La storia di Eugen Salomon: il fondatore del Mainz ucciso ad Auschwitz

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Per scoprirla nella sua interezza ci sono voluti più di 70 anni. È la storia di Eugen Salomon, uno dei fondatori del Mainz, club di Bundesliga. Una vicenda persa nelle nebbie di uno dei periodi più bui della Germania e dell’Europa.

Un borghese, amante del Gioco – Eugen, classe 1888, è il figlio di un tappezziere di Wörrstadt, nel nord del Rheinland-Pfalz, che nel 1900 si trasferisce insieme alla sua famiglia, una ventina di chilometri più a sud, a Mainz. Della sua gioventù si sa poco se non che il 16 marzo 1905 è al Cafè Neun, nel centro della città del carnevale, quando nasce il 1. Mainzer Fußballclub „Hassia“ 05. Sette mesi dopo, nell’ottobre 1905, nell’assemblea straordinaria di quella nuova società viene eletto presidente. Ha solo 17 anni, ma è sotto la sua guida che nel giugno 1906 il 1. Mainzer Fußballclub „Hassia“ 05 viene accolto nella Verband Süddeutscher Fußball-Vereine, l’associazione che raccoglie i club del sud della Germania.

Imprenditore e dirigente – Nella società biancorossa Salomon, che durante la Grande Guerra ha vissuto in Lorena, ci rimarrà per quasi 30 anni con diversi ruoli: come presidente, membro del board di presidenza e anche come sponsor, lui che negli anni Venti è prima il proprietario di varie aziende tessili e poi rappresentante di tessuti. Il club cambia, a partire dal nome (nel 1919 diventerà 1. Mainzer Fußball- und Sportverein 05) e dalle ambizioni. Dal 1920 in avanti il Mainz gioca con le migliori squadre della zona, compreso il grande Norimberga di Stuhlfauth e Kalb, già campione di Germania.

L’espulsione – A cambiare la storia di Salomon e degli ebrei tedeschi la salita al potere di Hitler nel gennaio 1933. Neanche tre mesi dopo, il 9 aprile, diversi club della Verband Süddeutscher Fußball-Vereine si schieravano a favore del nascente regime e si impegnavano a escludere gli ebrei dalle loro attività. Tra i firmatari non c’è il Mainz che però il 10 agosto, in un’assemblea straordinaria dei soci, decide di cacciare i suoi membri di religione ebraica, come Salomon, Carl Lahnstein o Erwin Drucker, quest’ultimo pure tesoriere del club.

L’esilio e la fine – Per molti anni la storia conosciuta di Eugen si era interrotta al 1933, alla sua cacciata dal Mainz. Successivamente alcuni storici locali hanno ricostruito il resto della vita del fondatore dei biancorossi. Già nell’estate 1933 lui e la sua famiglia, compresi i suoi due bambini sono fuggiti in Francia, dove hanno vissuto tra gli altri a Bourges, vicino a Orleans. Qui li coglierà nel 1940 l’invasione tedesca del Paese transalpino. I suoi connazionali lo arresteranno su delazione dei suoi vicini francesi nel 1942 e lo deporteranno prima a Drancy e poi nel novembre di quello stesso anno ad Auschwitz. Morirà il 14 novembre, probabilmente nelle camere a gas. Sua moglie Alice e i suoi figli Erwin e Alfred sopravviveranno. Uno dei suoi eredi si presenterà negli Anni Cinquanta al Mainz, raccontando che suo padre è morto, ma non specificando come.

La riscoperta e gli omaggi – Nel 2010 il nome di Salomon e la sua storia riemergono perché, mentre si sta costruendo l’attuale Opel Arena, i Supporters Mainz , il gruppo che raccoglie i tifosi dei biancorossi, vorrebbero chiamare con il suo nome, la Arenastraße, una delle vie vicine all’impianto. La proposta viene discussa e sarà accettata solo dopo mesi di dibattito. Il 5 marzo 2013, giorno del 125simo compleanno di Eugen Salomon, a Mainz in Boppstraße 64, dove l’ex presidente aveva abitato negli Anni Venti, vengono installate, quattro “pietre d’inciampo”, una per ogni membro della famiglia Salomon. Cinque anni dopo il volto di Eugen gli ultras lo porteranno in curva, per festeggiare i 130 anni dalla sua nascita.

Mercato, volti nuovi e guida tecnica: il Mainz ha ritrovato la speranza

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Negli ultimi anni è diventata ormai una certezza consolidata della Bundesliga. Il Mainz, in qualche modo, si è sempre riuscito a salvare. A volte anche brillantemente, a volte arrivando anche alle pendici dell’Europa League. Anche negli anni più difficili. Fino a fine 2020, però, nessuno dava credito al club della Renania-Palatinato per ottenere la salvezza in questa stagione. Sono bastate poche partite nel 2021 per far ritrovare la piena fiducia ad una squadra che ha subito tanti cambiamenti, sia a livello di guida tecnica, sia di dirigenza, sia a livello di rosa.

La prima, grande svolta è arrivata poco prima di capodanno. Un doppio ritorno graditissimo. Il primo, quello di Christian Heidel, capo della parte sportiva dal 1992 al 2016, protagonista assoluto nella crescita del club, compresi gli anni d’oro con Klopp e Tuchel, reduce da un’esperienza deludente allo Schalke e tornato nello stesso ruolo in cui ha reso grande il Mainz. Il secondo, quello di Martin Schmidt, allenatore tra il 2010 e il 2015 della seconda squadra e poi fino al 2017 della prima, che ha portato anche in Europa League – ce ne aveva parlato anche Donati nella nostra intervista esclusiva – tornato nel ruolo di direttore sportivo dopo le panchine brevi con Wolfsburg e Augsburg.

In più, insieme a loro, è arrivato anche il nuovo allenatore. Bo Svensson, uno che a Mainz conoscono bene come giocatore: è stato alla Opel-Arena dal 2007 al 2014, nell’era Thomas Tuchel, come difensore e occasionalmente anche come capitano. 122 partite per il danese, che dopo il ritiro è stato poi per anni vice di Schmidt o allenatore delle giovanili, prima di fare apprendistato per un anno e mezzo al Liefering, in Austria, nella squadra satellite del Salisburgo.

Una svolta totale, un nuovo corso che ha azzerato la gestione precedente di Rouven Schröder, ha chiuso il capitolo Beierlorzer-Lichte (molto deludente, per la verità) in panchina. Una mossa quasi disperata per il club, ma necessaria dopo il peggior avvio nella storia della Bundesliga. Causato anche da una situazione imbarazzante creatasi a settembre, con al centro Adam Szalai. La ciliegina sulla torta (si fa per dire), poi, è stata l’ultima partita del 2020: la sconfitta ai rigori contro il Bochum in DFB-Pokal, sbagliando tre rigori su tre e senza riuscire a segnare ai supplementari in superiorità numerica.

L’avvio di 2021 ha portato una ventata di aria fresca, soprattutto a livello morale. Nonostante un calendario difficile: Bayern, Eintracht, Dortmund, Wolfsburg, Lipsia. Tutte squadre attualmente tra le prime 7 della classifica. Nonostante questo, i nullfünfer ne sono usciti con 4 punti. Il pareggio meritato sul campo del Dortmund, ringraziando anche le parate di Zentner, ha portato fiducia, quella che ha poi permesso di arrivare fino alla vittoria contro il Lipsia. Giocando sempre un calcio di solidità e ripartenza, certo non un atteggiamento particolarmente spregiudicato. Con grande attenzione ai calci piazzati. Quelli che hanno portato alla vittoria contro il Lipsia, grazie a Moussa Niakhaté, uno dei senatori della squadra nonostante la giovane età (classe 1996) che ha segnato una doppietta.

Paradossalmente, il successo è arrivato senza l’uomo probabilmente migliore del Mainz negli ultimi due anni e mezzo, ovvero JP Mateta. L’attaccante francese aveva firmato l’unica vittoria ottenuta nel girone d’andata contro il Friburgo con una tripletta, ma ha scelto di andare in Premier League e legarsi al Crystal Palace. Svensson, comunque, ha sempre prediletto giocare con attaccanti più mobili come Onisiwo, Quaison o il giovane talento Burkardt. Variando spesso anche il modulo a seconda dell’avversario.

Le novità, comunque, non sono mancate anche nel mercato in entrata. Sono arrivati Dominik Kohr per dare maggior filtro a centrocampo e soprattutto Danny Da Costa per dare freschezza sull’out di destra, soprattutto in fase offensiva. Entrambi dall’Eintracht Francoforte, i vicini di casa e rivali. Il secondo ha già inciso con l’assist per Barreiro che ha permesso di battere il Lipsia.

Parola chiave: fiducia. Nonostante i punti ad oggi siano 17 dopo 22 partite, la corsa salvezza è comunque più che complicata, ma l’impressione di queste prime settimane di 2021 è che a Mainz tiri un’aria diversa. I volti nuovi hanno portato entusiasmo, nonostante la posizione complicata. Tempo al tempo. Di certo a Mainz di salvezze se ne intendono.

La crisi del Mainz: la peggior partenza nella storia della Bundesliga

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Pensiamo tutti (legittimamente) che la peggior squadra della Bundesliga sia lo Schalke 04. Inevitabile, con un bilancio di 3 goal fatti e 20 subiti in 6 giornate, con una striscia aperta di 22 gare consecutive senza mai vincere (peggio solo il Tasmania). Eppure se ci limitiamo alla stagione 2020/21 c’è chi sta peggio. Molto peggio. Perché almeno il club di Gelsenkirchen un paio di punticini li ha raccolti. Il Mainz, invece, è ancora fermo a zero. Fanalino di coda della classifica. Né una vittoria, né un pareggio. Solo sconfitte. Un incubo.

Per rendere l’idea: soltanto una squadra aveva iniziato la Bundes perdendo tutte le prime sei partite. Si tratta del Fortuna Düsseldorf della stagione 1991/92, che partì con sei sconfitte consecutive. Poi la vittoria per 4-3 contro il Wattenscheid diede il via a 12 partite in cui l’allora squadra di Rolf Schafstall ottenne cinque vittorie e quattro pareggi. Salvo poi tornare nel baratro e non vincere più fino all’ultima giornata. Finendo ultimo. E, ovviamente, retrocedendo in Zweite.

Il Mainz in Zweite ci è sceso soltanto una volta dopo la promozione del 2004 ottenuta con Jürgen Klopp: nel 2007, sempre con l’attuale tecnico del Liverpool in panchina. Sicuramente nella città del carnevale sono abituati a vivere sul filo: dopo l’exploit del 2016 e l’incredibile sesto posto, la squadra è sempre stata al di sotto della dodicesima posizione. Anche se si è sempre salvata. Negli anni precedenti, con Tuchel, si era stabilito a metà classifica. Quest’anno però sembra andare tutto storto.

Le premesse stagionali non sembravano così negative. Nonostante l’addio di Baku, l’arrivo di Kilian e la permanenza di Mateta e Niakhaté lasciavano tranquillo Achim Beierlorzer, subentrato un anno fa per portare il club alla salvezza. Peccato che la sua stagione sia durata solo due giornate. Tempo di perdere contro il Lipsia e lo Stoccarda, dopo aver passato il primo turno di DFB-Pokal vincendo 5-1 contro l’Havelse.

La decisione della società è arrivata dopo una settimana quasi surreale, nel quale i giocatori si sono uniti contro la decisione di spedire Adam Szalái nella seconda squadra. Una decisione che ha portato a uno sciopero: niente allenamento per rispetto dell’ungherese, un simbolo del club e un senatore dello spogliatoio. Che sarebbe stato reintegrato giusto qualche settimana dopo. Ma ormai la frittata di Beierlorzer e del direttore sportivo Rouwen Schröder era fatta. E lo spogliatoio ha subito il contraccolpo.

Non è ancora chiaro di chi fosse la decisione di tagliar fuori Szalái. Qualcuno insinuava fosse anche una questione di ingaggio, ipotesi respinta dalla dirigenza. Sta di fatto che in panchina ci è finito un quasi esordiente come Jan-Moritz Lichte, uno che ha fatto il vice ovunque e si è distinto facendosi un nome come uno dei migliori assistenti. E in effetti il Mainz prova a creare gioco, anche se fa fatica in fase di conclusione: soltanto 2.3 tiri in porta a partita, la peggiore della Bundesliga. Ma sbaglia. E subisce.

Gli errori difensivi e le amnesie della linea di centrocampo stanno costando carissimo a una squadra che non trova più la quadratura. Nonostante rispetto all’anno scorso abbia cambiato pochissimo. Poteva battere il Gladbach 2-1, ha finito per farsi rimontare e perdere 2-3. Contro il Leverkusen ha perso di misura per un goal di Alario. Anche contro l’Augsburg si è piegato solo nel finale.

I numeri sono impietosi: 5 goal fatti e 18 subiti. Solo Bielefeld e Schalke hanno segnato meno, solo lo Schalke ha subito di più. Ma almeno un paio di punti, al contrario dei nullfünfer, i knappen li hanno fatti. Lichte è già sulla graticola: di fronte ha un lavoro lungo e complicato. Anche se l’organico del Mainz sembra adeguato per sovvertire la situazione. E la sfida contro lo Schalke del prossimo weekend è la miglior occasione possibile.

Loris Karius all’Union Berlino: alla ricerca della sicurezza perduta

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L’ufficialità è arrivata lunedì, quando l’Union Berlino ha annunciato sui propri profili social l’arrivo in prestito di Loris Karius, reduce dall’ennesima stagione deludente, questa volta passata in Turchia. Le sue “gesta” sono ben note al grande pubblico, che, più che odiarlo, ha imparato a deriderlo, arrivando in alcuni casi a provare un vero e proprio senso di pietà per quella che a tutti gli effetti è stata una vittima dei propri errori.

Vittima perché la carriera di Karius, fino a quella finale di Champions League, era stata in continuo crescendo, tanto che si pensava che sicuramente sarebbe potuto diventare un valido portiere della Mannschaft di Löw. Dopotutto, di lui si diceva un gran bene sin dall’adolescenza, quando si era trasferito al Manchester City, dopo essersi affermato allo Stoccarda come uno dei portieri tedeschi più talentuosi della sua generazione. In Inghilterra tuttavia le cose non andarono come previsto, con Karius che dopo appena due anni decise di ritornare in Germania, dove firmò con il Mainz il suo primo contratto da professionista.

Con i Nullfünfer le prestazioni di Karius hanno probabilmente raggiunto l’apice, supportate anche da una continuità invidiabile, che gli ha permesso di diventare, nella stagione 2015/16, il secondo miglior portiere della Bundesliga, dietro solo all’alieno Neuer. Se si va a guardare i suoi numeri, infatti, ci si rende conto di quanto Karius sia stato in grado di fare la differenza: i 29 clean sheet ottenuti in 90 partite giocate sono veramente tanti, se si pensa che il Mainz era una squadra che poteva ambire al massimo ad un posto in Europa League, che non a caso arrivò all’ultimo (e migliore) anno di Karius in Germania.

Alla fine di quell’eccellente stagione, il portiere classe 1993 si trasferì al Liverpool per circa 5 milioni di euro, fortemente voluto da Klopp, che pensava di aver finalmente blindato il punto debole della sua squadra. Si era fidato del Mainz, il suo vecchio club, nonché del suo ‘discepolo’ Tuchel che lo aveva lanciato. Purtroppo si sbagliava: già durante il primo anno in Inghilterra Karius, a cui era stata data la numero 1, aveva perso il posto da titolare in favore di Mignolet, salvo poi recuperarlo nel corso della stagione successiva, quando diventò ufficialmente il portiere della Champions League. Le sue prestazioni furono in netta crescita e per un periodo, probabilmente, Klopp pensò di aver finalmente tirato fuori il meglio da quel promettente portiere tedesco, che faceva della leadership e dei riflessi felini la sua caratteristica migliore. La presa, però, aveva già mostrato qualche limite, che sarebbe definitivamente emerso nel momento più sbagliato: la finale di Champions League.

Il Liverpool era arrivato in finale al termine di un grande percorso e Karius era stato tra i protagonisti. La finale, però, come tutti ben sappiamo, non sarebbe potuta andare peggio e due papere, per quanto clamorose, hanno praticamente condannato la carriera di un portiere talentuoso e giovane, che, probabilmente, aveva il sogno di diventare grande con la maglia dei Reds, per poi esordire, un giorno, anche con la maglia della sua amata Germania. Purtroppo, da quel 26 maggio di due anni fa, la carriera di Karius ha conosciuto un’involuzione terribile, che lo ha portato ad essere considerato un portiere di fascia bassa, preceduto dalla fama delle sue papere, che, come lui stesso ha dichiarato, non lo hanno fatto dormire per più notti, perseguitandolo come degli spettri che, a due anni di distanza, lo seguono ancora. Nemmeno in Turchia Karius è riuscito a liberarsene.

E le sue scuse ai tifosi del Liverpool, pubblicate su Instagram a nemmeno 24 ore dalla fine della partite, suonano profetiche:

“Sono infinitamente dispiaciuto per i miei compagni di squadra, per voi tifosi e per tutto lo staff. So che con due errori ho deluso tutti. Vorrei solo tornare indietro nel tempo, ma non è possibile”.

Purtroppo Karius aveva ragione: sarebbe stato meglio tornare indietro nel tempo. Ora, però, è iniziata una nuova avventura con l’Union Berlino, che ha sicuramente dimostrato di crederci ancora. La salvezza dei berlinesi, infatti, passerà tutta dai guantoni del portiere tedesco, che già alla sua prima partita incontrerà il suo passato, quando ancora era considerato una giovane promessa del calcio tedesco. Solo per questo motivo, Union Berlino-Mainz sarà una partita da guardare con grandissima attenzione. In attesa di capire se Karius potrà giocarsela dal primo minuto o dalla panchina, dietro a Luthe.

Dal caso Szalai a Beierlorzer: un pasticcio al Mainz

Szalai Mainz

Un destino ancora incerto. È quello che attende l’ungherese Ádám Szalai, attaccante 32enne del Mainz, messo fuori rosa dai biancorossi e protagonista di una vicenda, che ha turbato il già non tranquillo ambiente del club che è stato anche di Jürgen Klopp . Ecco cosa è successo.

Szalai, non uno qualunque – Il capitano dell’Ungheria a Mainz non è un calciatore qualsiasi. È stato sotto la guida di Thomas Tuchel delle stagioni più importanti della storia del club. Lui, insieme a Lewis Holtby e ad André Schürrle, era uno dei Bruchweg-Boys, il trio che faceva impazzire le difese della Bundesliga e che mandava in delirio i tifosi biancorossi con la sua esultanza che imitava quello di un gruppo rock, chitarra alla mano. Tre anni, un primo gol in Bundesliga segnato al Borussia Dortmund e un’ultima stagione da 13 reti che gli erano valsi la chiamata dello Schalke 04 nel 2013. Poi Ádám, classe 1987, a Mainz ci è tornato nel 2019, senza però lo stesso impatto della prima esperienza. Nella stagione scorsa ha infatti realizzato solo un gol.

Un inizio di stagione anonimo – Con queste premesse è iniziato il 2020-2021 del calciatore ungherese, che vorrebbe accumulare minuti anche in vista di una possibile partecipazione della sua Nazionale agli Europei del 2021. Szalai, che ha un condizione migliore rispetto ai suoi compagni di reparto, gioca a metà settembre nel primo turno di Coppa di Germania, segnando il gol d’apertura nella vittoria dei biancorossi contro il TSV Havelse. L’attaccante non è stato convocato nell’esordio stagionale in Bundesliga, la sconfitta esterna 3-1 contro il Rasenball Lipsia.

La comunicazione e lo sciopero – All’indomani del ko con i “Tori” la dirigenza del Mainz comunica che Szalai non fa più parte della rosa della prima squadra. Mercoledì al magiaro viene impedito di prendere parte alla sessione atletica con gli altri giocatori e viene invitato ad allenarsi individualmente. I suoi compagni si rifiutano di scendere in campo e hanno un confronto, secondo qualche osservatore abbastanza animato, con il tecnico Beierlorzer. A nulla valgono i tentativi di mediazione del direttore sportivo Rouven Schröder.

La conferenza stampa “chiarificatrice” – Una mossa, quello dello sciopero, che coglie di sorpresa la dirigenza dei biancorossi che giovedì 24 settembre convoca una conferenza stampa. È un modo per la società della città del Carnevale di spazzare via ogni dubbio e di dare la propria versione dell’accaduto. Secondo il ds Schröder il tecnico Beierlorzer avrebbe già comunicato a inizio stagione che Szalai non sarebbe stato nei suoi piani, soprattutto per la decisione di puntare sui giovani. In più la dirigenza nega che l’esclusione sia legata, come riportavano alcune indiscrezioni, alla questione della riduzione degli stipendi a cui il magiaro si sarebbe opposto, ribadendo al contrario come l’attaccante si sia battuto per questa misura.

Szalai con l’Under23, Beierlorzer esonerato – Dopo lo sciopero di mercoledì i giocatori del Mainz hanno ripreso la preparazione per il match contro lo Stoccarda, perso poi per 4-1. Con loro non c’era Szalai che è stato aggregato all’Under 23. A differenza della società che gradirebbe una sua cessione, la punta dell’Ungheria non sta cercando una nuova squadra, come ha riferito il suo procuratore Oliver Fischer al sito del quotidiano tedesco Bild e anzi spera di tornare ad allenarsi con i suoi vecchi compagni, che nel frattempo non sono più guidati da Beierlorzer, esonerato dopo il ko con lo Stoccarda, ma dal suo vice Jan-Moritz Lichte. Il 28 settembre il legale di Szalai, l’avvocato Markus Schütz ha iniziato un’azione legale contro il Mainz al Tribunale del Lavoro della città, chiedendo il suo reintegro in rosa. Fino al 5 ottobre il club potrà controbattere, mentre l’8 ottobre è fissata un’udienza. Dove si potrebbe decidere il futuro, almeno quello immediato del magiaro.

Come la crisi potrà incidere sulla Bundesliga

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È ormai chiaro che se il campionato tedesco riprenderà lo farà soltanto a maggio e con ogni probabilità comunque a porte chiuse. Per l’economia in generale l’impatto della crisi sanitaria legata al Coronavirus è già oggi e sarà ancor di più in futuro molto rilevante e non ne saranno immuni nemmeno i club sportivi, come riporta nel dettaglio il ‘Kicker’. La crisi per le squadre di Bundesliga rischia di essere un colpo durissimo: si stima che soltanto ogni match casalingo a porte chiuse porti ad un mancato incasso tra il milione e mezzo e i due milioni e mezzo di euro a partita. Tutti quindi stanno già ragionando sui tagli agli stipendi, a partire dai calciatori che in questi giorni stanno annunciando riduzioni o sospensioni. Ma vediamo chi tra i club di Bundesliga rischia di più e chi può ritenersi più tranquillo.

Bundesliga in crisi: i club che rischiano di più

Il Paderborn è una delle società più a rischio. Si prevede una potenziale perdita di circa 10 milioni di euro, cifra significativa per un club che già normalmente non naviga nell’oro. A febbraio sono iniziati i lavori di ammodernamento della Benteler Arena: è facile ipotizzare che potranno slittare.

Anche a Mainz la situazione si prospetta difficile. Il club non è particolarmente solido dal punto di vista economico e il ‘Kicker’ stima che abbia in sospeso 15,7 milioni di euro dai diritti tv. Lo slittamento potrebbe davvero essere un brutto colpo per die Nullfünfer.

L’Union Berlin, come anticipato dal Presidente Zingler, è in preoccupata attesa. La squadra berlinese dipende infatti in maniera pesante dai diritti tv, che rappresentano poco meno del 50% delle entrate complessive. Nel frattempo, i calciatori han deciso di rinunciare allo stipendio.

Anche l’Augsburg pur avendo un avanzo pregresso dipende fortemente dai diritti tv e dagli incassi della WWK Arena, la cui somma nel bilancio 2018/2019 è di circa 60 milioni.

I club che rischiano di meno

Il Fortuna Düsseldorf è una delle società più tranquille. I conti sono in ordine e i costi di gestione sono tra i più bassi della categoria.

L’Eintracht Francoforte potrà avere delle perdite sensibili, valutate intorno ai 20 milioni solo per i diritti tv. Ma le cessioni in estate dei big Jovic, Haller e Rebic hanno creato un tesoretto tale da poter ammortizzare le perdite.

Il Colonia non avrebbe problemi, il patrimonio netto di 38 milioni di euro fa dormire sonni (relativamente) tranquilli ai Geißböcke.

L’Hoffenheim è forse il club che insieme al Bayern avrebbe meno problemi, peraltro al di là della presenza dell’ormai famoso Dietmar Hopp, che non contribuisce personalmente dal 2011. I numeri parlano da soli: 60 milioni di euro circa di profitti negli ultimi quattro esercizi finanziari, al netto dei quasi 130 milioni incassati dal mercato.

Anche a Wolfsburg le eventuali perdite dovrebbero essere compensate senza grossi problemi dalla buona solidità costruita negli ultimi anni.

È interessante capire perché il Bayer Leverkusen non rischi nonostante la crisi. L’accordo interno è che la società Bayer 04 Fußball GmbH (in Italia SpA) debba trasferire gli utili alla società madre, la Bayer (la casa farmaceutica); allo stesso tempo però la Bayer partecipa alle perdite e rappresenta lo sponsor principale, anche dello stadio. Quindi se non andrà in difficoltà la società farmaceutica non ci saranno problemi neanche per la squadra.

La buona gestione economico-finanziaria e l’ottimo lavoro fatto anche sul mercato da Max Eberl consentono una discreta tranquillità anche al Borussia Mönchengladbach.

Come detto a inizio marzo da Hans-Joachim Watzke il Borussia Dortmund ha abbastanza riserve per sopravvivere, anche grazie all’aumento di capitale avvenuto a gennaio, raddoppiato da 30 a 60 milioni di euro.

Il Bayern Monaco è ovviamente il club tedesco con la maggior forza economica. Sono quindi da sottolineare due dichiarazioni dei dirigenti bavaresi. Innanzitutto quella del Presidente Herbert Hainer, che dice dell’unità di intenti all’interno della DFL: “(questa crisi) è un’immensa sfida, che tutti possiamo affrontare soltanto insieme”. Qualche giorno dopo Rumenigge è stato ancora più netto, annunciando che i club più ricchi (Bayern, Dortmund, Lipsia e Leverkusen) hanno messo a disposizione 20 milioni per aiutare le società di Bundesliga e di Zweite più in difficoltà. “In questo periodo così difficile – ha detto Rumenigge – è giusto che i club più forti aiutino i più deboli.

I club in attesa

Schalke, Friburgo, Hertha e Werder Brema si può dire che siano in una posizione intermedia. Ad oggi sono economicamente in salute, ma molto dipenderà dal protrarsi della situazione di emergenza. Interessante la decisione dell’Hertha di creare subito (ancora prima della decisione di fermarsi) un gruppo di lavoro che sta monitorando costantemente gli effetti della crisi sulla Bundesliga.

Il Lipsia invece merita un discorso a parte. La società come si sa è solida (lo dimostra anche il contributo messo a disposizione dei club più in difficoltà), ma le dichiarazioni di Mintzlaff lasciano un punto interrogativo: “Chiunque crede ancora che Red Bull possa tappare ogni buco non ha ancora capito la nostra situazione“.

 

Da Palermo alla Bundes: Quaison è la star del Mainz

Quaison

Se c’è un aspetto sul quale si è contraddistinto in positivo il Palermo di Zamparini è la capacità che i rosanero dimostravano ogni anno di investire su giovani sconosciuti o quasi che di lì a poco sarebbero diventati vere e proprie stelle. I casi più eclatanti sono Paulo Dybala, Edinson Cavani o Javier Pastore, ma l’elenco potrebbe essere ben più lungo. Robin Quaison, nato nel 1993 in Svezia da papà ghanese e mamma svedese, è un esempio del modus operandi della società siciliana di quel periodo. Arriva a Palermo nell’estate del 2014 dall’Aik a vent’anni (ne avrebbe compiuti ventuno a ottobre) e il nuovo Direttore Sportivo Franco Ceravolo lo inserisce in un reparto offensivo di alto livello accanto ai più quotati Abel Hernandez, Franco Vazquez e ai giovani Paulo Dybala e Andrea Belotti.

Quaison come previsto all’inizio ha bisogno di un po’ di tempo per ambientarsi in una realtà così diversa da quella di provenienza. Ma l’11 gennaio 2015 allo stadio Artemio Franchi di Firenze sembra possa essere la svolta della sua giovane carriera: Iachini lo inserisce al 52° al posto di Maresca per provare la rimonta (i rosanero erano sotto 2-0) segna una doppietta in due minuti, al 59′ e al 61′ (vale la pena rivedere gli highlights…). Finirà 4-3 per i viola, ma i segnali per l’attaccante sono incoraggianti.

Gli Europei Under21 in Repubblica Ceca l’estate di quello stesso anno sembrano essere un’ulteriore conferma della forza del ragazzo. È infatti tra i protagonisti dell’inaspettata vittoria della Svezia (la prima nella storia degli scandinavi), segnando in semifinale contro la Danimarca e giocando bene nella finale contro il Portogallo vinta ai rigori. C’è da aggiungere che il suo rapporto con la Nazionale, anche quella maggiore, ha continuato ad essere molto positivo negli anni: 7 reti in 15 presenze rappresentano un ottimo bottino.

A Palermo però dopo la prima stagione di ambientamento le cose non sono andate appieno come sperato e come il primo anno faceva presagire. Gioca tanto, 47 presenze in Serie A in una stagione e mezza, ma segna davvero poco, 5 gol in tutto.

È vero che per caratteristiche si tratta di una seconda punta di movimento, che rende meglio con accanto una punta di peso, ma anche il primo anno e mezzo a Mainz il numero di reti è stato troppo basso per un giocatore che di ruolo fa l’attaccante.

La svolta avviene nella scorsa stagione di Bundesliga, quando nel 4-3-1-2 di Sandro Schwarz compone un trio molto ben assortito con Jean-Paul Boetius trequartista e Jean-Philippe Mateta punta di peso. Quaison si muove bene intorno a Mateta, spaziando con Boetius su tutto il fronte d’attacco. Inoltre incide in zona gol in modo molto più efficace rispetto alle annate precedenti, chiudendo con 9 reti (7 in Bundesliga e 2 in DFB Pokal) e 4 assist (3 in Bundesliga e 1 in DFB Pokal).

Quest’anno a livello personale sta andando ancora meglio: gli 11 goal segnati ad oggi significano già record in una stagione e siamo solo all’inizio del girone di ritorno.

Per il Mainz invece finora è stata una prima parte di Bundes complicata. Dopo il buon impatto del nuovo tecnico Achim Beierlorzer (9 punti nelle prime 5 della sua gestione) quattro sconfitte consecutive hanno riportato i Nullfünfer in piena zona retrocessione, confermando le difficoltà soprattutto in fase difensiva peraltro già venute a galla sotto la gestione Schwarz.

Restano però delle certezze, su cui l’ex tecnico del Colonia sa di doversi aggrappare: l’attacco e in particolare la coppia Mateta-Quaison. Perché il giovane ragazzo visto a Palermo è diventato grande e ora da promessa si è finalmente trasformato in certezza. E la tripletta decisiva di Berlino contro l’Hertha, la seconda stagionale dopo quella firmata contro il Werder Brema a  dicembre, ne è l’ennesima conferma: Quaison vuole salvare il Mainz. E ha tutto per riuscirci.

La straordinaria crescita di JP Mateta

Mateta

Negli ultimi anni le squadre di Bundesliga di bassa classifica hanno riservato una particolare attenzione a ciò che succede nelle seconde divisioni dei top campionati europei. Spesso hanno pescato dalla Championship o dalla Segunda División, così come dalla Ligue 2. Da qui in particolare ha attinto il Mainz nell’estate 2018, andando a comprare uno degli attaccanti migliori della categoria: Jean-Philippe Mateta. Aveva appena chiuso una stagione da 17 goal (vice-capocannoniere del campionato) in prestito al Le Havre, ma con il cartellino di proprietà del Lione, che lo aveva acquistato nel 2016 dallo Chateauroux per oltre 4 milioni.

Con l’OL Mateta era riuscito a esordire in Ligue 1, ma è stato in seconda divisione che è riuscito a emergere e distinguersi come un attaccante dal gran potenziale. Tanto da convincere il Mainz a farne l’attaccante titolare in una squadra alla ricerca di una salvezza tranquilla dopo molti anni di sofferenza. Risultato: dodicesimo posto e 43 punti, salvezza tranquilla, miglior risultato delle ultime tre stagioni. E, in proiezione, anche meglio di quella in corso. Nella quale però il classe 1997 francese non ha ancora lasciato il segno tanto quanto vorrebbe per problemi fisici. L’importanza di Mateta per i nullfünfer si evince anche da questi dettagli.

Lo scorso anno Sandro Schwarz gli ha dato immediata fiducia, nonostante fosse approdato in un campionato nuovo e soprattutto in un categoria superiore. E anche nonostante la concorrenza di Anthony Ujah, uno che la Bundesliga la conosce e ci ha giocato 125 partite. Eppure Mateta ha subito dato la sensazione di poter essere l’uomo giusto nel miglior contesto possibile. In una squadra che tendeva a giocare in ripartenza, il numero 9 ha saputo essere il punto di riferimento avanzato in grado sia di allungare la squadra attaccando la profondità, sia di farla respirare.

Non è infatti sbagliato definire l’ex Lione un attaccante potenzialmente completo. Naturalmente ha ancora margini di miglioramento e probabilmente è tutt’altro che pronto per un top club, ma l’aspirazione e le caratteristiche lo possono portare anche molto in alto. All’apparenza sembra il classico centravanti soltanto fisico, ma in realtà nonostante le sue lunghe leve ha un’ottima coordinazione, sia quando si tratta di gesti tecnici che quando si tratta di correre. Ha un fisico imponente, supera i 190 cm di altezza, ma non ha ancora imparato ad usarlo al meglio: raramente impone uno strapotere sotto questo punto di vista.

Gioca comunque molto meglio fronte alla porta che spalle alla porta, anche perché tende ad essere molto più un finalizzatore che un giocatore in grado di avere visione di gioco e dialogare con i compagni – nonostante i 3 assist messi a referto nella scorsa stagione. Il numero che però interessa è un altro, quello dei goal segnati: 14. Piuttosto equamente distribuiti tra piede destro, piede sinistro e colpi di testa. Anche se molti in situazione di contropiede, come predilige giocare il Mainz: molti di questi li ha condotti anche lui. E no, vedendolo non si direbbe. Anche se la base tecnica è discreta. E, come tutto il resto, certamente migliorabile.

Quest’estate, dopo aver fatto una discreta figura all’europeo Under 21. con la Francia, ha rimediato un grave infortunio al menisco che lo ha tenuto fuori fino a dicembre. Con il 2020 ha ritrovato anche la maglia da titolare. Ora è a quota due goal in 5 partite, ma punta ad aumentare. il suo bottino per riuscire a tenere il nuovo Mainz di Beierlorzer in Bundesliga per un’altra stagione. Anche se il suo nome è accostato al Napoli e probabilmente seguito da altri club. Potrà cambiare la maglia (nonostante Schröder, Ds del Mainz, abbia smentito), ma non cambieranno i miglioramenti. Quelli mostrati in un anno in grande crescita, la stessa che punta ad avere anche in questa seconda parte di stagione.