, 6 key passes contro 17. E invece raccontiamo di un 4-3, la dodicesima partita in cui l’Eintracht ha guadagnato punti da posizione di svantaggio.

I meriti del Wolfsburg non possono comunque essere sminuiti. Ha prodotto tanto, soprattutto con Baku a destra, mostrando anche capacità di snaturarsi e giocare ad alta intensità senza abbassarsi. Dote che, unita a un’ottima capacità difensiva, ha portato i lupi al quarto posto. Al Waldstadion l’Eintracht ha fatto la cosa che gli riesce meglio: alzare il ritmo e segnare. Prendendo un margine di 10 punti sul quinto posto – aspettando Stoccarda-BVB e Hoffenheim-Leverkusen.

La lotta Champions è ancora aperta e incerta, tutto può succedere nelle ultime 6 giornate. Una certezza però potremmo già averla: difficilmente assisteremo a una partita più intensa e bella di Eintracht-Wolfsburg 4-3. Un Topspiel degno di questo nome.

Dortmund-Eintracht, la partita simbolo del fallimento del Borussia?

Dortmund eintracht 1-2

All’inizio della stagione, scommettere sulla mancata qualificazione in Champions League del Borussia Dortmund sembrava una mossa particolarmente ardita. Con Sancho e Haaland in grande crescita, con un 2020 chiuso in crescendo, tutto lasciava pensare che i gialloneri avrebbero lottato per il titolo con il Bayern Monaco. Magari non alla pari, ma quantomeno sarebbero stati nella scia dei campioni di tutto. Quando mancano 7 giornate piene al termine, la storia è diversa, perché in scia al Bayern c’è il Lipsia di Nagelsmann. Il Dortmund, invece, vede il quarto posto sempre più lontano: dopo la meritata sconfitta in casa con l’Eintracht Francoforte, i punti che separano i gialloneri e un posto nella massima competizione europea sono 7.

L’1-2 del Westfalenstadion riassume in novanta minuti (più abbondante recupero) tutto ciò che c’è stato di sbagliato nella stagione di Reus e compagni. A partire dal risultato: una sconfitta. Come una sconfitta sarebbe mancare la qualificazione alla massima competizione europea, quello che era l’obiettivo minimo dichiarato. Un fallimento. Non tanto per le ripercussioni economiche – anzi, il CEO Aki Watzke ha già fatto capire che i fondi in cassa ci sono e anche mancare la Champions non complicherà eccessivamente le questioni di bilancio – bensì per quelle tecniche. Perché il Dortmund senza un posto nell’élite dell’Europa rischia di perdere i pezzi pregiati.

Senza Champions League, infatti, pensare di trattenere Erling Haaland sembra quasi impossibile. Lo abbiamo visto in settimana: il suo agente Mino Raiola sta già facendo il giro d’Europa alla ricerca di offerte. Il DS Zorc aveva detto di essere tranquillo. La sua faccia distrutta dopo il goal dell’1-2 dell’Eintracht lo è un po’ meno. E lo stesso discorso potrebbe valere per Jadon Sancho, che già la passata estate sembrava molto vicino a vestire la maglia del Manchester United. Insomma, i due che dovevano trainare il Dortmund, con il talento e l’entusiasmo, rischiano di partire. E magari anche a prezzo di saldo. Questo si vedrà.

Intanto, c’è una corsa Champions da rimettere in piedi, anche se sembra svanita. Nella partita più pesante, nello scontro diretto contro l’Eintracht quarto, il Dortmund ha fallito sotto tantissimi punti di vista. Anche nei suoi uomini chiave. Lo stesso Haaland è stato uno dei peggiori in campo: ha avuto pochi palloni giocabili forse, ma quelli che ha avuto li ha spesso buttati via, comprese le due grandissime occasioni a tu per tu con Trapp nel primo tempo. Male anche Hummels, a parte per il goal segnato che ha ridato linfa. Soltanto Emre Can probabilmente si salva. Anche Marco Reus, fatto salvo per un paio di accelerazioni, è stato una grossa delusione.


Leggi anche:


Difficile comunque togliere la palma di peggiore in campo a Nico Schulz, autore dell’autogol che ha sbloccato tutto, ha sbagliato tutto ciò che poteva nella metà campo offensivo, ha anche perso dei palloni sanguinosi. Neanche i suoi compagni di difesa in realtà sono stati proprio reattivi sul goal dell’1-2 a tre minuti dalla fine. Un goal firmato da André Silva – il numero 22 della sua straordinaria stagione – su un cross al bacio di Filip Kostic, che ha giocato la solita partita fantastica. Mettendoci anche due cross dal fondo che hanno mandato in tilt la difesa di Terzic, dormiente. Il primo l’ha messo Schulz nella propria porta, il secondo l’ha messo Silva. 1-2, prima vittoria delle Adler al Signal Iduna Park dal 2010. Adi Hütter vede l’impresa vicina. La meritata impresa.

Forse giocarla con Sancho e Witsel avrebbe dato un senso diverso, ma sono considerazioni che lasciano il tempo che trovano. Le panchine di Meunier (l’erede di Hakimi sulla carta, ma regolarmente tra i peggiori in campo) e di Brandt (ultimamente tornato indolente) confermano anche mancanze a livello di rosa e di gestione delle risorse umane. Non si poteva chiedere la luna a Terzic, che ha preso il posto di Lucien Favre e ha cercato di dare un’anima a una squadra che l’anima sembrava averla persa. Le trame di gioco prevedibili, come al solito, unite alla paura nell’azzardare la giocata, non sono caratteristiche da squadra che merita la Champions League.

L’Eintracht apre un divario di 7 punti con 630 minuti di calcio ancora da giocare, divario che il Dortmund rischia di non riuscire a colmare. Sarebbe un disastro totale. Ma al momento sembra anche lo scenario più probabile. L’estate ci farà capire le prossime mosse. Intanto, in attesa di Marco Rose, il Dortmund ha soltanto un obbligo: vincere almeno la DFB-Pokal, visto che la Champions League contro il City sembra già un ostacolo insormontabile. In estate ci sarà tempo per ricostruire. Probabilmente, ripartendo dai cocci di una stagione che rischia di essere fallimentare. Nonostante Sancho, nonostante Haaland.

Il riscatto di Amin Younes: ai margini a Napoli, protagonista a Francoforte

amin Younes

Il pomeriggio del 28 gennaio 2018, sugli spalti dell’allora Stadio San Paolo, fa capolino quello che, da media e stampa locali e nazionali, viene annunciato come il nuovo acquisto del club partenopeo, Amin Younes. L’esterno offensivo tedesco in forza all’Ajax, sembra divertito in tribuna mentre il Napoli batte il Bologna 3-1, mantenendo la vetta della classifica di Serie A.

La piazza chiedeva rinforzi, ma il Napoli di Sarri, si sa, è una macchina perfetta nei suoi titolarissimi e lo spazio per le riserve è minimo. Il DS Giuntoli ha speso tutto il mese di gennaio per trovare un calciatore affidabile capace di dare respiro a Insigne e Callejon nel 4-3-3 sarrista. Prima Verdi del Bologna ha rifiutato il trasferimento all’ultimo minuto, poi il sondaggio per Politano, che negli ultimi giorni di mercato (a causa di un inserimento della Juve, si dice) resterà al Sassuolo per accasarsi successivamente all’Inter. Infine la scelta di Younes. 

Qualcosa però va storto. Amin passa le visite mediche, nonostante un infortunio che lo aveva tenuto fermo a novembre, ma la firma slitta. L’agente Nicola Innocentin spiegherà che il classe 1993 ha seri problemi familiari, col nonno ormai morente che risiede a Dortmund, a due ore da Amsterdam, e il ragazzo non se la sente di trasferirsi al Napoli. Altra versione, altrettanto se non più verosimile, racconta di un accordo saltato fra i due club, col giocatore in scadenza a giugno 2018 che si sarebbe potuto trasferire a parametro zero, e con l’Ajax che aveva richiesto un indennizzo di 5 mln di euro. De Laurentiis, dopo aver interpellato Sarri, il quale a chiare lettere aveva risposto di non sapere cosa farsene del giocatore tedesco di padre (ex calciatore) libanese, si è ben guardato dall’accontentare il club olandese.

Ironia della sorte, Giuntoli era talmente certo di questi tre calciatori, che nel giro di due stagioni tutti avrebbero vestito la maglia del Napoli, con alterne fortune (il solo Politano è ancora in rosa).

Già perché Amin Younes, da marzo 2018 in poi, dopo aver rifiutato l’ingresso in campo negli ultimi minuti di un Ajax-Herenveen 4-1, viene messo fuori squadra da ten-Hag.

In luglio, col placet del nuovo allenatore napoletano Carlo Ancelotti, si concretizza quindi il suo passaggio al Napoli a parametro zero, ma nel frattempo una lacerazione del tendine d’achille lo tiene lontano dai campi di gioco per 5 mesi.

Amin riappare nelle sessioni d’allenamento di Castelvolturno a piccole dosi da novembre 2018, un anno davvero orribile per lui. Lo si rivede al San Paolo, mentre il 2 novembre festeggia la vittoria del Napoli per 5-1 sull’Empoli. La piazza partenopea non sembra interessarsi particolarmente a lui, visto che la squadra sta appena appena acquisendo una nuova mentalità di gioco con Ancelotti, fatta di calciatori intercambiabili e pochissimi insostituibili, cosa che con Sarri non si era mai vista. Younes è di poche parole, ma manifesta tutta la sua approvazione per i metodi del Mister e non vede l’ora di scendere in campo, dato che, riferisce ai media locali, “il Napoli è la squadra giusta per me, costruisce molte occasioni e per noi attaccanti le opportunità di fare gol e assist in una partita sono molteplici”.

Sembra finalmente sorridere, d’altronde per chi lo conosce è un ragazzo solare, che nulla ha a che vedere con le polemiche sorte sul suo conto nell’ultimo anno. Parliamo di un calciatore che, con la sua grande abilità nel dribbling e nell’assist, era stato fra i migliori giocatori dell’Ajax nella stagione 2016/17, contribuendo al raggiungimento di una finale di Europa League e conquistando, con la Germania, la Confederations Cup 2017 (in nazionale conta in tutto 5 presenze e 2 reti).

In occasione di Napoli-Frosinone 4-0 nel giorno dell’Immacolata, Younes fa il suo esordio ufficiale a 20 minuti dal termine col risultato in ghiaccio, ma quantomeno ha la possibilità di riassaggiare il campo. Gioca col contagocce, ma c’è. Il 31 marzo arriva anche il primo gol, nella netta vittoria del Napoli a Roma. Ancelotti fa ruotare i suoi e, complice una qualificazione Champions ormai acquisita col secondo posto e il rapporto non idilliaco con capitan Insigne, Amin Younes trova sempre più spazio.

L’avventura di Re Carlo a Napoli si conclude però malamente nel dicembre 2019, e il subentrante allenatore Gennaro Gattuso non mostra particolare simpatia per il nostro Amin, che viene gentilmente invitato a cercarsi un’altra squadra. Younes chiude le due stagioni al Napoli con 21 presenze totali e 4 gol.

Complice lo slittamento dei campionati per la questione covid-19, il suo trasferimento ad altro club si concretizza in ottobre. A crederci è l’Eintracht Francoforte, col direttore sportivo Fredi Bobic che strappa un prestito biennale al Napoli. Younes deve riacquisire la condizione fisica ma è certo che, quando accadrà, il tecnico austriaco Adi Hütter gli concederà lo spazio che merita. 

All’inizio il suo inserimento nel sistema Eintracht sembra problematico. Dopo alcuni spezzoni di gara, ci si mette di mezzo anche il Covid-19 che lo tiene fuori fra novembre e l’inizio di dicembre. 

La squadra predilige le due punte, grazie all’ottima forma dell’ex milanista Andrè Silva e ai gol dell’olandese Bas Dost, specialista delle segnature ad un tocco, un grande opportunista. Cosicché alle spalle dei due centravanti, nel 3-4-1-2 di Hütter, c’è posto per un solo trequartista. L’uomo squadra, Filip Kostic, fantasista ed esterno serbo con la maglia numero 10 marchiata a fuoco sulla schiena, gioca nei quattro a sinistra, mentre lo slot di trequartista è appannaggio di uno fra il giapponese Kamada e il nazionale marocchino (nato a Francoforte e cresciuto nelle giovanili del club) Aymen Barkok, classe ’98 per cui Hütter stravede. 

A giocarsi il posto, come se non bastasse, arriva pure l’australiano Ajdin Hrustic, acquistato a fine settembre dal Groningen. Una batteria di trequartisti ed esterni offensivi che impone un cambio tattico all’allenatore austriaco. Younes comincia a vedere il campo più spesso a partire da metà dicembre, ma è con la cessione di Dost al Bruges che Hütter opta definitivamente per il 3-4-2-1, in modo da coinvolgere più calciatori tecnici (che mancano a centrocampo) alle spalle di Andrè Silva, in un sistema altamente creativo e sbilanciato in avanti. 

Qui Younes va a nozze. Ritrova esattamente ciò per cui è stato creato come calciatore: il gusto per il calcio offensivo, fatto di pressing altissimo e gegenpressing, verticalizzazioni improvvise, combinazioni rapide nello stretto e dribbling in isolamento sul lato sinistro (ne tenta oltre 6 ogni 90 minuti con una percentuale di successo del 67%, dati whoscored). La presenza dell’arrembante Kostic a sinistra è il classico “problemone” per le difese avversarie e davanti al portoghese Silva si stagliano praterie fin dentro l’area di rigore. 

Ok, il sistema è giusto. Amin Younes agisce nei due alle spalle della punta, coadiuvato il più delle volte da Barkok, e ritrova finalmente se stesso e il suo calcio. Amin entra nell’11 titolare e ci rimane ininterrottamente per sei partite, ovvero dal pirotecnico 3-3 del 15 dicembre col ‘Gladbach. Il primo gol arriva il 2 gennaio ed è decisivo per il momentaneo pareggio contro il Leverkusen, prima che un’autorete di Tapsoba assegni i 3 punti all’Eintracht. Si ripete in DFB Pokal ancora contro il Bayer, ma stavolta realizzando il gol della bandiera nella sconfitta per 4-1.

La centralità che Younes ha acquisito nel gioco del club di Francoforte è davvero incredibile. Tocca praticamente tutti i palloni dalla metà campo in su, punta l’uomo, cerca la conclusione da fuori area e batte tutti i piazzati e gli angoli a rientrare da sinistra, fascia di competenza in cui ama giocare a piede invertito, non disdegnando di accentrarsi per concedere la corsia al mancino di Kostic in sovrapposizione. Un tipo di gioco che ha permesso proprio al serbo di non attirare su di sé tutta la pressione della difesa, regalandogli più spazio di manovra.

Il mercato invernale di Bobic però non smette di regalare sorprese, col ritorno in prestito del bomber serbo Luka Jovic, reduce dall’esperienza poco felice al Real Madrid, club che l’aveva acquistato 18 mesi fa per 60 mln di euro. Proprio Jovic al suo esordio contro lo Schalke 04 è risultato decisivo, entrando in campo a metà secondo tempo e realizzando una doppietta. Ma non è stato Younes ad uscire col passaggio al 3-4-1-2, bensì Durm, dato che la partita era da vincere, con lo spostamento di Barkok a destra e Younes alle spalle delle punte. 

Adi Hütter, dopo il ritiro di capitan Abraham, che ha scelto di tornare in Argentina giocando l’ultima partita proprio contro lo Schalke (pur privo della passerella d’onore dei suoi tifosi al Deutsch Bank Park), ha comunque di che essere felice. Le frecce nell’arco cominciano ad essere davvero tante, e le soluzioni tattiche, almeno dalla trequarti in su, consentono di divertirsi senza pensare troppo a difendersi.

L’Eintracht è in piena zona Champions League e con un margine abissale sulla zona retrocessione. Reduce in Bundes da dieci risultati utili consecutivi, coincise con la centralità di Amin Younes, le Adler possono guardare con fiducia al prosieguo della stagione e, perché no, sognare l’Europa.

 

di Luca Sisto

Luka Jovic, il ritorno all’Eintracht e la necessità di ritrovarsi

luka jovic eintracht

Quando nell’estate 2019 Luka Jovic aveva lasciato l’Eintracht Francoforte per trasferirsi al Real Madrid per oltre 60 milioni di euro, il pensiero più frequente tra gli addetti ai lavori riguardava la perplessità sul prezzo e sul rischio del famoso one season wonder, il termine inglese che inquadra quei calciatori che imbroccano l’anno buono e finiscono nel dimenticatoio. 27 goal in 48 partite in una squadra di media classifica in Bundesliga sembravano un biglietto da visita sufficiente solo a tratti. Con il senno di poi, 18 mesi dopo, possiamo dire che i dubbi potevano avere solidi fondamenti, ma che allo stesso tempo – cosa ben più importante, da fanatici della Bundesliga – quelle incertezze mostrate nella Liga potrebbero permetterci di ritrovare nel massimo campionato tedesco uno degli attaccanti potenzialmente migliori della sua generazione.

In fondo, non prendiamoci in giro. Chiunque abbia seguito assiduamente l’Eintracht Francoforte e Luka Jovic nella stagione 2018/19 ha pensato almeno per un momento che quel numero otto potesse diventare un top in breve tempo. Non dubitiamo che il Real Madrid fosse tra quelli. E allo stesso tempo non dubitiamo che gli stessi Merengues abbiano accettato di buon grado di rimandarlo in prestito nel club che lo ha proiettato al top del calcio europeo. Certo in un contesto diverso (ci arriviamo), ma nello stesso ambiente e con lo stesso allenatore, Adi Hütter, colui che ha credito in lui più di tutti. Anche più di Kovac, che lo aveva lanciato in prima squadra l’anno prima, appena arrivato dal Benfica in prestito biennale con diritto di riscatto.

Ecco, il Benfica. In Portogallo Jovic aveva trascorso mesi complicati, un vero e proprio passo indietro rispetto alle aspettative che si era costruito alla Stella Rossa. Dove aveva debuttato a sedici anni e mezzo segnando il goal decisivo per vincere il campionato. Poi a Francoforte si è ripreso con gli interessi. Un paio d’anni nell’ombra, prima di ritornare il talento che aveva stregato la Serbia. E anche il Real Madrid, di cui sopra. Insomma, Luka Jovic è uno che sa cosa voglia dire affrontare periodi negativi e uscirne rialzando la testa fino a brillare di nuovo, praticamente quello che spera accada l’Eintracht che lo ha preso in prestito fino a fine stagione. Di certo, il classe 1997 ha qualcosa da dimostrare. Come sempre. Un serbo cresciuto in Bosnia, che dormiva in macchina per allenarsi, ha una certa tempra. Poco ma sicuro.

A Madrid è andato tutto storto. Soltanto due goal in 32 partite, tante critiche, tanta sfortuna. Di certo non è stato facile interpretare a vent’anni il ruolo di riserva di Karim Benzema, ovvero quello che probabilmente è stato il giocatore più importante del Real insieme a Sergio Ramos negli ultimi diciotto mesi. Complicato farsi trovare pronti senza avere continuità come l’anno prima. Un cambiamento un po’ troppo drastico, evidentemente, per un giocatore così giovane. Nonostante l’inizio fosse stato tutt’altro che negativo: da subentrato aveva approcciato bene i primi impegni. Anche se il pubblico del Bernabéu la buona volontà la apprezza solo a tratti. Di qualità, piuttosto, se n’è vista poca.

Anche a livello di gestione della propria immagine Jovic non è stato impeccabile. Durante la pausa dovuta al Covid-19, si è fatto immortalare abbracciato ad un amico durante un barbecue, contravvenendo alle regole base della prevenzione. Poche settimane prima aveva rotto la quarantena in Spagna per volare in Serbia, al compleanno della sua fidanzata. Si era parlato anche di un possibile arresto, ipotesi poi sventata. La fortuna non l’ha aiutato, visto che si è pure infortunato al piede. Non mentre si allenava a casa, ma perché era caduto dal balcone. Resta ignoto cosa stesse provando a fare. Quando si dice che uno la fortuna se la deve creare.

Anche per questo motivo, comunque, Luka Jovic ha scelto di tornare all’Eintracht Francoforte. Per rialzarsi di nuovo, per capire se ci sarà un posto per lui nel Real Madrid del domani. La risposta sull’oggi l’ha avuta e non è stata particolarmente piacevole. Anzi, è stata davvero una bocciatura quasi totale. Nell’Eintracht di oggi, invece, Adi Hütter non vede l’ora di affiancarlo ad André Silva e a Daichi Kamada. Non sarà forse un tridente esplosivo e quasi perfetto come quello che componeva con Haller e Rebic, ma certamente può tornare a illuminare il Waldstadion come succedeva un anno e mezzo fa.

Marco Russ, un simbolo dell’Eintracht Francoforte

marco russ

“Sarei stato felice di giocare due o tre minuti, ma la vittoria era più importante. I 3 punti sono preziosi per la valutazione dei diritti tv. Già essere in squadra è stato abbastanza per me”. In questa dichiarazione al termine di Eintracht-Paderborn, l’ultima della sua carriera, c’è tanto di Marco Russ. Il difensore centrale classe 1985 resterà comunque con l’amato Eintracht, come analista. La stima di società e compagni si è vista anche dalla richiesta dell’allenatore Adi Hütter di riunire in cerchio tutta la squadra al termine del match per salutare appunto Russ, insieme a Gelson Fernandes e Jonathan De Guzman.

Il percorso di Russ è un inno alla fedeltà: 328 presenze, undicesimo nella storia del club. Cresciuto nelle giovanili, di cui entra a far parte a undici anni, esordisce a diciannove con le Adler in Zweite e l’anno successivo in Bundesliga a marzo subentra nella gara contro il Duisburg al posto dell’infortunato Chris. Da quel momento gioca titolare fino al termine della stagione, compresa la finale di DFB Pokal persa contro il Bayern. Continuerà a essere al centro della difesa dell’Eintracht per tutta la carriera, a parte una parentesi di un anno e mezzo al Wolfsburg nella stagione 2011/2012, giocata dalla squadra di Francoforte in Zweite, e fino a gennaio 2013.

Il 2016 è l’anno più difficile per Russ. L’Eintracht grazie ad un buon finale di stagione coinciso con l’arrivo del nuovo allenatore Nico Kovac, subentrato ad Armin Veh, riesce a conquistare il play-out contro il Norimberga. Prima della gara di andata gli viene diagnosticato un tumore ai testicoli a seguito di un controllo antidoping. Deciderà di giocare lo stesso quella partita, da capitano, e nonostante segni un’autorete viene acclamato in modo commovente dal suo pubblico. La partita finirà 1-1 e le Adler si salveranno andando a vincere la gara di ritorno a Norimberga.

Dopo aver superato la sfida più importante torna a disposizione, a marzo 2017 nella sfida con il Friburgo. Resta in panchina e così il ritorno in campo avviene nella cornice dell’Allianz Arena, subentrando all’infortunato Makoto Hasebe. In realtà il rientro ufficiale era già avvenuto a fine febbraio nei quarti di finale di DFB Pokal (persa poi in finale contro il Borussia Dortmund di Thomas Tuchel), schierato da Kovac nel recupero per tenere l’1-0 contro l’Arminia Bielefeld.

Nel frattempo la dirigenza dell’Eintracht aveva deciso di rinnovargli il contratto. Le dichiarazioni successive di Russ riassumono tutto il suo amore per il club di Francoforte.

“Grazie a tutti, questa squadra è la mia vita. Sono contento e fiero di poter giocare qui per altri due anni, ringrazio la società e l’allenatore che in un momento come questo mi hanno dato fiducia. Chi mi conosce sa quanto sono legato a questa squadra che, tolta una piccola parentesi al Wolfsburg, rappresenta tutta la mia vita calcistica”.

Il rinnovo è stato il preludio alla stagione che ha portato alla vittoria più importante, la DFB Pokal del 2018. In questa competizione è pienamente protagonista: gioca titolare tutte le partite, semifinale inclusa. Non parte dall’inizio nella finale del 19 maggio a Berlino contro il Bayern, ma entra nel momento decisivo, a un quarto d’ora dal termine con il punteggio di 1-1. Rebic poco dopo e Gacinovic nel recupero regaleranno la quinta Coppa di Germania all’Eintracht e il primo successo da mettere in bacheca per Marco Russ.

Nelle due stagioni successive gioca pochissimo, 5 volte in Bundesliga e 5 in Europa League. Proprio il ritorno dei preliminari contro il Vaduz è la sua ultima apparizione in campo. La rottura del tendine d’Achille segnerà il resto della stagione, fino alla convocazione contro il Paderborn.

“Non posso non vedere che non ho giocato molte partite negli ultimi anni. Fisicamente sta diventando sempre più difficile per me, ad un certo punto devo ammettere che non ha più senso continuare”.

Anche nell’addio al calcio giocato dimostra tutta la sua lucidità. Ma resterà in società, perché l’Eintracht non può prescindere da una bandiera come Marco Russ.

Daichi Kamada: il salva-Eintracht viene dal Giappone

Daichi kamada

Daichi Kamada e l’Eintracht Francoforte hanno interrotto la maledizione. Le giornate 28 e 29 potrebbero essere ricordate come quelle della svolta per le Adler e per il fantasista giapponese. La squadra di Adi Hütter dopo cinque sconfitte consecutive è tornata a fare punti, prima con il pareggio in rimonta contro il Friburgo, poi con la vittoria negli ultimi minuti a Wolfsburg. Già il 3-3 contro la squadra della Brisgovia aveva dato fiducia, non solo per il modo in cui era arrivato, quanto per la mole di gioco e le occasioni create (ben 35 tiri verso la porta). I tre punti contro i lupi hanno rappresentato una conferma e una vera e propria boccata d’ossigeno verso la salvezza, in una stagione difficile iniziata con la cessione dei tre trascinatori dello scorso anno, Jovic, Haller e Rebic.

Il protagonista delle due gare è stato Daichi Kamada, trequartista giapponese classe 1996. Il suo gol del 2-3 al Friburgo, realizzato approfittando della leggerezza di Robin Koch, è stato il primo per lui in Bundesliga dopo 24 partite a secco. L’importanza è doppia se si calcola il peso specifico di quella rete. Ancora più decisivo il diagonale mancino su sponda di Bas Dost che ha regalato la vittoria a Wolfsburg a cinque minuti dalla fine.

L’Eintracht ha acquistato Kamada nell’estate del 2017 dalla squadra giapponese del Sagan Tosu, avendolo visto all’opera anche con la nazionale nipponica Under 23. La stagione 2017/2018 sotto la guida di Nico Kovac è stata molto positiva per la squadra dell’Assia, chiusa trionfalmente con la vittoria della DFB Pokal. Per Kamada invece è stato un anno di ambientamento: il futuro allenatore del Bayern lo ha fatto debuttare subito in Coppa di Germania al primo turno e in Bundesliga alla prima contro il Friburgo; poi altri due gettoni a settembre contro il Lipsia e a novembre contro il Leverkusen. Da quel momento nessun’altra convocazione e a fine anno il prestito in Belgio, al Sint Truiden.

Dopo la buona stagione nella Jupiler League Hütter l’ha voluto con sé in ritiro, anche se le voci di una possibile nuova partenza erano numerose. Kamada si è fatto largo nelle gerarchie, potendo giocare sia come trequartista dietro a due punte sia come mezza punta insieme a Kostic o Gacinovic alle spalle di un unico attaccante. Il giapponese è dotato di buon passo, tecnica, visione di gioco (certificata da 6 assist stagionali) e capacità di sacrificarsi per la squadra, caratteristiche che lo rendono una pedina utile nello scacchiere dell’allenatore austriaco.

Lo “zero” alla voce dei gol segnati in Bundesliga cominciava davvero a stare stretto anche a un giocatore generoso come lui. A maggior ragione se paragonato con quello che Kamada ha fatto in Europa League: 9 presenze con 2 assist ma soprattutto 6 gol, tra cui la doppietta all’Emirates all’Arsenal e la tripletta nell’andata dei sedicesimi di finale contro il Salisburgo.

Dopo l’incredibile stagione scorsa e un anno in altalena (a gennaio la crisi iniziale sembrava passata, poi le nuove difficoltà) l’Eintracht ora sembra essersi tirato fuori definitivamente dalla lotta per non retrocedere, a maggior ragione dopo la vittoria a Brema nel recupero della ventiquattresima giornata. Grazie ai goal di André Silva, sì, ma anche a quelli di Daichi Kamada. Arrivato dal Giappone per affermarsi in Bundesliga nella squadra di Makoto Hasebe: difficile immaginare una ‘guida’ migliore.