Jadon Sancho, il City e Guardiola: un amore mai nato

Jadon sancho city

Il quarto di finale di Champions League tra Borussia Dortmund e Manchester City non può che essere la partita di Jadon Sancho. L’esterno inglese probabilmente non sarà in campo a causa di un problema muscolare che lo affligge da qualche settimana e siamo certi che sia profondamente rammaricato per questo. Lui, che ha lasciato la Premier League e Pep Guardiola per andare dove gli veniva garantito un posto da titolare aprendo anche una strada ai suoi connazionali.

Il suo passaggio al Borussia Dortmund fu abbastanza discusso all’epoca. I gialloneri spesero dieci milioni di euro per assicurarsi la firma di un giocatore promettente, ma che ancora non aveva giocato un minuto nel calcio professionistico. Pep Guardiola lo aveva notato appena arrivato a Manchester e lo aveva aggregato agli allenamenti della prima squadra assieme ad altri talenti dell’Academy, ma solo lui e Phoden si dimostrarono del livello adeguato. Durante i primi allenamenti strinse amicizia con Sterling, anche lui proveniente da Londra e dal calcio di strada, che perdura tuttora e stregò Guardiola, tanto che l’ex allenatore del Bayern Monaco si convinse a portarlo con sé nella tournée estiva negli Usa. Tutto però si ruppe a causa del mancato rinnovo contrattuale.

Jadon Sancho City
Jadon Sancho con la maglia del City in Youth League | fonte Getty/One Football

La società inglese propose a Sancho un nuovo contratto da quasi due milioni di euro l’anno, ma lui rifiutò. Da questo momento in poi i rapporti tra il calciatore ed il club inglese iniziarono a deteriorarsi e nacquero anche due versioni della storia. Quella del giocatore, secondo cui Guardiola non si impegnò a garantirgli minuti in campo e quella del Manchester, che parlò di continue assenze ingiustificate agli allenamenti. La cessione era diventata ormai una necessità per entrambe le parti in gioco e il Borussia Dortmund, che stava già sondando il mercato dei teenager inglesi, si fece avanti. Il resto, come si suol dire è storia.

Da quell’addio in tanti hanno chiesto a Guardiola se ritenesse Sancho come uno dei più grandi rimpianti della sua carriera, ma lui ha sempre risposto in maniera negativa e anzi, ha sempre trovato il modo di punzecchiarlo:

“L’ho ripetuto tante volte, Sancho non è un rimpianto. E’ un giocatore di qualità che sta facendo molto bene, gli abbiamo offerto la permanenza in squadra e lui l’ha rifiutata. Quando una persona vuole andare via non puoi far altro che lasciarla andare. Se lui è contento, io sono contento”.

Il seme della discordia tra i due però non è nato per il trasferimento in sé, ma più per le modalità, come raccontato al Mirror subito dopo il suo trasferimento:

“Avevamo raggiunto un accordo e poi si è tirato indietro. Non ha accettato la sfida e di lottare per avere un minutaggio in squadra”.

Sono parole che certamente fanno scattare quella scintilla, quella voglia di rivalsa che sicuramente non manca a Sancho. Purtroppo, però, dovrà aspettare per poter servire la sua vendetta alla sua ex squadra, sperando di poterlo vedere in campo nel match di ritorno dove si deciderà la qualificazione.

Big di Germania sull’attenti: la DFB Pokal è un’occasione da non mancare

DFB-Pokal

Mai come quest’anno la DFB-Pokal è un’occasione irripetibile per tutti i club di Bundesliga rimasti in corsa. Nei quarti di finale che si giocheranno tra il 2 ed il 3 marzo ci sono tre squadre provenienti da serie inferiori – Jahn Regensburg, Rot-Weiss Essen e Holstein Kiel – e quest’ultime due si scontreranno tra loro per un posto nelle semifinali. Il che vuol dire che i club della massima serie tedesca rimasti ancora in gioco avranno una partita sulla carta semplice per accedere alla finale di Berlino.

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Quello che però rende la coppa nazionale tedesca una chance da non mancare è l’assenza del Bayern Monaco. L’eliminazione dei campioni di tutto per mano dell’Holstein Kiel ha spalancato le porte alla possibilità di un trofeo che, per chi è rimasto in corsa, è diventato fondamentale vincere seppure per diversi motivi.

La prima volta – Partiamo da chi è l’antagonista dei bavaresi anche in campionato: il Lispia. La squadra dell’ex Germania dell’Est sta finalmente sbocciando e con Nagelsmann ha ormai raggiunto lo status di contendente al titolo, tuttavia la bacheca ancora piange. Dalla promozione in Bundesliga i Roten Bullen hanno disputato grandi annate, culminate nella semifinale di Champions League dello scorso anno, senza però aver mai alzato al cielo un trofeo. In bacheca non c’è nulla a livello professionistico, neanche tra Zweite e Dritte. Il quarto di finale contro il Wolfsburg non è di certo così agevole, soprattutto perché incastrato tra il match contro il Mönchengladbach ed il Friburgo, ma se la squadra vuole iniziare a lasciare un segno non c’è occasione migliore di questa per arrivare sino a Berlino e alzare la coppa.

Rilanciarsi – Parlando dell’avversario del Lispia, il Wolfsburg sta disputando un campionato decisamente oltre le aspettative. I ragazzi di Glasner sono forse la più grande sorpresa in positivo di questa stagione, il terzo posto conquistato con i gol di Weghorst e una difesa imperforabile li sta portando dritti in Champions League, ma il secondo successo in Bundesliga è un’utopia. Dopo anni di magra e aver corso il rischio della retrocessione è giunto il momento di tornare ad essere uno dei top club della Bundesliga. Peraltro solo nel 2015 i lupi hanno vinto la Coppa.

Lo stesso discorso può applicarsi anche al Werder Brema, sebbene quest’ultimi siano attualmente impegnati a concretizzare una salvezza tranquilla – più vicina dopo la vittoria contro l’Eintracht – che a quella di conquistare un piazzamento europeo. Delle cinque big impegnate in DFB Pokal è anche quella con l’impegno più semplice. O almeno dovrebbe esserlo. Il sorteggio ha infatti designato lo Jahn Regensburg come l’avversario dei Grünweiß spalancando – quasi – le porte verso una semifinale da non mancare per nessun motivo. Una partita che, comunque, sarà giocata nelle prossime settimane a causa dei casi Covid registrati nello Jahn. Da qui potrebbe ripartire la ricostruzione di una squadra che ha bisogno di una svolta positiva per tornare dove gli compete.

Regalo prima dell’addio – Le ultime due squadre che restano da citare sono il Borussia Dortmund ed il Borussia Mönchengladbach, che daranno vita al Borussen Derby nei quarti di finale. Entrambe hanno la possibilità di coronare anni di lavoro con la vittoria di un trofeo e dare un senso a questa stagione. La crisi di risultati che sta investendo i gialloneri li ha allontanati dai primi quattro posti validi per la prossima Champions e allora Terzic ha l’obbligo di vincere la DFB-Pokal, un trofeo che manca da ormai quattro anni, prima di lasciare spazio a Marco Rose.

E qui arriviamo ai Fohlen. L’addio già annunciato di Rose a fine stagione ha portato con sé qualche strascico all’interno della squadra, apparsa distratta e fragile nelle ultime partite disputate. Tuttavia, come per tutte le altre, anche per il Gladbach questa è un’occasione da non farsi sfuggire. I bianconeri di Germania non vincono un trofeo dalla DFB-Pokal del 1995 – peraltro in finale contro il Wolfsburg – ed il lavoro svolto in questi anni da Max Eberl merita di certo un coronamento. Quale miglior occasione allora di questa. E quindi sotto a chi tocca, perché chiunque uscirà dovrà mangiarsi le mani per aver sprecato una chance unica per soffiare un trofeo al Bayern.

 

DFB-Pokal 2020/21

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I migliori pararigori della Bundesliga: da Karius a Pfaff

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Una delle caratteristiche più apprezzate e decisive in un portiere è sicuramente quella di neutralizzare i tiri dal dischetto. Sebbene la componente istintiva sia importante, questa particolarità va ben oltre la mera fortuna ed anzi va allenata prima di ogni partita sia tramite la pratica, sia tramite lo studio dell’avversario che, soprattutto in epoca moderna, risulta più semplice da effettuare. In Germania li chiamano elfmetertöterin Italia sono semplicemente i pararigori. Scopriamo chi sono i migliori della Bundesliga di oggi, ma anche del passato, partendo da una sorpresa: Loris Karius.

Forse un po’ a sorpresa, il miglior portiere attualmente in attività di questa speciale caratteristica è Loris Karius. Il portiere dell’Union Berlin, in prestito dal Liverpool e che al momento fa panchina a Luthe, ha neutralizzato il 38.9% dei calci di rigore nel corso della sua carriera in Germania. Sette rigori parati su diciotto subiti, tutti con la maglia del Mainz e portandosi a casa qualche scalpo importante come quelli di Marco Reus, Thomas Müller e Ciro Immobile. Curiosamente anche il secondo elfmetertöter proviene dalla scuola Mainz, ma ne ha parato uno anche con un’altra maglia, stiamo parlando di Florian Müller. Il classe ’97 che adesso difende i pali del Friburgo ha neutralizzato un rigore all’anno da quando ha esordito in Bundesliga nella stagione 2017/18 per un totale di quattro sugli undici affrontati (36.4%). Il podio dei portieri in attività è chiuso da Jiri Pavlenka, che nel corso della sua esperienza al Werder Brema ha ipnotizzato cinque dei quattordici (35.7%) tiratori che gli si sono opposti.

Nella top ten di dei portieri in attività troviamo anche Ralf Fährmann, Manuel Neuer, Lucas Hradecky e Koen Casteels con quest’ultimo che al di fuori della Bundesliga ha una percentuale molto più alta di parate. Curiosamente, uno che di rigori ne para pochi, ma è salito alla ribalta quest’anno per averne parati due a Sergio Ramos (che ne aveva segnati 22 di fila fino a quel momento) in Nations League è Yann Sommer. Il portiere del Glabdach ha una percentuale del 14.8% in Bundesliga, ma in carriera viaggia sul 30%.

Yann Sommer
Uno dei due rigori parati a Sergio Ramos da Sommer in Uefa Nations League. Fonte: Getty/OneFootball

Storicamente parlando, la palma del miglior pararigori della storia in Bundesliga va a Jean-Marie Pfaff, portiere del Bayern Monaco dal 1982 al 1988 con ben nove rigori parati sui quattordici affrontati, seguito da Bernhard Wessel con il 58.3% (7/12) nel corso della sua carriera al Borussia Dortmund tra il 1961 ed il 1969. Chiude il podio storico Manfred Paul, estremo difensore del Karlsruhe tra il 1960 ed il 1966, con sei giocatori ipnotizzati su dodici.

Menzioni speciali per il compianto Robert Enke (11 parati su 27), il mitico Andreas Köpke (17 parati su 45) e Diego Benaglio (11 parati su 31 fronteggiati).  Citazione d’onore anche per Rudi Kargus, che ne ha parati più di tutti in Bundesliga: 24. Secondo Nigbur a 21, mentre al terzo posto c’è Toni Schumacher con 19, ma con un misero 22% di parate. Si è visto idi meglio…

Merita una citazione anche chi di norma ha fatto tutt’altro, ma nel corso della sua carriera si è ritrovato a dover fronteggiare un rigore nelle vesti di portiere. Il più recente tra loro è sicuramente Jan Rosenthal, punta girovaga, che si è concesso il piacere di neutralizzare una grande punta dei giorni nostri: Edin Dzeko. Curiosamente, tra i cinque giocatori di movimento ad aver parato un rigore in Bundesliga, tre sono degli attaccanti. Oltre al già citato Rosenthal ci sono infatti Ludwig Bründl, storica punta dell’Eintracht Braunschweig, e Wolfgang Frank, anche lui con trascorsi nel Braunschweig oltre che nel Borussia Dortmund e nel Norimberga. Gli altri due a potersi fregiare di questa particolarità sono Michael Schjönberg, ex Hannover e Kaiserslautern, ed Hans-Walter Eigenbrodt, difensore anni ’50 dell’Eintracht Francoforte.

Was für ein Spiel – Gladbach-Colonia, il primo Geisterspiel in Bundesliga

gladbach colonia

A distanza di quasi un anno ci siamo ormai abituati a guardare le partite giocarsi in stadi vuoti, senza tifosi pronti ad incitare i propri beniamini e ad esultare alla marcatura di una rete. In Italia era capitato di assistere alle partite a porte chiuse già svariate volte nel passato, ma in Bundesliga non era mai successo. Il primo ‘Geisterspiel’, letteralmente partita fantasma, è stata quella tra Gladbach e Colonia dello scorso 11 marzo 2020.

Il derby del Reno era inizialmente programmato a febbraio, quando l’epidemia da Covid-19 non era ancora definitivamente esplosa, ma la tempesta Sabine aveva costretto la DFL a rinviare il match per garantire una maggior sicurezza ai tifosi delle due squadre. Tifosi che, ironia della sorte, non vedranno mai dal vivo quel derby a causa delle prime restrizioni imposte dal virus, ma che comunque daranno il loro sostegno con striscioni apposti precedentemente. L’11 marzo 2020 va quindi in scena la prima partita a porte chiuse nella storia della Bundesliga e l’atmosfera è decisamente strana.

“Conquistate la vittoria per noi”

Per la prima volta fanno la comparsa sul campo di gioco i pugni come forma di saluto tra capitani e squadra arbitrale e senza il pubblico a far sentire la propria voce anche il ritmo di gioco ne risente. I pochi presenti in tribuna, per lo più dirigenti delle due società, hanno provato a farsi sentire lanciando qualche coro, ma con scarso successo. Nel corso del match anche lo speaker del Borussia-Park ha cercato di dare una scossa alla partita grazie agli incitamenti registrati e all’annuncio degli spettatori paganti del match: zero, ovviamente.

In campo, dopo un inizio a rilento, quasi soporifero, il Gladbach porta a casa la vittoria che li lancia verso la zona Champions League. A decidere il match ci pensano la rete di Breel Embolo in cerca di riscatto – che esulta in maniera ironica portandosi le mani alle orecchie – e l’autogol di Jorge Meré nel secondo tempo che rende inutile il gol di Mark Uth. Mentre nel post-partita giungono svariate critiche ai Geisterspiel sia dai dirigenti e giocatori, sia un po’ a sorpresa da Deniz Aytekin, l’arbitro di questo primo match a porte chiuse.

gladbach colonia

Purtroppo, sia Aytekin che Kramer che Horst Heldt hanno dovuto imparare a convivere con questa nuova forma di calcio, in attesa che il Covid-19 venga definitivamente sconfitto e che i tifosi possano tornare nel loro ambiente naturale. E sabato quindi si giocherà il terzo derby a porte chiuse tra Gladbach e Colonia. Per ora hanno sempre vinto i Fohlen, chissà che i Geißbock questa volta non rialzino la testa dando continuità alla vittoria contro l’Arminia Bielefeld.

Silas Wamangituka ha preso per mano lo Stoccarda

silas wamangituka

Di lui ve ne avevamo già parlato lo scorso anno, quando lo Stoccarda era ancora in Zweite Bundesliga e molti si interrogavano sulla sua vera identità, ora però è ciò che fa in campo che richiede di essere raccontato. Poco tempo fa, Silas Wamangituka ha fatto il giro dei social a causa dell’irriverenza con cui ha segnato al Werder Brema, ma è quello che sta facendo nella sua prima stagione di Bundesliga che merita di essere al centro dell’attenzione.

Nato a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, il 6 ottobre 1999, Silas Wamangituka sta impressionando chiunque in questa prima metà di stagione. Lo Stoccarda ha scommesso su di lui due estati fa portandolo in Germania dal Paris FC strappandolo anche alla Fiorentina ed ha riscosso subito i dividendi. Wamangituka è stato indiscusso protagonista della promozione degli Svevi contribuendo con sette gol ed otto assist ed ora sta facendo anche meglio in Bundesliga. Pellegrino Matarazzo ne è praticamente innamorato:

“E’ un talento incredibile e migliorerà ancora. Ascolta tutto quello che gli si dice e lo mette in pratica. Il suo controllo ed il tocco immediatamente successivo sono migliorati e rispetto allo scorso anno ripiega più spesso”.

A fare da eco all’allenatore c’è anche Sven Mislintat, direttore sportivo dello Stoccarda.

“Silas crea tante situazioni pericolose e fatto grandi passi tatticamente parlando, soprattutto quando si parla di difesa”.

Ciò che però ci porta a parlare di lui è quanto fa nella metà campo offensiva. In diciassette presenze ha già messo a segno dieci gol trascinando gli Svevi a metà classifica tra il sogno europeo ed una salvezza tranquilla. La Bundesliga lo ha premiato per due volte, a novembre e a dicembre, come miglior rookie del mese e con molta probabilità lo sarà anche per gennaio grazie ai gol fatti contro Friburgo, Borussia Mönchengladbach e Augsburg. Fatta eccezione per il ruolo che ricopre il congolese somiglia ad uno dei suoi idoli: Pierre Emerick Aubameyang.

Come l’attaccante ex Dormtund, ora all’Arsenal, Wamangituka sa attaccare benissimo la profondità e grazie alla sua velocità – AWS ha rilevato 34,1 km/h – riesce quasi sempre a prendere un vantaggio decisivo. Matarazzo lo sa e per questo lo utilizza principalmente come esterno destro nel suo 3-4-2-1 molto particolare, sebbene lui possa svolgere con naturalezza anche il ruolo di attaccante più centrale. In questa stagione, comunque, parte dalla fascia, dove ha tanto spazio, ma è costantemente una presenza nelle vie centrali del campo. L’importante è che riesca ad arrivare in area in corsa, dove la freddezza non gli manca di certo: 11 goal nelle prime 19 partite, spesso e volentieri lasciando tutti a bocca aperta.

Il miglioramento nei primi due tocchi che l’allenatore dello Stoccarda ha sottolineato parlando di lui non è un aspetto secondario. Molte volte lo scorso anno ha perso il vantaggio guadagnato a causa di un controllo mancato o mal indirizzato, mentre ora ha limitato le volte in cui perde palla a causa di un errore tecnico. Il fisico slanciato gli garantisce anche una discreta agilità nel dribbling rendendolo una minaccia credibile quando punta il difensore avversario. Insomma, ha tutte le caratteristiche per diventare un attaccante completo e la sua attitudine al lavoro lo potrà aiutare a diventarlo.

Alcune squadre in Europa hanno già messo gli occhi su di lui, ma intanto è lo Stoccarda a goderselo. Anche da lui passa il ritorno ai piani alti della Bundesliga di un club storico come quello degli Svevi.

Tra pasti e licenziamenti: le ultime disavventure di Kevin Großkreutz

Kevin Großkreutz

E’ finito improvvisamente il rapporto tra Kevin Großkreutz ed il KFC Uerdingen. La storica società di terza serie tedesca ha comunicato a inizio ottobre il licenziamento del campione del mondo 2014 a seguito delle ultime vicende giudiziarie che hanno coinvolto le parti. È finito dopo due anni quello che è stato l’ultimo capitolo della carriera dell’ex Borussia Dortmund e lo ha fatto anche a causa delle conseguenze portate dalla pandemia per Covid-19 – oltre che per un rendimento non memorabile e una situazione economica non certo florida.

In estate Großkreutz era tornato sulle prime pagine dei giornali grazie all’amichevole vinta dalla sua squadra contro lo Schalke 04 in cui, da buon sangue giallonero, ha segnato il gol dell’1-3. Sì, perché non è soltanto un ex Dortmund, ma un tifoso sfegatato, che andava spesso e volentieri in curva quando non aveva impegni di calcio.

Aveva fatto però più scalpore un altro episodio estivo, pubblicato dalla Bild, in cui – sempre durante un’amichevole – Großkreutz è stato pizzicato ad urinare dietro la propria panchina, riportando alla memoria lo spiacevole episodio del 2014, quando dopo la sconfitta in finale DFB Pokal si ubriacò e finì per urinare nella hall dell’albergo. Gli poteva costare il mondiale, invece è comunque partito per il Brasile ed è tornato con la medaglia.

Tuttavia, in questo caso, il licenziamento arrivato non è dipeso da questo fatto o da un comportamento extra-campo, come era successo ad esempio a Stoccarda, quando aveva portato i ragazzini delle under in locali notturni e poi finito per fare a botte in un’altra folle nottata.

Come molte società calcistiche, anche l’Uerdingen al momento della sospensione dei campionati ha proposto ai propri calciatori una riduzione del loro stipendio – circa il 30% in meno – ricevendo però il rifiuto all’adesione da parte di Großkreutz. Il motivo di questo rifiuto risale al 2019, quando il club, in accordo con giocatore e procuratore, aveva stabilito una riduzione dell’ingaggio di 14mila euro mensili a fronte delle scarse prestazioni del calciatore. Da qui deriva il no secco detto da Großkreutz alla sua società che, per tutta risposta, ha smesso di versargli lo stipendio. L’ex Dortmund si è quindi rivolto al tribunale del lavoro di Krefeld ottenendo sì tutte le ragioni del caso, ma anche un invito a mettersi d’accordo per diminuire le proprie richieste immediate di rimborso dando tempo al club per pagare fino al 30 giugno 2021. L’Uerdingen, però, ha deciso di troncare improvvisamente il rapporto di lavoro e quindi le parti si dovranno ritrovare in tribunale per una seconda volta.

La risoluzione ha anche di fatto messo fine alla carriera del 32enne tedesco, che ultimamente si era segnalato soltanto per aver offerto di pagare un anno di pasti gratis ad Haaland dopo il suo goal allo Schalke. D’altro canto, non è una notizia la sua fede giallonera: andava nel muro giallo sin da piccolo. Poi ne è diventato idolo. Ora, come Benedikt Höwedes e André Schürrle, Kevin Großkreutz è entrato nel club dei campioni del mondo 2014 che hanno posto fine anzitempo alla loro attività da professionista.

Leverkusen-Colonia: il derby più ‘vicino’ della Bundesliga

leverkusen colonia

Dei molti derby che animano il Nordrhein-Westfalen, la regione in cui si ha la più elevata concentrazione di club professionistici in Germania, quello tra Bayer Leverkusen e Colonia è probabilmente il terzo più sentito, subito dietro al Revierderby che coinvolge Schalke 04 e Borussia Dortmund e Colonia-Gladbach.

La rivalità del Rhineland derby parte da lontano, dagli anni ’50 del secolo scorso con gli scontri in Oberliga West e come spesso accade nasce dalla vicinanza tra le due città. Tutt’oggi, nonostante in Bundesliga oltre all’Hertha ci sia anche l’Union Berlin e quindi due squadre della stessa città, gli stadi di Colonia e Leverkusen sono quelli chilometricamente più vicini fra loro. A separare il RheinEnergieStadion e la BayArena, infatti, ci sono solamente ventidue chilometri: in venticinque minuti d’auto sulla A1 si colma la distanza che li divide o, se preferite il trasporto pubblico, c’è un comodissimo treno dalla stazione centrale di Colonia. Insomma, le due città sono vicinissime seppur molte differenti tra loro. Colonia è il centro della regione della Ruhr con una città su misura per le famiglie e aperta ai turisti, Leverkusen una cittadina di centomila abitanti con poche attrattive per chi ci vive e difficilmente qualcuno passerà di lì mentre è in villeggiatura.

Non è un caso, infatti, che molti giocatori dei Werkself preferiscano abitare a Colonia, come raccontato anche da Giulio Donati – ex Mainz e Bayer – nella nostra intervista, piuttosto che a Leverkusen.

“Vivevo a Colonia. Leverkusen è una città piccola con poche cose da fare oltre il calcio”.

La rivalità si è fatta poi sentire ancor di più tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, quando il Bayer ha iniziato ad essere stabilmente uno dei top team tedeschi raccogliendo molti secondi posti in Bundesliga, vincendo la DFB Pokal nel ’92-’93 e la Coppa Uefa nella stagione ’87-’88 arrivando fino alla storica finale di Champions League del 2002 contro il Real Madrid. Nello stesso lasso di tempo il Colonia ha iniziato il suo trend negativo che lo ha portato dall’essere una squadra di rilievo in Bundesliga alla retrocessione di fine secolo. Anche per questo, oltre alla vicinanza ovviamente, non è difficile trovare famiglie di Colonia spaccate sul tifo tra le due squadre rivali con i più giovani a supportare le Aspirine e la vecchia guardia fedele all’Effzeh.

E forse non è un caso che l’ultimo scontro tra le due società sia proprio sui giovani. I Geißböcke hanno una lunga tradizione del proprio settore giovanile e qualche mese fa aveva fatto esordire Jan Thielmann, il primo 2002 della Bundesliga, ma anche il Leverkusen non è voluto essere da meno. Le Aspirine negli ultimi anni hanno dato spazio a talenti fantastici come Heung-min Son, Arturo Vidal, Emre Can fino ad arrivare a Julian Brandt e Kai Havertz, ma alla ripresa post-Covid hanno voluto far dimenticare l’esordio del primo 2002 buttando nella mischia Florian Wirtz, classe 2003. Peraltro Wirtz, diventato da poco anche il più giovane marcatore nella storia della Bundesliga a 17 anni e quindici giorni, è proprio un prodotto del vivaio del Colonia ed è stato strappato dall’Effzeh infrangendo una regola non scritta tra le due società ed altre della regione ravvivando così la rivalità più vicina del massimo campionato tedesco.

Marcus Thuram, l’infanzia in Italia con papà Lilian

marcus lilian thuram

Essere figli d’arte non è mai semplice, soprattutto se ti stai facendo strada nello stesso mondo che ha fatto diventare grande uno o entrambi i tuoi genitori. Le aspettative sono tremendamente alte, le pressioni anche e i commenti di chi pensa che tu sia un raccomandato non aiutano per niente. Tuttavia, Marcus Thuram sta riuscendo a smarcarsi da questa etichetta grazie alle prestazioni in campo con il M’gladbach, ma anche agli insegnamenti di papà Lilian.

“Il cognome è una motivazione in più per dimostrare che dipendo dal mio lavoro e non da mio padre”.

Lilian è stato parte integrante dell’educazione civica del figlio al pari dei vari istituti frequentati tra Italia, Spagna e Francia e questo lo si è visto anche su come Marcus ha affrontato e continua ad affrontare la questione del razzismo, uno che gli ha sempre ricordato di tenere i piedi per terra ed essere cosciente di quello che sta vivendo.

“Qualche mese fa ho detto a mio padre che ero terrorizzato dall’idea che potesse succedermi qualcosa di brutto. Ho vissuto una infanzia meravigliosa, sono figlio di un calciatore, sono diventato un professionista, insomma, ho pensato di vivere un sogno, con la paura che prima o poi possa succedere qualcosa che non riuscirò a superare. Mi ha risposto che finché sono consapevole di vivere un sogno, non mi accadrà nulla, proprio perché so che tipo di esperienza sto vivendo”.

Come quasi tutti ormai sanno, Marcus è nato a Parma nel 1997 durante il secondo anno in Italia del padre e ci ha vissuto fino al trasferimento in Spagna – a Barcellona – nel 2006 post Calciopoli. In pochi forse sanno che è proprio lì ha mosso i primi passi con il pallone tra i piedi, ne La Masia, l’ormai celebre accademia giovanile dei blaugrana prima di spostarsi in Francia.

Una foto storica di Lilian Thuram con l’ex dirigente bianconero Giraudo, Umberto Agnelli e un piccolo Marcus Thuram che fa la linguaccia mentre abbraccia il papà.

Questo perché Thuram senior non voleva che il figlio intraprendesse la sua stessa carriera senza aver prima provato altro. E allora, tra una passeggiata e l’altra nella Cittadella di Parma o in centro a Torino e prima del calcio, Lilian ha fatto provare diversi sport a Marcus, che tra Torino e Parma ha provato la scherma, il nuoto o il judo, ed anche suo fratello minore Képhren ha seguito questo stesso percorso.

Quando ha scelto di iniziare a praticare calcio Marcus si era schierato istintivamente in difesa, fu suo padre a dirgli di giocare in attacco per sfruttare la velocità ed il fisico che possedeva. Visto che la voce di un Campione del Mondo tende a essere ascoltata, lo hanno preso in parola. Che dire, non ci ha visto male. Ed ora suo figlio è Marcus Thuram e non più soltanto il figlio di Lilian.