Europeo Under 21, i 👍 e i 👎 della Germania nella fase a gironi

Germania Europeo Under 21

I 👍 della Germania all’Europeo Under 21

Niklas Dorsch – Con la fascia di capitano sul braccio del suo compagno Arne Maier, si sente meno responsabilità addosso e gioca con più leggerezza anche palla al piede. La sua forza in non possesso non è mai stata in discussione e gli 8 contrasti vinti contro l’Ungheria, soprattutto recuperando all’indietro, lo confermano. Contro la Romania è salito in cattedra anche palla al piede, dimostrando di essere un giocatore di livello alto, più del nono posto con il Gent nella classifica del campionato belga. Un ritorno in Bundesliga in estate sembra ormai alle porte: se serviva una conferma, c’è stata. Unico neo: i due cartellini gialli, che gli costa la squalifica nei quarti.

Amos Pieper e Nico Schlotterbeck – i difensori centrali dell’Arminia Bielefeld e dell’Union Berlino (in prestito dal Friburgo) sono stati gli uomini chiave chiave in termini di movimento di palla: hanno toccato più palloni di tutti nei tre match mostrando ottima padronanza in palleggio, oltre che visione e buona capacità di tenere la linea alta, cosa che non sempre fanno nei club di appartenenza. Con il rientro di Mai verso la fase finale, Kuntz potrà contare su un’ottima gamma di scelta.


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I 👎 della Germania all’Europeo Under 21

Ismael Jakobs – Ce lo aspettavamo più avanzato, alla fine però Stefan Kuntz ha deciso – anche saggiamente – di alzare Ridle Baku sulla linea degli attaccanti. Una sola partenza da titolare, contro l’Olanda. Il testa a testa con il suo pariruolo Raum vede senza dubbio prevalere quest’ultimo, al netto della sua imprecisione sui cross. Jakobs ha sofferto particolarmente Teze nella partita contro l’Olanda. L’esterno del Colonia ha certamente pagato la sua poca abitudine a coprire la fascia come quarto di sinistra: nel club gioca più spesso come ‘quinto’ o addirittura come esterno più offensivo.

Mergim Berisha – Zero goal in tre partite non era ciò che ci si aspettava da uno da 16 goal stagionali con il Salisburgo. Certo i due legni con l’Ungheria gridano vendetta. Il problema però è che il numero 11 tedesco non ha mai avuto il guizzo decisivo, al contrario del compagno d’attacco. Soltanto qualche spunto sporadico, niente di più.

Finn Dahmen – Il portiere per questa Germania Under 21 era una sorta di punto debole annunciato: per l’Europeo Kuntz ha preferito il secondo portiere del Mainz al secondo portiere del Leverkusen (Grill) e dell’Eintracht Francoforte (Schubert). Già di per sé una condizione non proprio ideale. Aldilà della papera contro l’Olanda, unico goal subito nella competizione, il classe 1998 non ha trasmesso particolare senso di sicurezza. La coppia difensiva gli ha fatto correre pochi rischi ed è stata probabilmente una fortuna per la Germania.

I rimandati 🤔

Lukas Nmecha – Con 8 goal segnati è stato il miglior realizzatore della fase di qualificazione, nonché giocatore più utilizzato. Il numero 10 della Germania Under 21 ha chiuso la prima parte del suo Europeo di categoria con 2 goal all’attivo, giocando a tutto campo e dando sempre una soluzione di gioco. In più, segnando i goal decisivi: quello del vantaggio dopo un’ora con l’Ungheria, il pareggio pesantissimo con l’Olanda. Il rigore sbagliato con la Romania all’ultima partita rappresenta però un minus piuttosto evidente.

Ridle Baku – La doppietta e l’assist contro l’Ungheria nel quarto d’ora di semi-onnipotenza mascherano un Europeo Under 21 giocato molto sotto tono. 4 cross riusciti su 19 complessivi tentati, 4 dribbling su 9 e tanti errori non da lui.

Jonathan Burkardt – Molto meglio a partita in corso contro Olanda (assist) e Romania piuttosto che da titolare contro l’Ungheria all’esordio, anche per una questione di caratteristiche: la sua velocità nei finali di gara diventa letale. Il classe 2000 farà parte certamente anche del prossimo ciclo e avrà tutto il tempo per lasciare il segno.

🗒 2.Bundesliga Café, ep. 2 – Sale il St. Pauli, crolla l’Amburgo

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IN VETTA ALLA 2.BUNDESLIGA 📈

A guidare la classifica di 2.Bundesliga c’è ancora il Bochum di Thomas Reis, capolista solitaria grazie ai goal e alle giocate di Zulj, fin qui nettamente il miglior giocatore di tutta la 2.Bundesliga 2020/21. Al secondo posto l’Holstein Kiel, che prosegue con ottima regolarità nonostante non sia riuscito a vincere gli scontri diretti. Stesso discorso per il Greuther Fürth, finito a quota 43 complice anche un calendario difficile nelle ultime quattro giornate. Rimane al terzo posto l’Amburgo, in un momento nero (ci arriviamo…). Si vanno vedere negli specchietti il Karlsruhe che spera ancora, l’Heidenheim che si rilancia e poi il Fortuna Düsseldorf che cerca di riprendersi.

IN CODA 📉

Non si schiodano dall’ultimo posto i Würzburger Kickers, che hanno però vinto un’altra partita, la seconda nel 2021 e la quarta dell’anno. Vittima illustre: l’Amburgo. Cade al penultimo posto il Sandhausen, con soltanto 3 punti nelle ultime 5. La peggior squadra della Zweite al momento è però l’Osnabrück, che ha vinto la prima partita del 2021 contro l’Holstein Kiel e poi le ha perse tutte. Marco Grote è stato esonerato e al suo posto è arrivato Markus Feldhoff. Buon momento per il Braunschweig, che ringrazia anche Felix Kroos, fratello di Toni, che ha deciso lo scontro diretto col Sandhausen e tolto l’Eintracht dalla zona retrocessione. Poco più sopra il sempre pericolante Norimberga, Darmstadt e Regensburg.

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La classifica della 2.Bundesliga. Fonte: Sky

IL GIOCATORE DEL MESE ⭐

Tim Kleindienst aveva lasciato l’Heidenheim dopo il Relegationsspiel perso con il Werder Brema. Aveva scelto il Gent (come Dorsch) con l’ambizione di giocare la Champions League. Non è andata bene. A gennaio è tonato in prestito al suo vecchio club e gli ha fatto cambiare passo. Come? A suon di goal. 5 presenze, 7 goal, 3 vittorie e un pareggio con lui in campo. Ha saltato l’ultima coi Kickers, ma i sui compagni hanno comunque fatto il loro lavoro portando i tre punti. L’Heidenheim ha nuovamente sprintato. E il discorso promozione torna d’attualità.

LA SQUADRA PIÚ IN FORMA 🔥

16 punti nelle ultime 6 partite. Soltanto il pareggio col Karlsruhe ha fermato la striscia positiva del St. Pauli, che nel 2021 ha ottenuto 24 punti in 12 partite. Un ritmo da promozione, peccato che nelle precedenti 12 ne fossero arrivati soltanto 8. Trascinati dal duo d’attacco composto da Burgstaller e Marmoush, con il supporto dei centrocampisti Zalazar e il match winner del derby Kyereh, i Kiezkicker hanno cambiato passo e si sono assicurati almeno la permanenza per un altro anno in Zweite. La promozione sembra un discorso inarrivabile. Pensando a due mesi fa, però, va bene così.

 

LA SORPRESA 😯

La parabola negativa dell’Osnabrück di cui vi abbiamo accennato qualche riga sopra è certamente la sorpresa in negativo di quest’ultimo mese di 2.Bundesliga. Dopo 11 partite giocate, parlavamo della squadra di Marco Grote come uno degli allenatori più interessanti e dell’ex squadra di Thioune (ci arriviamo…) come la rivelazione del campionato. Invece qualcosa si è rotto, Grote ha perso il posto e la squadra ha una striscia aperta di nove sconfitte consecutive. 13 partite perse nelle ultime 16 giornate. E una situazione finita per precipitare. La priorità ora è una salvezza certamente non facile.

LA DELUSIONE 👎

Fino a fine gennaio non c’era alcun dubbio sulla stagione dell’Amburgo, che sembrava aver ritrovato la serenità necessaria per proseguire la corsa verso il ritorno in Bundesliga. Ad oggi, però, raccontiamo di una squadra che non vince da cinque partite, che ha conquistato solo tre punti, che è uscita sconfitta dal derby, che ha perso nuovamente van Drongelen per infortuni – si era infortunato nell’ultima giornata dell’anno scorso, è rientrato nel derby e si è rifatto male – che ha visto il proprio capitano Tim Leibold espulso per una spinta gratuita. Insomma, non ne sta andando bene una. Il solito Amburgo delle ultime stagioni di 2.Bundesliga. Altro fallimento in arrivo?

Bayern Monaco nella storia: è il secondo club di sempre a vincere tutto

Bayern Monaco

In principio, la Bundesliga, partendo da -4 al termine del girone d’andata e staccando il Dortmund sul finale. Poi, la DFB-Pokal, stendendo il Leverkusen in finale. Successivamente, il trionfo in Champions League sul PSG con il goal dell’ex Kingsley Coman. Poi la Supercoppa di Germania, decisa dal solito Kimmich dopo la rimonta del Dortmund da 2-0 a 2-2. Poi un’altra Supercoppa, quella Europea, al supplementare contro il Siviglia grazie all’intramontabile Javi Martinez. Infine, la ciliegina sulla torta, il Mondiale per Club battendo il Tigres. Il Bayern Monaco ha completato il grande slam. Ha vinto tutto. Tutto!

Nei giorni scorsi l’avevano chiamata “missione finale” sui social. Il viaggio in Qatar incastrato nel calendario tra un anticipo del venerdì con l’Hertha e un posticipo del lunedì con l’Arminia. Iniziato nel peggiore dei modi – con il ritardo aereo di cui vi avevamo raccontato – che aveva tolto un giorno di allenamento, necessario per recuperare dopo le fatiche di Berlino sotto la neve. Una sola sessione, prima e ultima verso la semifinale contro l’Al-Ahly. Decisa dal solito Lewandowski. Che magari di finali in sé non ne ha firmate molte con i suoi goal, ma se il Bayern Monaco è arrivato a giocarsi tutto è soprattutto grazie a lui. Alla fine, nonostante i forfait improvvisi di Boateng per la morte dell’ex fidanzata e di Müller per Coronavirus (così come Goretzka e Javi Martinez), la squadra di Flick ce l’ha fatta. Missione portata a termine. Sei su sei. Storia.

Soltanto una squadra nella storia era riuscita a raggiungere tale traguardo. Il Barcellona di Pep Guardiola nel 2009, in quello che fu il primo anno da capo allenatore del tecnico catalano, passato anche per Monaco tra il 2013 e il 2016. Si dice che Flick abbia preso appunti iniziato quei tre anni, nei quali era prima vice di Löw nella Germania e poi dirigente della federazione. Se però Pep al Barça era stata una scelta fortemente voluta e pronosticata, l’era Flick è iniziata dopo l’esonero di Kovac, del quale il tedesco era vice dall’estate.

Volevano un uomo che stesse vicino alla squadra, si sono ritrovati l’allenatore più vincente della storia delle club. Che ha superato anche il duo Heynckes-Guardiola: l’opera iniziata da Herr Jupp in primavera con le vittorie in Bundesliga, Champions League e DFB-Pokal non è stata portata a termine da Pep, che ha vinto sì la Supercoppa Europea e il Mondiale per club, ma non è riuscito a centrare il successo in Supercoppa di Germania, battuto 2-4 dal Dortmund di Klopp. Il Bayern Monaco di Hansi Flick, invece, ce l’ha fatta. Ed entra di diritto tra le squadre più forti di sempre.

Non soltanto Monaco: la Baviera e i suoi derby

derby Baviera

Norimberga-Ingolstadt non è stato solo uno spareggio tra  Zweite e 3. Liga lo scorso luglio, ma anche uno dei tanti derby di Baviera. Non solo Bayern contro 1860. Qui raccontiamo le altre sfide tra i club di una regione che in 57 anni di Bundesliga ha portato sette squadre in massima serie.

Bayern-Norimberga, rivalità dal sapore antico – I neocampioni di Germania e “Der Club” sono le due squadre più titolate di Baviera. La prima volta che si sono incontrate era il 1901 e fino al termine degli Anni Sessanta, il Fränkisch-Bayerisches Derby, il derby francone-bavarese era una sfida di vertice. L’ultimo incrocio è stata un’amichevole organizzata nel gennaio 2020 (5-2 per il Norimberga), mentre l’ultimo match ufficiale risale alla Bundesliga 2018-2019. In quell’ultima circostanza fu un pareggio per 1-1. “Der Club”, che è stato per quasi 60 anni la squadra tedesca più titolata prima di passare lo scettro proprio al Bayern, non batte i cugini bavaresi dal 2007, da uno 0-3, firmato Saenko, Schroth e Vittek.

Norimberga-Greuther Fürth, il derby della Franconia – Distano circa dieci chilometri uno dall’altra e addirittura nel 1912 le autorità locali proposero agli abitanti di Fürth di unirsi alla città vicina, con questi ultimi che rifiutarono. Norimberga-Greuther, disputatasi anche nella stagione 2019-2020 di Bundesliga, è il derby della Franconia, la zona della Baviera dove i due centri si trovano. Si è giocata tra campionato e coppe per 254 volte, a partire dal 1904, proprio negli anni dove sorse la rivalità, visto che a quell’epoca entrambe si giocavano regolarmente il titolo regionale e nazionale. È lo scontro diretto più disputato della storia del calcio tedesco. E quest’anno ha inguaiato il Norimberga.

Monaco 1860-Augsburg, sfide da record – Non si affrontano dal 2011, anno della storica promozione dell’Augusta in Bundesliga. I “Leoni” di Monaco, che nella loro città hanno sfidato nelle stracittadine il Bayern ma anche il semisconosciuto Wacker München, hanno una fiera rivalità con il FCA. Match appassionati, che portavano, anche per la vicinanza geografica delle due città, molti tifosi allo stadio. Il 15 agosto 1973, al quasi neonato “Olympiastadion” furono più di 80mila, un record per quell’impianto. Era la prima sfida ufficiale tra i due club ed era la Regionalliga Süd, la seconda divisione. È il massimo campionato in cui Monaco 1860 e Augsburg si siano mai incontrati, visto che non si sono mai affrontati in Bundesliga.

Ingolstadt, Augsburg e Jahn Regensburg, rivalità recenti – L’Ingolstadt, protagonista della sfida con il Norimberga, ha due “avversari” locali, dove la contrapposizione è sentita soprattutto dai suoi ultras, senza tuttavia episodi di violenza. Il primo è l’Augsburg, con cui ci sono stati anche quattro incontri in Bundesliga, tra il 2015 e il 2017, il secondo è lo Jahn Regensburg, con cui dà vita al “Derby del Danubio”.

Derby cittadini “dimenticati” – Al di là di Monaco, anche in altre città della Baviera, si sono disputate delle stracittadine. Per esempio a Würzburg, dove nel 1977-1978 si giocò in 2. Bundesliga Süd Würzburger FV e Würzburger Kickers o a Fürth, teatro nel 1996-1997 in Regionalliga Süd di Greuther- SG Quelle Fürth. Anche Augsburg e Ingolstadt ebbero i loro derby cittadini, rispettivamente tra TSV Schwaben Augsburg e BC Augsburg e tra MTV e ESV Ingolstadt. Ora non disputano più per una semplice ragione: quelle società si sono fuse tra loro dando vita ai club attuali.

Lo strano caso dell’Unterhaching – Tra tutte le squadre della Baviera una ha un rapporto particolare con i derby. È l’Unterhaching, espressione di un sobborgo di Monaco. Ha sfidato, sia il Monaco 1860 (anche nel 2019/2020 in 3.Liga) che il Bayern. E i campioni di Germania li ha pure battuti del febbraio 2001. 1-0 con gol di Mirosław Spiżak, dopo aver regalato il titolo un anno prima. Tuttavia la rivalità è soprattutto che il 1860, anche per la differenza di categoria con il Bayern.

Enzo Zidane all’Erzgebirge Aue: il mancato colpo più sorprendente

enzo zidane erzgebirge aue

Siamo abituati a vedere i calciatori scegliere le proprie squadre anche in base all’attrattiva della città, spesso optando anche per mete esotiche particolari. Decisamente meno abituale è vedere invece talenti che portano cognomi importanti scegliere squadre che hanno sede in città dove regna la calma piatta, piccole località di provincia di tradizione artigiana. Ecco perché possiamo tranquillamente affermare che quello di Enzo Zidane all’Erzgebirge Aue, una squadra di medio-bassa classifica della 2. Bundesliga, sarebbe stato probabilmente il trasferimento più sorprendente e assurdo dell’anno. Sì, Enzo Zidane, il figlio maggiore di Zinédine, non un omonimo. Il ragazzo cresciuto nel Real Madrid, che ha esordito in prima squadra segnando. Quello che più di tutti ha preso ispirazione di papà, anche a livello di posizione in campo.

Sembrava fantamercato. Per una realtà così piccola come quella di Aue, avere uno Zidane in squadra sembrava quasi un’assurdità. Anche soltanto per le implicazioni mediatiche. Parliamo di una cittadina della Sassonia di ventimila abitanti, ai piedi dei Monti Metalliferi, che ha ovviamente una grande tradizione. Si trova  un quarantina di chilometri da Chemnitz, l’ex Karl-Marx-Stadt. Di certo non un posto ricco di attrazioni. Un luogo tranquillo.

Eppure Helge Leonhardt, presidente del club, ha davvero provato a portare uno Zidane in città. Un colpo rumoroso a livello mediatico. Magari non a livello di talento, visto che la carriera di Enzo non è mai decollata: dopo l’esordio con il Real Madrid in Copa del Rey, con tanto di goal all’attivo, è stata fatta di tanto girovagare in prestito alla ricerca di sé stesso, provando a togliersi di dosso l’etichetta del ‘figlio di Zizou’. Deportivo Alavés (con esordio in Liga), Losanna, Real Majadahonda in seconda serie spagnola, Desportivo Aves in Portogallo, Almeria in seconda serie l’anno scorso. Sempre con il ruolo di comparsa.

“La trattativa è in uno stato molto avanzato. Abbiamo avuto varie conversazioni telefoniche con Enzo. Vuole giocare ad Aue. Il suo agente mi ha chiamato un mesto fa, così è iniziato tutto. Enzo vorrebbe lasciare Madrid e scappare dalle 40 telecamere che ha costantemente puntate addosso. È un gioiello che va perfezionato, qui lo possiamo fare, come abbiamo fatto con altri giocatori”.

Helge Leonhardt, presidente dell’Erzgebirge Aue, a Tag24

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La famiglia Zidane al Roland Garros. Fonte: Getty/OneFootball

La ricerca della tranquillità poteva portare davvero Enzo Zidane ad Aue, in una realtà di secondo piano della Zweite, ma che sta consolidandosi anno dopo anno. Dal 2003 è una presenza piuttosto fissa, salvo per un paio di retrocessioni. Si è stabilita nella zona medio-bassa della classifica, salvo qualche exploit come il quinto posto del 2011 o il settimo posto dell’anno scorso, dopo essere partita sognando addirittura la promozione.

E sì, stiamo parlando al condizionale perché, alla fine, il trasferimento non si è compiuto. Perché, secondo la stampa spagnola, Enzo Zidane non vedeva di buon grado il fatto che sui Monti Metalliferi avrebbe trovato una concorrenza troppo agguerrita da gestire. E ha preferito aspettare un’altra occasione mentre continua ad allenarsi con il Real Majadahonda.

In effetti Dirk Schuster, allenatore dall’anno scorso in Sassonia – il tecnico che qualche anno fa ha compiuto il miracolo Darmstadt portandolo fino in Bundesliga e poi raggiungendo una clamorosa salvezza grazie ai goal di Sandro Wagner – ha grande scelta in attacco. Alterna prevalentemente due moduli, il 3-4-3 e il 4-3-3, con le tre punte molto mobili che si possono disporre sia con un trequartista, con due fantasisti o due ali. Insomma, elasticità al potere. Anche perché la rosa lo permette.

Il nome più altisonante è quello di Florian Krüger, classe 1999 arrivato dallo Schalke che sta brillando (ve l’abbiamo segnalato nella Guida alla Bundesliga). Poi c’è l’azero Nazarov, che grazie alla nazionale si è fatto un buon nome internazionale. A loro si aggiungono specialisti della Zweite come Pascal Testroet, Jan Hochscheidt più l’ultimo arrivato Ben Zolinski, e il ‘dodicesimo’ Zulechner, l’uomo che entra sempre dalla panchina. Insomma la concorrenza sarebbe stata agguerrita. E vista anche la classifica che sorride all’Aue, difficilmente fattibile. Per questo Enzo ha ritrattato. Ha deciso di declinare. Anche se, probabilmente, ad Aue avrebbe trovato la tranquillità che cerca da tempo.

Dal rischio amputazione al ritiro: Julian Koch, l’ex promessa del Dortmund

julian koch

Provate ad immaginare di passare dall’esser considerato uno dei migliori talenti di tutta Germania al doversi ritirare a soli 29 anni con la maglia del Ferencváros, club ungherese famoso tra le altre cose per aver avuto tra le sue fila Flórián Albert pallone d’oro del 1967. Questa è quello che ha vissuto Julian Koch nell’arco di nove anni, dal 2011 ad oggi.

La sua storia comincia a Dortmund dove cresce giocando per tutte le squadre giovanili sino ad approdare in prima squadra dove ha debuttato nel 2010 a diciannove anni. L’avventura in giallonero dura il tempo di due presenze ufficiali e qualche bel ricordo da portarsi a casa. Da Klopp che ha creduto in lui promuovendolo in prima squadra al match giocato contro il Real Madrid dove ha marcato Cristiano Ronaldo: “Lo ricordo come se fosse ieriracconta a Goal Deutschland. Non ci credevo che la mia prima partita al Westfalenstadion sarebbe stata contro i Blancos. Nel prepartita ho chiamato tutti i miei amici per raccontarglielo. Del match in sé ricordo il boato del pubblico dopo aver vinto un contrasto aereo contro Cristiano“.

Nel 2011 in accordo con Klopp viene mandato in prestito al Duisburg allora in Zweite Liga per accumulare esperienza prima di tornare alla casa base. La stagione va alla grande, ma il 25 febbraio 2011 nel match contro il Rot-Weiss Oberhausen tutto inizia a crollare. In uno scontro con Dimitros Pappas al tredicesimo minuto, Koch si rompe i due legamenti crociati, il legamento collaterale ed il menisco. Un infortunio di cui Julian parla poco volentieri, solo ripensarci lo mette davanti ai fantasmi del passato. Con il greco non ci ha mai più parlato, ma non porta rancore verso di lui: “È solo sfortuna, il caso ha deciso che io non uscissi vincente da quel contrasto”.

Julian Koch
Julian Koch con la maglia del Mainz. Fonte: Getty/OneFootball

Il peggio però doveva ancora arrivare. Dopo il primo soccorso negli spogliatoi del Niederrhein, Julian Koch è tornato a casa in attesa di sottoporsi a risonanza magnetica nel successivo pomeriggio ma durante la serata ha iniziato ad avvertire un fortissimo dolore al ginocchio e suo padre, dopo aver consultato il medico sociale del Borussia Dortmund, ha la decisione di portarlo immediatamente al pronto soccorso. Mai decisione fu più azzeccata. Koch viene sottoposto immediatamente ad un’operazione d’urgenza ed al suo risveglio gli comunicano che per via delle fratture il sangue non stava più giungendo alla parte inferiore della gamba. Se fosse arrivato il pomeriggio seguente avrebbe subito l’amputazione dell’arto.

Una notizia del genere non è facile da ricevere e processare. Dopo quella operazione salvifica, Koch subì molti altri interventi per ricostruire il ginocchio sfiorando quasi la dipendenza da antidolorifici, come da lui dichiarato. La storia del giovane Julian sembra poter avere un lieto fine quando nel 2014 approda al Mainz e torna a giocare in Bundesliga sotto la guida di Thomas Tuchel – “il miglior allenatore mai avuto”, racconta sempre a Goal – ma l’avventura dura solo poche partite dopodiché inizia un altro giro di prestiti. St.Pauli e Fortuna Düsseldorf gli ridanno un posto da titolare in Zweite Liga e fino al gennaio 2017 resta in Germania. In quella finestra invernale arriva il trasferimento in Ungheria al Ferencváros a causa del poco spazio rimasto al Fortuna e da lì il ritiro.

Da grande promessa del Borussia Dortmund al ritiro a 29 anni. La carriera di Julian Koch è stata breve, anche troppo, ed ora sta cercando di rilanciarsi come allenatore. Attualmente guida la squadra Under 17 del Bochum e per tenere un contatto con il pallone gioca nella squadra del proprio paese in una lega amatoriale.

Tim Leibold, un terzino da 16 assist in un anno

tim Leibold

Cercare e parlare di alcuni dei lati positivi della scorsa stagione dell’Amburgo sembra effettivamente una beffa nella beffa. Però, dall’altro lato, è inevitabile. Anche perché i Rothosen ripartono proprio da questi. Dalle poche certezze costruite con Hecking, che ha lasciato la panchina e le responsabilità all’ex Osnabrück Daniel Thioune. Una di queste certezze, senza dubbio, è Tim Leibold, professione terzino sinistro. Probabilmente, il miglior giocatore della scorsa Zweite, nonché credibilissimo candidato per essere un titolare anche in Bundesliga.

Ci sono due dati, a livello statistico, che rendono l’idea di quanto sia stata valida la stagione del mancino classe 1993. Il primo: non ha saltato neanche un minuto della stagione. Mai sostituito, sempre presente, mai infortunato. 36 presenze su 36, 3300 minuti. Soltanto Hauke Wahl, difensore dell’Holstein Kiel, ha giocato ogni singolo minuto della sua squadra in stagione tra Bundesliga e Zweite, portieri esclusi. Il secondo: ha fornito 16 assist in stagione. Non c’è nessun altro difensore che abbia fatto meglio di lui nei massimi campionati europei.

Tim Leibold è una sorpresa solo relativa. L’Amburgo su di lui ha investito quasi 2 milioni di euro per strapparlo al Norimberga, con il quale aveva disputato la stagione 2018/19 in Bundesliga. Conclusa con la retrocessione, sì, ma anche con alcune buone prestazioni che aprivano buone prospettive. Come quella dell’HSV, una squadra di Zweite, ma che con la Zweite non ci azzecca molto. Offerta accettata al volo. Irrinunciabile la chiamata di Dieter Hecking, uno dei tecnici tedeschi più quotati. Premesse ideali per fare bene. Effettivamente così è stato. Epilogo di squadra a parte.

A Norimberga il nativo di Böblingen, casa dell’automobile Smart, ci era arrivato nel 2015, dopo due anni trascorsi in 3.Liga con la seconda squadra dello Stoccarda. Bravino per giocare in seconda squadra, non abbastanza per la prima. Anche perché la stazza è quella che è: un metro e 74, fisico leggero. Ma che velocità, e che piede mancino. Giocava in Oberliga con il Freiberg quando lo hanno acquistato gli Schwaben, con cui aveva già incrociato il percorso dai 7 ai 13 anni, nelle giovanili. Lo aveva voluto il club  insieme al fratello Steffen (imposizione di papà Leibold). Non si era rivelato sufficientemente forte. Così era tornato in provincia. Al Ditzingen, dove son passati tra gli altri anche Gnabry, Mandzukic, Bobic. Giocava con Leno e Karius e contro Götze, si è poi ritrovato nelle serie minori. Poi Freiberg, poi Stoccarda.

Nell’autunno 2013 tutto sembrava girare nel verso giusto. Convocazioni con la Germania Under 20, due panchine con la prima squadra. Gioie solo momentanee. Per l’esordio avrebbe dovuto aspettare il 2018 e il Norimberga. Perno della squadra di Köllner promossa, elemento imprescindibile sulla sinistra. Quest’anno ad Amburgo l’exploit. E gli occhi addosso della Bundesliga, di nuovo. Lo Stoccarda punterebbe a riportarlo a casa, ma al Volksparkstadion sono tranquilli: Leibold ha un contratto fino al 2023 e rientra ovviamente nei Thioune (ci mancherebbe). Anche se Boldt ha aperto a eventuali cessioni. Ci sarebbe anche un altro motivo che lo spingerebbe a rimanere ad Amburgo: la compagna Laura Winter, speaker di Radio Hamburg.

Di certo l’aria del nord della Germania gli fa bene. Mai aveva vissuto una stagione da così tanti assist. Il record precedente era di 3, per capirci. Ad Amburgo gli è stata concessa una libertà diversa di andare, giocare da ala aggiunta, senza altri uomini ad occupar la fascia. Oppure chi c’era tendeva ad entrare dentro al campo, come Kittel, Hunt o Jatta. Spazio al trenino Leibold, inarrestabile. Alla fine, inevitabilmente, inserito nella squadra dell’anno della Zweite. Senza il record assoluto: quello rimane a Pascal Groß dell’Ingolstadt del 2015. Poco male. Tim Leibold aveva un compito: non far rimpiangere Douglas Santos, passato allo Zenit. Ci è riuscito alla perfezione.

Da campione del mondo a epurato nel suo Hannover: la caduta di Zieler

Zieler hannover

Come si può passare, in soli sei anni, dalla conquista del titolo di Campione del Mondo all’avere attaccata sulla schiena l’etichetta di reietto? Benvenuti nel ‘fantastico’ mondo di Ron-Robert Zieler, portiere tedesco che ha legato il suo nome soprattutto all’Hannover. Passato dalle stelle alle stalle quasi in un battito di ciglia.

Nato a Colonia il 12 febbraio 1989, Zieler inizia a giocare presto a calcio nel Viktoria Colonia, salvo poi passare, a 10 anni, nel vivaio del club più blasonato della città, il Colonia. Lì resta fino al 2005, quando, a 16 anni, il Manchester United lo porta in Inghilterra per inserirlo nelle sue formazioni giovanili.

Sembra l’inizio di una carriera promettente e, in effetti, va detto, Zieler si fa apprezzare: debutta in prima squadra con i ‘Red Devils’ in una partita di coppa nazionale contro il Middlesbrough, disputa una stagione in prestito per farsi le ossa al Northampton Town e poi, nel 2010, per lui arriva la grande occasione di rientrare in patria da protagonista.

Lo acquista l’Hannover 96, che, con Zieler in porta, resta stabilmente nella parte sinistra della classifica in Bundesliga, disputa due volte l’Europa League, arrivando una volta persino ai quarti di finale della competizione europea. Nel 2012 Zieler fa parte della spedizione della Germania di Joachim Löw agli Europei in Polonia ed Ucraina, dove la Nationalmannschaft conquista la medaglia di bronzo.

La convocazione viene confermata anche due anni dopo, in occasione dei Mondiali 2014 in Brasile: anche qui, come due anni prima, Zieler è il terzo portiere tedesco, dietro Manuel Neuer e Roman Weidenfeller. Stavolta, la squadra di Löw si laurea Campione del Mondo, battendo, come noto, in finale l’Argentina per 1-0 grazie al gol nei tempi supplementari di Mario Götze. Per Zieler è l’apice della carriera.

Un successo storico, anche per il suo club. Zieler, infatti, è il primo giocatore nella storia dell’Hannover 96 a vincere i Mondiali con la rappresentativa tedesca. La sua parabola calcistica sembra impennarsi verso l’alto quando, nel 2016, dopo la retrocessione dell’Hannover 96 in 2. Bundesliga, il portiere, all’epoca 27enne, firma con il Leicester City, fresco Campione d’Inghilterra grazie alla mirabolante stagionale con Claudio Ranieri in panchina.

Costato 3,5 milioni di euro, nelle fila delle‘Foxes Zieler arriva, teoricamente, per fare il titolare visto che si parla, in quel periodo, molto di una partenza dell’estremo difensore titolare del Leicester, Kasper Schmeichel, figlio di Peter, ex leggenda del Manchester United. Alla fine, però, il danese resta al King Power Stadium e Zieler deve accontentarsi delle briciole: gioca appena 13 gare in tutte le competizioni, di cui 9 in campionato, per soli 1.173 minuti sul terreno di gioco.

Chiede ed ottiene la cessione, facendo così ritorno in Germania, dall’Inghilterra, per la seconda volta nella sua carriera. Lo Stoccarda lo acquista per 4 milioni di euro, ma in biancorosso sembra aver perso lo smalto dei giorni migliori: se la prima stagione è tutto sommato decente, con gli svevi che giungono al 7° posto nella classifica in Bundesliga, la seconda termina con un’inopinata e drammatica retrocessione, dove Zieler ha le sue responsabilità. Di lui si ricorda soprattutto un autogol, uno stop mancato su rimessa laterale diventato subito virale.

La caduta del portiere ormai è irrefrenabile: nell’estate 2019 il VfB lo svende, per 750mila euro, all’Hannover 96, dove Zieler torna convinto di rilanciarsi e di contribuire alla promozione della squadra a cui è rimasto senza dubbio più legato nella massima serie. Nulla di tutto questo: l’H96 arriva soltanto sesto, a 7 lunghezze di distanza dai playoff per la promozione e Zieler, che incassa la bellezza di 45 gol, si fa notare più per la sua scarsa vena che per le prodezze tra i pali.

La chicca avviene il 27 ottobre scorso, quando, sul campo del Karlsruhe, Zieler rimedia un’espulsione per una doppia ammonizione definire singolare è un eufemismo. Dopo aver incassato il primo cartellino giallo per perdita di tempo, il portiere rimedia il secondo per un pugno nelle parti basse rifilato, seppur per sbaglio, al difensore del KSC, Daniel Gordon, autore del gol del definitivo 3-3 al 95’.

Nessuna pietà da parte dell’arbitro del match, Guido Winkmann, per l’increscioso episodio che ha visto Zieler protagonista involontario ma in negativo. Uno dei tanti dell’ultima, sfortunata stagione del portiere che, una volta, in Germania alimentava dibattiti sull’eventualità o meno di confermare Neuer tra i pali della porta della Nazionale. E per il futuro? Zieler ha un contratto con l’Hannover 96 valido fino al 30 giugno 2024, ma in società non lo vogliono già più.

Martin Kind, Presidente del club, ne ha infatti stroncato le ambizioni di rivalsa parlando, di recente, ai microfoni della ‘Neuen Presse’.

“Se Zieler mi chiedesse consiglio, gli raccomanderei un trasferimento. Da noi non avrà più alcuna chance. Non avremmo neanche dovuto riprenderlo”.

Parole durissime, che sanno di chiusura netta, definitiva, nei confronti del ragazzo. Il quale, adesso, cerca una sistemazione.

Anche perché l’allenatore dell’H96, Kenan Kocak, ha eletto Michael Esser quale nuovo portiere titolare della squadra già da alcune partite. Dove può andare, a questo punto, Zieler? C’è stato un contatto recente con l’Union Berlino, poi, però, i capitolini hanno chiuso per Andreas Luthe, svincolatosi dall’Augsburg, e la porta di Köpenick, per lui, si è definitivamente serrata. Nelle ultime ore è spuntata fuori una soluzione che, però, avrebbe del romantico.

Horst Heldt, direttore sportivo del Colonia, infatti, ha ammesso l’interesse del club biancorosso per Zieler, che potrebbe far ritorno, una volta per tutte, a casa, nella sua città natale, per giocare con i Geißböcke in Bundesliga. Naturalmente, non da portiere titolare, poiché quello è il regno incontrastato di Timo Horn. Che Zieler trovi, però, qualcuno che gli offra l’ennesima possibilità di una carriera bruciata, suona alquanto affascinante. Specialmente se a casa ti vogliono ancora bene.

Aggiornamento del 13 agosto: Zieler è ufficialmente tornato a Colonia, in prestito per un anno.