L’addio di Jérôme Boateng: la mela della discordia tra Flick e il Bayern

jerome boateng

Sebbene le prestazioni in campo siano comunque di alto livello, al netto di qualche risultato magari poco soddisfacente ma comunque giustificabile dalla spaventosa serie di infortuni, nelle ultime settimane la situazione in casa Bayern Monaco non è mai sembrata essere rose e fiori. In Germania si è parlato molto del rapporto tra Hansi Flick e Hasan Salihamidzic, i quali sarebbero arrivati ai ferri corti per diverse divergenze di vedute. Divergenze che hanno poi causato probabilmente la volontà di Flick di andare via a fine stagione. Una di queste riguarda anche il futuro di Jérôme Boateng, che da giugno non sarà più un giocatore del Bayern. Una decisione che il club ha pubblicamente dichiarato come chiara per tutte le parti e presa consensualmente, ma che in realtà sembra che non sia stata particolarmente gradita dall’allenatore.

Dalla promozione di Hansi Flick a capo dello staff tecnico, il 32enne difensore centrale ha recitato un ruolo da protagonista nei ranghi del club bavarese. Complice anche la rottura del crociato di Niklas Süle nell’autunno nel 2019, il campione del mondo è diventato il compagno di reparto e partner ideale di Alaba in mezzo. I due si conoscono da un decennio e sono stati le prime scelte nel ruolo. Anche perché il nativo di Berlino ha ritrovato continuità fisica: al netto di qualche leggero acciacco muscolare, è sempre stato a piena disposizione. Conosceva bene Flick, visto che aveva lavorato con lui in nazionale dal suo esordio nel 2009 fino al punto più alto, la Coppa del Mondo vinta in Brasile nel 2014: Jérôme Boateng in campo al centro della difesa e a volte come terzino, Flick come assistente (o forse qualcosa d più) di Joachim Löw.

La coppia si è riformata al Bayern e i risultati non dobbiamo certo stare qui noi a ricordarli. Boateng è sempre stato protagonista, è diventato una prima scelta. Meglio: è tornato ad esserlo. Una situazione paradossale, se pensiamo che sia nel 2018 che nel 2019 sembrava essere davvero prossimo all’addio. Quell’addio che prenderà forma senza dubbio al termine di questa stagione. Decisione già presa, già pubblicamente comunicata dallo stesso direttore sportivo Hasan Salihamidzic, prima della partita con il PSG.

La stampa tedesca ha rivelato che la scelta, già maturata nelle scorse settimane, è stata comunicata al classe 1988 la mattina stessa della partita, dopo la rifinitura. Tempismo rivedibile secondo Flick, che nella conferenza stampa dopo il 2-3 dell’Allianz Arena non si è mostrato particolarmente conciliante.

“Non risponderò a questa domanda. Devo rispondere professionalmente, ma non devo rispondere a tutto e non voglio. Devo recitare. Anche recitare fa parte del mestiere”.

Anche lo scorso 16 marzo, alla vigilia della sfida di Champions League con la Lazio, Flick aveva parlato della situazione di Jérôme Boateng, anche in questo caso mostrandosi non del tutto sereno.

“Nessuno mi ha detto niente, per cui non posso dire niente. Sta facendo una buona stagione, così come la scorsa”.

Se facciamo un altro passo indietro, tornando al 22 novembre, troviamo un altro vero e proprio endorsement del tecnico nei confronti del suo giocatore.

“L’anno scorso ha raggiunto un livello a cui pochi pensavano di vederlo ancora. Non si può perdere un giocatore così”.

Sembra chiaro che, fosse stato per Flick, il futuro di Boateng sarebbe ancora in Baviera per almeno un altro anno. La politica del Bayern la conosciamo: i veterani si confermano finché sono valori aggiunti. Anche Neuer e Müller hanno dovuto dimostrare di essere tali per guadagnarsi il prolungamento fino al 2023. Il centrale berlinese invece, nonostante sia stato un elemento fondamentale della squadra che ha vinto il treble – il suo secondo, visto che era anche titolarissimo nel 2013 – non vedrà il suo contratto prolungato nemmeno di un altro anno.

A settembre saranno 33. Quest’anno va per i 3000 minuti in campo, bottino che ha sfiorato anche l’anno scorso. Se andiamo a vedere i precedenti negli scorsi anni, il Bayern ha prolungato di un anno i contratti di Ribéry e Robben quando erano in una situazione ben più delicata a livello fisico: nell’ultima stagione il francese a 36 anni ha giocato circa 2000 minuti, l’olandese a 35 la metà. Quei rinnovi erano stati condizionati anche dal fatto che né Gnabry né Coman sembrassero pronti da subito per essere gli eredi e avessero bisogno di un altro anno di apprendistato, nonostante la grande fiducia che ha riposto da subito il club in entrambi. Mossa che col tempo si sarebbe rivelata vincente. Senza dimenticare che senza l’infortunio al crociato probabilmente Sané sarebbe arrivato in Baviera un anno prima.

Nella sua lunga carriera, Jérôme Boateng al Bayern ha anche dimostrato di essere un assist-man formidabile. 

Nella difesa del Bayern di oggi e domani la situazione è invece diversa. Alaba se ne andrà per volontà propria, ma il sostituto è già in casa e si chiama Lucas Hernandez. In più è già stato acquistato Upamecano, che comporrà con il suo connazionale la coppia titolare a partire dall’agosto prossimo. Con alternative l’ormai esperto Niklas Süle e il giovane classe 2002 Tanguy Nianzou, più Benjamin Pavard qualora dovesse arrivare un altro terzino destro (probabile), mentre a sinistra Alphonso Davies avrà probabilmente come vice Omar Richards, in arrivo dal Reading, o lo stesso Hernandez.

Spazio per Boateng? Poco, almeno sulla carta. Karl-Heinz Rummenigge lascerà il ruolo di CEO a fine anno a Olive Kahn, ma ha sempre dichiarato di volere una rosa composta da 16-17 giocatori ‘titolari’, più i giovani da aggregare a rotazione. Un piano che quest’anno sembra essere abbastanza saltato, come vi avevamo già raccontato a inizio stagione. Forse proprio per volontà di Flick, che si era lamentato della rosa troppo cosa. Non è neanche da escludere che il Bayern abbia imparato dai propri errori, specialmente considerata la situazione economica che affligge il mondo e ovviamente anche il calcio. Il famoso fondo cassa da cui attingere non è più così gonfio come un anno e mezzo fa ed effettuare dei ‘tagli’ sembra una mossa logica a livello finanziario.

Una decisione del genere sarebbe implicata dal fatto che Jérôme Boateng sia considerato un surplus. Un avanzo, una risorsa non necessaria nell’economia di squadra del Bayern Monaco. Valutazione tecnica di Hasan Salihamidzic e della dirigenza bavarese, che chiaramente Hansi Flick non ha condiviso. Nel braccio di ferro, il board ha evidentemente optato per stare con Brazzo. Vien facile immaginare che il tecnico si sia sentito messo da parte, che abbia sentito declassato il suo punto di vista. Non particolarmente usuale per un allenatore che ha appena vinto ogni competizione a cui ha preso parte. Insomma, l’addio di Boateng sembra ciò di più vicino al mitologico pomo della discordia. Che potrebbe poi aver causato la dipartita anche di Flick.

Senza avere sotto mano i conti e le previsioni di bilancio del Bayern Monaco, è complicato capire se davvero l’ingaggio di Boateng non fosse più sostenibile. Se però la dirigenza ha voluto prendere così tanto tempo (da mesi si parlava di ‘decisione posticipata’), è logico pensare che non lo fosse. Dall’altro lato, però, c’è un allenatore che vede rivoluzionati i propri piani e da un anno all’altro si trova senza la coppia di difensori centrali con cui ha vinto ogni cosa. Due giocatori in grado di tenere la linea alta, con tanta qualità nei piedi per impostare velocemente il gioco, per accelerare il giropalla e trovare soluzioni verticali in ogni momento della partita. Frustrazione comprensibile, sebbene il futuro con Upamecano ed Hernandez sia tutt’altro che buio.

Il giudizio tecnico sovrano, come sempre, dovranno darlo il tempo e il campo. I conti daranno quello finanziario. In mezzo però, oltre alla verità, c’è un grosso ‘ma’: se la decisione di liberarsi di Boateng ha davvero portato a perdere Hansi Flick, ovvero l’allenatore migliore possibile dai tempi di Herr Jupp Heynckes, il Bayern Monaco finisce per ritrovarsi punto e a capo. Anche con una squadra nel pieno del suo sviluppo tecnico e fisico, l’addio di un veterano può diventare un punto di rottura di un’epoca di trionfi. Jérôme Boateng lascerà il Bayern uscendo “dalla porta principale”, ha detto Salihamidzic. Il problema è che sbattendola ha già alzato un polverone.

L’incredibile trasformazione di İlkay Gündoğan

Gündogan

La gara di ritorno tra Borussia Dortmund e Manchester City vede il ritorno di İlkay Gündoğan al Signal Iduna Park dopo che nel 2016 il centrocampista tedesco abbandonò proprio i gialloneri per andare a giocare con i Citizens. In questi cinque anni tante cose sono cambiate, l’esperienza inglese di Gündoğan è stata costellata sì di trofei ma anche di tantissimi momenti difficili. Ciò nonostante il ragazzo di Gelsenkirchen è riuscito sempre a mettersi il peggio alle spalle ed in particolare in questa stagione stiamo assistendo a quella che sembra essere la sua versione migliore, quanto meno sotto il profilo delle realizzazioni. Sotto la sapiente guida di Pep Guardiola il tedesco ha compiuto una vera e propria metamorfosi trasformandosi in un giocatore molto diverso da quello che incantava la Bundesliga e non solo tra il 2011 ed il 2016.

Gündoğan si è rigenerato

I tanti problemi fisici hanno pesantemente condizionato l’esperienza inglese di İlkay Gündoğan, basti pensare che al suo primo anno all’ombra dell’Etihad giocò solo 10 partite in campionato a causa della rottura del legamento crociato. Un infortunio che inevitabilmente ha avuto ripercussioni anche sugli anni a venire, non tanto sul numero di presenze in Premier – sempre 30 o più – ma sulla qualità del gioco espresso e sul minutaggio molto spesso ridotto. Si è parlato a lungo di un suo possibile trasferimento ma lui ha sempre fatto spallucce ribadendo il desiderio di voler rimanere al Manchester City. Per tornare ad essere decisivo però doveva per forza cambiare pelle.

Gündoğan è sempre stato un centrocampista con il vizio del gol, si è sempre concesso qualche incursione in area e ha spesso tentato la conclusione dalla lunga distanza. Tutto questo era inserito in un contesto molto più ampio all’interno del quale questi erano solo tratti secondari. Il Gündoğan di quest’anno invece ha preso il suo skillset e lo ha completamente stravolto facendo delle incursioni e delle conclusioni il suo pane quotidiano. Sicuramente il modo di giocare della squadra di Guardiola e le continue assenze di Aguero hanno facilitato il compito al giocatore tedesco ma è più che lodevole che un giocatore che sembra aver superato il suo apice ormai da tempo si sia reinventato in questa maniera.

Gündoğan
La shotchart di quest’anno di Gündoğan. Fonte: understat.com

Andando ad analizzare la shotchart di Gündoğan è subito evidente una differenza rispetto agli anni passati: il numero di tiri presi all’interno dell’area di rigore. Se si è spesso parlato dei suoi tiri dalla distanza meno si sono evidenziate le sue doti da scorer negli ultimi 16 metri ma quest’anno è emerso come un fiume in piena questo aspetto del suo gioco. A testimonianza di ciò ci vengono incontro le statistiche. In 24 partite di Premier League l’ex Dortmund ha realizzato 12 gol dato che sale a quota 16 se si prendono in considerazione tutte le competizioni (36 gare disputate). Sarebbe un bottino più che buono per un qualsiasi attaccante figuriamoci per uno che parte 20/30 metri più dietro.

Tutto ciò sta a dimostrare l’incredibile abilità di Gündoğan nel cambiare pelle, nel reinventarsi. Il tedesco è stato capace di abbandonare le proprie certezze e trovarne di nuove, più consone ad un fisico che a causa degli infortuni non è lo stesso di cinque anni fa. L’ex Dortmund è stato bravissimo a blindare il proprio posto in nazionale (2 gol nelle ultime tre partite con la Mannschaft, è anche il miglior realizzatore tedesco stagionale) e a diventare il punto fermo di una squadra come il Manchester City che se può puntare ad arrivare fino in fondo a vincere la Champions League lo deve anche all’incredibile apporto di İlkay Gündoğan.

Il triplo addio di Hütter, Bobic e Hübner: all’Eintracht finisce un’era

Hütter eintracht

A febbraio 2021 il direttore sportivo Bruno Hübner e il responsabile dell’area calcistica Fredi Bobic hanno annunciato che la prossima estate lasceranno l’Eintracht Francoforte. A inizio aprile, è stato annunciato l’addio di Adi Hütter, che allenerà il Borussia Mönchengladbach per le prossime tre stagioni. Un triplo addio, che segna per le Adler la fine di un’era, impreziosita, oltre che da diverse partecipazioni all’Europa League, dalla vittoria in Coppa di Germania nel 2018 e dalla probabile Champions League dell’anno prossimo.

Hübner, un uomo che sa guardare lontano – Bruno, classe 1960, un discreto passato come attaccante al Kaiserslautern e al Wehen Wiesbaden è arrivato all’Eintracht nell’estate 2011, voluto dall’allora responsabile dell’area sportiva Heribert Bruchhagen. All’epoca Hübner era il ds del Duisburg, arrivato in quella stagione in finale di Coppa di Germania contro lo Schalke. E proprio mentre stava andando all’”Olympiastadion” Bruno riceve l’offerta. Che accetta. Un “sì” non scontato visto che l’Eintracht Francoforte era appena retrocesso in 2. Bundesliga. Tra le prime decisioni di Hübner, accento dell’Assia, modi cordiali e battuta sempre pronta, c’è quella di scegliere come allenatore Armin Veh, che riporta subito le “Aquile” in Bundesliga. Non sarà l’unico tecnico che l’ex attaccante, con un passato pure da allenatore al Wehen Wiesbaden, condotto per la prima volta in seconda divisione, farà. Per esempio è lui nel 2016 a impuntarsi, con il club dato quasi per spacciato su Niko Kovač, reduce da una non eccezionale esperienza con la Nazionale croata. Uno che sa scegliere allenatori e giocatori, ma soprattutto che li sa convincere, come quuando si è fatto una dozzina di volte Francoforte-Praga per portare Vaclav Kadlec in Assia. Un mago delle trattative, in entrata e in uscita, con la verve di un pokerista. “Un venditore con cuore” l’ha definito il Frankfurter Rundschau.

Bobic, contatti e scouting – Nel 2016, dopo la partenza di Heribert Bruchhagen, la dirigenza dell’Eintracht sceglie come nuovo responsabile dell’area sportivo Fredi Bobic, reduce da un’esperienza analoga allo Stoccarda. L’ex attaccante campione d’Europa con la Germania nel 1996 punta in primo luogo sul potenziamento del reparto scouting, con l’assunzione come responsabile di Ben Manga, già scout all’Alemannia Aachen, all’Hoffenheim e collaboratore di Bobic allo Stoccarda. Gli impiegati in quella sezione sono ufficialmente undici, anche se quelli che danno una mano sono di più. Un lavoro di osservazione che consente all’Eintracht di pescare bene, a poco prezzo in mercati poco battuti dalla concorrenza. In più Bobic, che parla spagnolo usa al meglio i suoi contatti per esempio al Real Madrid da cui sono arrivati Jesus Vallejo e Omar Mascarell e da cui è ritornato Luka Jovic. In più l’ex cannoniere dello Stoccarda è stato il dirigente che ha creduto di più in “Adi” Hütter, l’uomo che sta guidando l’Eintracht proponendo un gioco efficace ma anche divertente.

Una strategia che paga – Hübner, Bobic e la dirigenza delle “Aquile” hanno trovato un modo per avere una squadra competitiva, riuscendo anche a guadagnarci dal punto di vista economico (nell’era Bobic grazie al mercato sono stati incassati 170 milioni di euro). I due hanno puntato o su giocatori di prospettiva, come Jovic pescato in prestito nel 2017 dal Benfica B o Sebastién Haller arrivato dagli olandesi dell’Utrecht, o su calciatori che hanno qualità ma che sembravano essersi persi, come per esempio Ante Rebic. I prospetti vengono comprati a basso prezzo giocando in anticipo, mentre i giocatori di talento alla ricerca di una seconda possibilità vengono presi in prestito con un’opzione per l’acquisto. Lo scopo: rivenderli dopo averli valorizzati, alimentando un ciclo, che fino ad ora ha portato una Coppa di Germania e una semifinale di Europa League.

Il futuro altrove (ma non insieme) – Dopo aver creato una delle più interessanti e finanziariamente sostenibili società della Bundesliga, le strade di Hübner e Bobic si divideranno. Per Bruno non si prospetta al momento nessun ingaggio, visto che lui quando ha annunciato l’addio ha spiegato che non rimarrà come consulente e che si godrà la famiglia, compresi i figli Benjamin, Florian e Christopher, tutti calciatori, i primi due in Bundesliga con Hoffenheim e Union Berlino. Per Fredi, a cui la dirigenza delle Aquile, il 10 marzo ha però rifiutato la risoluzione del contratto, invece si prospetta una nuova sfida, probabilmente al Hertha Berlino, anche perché nella città dell’Orso vive la sua famiglia. Per l’Eintracht sarà interessante vedere chi saranno i loro successori: per Hübner si fa il nome di Ben Manga, che ha appena allungato il contratto con le “Aquile” per Bobic i nomi avanzati sono quelli di Christoph Freund, ds della Red Bull Salisburgo, Horst Heldt che da giocatore ha anche vestito la maglia dell’Eintracht, attualmente al Colonia, Rouven Schröder ex Mainz, Christoph Spycher ds dello Young Boys, che ha già lavorato con Hütter o Gelson Fernandes, ex dell’Eintracht. La maggior parte degli interessati però hanno già smentito. Un’ulteriore possibilità, molto realistica, potrebbe essere quella di accorpare i ruoli di Hübner e Bobic per affidarli a Ben Manga che intanto ha prolungato il suo contratto fino al 2026 con l’Eintracht.

Hütter, una scelta forse impopolare? – A conclusione della rivoluzione è arrivato anche l’addio dell’allenatore Adi Hütter, che ha scelto di legarsi al Borussia Mönchengladbach per le prossime tre stagioni a partire dall’estate. Può sembrare una scelta impopolare visto che il Gladbach rischia di non fare neanche l’Europa League l’anno prossimo, ma la rivoluzione dirigenziale a Francoforte porta incertezza tecnica e segna la fine di un ciclo. Sembra una scelta logica anche per il tecnico cedere il passo, passando su una panchina altrettanto importante. E poco male se l’anno prossimo non guiderà la squadra in Champions League: avrà altre occasioni per tornarci con i Fohlen.

Kingsley Coman: l’enfant prodige è diventato grande

Kingsley coman

Se la squadra funziona, nessuno la cambierà per te. Sta a te dimostrare cosa sai fare per cambiare la situazione. E credo che i fatti siano più forti delle parole”. Kingsley Coman già a ventun anni parlava con l’attitudine di un veterano. Aveva brillato nella sua prima stagione al Bayern Monaco, dove era arrivato dopo aver raccolto scampoli di professionismo tra Paris Saint-Germain e Juventus. Era andata peggio l’annata 2016-17, col passaggio da Guardiola ad Ancelotti e il reintegro della Robbery sulle corsie offensive. Nel 2018 invece, al culmine della sua stagione migliore, Coman ha subito il primo di due gravi infortuni alla caviglia, che fra le altre cose gli hanno impedito di far parte della selezione francese poi campione del mondo in Russia.

Al termine del secondo lungo stop in meno di un anno, Coman ha dichiarato che “Non accetterei una terza operazione, significherebbe che forse il mio piede sinistro non è adatto a questo livello. Inizierei un’altra vita, più anonima”. Fortunatamente il piede sinistro ha retto e oggi Coman non solo è in attività, ma è uno degli esterni offensivi più forti del mondo.


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Coco ha debuttato fra i professionisti il 17 febbraio 2013 e da allora ha vinto tutti i campionati in cui ha giocato. In più, nel suo palmarès si trovano undici tra Coppe e Supercoppe nazionali, un Mondiale per club e la scorsa edizione della Champions League, conquistata segnando in finale proprio contro il PSG, la squadra in cui è cresciuto. Coman però non sembra essere percepito come un fuoriclasse assoluto nel dibattito comune, nonostante sia un titolare in pianta stabile della squadra che sta triturando il calcio europeo. È controverso pensare che il suo appeal non sia cresciuto come ha fatto la sua bacheca, visto che di fatto – quando arruolabile – Coman è sempre stato un giocatore importante per il Bayern.

In generale, la carriera del francese ha sempre avuto qualcosa di controverso. Fin da giovanissimo, Coman ha mostrato sprazzi di un talento unico, legato certamente alla rapidità nel dribbling, ma soprattutto ad una facilità irrisoria nel disorientare gli avversari e poi trovare l’ultimo passaggio o – ancora meglio – concludere in porta. Tuttavia, per molti anni questo talento è venuto fuori solo a sprazzi, tra infortuni e concorrenza spietata. Nessuno ha mai messo in discussione le qualità tecniche di Kingsley Coman, ma quel suo atteggiamento schivo restituiva a molti un’immagine di scarso carisma, fin troppo facile da abbinare con la discontinuità tipica dei giovani che si misurano con palcoscenici d’élite. I classici difetti imputati ai giocatori che potrebbero essere, ma non sono.

Negli anni a Monaco, in realtà, Coman ha silenziosamente lavorato sui suoi difetti, migliorando nelle letture di gioco, evolvendosi pian piano in un giocatore più maturo ed affidabile. Il francese, cioè, ha avuto la lucidità e la forza di lavorare sui suoi difetti più evidenti, nonostante avesse dimostrato già da minorenne di poterci stare eccome nel calcio dei grandi(ssimi). D’altronde, dietro un volto da bambino e qualche acconciatura stravagante, in Coman sembra nascondersi una personalità fortemente competitiva. Lo si evince dalla scelta di trasferirsi due volte a cavallo tra i 18 e i 19 anni, da Parigi a Torino fino a Monaco, con l’obiettivo – parole sue – di trovare più spazio. O anche da un’intervista del padre di qualche anno fa.

Quando Kingsley perde una partita importante, sua moglie dice che non parla a nessuno per almeno un giorno”.  

Come per diversi altri giocatori, è stato il connubio con Hansi Flick a permettere l’esplosione definitiva di Kingsley Coman. In un’idea di calcio fortemente improntata alla vittoria dei duelli individuali e all’utilizzo delle catene laterali, l’esterno francese si è semplicemente trovato nel posto giusto al momento giusto. La volontà del Bayern di dominare le partite dà la possibilità a Coman di dare sfogo all’aspetto migliore del suo gioco, che rimane comunque l’improvvisazione. Un’improvvisazione che negli anni è diventata sempre più lucida, fino a diventare un’arma da 6 gol e 11 assist nella stagione in corso, per un totale di una contribuzione ogni 112 minuti giocati (dati Whoscored). Sono numeri che però non bastano a dipingere la vera essenza della nuova grandezza di Coman, la sua capacità di essere una spina nel fianco per qualsiasi avversario grazie ad un mix di atletismo, tecnica e furbizia con pochi eguali nel mondo.

Presumibilmente, stasera Kingsley Coman scenderà in campo al Parco dei Principi per il ritorno dei quarti di finale di Champions League, dopo la pesante vittoria del Paris per 2-3 all’andata. Per un giocatore nato ad un’ora di strada da Parigi non potrà mai essere una partita normale. Ancora meno lo sarà per Coman, che, in assenza del totem Lewandowski, dovrà fronteggiare meglio di come ha fatto all’andata la necessità di prendersi maggiori responsabilità – il tratto tipico dei fuoriclasse. Non sembra un problema insuperabile per un ragazzo che ormai è abituato a vincere. D’altra parte, ammesso che anche dopo un goal decisivo in finale di Champions League abbia ancora qualcosa da dimostrare, Coman dovrebbe dimostrarlo proprio in serate come queste.

Raphael Guerreiro, il regista ‘nascosto’ del Borussia Dortmund

Raphael guerreiro

Essere un terzino non è semplice; essere un terzino se la tua altezza corrisponde a 170 centimetri non è affatto semplice. Eppure, guardando giocare Raphael Guerreiro, tutto magicamente sembra più facile.

Effettivamente, grazie alle sue spiccate qualità tecniche ed al suo eccezionale dinamismo, il terzino del Borussia Dortmund riesce a sopperire ai limiti fisici che ne condizionano ovviamente la fase di non possesso; come dimostrano i dati, il portoghese effettua 1.1 contrasti e subisce 0.5 dribbling a partita: non certamente numeri da fuoriclasse dell’arte difensiva, ma comunque ottimi valori statistici, anche considerando che in un modello di gioco prettamente offensivo com’è quello dei gialloneri l’incidenza di Guerreiro risalta soprattutto nella metà campo avversaria, come evidenziano i 27 gol e 30 assist realizzati a partire dal 2016/17, prima stagione in Germania.

Raphael inizia la carriera in Francia, prima con il Caen in Ligue 2, poi per tre stagioni con il Lorient in Ligue 1 dove si mette in mostra sia come terzino sia come esterno sinistro nel 4-4-2, arrivando a conquistare la maglia da titolare della nazionale portoghese per l’Europeo 2016, vinto inaspettatamente proprio dai lusitani, con lo stesso Guerreiro votato addirittura tra i migliori 11 della competizione. Ne approfitta allora il Borussia, da sempre attento ai nuovi talenti del calcio mondiale, che lo porta in Germania per soli 12 milioni: fondamentale nel trasferimento la volontà del giocatore.

“Volevo andare dove avrei giocato con regolarità e in Germania me l’hanno garantito. Mi hanno anche proposto di giocare in diverse posizioni, e questo mi ha incuriosito”.

In questi quasi cinque anni al Signal Iduna Park ha incontrato 5 allenatori: Thomas Tuchel, Peter Bosz, Peter Stöger, Lucien Favre e attualmente Edin Terzic. Di questi, senza dubbio Tuchel, Favre e Terzic sono stati quelli con cui ha avuto modo di stabilire un rapporto migliore, avendo modo di dimostrare in campo le sue doti tecniche; al contrario, nella stagione 2017/18, anche e soprattutto a causa dei numerosi problemi muscolari che l’hanno colpito, non è riuscito ad aiutare con le sue qualità Bosz e Stöger. Allo stesso tempo però, ogni qualvolta è stato a disposizione, davvero raramente gli allenatori del Dortmund hanno rinunciato a lui.

Partiamo da Tuchel, che al Westfalenstadion sviluppa un gioco fortemente associativo mettendo in luce numerosi talenti (basti pensare a Dembélé, Weigl, Pulisic…), e non rinuncia praticamente mai a Raphael Guerreiro: 35 presenze condite da 7 gol e 9 assist, spesso partendo da una posizione più centrale e avanzata, venendo schierato sia come mezzala sia come esterno sinistro nel 4-1-4-1 offensivo proposto dall’attuale tecnico del Chelsea; lo stesso allenatore più volte evidenzierà nel corso della stagione l’importanza del calciatore e della sua duttilità all’interno  del proprio disegno tattico.

“Raphael è un calciatore molto tecnico e versatile: è davvero troppo bravo per essere limitato ad una sola posizione”.

In questo video il gioco di posizione del Borussia di Tuchel: il play si abbassa tra i centrali, due esterni larghi a garantire l’ampiezza, punta centrale che si abbassa per liberare spazio alle spalle della linea difensiva avversaria, centrale difensivo senza pressione che conduce palla e cerca l’imbucata per le mezzali che si inseriscono negli half-spaces.

In seguito, dopo la sfortunata stagione 17-18 di cui abbiamo già parlato, sulla panchina dei gialloneri arriva lo svizzero Lucien Favre, con il quale Raphael Guerreiro nel biennio (e qualche mese in più) successivo scende in campo 83 volte e realizza 16 gol e 16 assist, confermandosi come uno dei migliori esterni mancini a livello mondiale in grado di abbinare qualità e quantità, tecnica e corsa, oltre alle ottime capacità nei calci piazzati.

Tatticamente, con Favre il portoghese si riappropria esclusivamente della fascia sinistra, alternandosi sia come esterno alto sia come terzino nel 4-2-3-1 proposto nei primi mesi dal tecnico, finché con il passaggio definitivo al 3-4-3 nel novembre 2019 diventa il titolare indiscusso come laterale sinistro di centrocampo, garantendo prestazioni sempre migliori grazie soprattutto ai suoi continui inserimenti negli ultimi 20 metri.

Con Favre, Raphael Guerreiro ha ripreso ad occupare la corsia di sinistra: a inizio azione attira la pressione avversaria con la collaborazione di Witsel e Akanji, poi si inserisce in area per ricevere l’assist di Sancho. Si può vedere in questo video.

Infine, com’è noto, le prestazioni collettive deludenti di questa stagione hanno portato all’esonero di mister Favre ed al relativo subentro di Edin Terzic: niente più esperimenti tattici, ritorno al 4-2-3-1 con Guerreiro che le gioca tutte da titolare come terzino sinistro (senza considerare l’infortunio che l’ha tenuto fuori dal campo per alcune partite a inizio marzo), contribuendo con ulteriori 2 gol e 4 assist a rimettere in carreggiata la stagione del Borussia Dortmund (o quantomeno provarci); infatti, grazie alle sue qualità tecniche si conferma sempre una continua spina nel fianco per le squadre avversarie, come dimostrano anche i 2 passaggi chiave, gli 1.2 dribbling e gli 1.1 tiri in porta che realizza ogni 90’.

Da terzino deve coprire senz’altro una porzione di campo maggiore, ma grazie alla sua qualità ed allo stile fortemente associativo, è in grado di realizzare reti del genere. Lo dimostra anche questo video.

E ora viene il bello: riuscirà con Haaland e compagni a terminare la Bundesliga 20/21 nelle prime quattro posizioni, valide per l’accesso in Champions League? E cosa succederà a fine stagione quando sulla panchina dei gialloneri arriverà Marco Rose, un allenatore con un’identità chiara e spiccatamente offensiva che sembra ben adattarsi al giocatore portoghese?

Il Borussia Dortmund ha un problema chiamato Thomas Meunier

meunier dortmund

La scorsa estate il Borussia Dortmund si è trovato a dover sostituire Achraf Hakimi. Valutato che trovare un esterno offensivo di pari caratteristiche dello stesso livello sembrava impossibile, i gialloneri hanno deciso di cambiare strada, puntare su un giocatore diverso, con maggior esperienza, una fisicità diversa, comunque incisivo in attacco seppur in maniera opposta e soprattutto che potesse garantire qualcosa di meglio in fase di non possesso. Nei piani della dirigenza del Dortmund queste caratteristiche dovevano appartenere a Thomas Meunier. Invece, dopo sei mesi abbondanti di stagione, anche in casa Borussia qualcuno sembra aver iniziato a ricredersi.

L’esterno belga ex PSG sta diventando un problema per Edin Terzic. Il classe 1991 doveva essere il titolare quasi indiscusso sulla corsia destra e per una gran fetta della prima parte di stagione – infortuni muscolari a parte – lo è stato. Con Lucien Favre in effetti il laterale cresciuto nel Brugge sembrava un difensore in grado di dare qualcosa, al netto del naturale tempo di ambientamento richiesto per calarsi in una nuova realtà sotto ogni punto di vista: cittadino, di organizzazione, di compagni. Adattamento che negli ultimi mesi, nei fatti, sembra essere servito a poco o nulla.

Soltanto nelle ultime due partite giocate da titolare contro Bayern Monaco e Colonia in Bundesliga si segnalano errori grossolani in entrambe le fasi. Contro i campioni di tutto ha mancato il più facile degli assist per quello che sarebbe stato il goal dello 0-3; contro l’effzeh invece ha fatto ancora peggio, toccando maldestramente un pallone nel tentativo di fare un tackle che è diventato un assist in profondità per un velocista come Jakobs. Errori che non rappresentano propriamente una novità e che hanno spinto Meunier sempre più ai margini del Dortmund, fino alla panchina contro l’Eintracht Francoforte in un match tremendamente delicato, poi comunque perso dal BVB.

Al suo posto Edin Terzic ha preferito adattare Emre Can, il quale ha fatto sì fatica a contenere un mostro di intensità come Filip Kostic, ma la sensazione diffusa è che con Meunier il Dortmund avrebbe sofferto ancora di più. Il motivo sta tutto nei nove catastrofici minuti che il giocatore scuola Brugge si è trovato a giocare contro il Manchester City. Il suo compagno di nazionale De Bruyne lo ha preso alle spalle con un cambio di gioco per il taglio sulla linea di fondo di Ilkay Gündogan, che ha poi appoggiato per il 2-1 di Foden. Meunier era appena entrato in campo e quella giocata il City l’aveva provata giusto qualche minuto prima, quando il terzino destro era ancora Mateu Morey. Che, in quel caso, era stato particolarmente lucido a leggere il passaggio, anticipare il taglio del tedesco e controllare il pallone mentre sfilava sul fondo.

Meunier, al contrario, con una pessima postura ha provato ad andarci in ritardo di testa. Inutilmente. Per poi chiudere in ritardo su Foden, con poca reattività. Prendendosi anche la lavata di capo di Marco Reus nel post partita, che non ha fatto nomi ma a ‘DAZN’ ha fatto capire che ci sono delle responsabilità.

“Abbiamo concesso il goal del 2-1 e si poteva tranquillamente evitare, penso che se avessimo fermato il cross non avremmo preso goal. È davvero un peccato che non abbiamo potuto guadagnarci ciò che avremmo meritato”.

L’errore contro il Man City è la classica punta dell’iceberg di una stagione vissuta senza mai riuscire a convincere pienamente, godendo comunque di fiducia determinata soprattutto da un ricco contratto quadriennale di cui il Borussia difficilmente riuscirà a liberarsi. Sta di fatto che in questo momento Meunier è una seconda scelta – se non addirittura terza – e il fatto che in un quarto di finale di Champions League sia stato Morey a partire titolare la dice lunga su quanto la gestione tecnica del Borussia consideri il belga un giocatore deficitario a 29 anni. In entrambe le fasi.

Tra i terzini soltanto Nico Schulz, che ha avuto decisamente meno occasioni, crossa peggio di lui. Guerreiro (0.7) lo ha quasi doppiato (0.4) per numero di cross riusciti per partita. Di fatto, ha tolto al Borussia Dortmund un’alternativa di gioco come quella di rifinire dall’esterno, soluzione che invece spesso lo scorso anno con Hakimi veniva cavalcata. Nemmeno in zona goal Meunier è riuscito ad essere un fattore, soltanto uno, peraltro pure decisivo per evitare una sconfitta contro il Mainz. Troppo poco, da uno con il suo curriculum, specialmente con la nazionale belga. Nella serata di Manchester, l’ennesimo passaggio a vuoto di una stagione sempre più complicata e per certi versi maledetta. Per Meunier e forse per il Borussia. Il 2-1 dell’Etihad per il ritorno lascia ancora ben sperare, ma quel goal subito al 90′ ha un peso specifico pesante in negativo. Più per la valutazione sulla sua stagione che sulla qualificazione.

Jadon Sancho, il City e Guardiola: un amore mai nato

Jadon sancho city

Il quarto di finale di Champions League tra Borussia Dortmund e Manchester City non può che essere la partita di Jadon Sancho. L’esterno inglese probabilmente non sarà in campo a causa di un problema muscolare che lo affligge da qualche settimana e siamo certi che sia profondamente rammaricato per questo. Lui, che ha lasciato la Premier League e Pep Guardiola per andare dove gli veniva garantito un posto da titolare aprendo anche una strada ai suoi connazionali.

Il suo passaggio al Borussia Dortmund fu abbastanza discusso all’epoca. I gialloneri spesero dieci milioni di euro per assicurarsi la firma di un giocatore promettente, ma che ancora non aveva giocato un minuto nel calcio professionistico. Pep Guardiola lo aveva notato appena arrivato a Manchester e lo aveva aggregato agli allenamenti della prima squadra assieme ad altri talenti dell’Academy, ma solo lui e Phoden si dimostrarono del livello adeguato. Durante i primi allenamenti strinse amicizia con Sterling, anche lui proveniente da Londra e dal calcio di strada, che perdura tuttora e stregò Guardiola, tanto che l’ex allenatore del Bayern Monaco si convinse a portarlo con sé nella tournée estiva negli Usa. Tutto però si ruppe a causa del mancato rinnovo contrattuale.

Jadon Sancho City
Jadon Sancho con la maglia del City in Youth League | fonte Getty/One Football

La società inglese propose a Sancho un nuovo contratto da quasi due milioni di euro l’anno, ma lui rifiutò. Da questo momento in poi i rapporti tra il calciatore ed il club inglese iniziarono a deteriorarsi e nacquero anche due versioni della storia. Quella del giocatore, secondo cui Guardiola non si impegnò a garantirgli minuti in campo e quella del Manchester, che parlò di continue assenze ingiustificate agli allenamenti. La cessione era diventata ormai una necessità per entrambe le parti in gioco e il Borussia Dortmund, che stava già sondando il mercato dei teenager inglesi, si fece avanti. Il resto, come si suol dire è storia.

Da quell’addio in tanti hanno chiesto a Guardiola se ritenesse Sancho come uno dei più grandi rimpianti della sua carriera, ma lui ha sempre risposto in maniera negativa e anzi, ha sempre trovato il modo di punzecchiarlo:

“L’ho ripetuto tante volte, Sancho non è un rimpianto. E’ un giocatore di qualità che sta facendo molto bene, gli abbiamo offerto la permanenza in squadra e lui l’ha rifiutata. Quando una persona vuole andare via non puoi far altro che lasciarla andare. Se lui è contento, io sono contento”.

Il seme della discordia tra i due però non è nato per il trasferimento in sé, ma più per le modalità, come raccontato al Mirror subito dopo il suo trasferimento:

“Avevamo raggiunto un accordo e poi si è tirato indietro. Non ha accettato la sfida e di lottare per avere un minutaggio in squadra”.

Sono parole che certamente fanno scattare quella scintilla, quella voglia di rivalsa che sicuramente non manca a Sancho. Purtroppo, però, dovrà aspettare per poter servire la sua vendetta alla sua ex squadra, sperando di poterlo vedere in campo nel match di ritorno dove si deciderà la qualificazione.

5 buoni motivi per non perdersi Lispia-Bayern Monaco

Lipsia bayern

La 27ª giornata di Bundesliga mette in scena il match più decisivo e atteso di questo finale di stagione: stiamo parlando dello scontro diretto tra il Lipsia e i campioni in carica del Bayern Monaco. Una partita dai mille risvolti che può avere un peso sulla vittoria del Meisterschale, dato che le squadre sono separate da soli quattro punti. Il Lipsia per tenere aperto il discorso e mettere pressione ai bavaresi e il Bayern per l’allungo decisivo. Nelle ultime stagioni (e a larghi tratti anche in questa) i campioni di tutto non hanno avuto avversari, ma nel 2021 gli uomini di Nagelsmann sono riusciti, grazie alla loro regolarità, a rimanere in scia. Siamo ormai ad aprile e il campionato è ancora aperto, e questa è già notizia. Se questi motivi non vi hanno ancora convinto, eccone altri cinque per gustarvi questa partita.

Sono in palio punti pesanti per il titolo. La classifica recita 61 Bayern e 57 Lipsia, ma nonostante questo le due squadre sono più vicine di quanto le statistiche dicano. Escludendo la parentesi europea con il Liverpool, il Lipsia non perde dalla sciagurata sconfitta di Mainz del 23 gennaio. Da lì in poi solo vittorie, eccetto il pareggio nella trasferta di Francoforte (che ci sta). Il Bayern, invece, è in striscia positiva dalla bruciante sconfitta contro l’Eintracht del 20 febbraio che ha compattato gli uomini di Flick nelle successive partite, con il risultato di 4 vittorie in Bundes e la passeggiata di salute con la Lazio in Europa. In definitiva, le due squadre in questo momento sembrano non avere rivali e questa resa dei conti delineerà il proseguo della rincorsa al titolo. Una tipica sixpointer game, per dirla all’inglese. Un Topspiel.

Tanti assenti, da entrambe le parti. Al netto delle assenze dei bavaresi, i Rotenbullen possono contare su una condizione fisica leggermente migliore. Sicuramente Flick avrà out Davies e Jerome Boateng per squalifica, oltre che il solito Douglas Costa per infortunio. Soprattutto non ci sarà il bomber Robert Lewandowski, uscito malconcio dagli impegni internazionali  out fino a fine aprile. Nagelsmann dovrà invece fare a meno di Marcel Halstenberg, che dovrà rimanere in quarantena, e dello squalificato Kevin Kampl, con Adams che dovrebbe prenderne il posto, oltre agli infortunati Angelino e Szoboszlai. Curiosità per il rientro di Dayot Upamecano, reduce da qualche acciacco fisico e peraltro proprio con un futuro già scritto al Bayern Monaco.

Il Bayern contro la sua concorrente numero uno. Il Lipsia è l’unica squadra che nelle ultime stagioni ha retto l’onda d’urto del Bayern Monaco. Dobbiamo tornare a fine 2018 per vedere l’ultima vittoria dei bavaresi, con goal di Frank Ribéry nel finale di gara. Negli ultimi 4 incontri (esclusa la finale di DFB Pokal del 2019) sono arrivati 4 pareggi. Da ricordare l’ultimo pirotecnico 3-3 del match dello scorso dicembre, la gara d’andata, con il Lipsia per ben due volte in vantaggio ma raggiunto dal gol finale di Thomas Müller. Insomma, pronostico aperto per un Lipsia che vuole confermarsi la Kryptonite dell’undici di Flick. È l’unica squadra contro cui il Bayern non ha vinto nelle ultime due stagioni, insieme all’Holstein Kiel.

La consacrazione di Nagelsmann. Tra i tanti traguardi e record di precocità che il trentatreenne tecnico tedesco annovera c’è sicuramente un buon rendimento contro il Bayern. In 9 partite, infatti, solo 3 sconfitte con 4 pareggi e 2 vittorie. Motivazioni a mille, quindi, per Julian Nagelsmann non solo nella rincorsa del titolo ma anche per il futuro; non è un mistero, infatti, che il tecnico tedesco voglia coronare la sua scalata proprio con la panchina dei bavaresi, squadra che tifava da bambino, essendo nato proprio in Baviera, a Landsberg am Lech.

Chi sostituirà Robert Lewandowski?. Al polacco mancava soltanto il Lipsia per completare la “collezione” di gol alle restanti squadre di Bundesliga. In questa, ennesima, stagione da record sono infatti 35 le reti totalizzate in Bundesliga (42 in tutte le competizioni). A secco solo in 5 partite sulle 26 totali, con un gol al Lipsia avrebbe raggiunto un ulteriore record: segnare contro tutto e contro tutti. Il polacco, in ogni caso, salterà il big match a causa dell’infortunio ai legamenti del ginocchio che lo terrà lontano dai campi per circa un mese. Sostituire un attaccante che viaggia con la media di 1.4 gol a partita, e per la precisione un gol ogni 60 minuti di gioco è quasi impossibile. Ci riusciranno Gnabry da falso nueve come in nazionale o il sostituto naturale Erik Choupo-Moting? Probabilmente Flick opterà per la prima opzione tattica. Ma lo sapremo soltanto intorno alle 18.