Dentro e fuori dall’incubo: la storia di Vasilije Janjičić

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Nelle foto pubblicate dal profilo ufficiale dello Zurigo a febbraio, Vasilije Janjičić sembra un ventiduenne come tanti: cappellino in testa, calzamaglia, tanti sorrisi e qualche istantanea del lavoro in allenamento.
Quelle foto, però, hanno un’importanza capitale nel racconto della storia personale del centrocampista svizzero: sono infatti le prime che lo ritraggono aggregato al gruppo squadra dopo aver superato un cancro.

Riavvolgiamo il nastro: nato e cresciuto proprio a Zurigo, Janjičić compie tutta la trafila nelle squadre giovanili della sua città, si mette in luce, ed alla fine del mercato estivo del 2016 viene prelevato dall’Amburgo per circa un milione di euro. Quello che si è visto in campo fino a quel momento è infatti molto promettente: lo svizzero è un mediano di personalità, dalle ottime geometrie, che garantisce equilibrio e solidità già da giovanissimo. L’HSV lo aggrega inizialmente alla seconda squadra, per poi integrarlo via via sempre di più nella prima. In totale, nelle 65 presenze del triennio tedesco Janjičić mostra una crescita evidente, sia in fase di impostazione che di interdizione.

Nella traumatica stagione 2017/18, quella della prima storica retrocessione del club, fa registrare sette presenze in Bundesliga. In quell’annata è proverbialmente andato tutto storto per l’HSV, e non si può dire che Janjičić non ci abbia messo del suo, mostrando degli evidenti limiti nella maturazione fuori dal campo. A fine febbraio, due giorni prima della sfida al Werder Brema, causa un incidente autostradale mentre guida ubriaco e senza patente, e come se non bastasse fornisce alle forze dell’ordine accorse i documenti del fratello gemello. Al tempo l’Amburgo non vince da 10 partite, e né l’opinione pubblica né lo spogliatoio prendono troppo bene l’episodio. In totale, Janjičić giocherà solo 66 minuti da lì a fine stagione.

Tuttavia, le qualità in campo continuano ad essere evidenti: Janjičić passa meglio, porta meglio palla e contrasta meglio rispetto al suo arrivo in Germania. L’anno successivo, dunque, viene rilanciato in Zweite dal neo-allenatore Hannes Wolf come titolare. Le cose però non vanno esattamente come sperato: durante la stagione perde il posto, e  l’estate successiva, complice un infortunio, viene messo alla porta. Il nuovo arrivato in panchina, Dieter Hecking, decide di escluderlo dal progetto tecnico, e la dirigenza sembra accettare per la prima volta di aver fatto un investimento sbagliato. Janjičić prova così a ritrovare sensazioni positive tornando a casa: torna a titolo gratuito all’Amburgo.

In Svizzera Janjičić trova 14 presenze all’interno della scorsa stagione, che passerà alla storia per lo stop dovuto all’emergenza COVID-19, ma poco dopo la ripresa, da luglio in poi, sparisce dai convocati. Si parla di problemi fisici, ma non se ne conosce l’entità. Nel frattempo la squadra accumula sei sconfitte e due pareggi nelle ultime otto gare di campionato, ma all’improvviso questa striscia negativa passa in secondo piano: a settembre 2020 viene reso pubblico il motivo dell’assenza del giocatore svizzero. Vasi come lo chiamano i compagni, ha il cancro.

Solo chi ha vissuto determinate esperienze può riuscire a spiegare cosa si prova dall’interno, ma si può sicuramente ipotizzare che colpo emotivo possa aver subìto un ventunenne che in pochi giorni si è ritrovato a passare dal mondo del calcio professionistico a quello fatto di visite, specialisti, chemioterapia e prospetti di operazioni. Le sue parole allegate al comunicato ufficiale della società arrivano quando la fase più intensa della terapia è già alle spalle, e sono ricche di fiducia e speranza.

“Finora, ho fatto buoni progressi. Credo fermamente di riuscire a vincere la lotta contro il cancro e farò tutto il possibile per tornare in campo e dare una mano ai miei compagni di squadra”.

Immediatamente attorno a lui si è stretto l’abbraccio dei compagni attuali e passati: toccante il lungo messaggio pubblicato sui social dall’Amburgo, con tutta la squadra schierata a mostrare la propria vicinanza allo sfortunato ex. A fargli eco anche, ovviamente, le parole dei dirigenti e dei compagni allo Zurigo.

Per mesi, l’FCZ ha continuato a giocare portando sulle spalle l’incognita riguardante il destino del suo numero 8, ma a capodanno è arrivata la schiarita che tutti aspettavano. Con un lungo post sui social (“si è trattato di gran lunga l’anno peggiore e più difficile della mia vita”), lo stesso Janjičić ha annunciato di aver superato la malattia dopo tre mesi di chemio e due operazioni. A congratularsi con lui è arrivato subito il presidente dello Zurigo, Ancillo Canepa.

“È bello poter chiudere il 2020 con notizie positive. È impressionante con quanta energia e gioia di vivere Vasi abbia combattuto la sua malattia. Siamo tutti molto felici di riaverlo in prima squadra e speriamo di vederlo giocare di nuovo presto”.

Per ora il ritorno in campo del centrocampista svizzero è arrivato solo sotto forma di allenamento. Prima un lungo percorso di recupero della condizione fisica, poi mano a mano delle sessioni sempre più integrate con quelle dei compagni. Presto tornerà a disposizione tra i convocati, e magari scenderà in campo agli ordini di Massimo Rizzo. In quel momento potrà guardarsi dietro e dire definitivamente addio all’incubo in cui è finito.

Il Borussia Dortmund deve scegliere il suo portiere

dortmund portiere

È credenza comune che una squadra che voglia puntare a grandi obiettivi non possa prescindere da un portiere che fornisca solidità ai propri compagni. Una figura autoritaria, uno di quelli il cui posto è al sicuro, al netto di logiche particolari di turnover. Se tutto questo è vero, il Borussia Dortmund dovrà risolvere l’annosa questione del suo estremo difensore per puntare a fare il salto di qualità il prossimo anno.

Nel BVB di inizio anno, allenato da Lucien Favre, Roman Bürki aveva il posto assicurato. Il portiere svizzero è arrivato al Dortmund nel 2015, raccogliendo l’eredità di Weidenfeller. Il tedesco era uno dei fedelissimi di Klopp, nonostante qualche incertezza qua e là, e giocò da titolare la storica finale di Champions del 2013 contro il Bayern Monaco. Fin dal suo arrivo, però, Bürki si è imposto, dimostrando una crescita importante e diventando a tutti gli effetti uno dei senatori dello spogliatoio dall’alto dei suoi 83 clean sheet in 228 presenze: sostanzialmente, quando è stato in salute ha sempre giocato. Con tutti gli alti e bassi che si è  sempre portato dietro: in molti non lo considerano un portiere all’altezza per vincere la Bundesliga.

In questa difficile stagione, però, le cose sono cambiate dopo l’addio di Favre e l’arrivo di Edin Terzic, e fare ordine ora è più complesso. La partita della svolta è quella del 22 gennaio: il Dortmund crolla 4-2 in trasferta contro il Borussia Mönchengladbach, e Bürki è protagonista in negativo come tutta la retroguardi­a giallonera. Durante la settimana successiva, inoltre, il numero 1 si infortuna alla spalla in allenamento, ed è costretto ad uno stop di un mese.

A questo punto, i riflettori passano su Marwin Hitz: anche lui elvetico, l’ex-Augsburg è al BVB dal 2018, e nel primo biennio ha accumulato 12 presenze sparse tra campionato, DFB-Pokal e Champions League. Per il classe 1987 questa sembra una grande occasione per mettersi in luce, ma le cose non vanno esattamente come nei sogni di un bambino: alla seconda uscita, sul campo del Friburgo, Hitz registra pesanti colpe su entrambi i gol subiti nella sconfitta per 2-1. Nel giro di tre minuti, infatti, si fa prima cogliere pigro sul tiro di Jeong, mentre successivamente spinge in porta, con un rimpallo un po’ goffo sul palo, il tiro dalla distanza di Schmid. Non va meglio contro l’Hoffenheim: se Dabbur è chirurgico nel diagonale che risponde al vantaggio di Sancho, Bebou sigla il 2-1 anticipando in maniera lampante il portiere del Dortmund, ancora una volta protagonista di una figura rivedibile.

Alla fine la solita azione personale di Haaland permetterà quantomeno di evitare la sconfitta, ma la sensazione netta è che Hitz (il cui contratto è in scadenza a fine stagione) fornisca ancor meno garanzie di un Bürki un po’ appannato. Eppure, quando l’ex-Friburgo torna a disposizione, Terzic lo fa accomodare sempre in panchina. Non solo: a fine febbraio viene comunicato il rinnovo di Hitz, e la notizia agita ancora di più le acque. Nel giro di un paio di mesi, quindi, le gerarchie tra i due connazionali sembrano essere state completamente ribaltate, nonostante gli errori da matita rossa.

A dire il vero, nessuno dei due estremi difensori sembra poter fornire le garanzie richieste dalla dirigenza del BVB per fare il salto di qualità. Finito l’interregno di Terzic, la palla passerà a Marco Rose, già annunciato come allenatore a partire dalla prossima stagione. Se, come sembra, il nuovo portiere titolare del Dortmund arriverà dal calciomercato, è chiaro che uno dei due presenti ora in rosa dovrebbe fare le valigie. La sensazione è che a farlo possa essere Bürki, che ha un contratto in scadenza nel 2023, con Hitz (il cui nuovo contratto dovrebbe avere le stesse tempistiche) che tornerebbe a fare il secondo al nuovo arrivato.

I nomi fatti negli ultimi tempi sono tanti: quello più forte, rilanciato da fonti autorevoli come Sport Bild e Sky Sport DE, è Peter Gulácsi, che a trent’anni sembra essere prossimo al picco della sua carriera, con la maglia del Lipsia. Per liberarlo dovrebbe “bastare” versare al RB la clausola rescissoria di circa 12 milioni di euro. Si fa anche il nome di Alexander Nübel, quest’anno secondo di Neuer, ma desideroso di accumulare minuti. Di altro tenore i profili di Mike Maignan, classe 1995 del Lille per il quale si vocifera di un’offerta da 25 milioni, e Dean Henderson, che dopo alcune buone apparizioni con il Manchester United ha attirato su di sé gli sguardi di diversi osservatori. Attenzione, comunque, anche alla possibilità di mantenere la coppia attuale, evitando una spesa importante sul mercato nella speranza che entrambi i protagonisti possano trarre giovamento dalla concorrenza per un posto da titolare.

Fino a fine stagione, dunque, le gerarchie sembrano definite, grazie ad una delle scelte più importanti e discusse di Terzic da quando è sulla panchina della sua squadra del cuore. In estate, però, Marco Rose dovrà subito sbrogliare la matassa, decidendo a chi affidare la difesa dei suoi pali.

Lo strano mosaico della carriera di Nabil Bentaleb allo Schalke 04

Nabil Bentaleb

In questa stagione lo Schalke 04 ha già fatto notizia più volte, e mai per le ragioni che un tifoso desidererebbe. Dall’8-0 subito dal Bayern Monaco all’esordio in Bundesliga al desolante ultimo posto che i Knappen occupano attualmente, passando per il tremendo record negativo del Tasmania Berlino quasi eguagliato ed evitato grazie a Hoppe: niente in questa stagione sembra andare per il verso giusto. Guardando con più attenzione al microcosmo Schalke, la sensazione è che tutti gli elementi della rosa stiano soffrendo del clima tremendo che c’è a Gelsenkirchen, ma una delle situazioni più curiose è sicuramente quella di Nabil Bentaleb.

Arrivato nell’estate del 2016 dal Tottenham, l’algerino è stato pilastro della rosa nel biennio in cui è stata allenata da Domenico Tedesco. Sotto l’allenatore di origini italiane, Bentaleb ha messo in mostra tutto il suo potenziale: un centrocampista capace di giocare sia da perno basso che da mezzala, dotato di buona tecnica, ottime geometrie e brillanti doti da incontrista.
Su queste basi sembrava potersi costruire un elemento completo, totale, capace di coprire ogni zona di campo e lavorare bene tanto in interdizione quanto in costruzione, nonché in inserimento. Al netto dell’aggressività a volte straripante e dei cali di concentrazione un po’ troppo frequenti, la sensazione netta dell’epoca era che i blu della Ruhr avessero tra le mani un piccolo gioiellino, un metronomo del centrocampo che riusciva a recuperare palloni, fornire assist e ad affacciarsi anche in avanti per firmare lui stesso diverse reti.

Dopo un campionato sensazionale chiuso al secondo posto, l’algerino ha fallito però l’occasione per il salto di qualità. Una serie di problemi fisici lo hanno tenuto fuori per tutta la parte centrale del 2019, prima che la società lo retrocedesse in under-23 a tempo indeterminato per questioni disciplinari. Come in un film, nel giro di pochi mesi, Bentaleb è passato da diamante incastonato in una squadra di successo a ferro vecchio di cui si può fare tranquillamente a meno.
Pur di liberarsi di quella che oramai era diventata una patata bollente, David Wagner – subentrato nel frattempo in panchina – lo ha spedito in prestito semestrale al Newcastle: 12 presenze non entusiasmanti, ma che quantomeno ne attestavano una ristabilita condizione fisica.

La parentesi inglese di Bentaleb è coincisa con l’inizio della crisi profonda – tanto economica quanto di risultati – che attanaglia tuttora lo Schalke. Al suo ritorno, dunque, Wagner ha fatto di necessità virtù, reintegrandolo e puntando su di lui accanto al capitano Mascarell nel 4-2-3-1 con il quale ha iniziato questa stagione. Il tecnico statunitense è stato però esonerato dopo appena due partite; Manuel Baum, scelto come sostituto, ha inizialmente mantenuto la stessa impostazione, per poi escludere via via in maniera sempre più netta dalle rotazioni il suo numero 10.

Tra alti e bassi, la carriera di Bentaleb è arrivata ad un punto di svolta cruciale, che poco ha a che fare con il campo. Lo scorso novembre, in allenamento, è stato protagonista di un parapiglia che ha visto partecipi anche Amine Harit e Vedad Ibisevic contro, sembrerebbe, lo staff di Baum, ed in particolare una leggenda del club come Naldo.

La dirigenza ha usato il pugno di ferro nei confronti dei propri tesserati: terminato anzitempo il contratto dell’esperto attaccante bosniaco, messi fuori rosa gli altri due. Se Harit è stato riaccolto dopo appena due partite, Bentaleb è totalmente sparito dai radar, compiendo per la seconda volta il paradossale salto da titolare inamovibile a scarto di lusso. Sui propri profili social il giocatore ha accusato la società di averlo escluso senza spiegazioni, trovando eco nelle parole del suo procuratore Madjid Yebda e rendendo la situazione ancora più caotica e difficile da interpretare.

Con un contratto in scadenza a fine 2021 e l’intenzione annunciata pubblicamente da parte del club di non rinnovarlo, l’unica sicurezza sembrava essere la separazione imminente. Magari a gennaio, per permettere ai Knappen di monetizzare un minimo (dato anche il macroscopico debito societario) la sua cessione.

Invece, la sessione invernale di mercato è passata senza sussulti, ma non solo: Bentaleb si è addirittura rivisto in campo, con la maglia dello Schalke, per la gara contro l’Union Berlino di metà febbraio. A ripescarlo dal dimenticatoio è stato Christian Gross, a sua volta subentrato a Baum dopo l’interregno di Huub Stevens. La spiegazione del tecnico svizzero è stata laconica: “non l’ho escluso io, non ci sono problemi tra noi, e sono sicuro sia un buon giocatore”. Parole che sembrano nascondere maldestramente il disperato tentativo di buttare dentro giocatori di qualità per rianimare una squadra in fin di vita. Non a caso, Gross lo ha schierato da trequartista, probabilmente sperando di trovare qualche colpo decisivo nell’ultimo terzo di campo per ridare nuova linfa ad un attacco fin troppo inaridito.

Arrivati a questo punto, questa cronistoria ha già assunto i contorni dell’assurdo, ma prima di terminarla è necessario passare per un ulteriore colpo di scena. A fine febbraio, infatti, una sorta di alzata di scudi popolare della rosa ha portato all’esonero dello stesso Gross, accusato dai senatori dello spogliatoio di confondere nomi e lingue nel rivolgersi ai propri giocatori, oltre al fatto di sostenere sedute di allenamento troppo blande e con metodi antiquati. Con lui, nell’ennesima rivoluzione a più livelli di questo momento storico dei Knappen, hanno salutato anche il DS Jochen Schneider e il team manager Sascha Riether. Peraltro la partita decisiva è stata la sconfitta per 1-5 contro lo Stoccarda, nella quale Nabil Bentaleb ha sbagliato un calcio di rigore, quello del possibile 3-2.

Il quinto allenatore della stagione più folle della storia dello Schalke è dunque Dimitrios Grammozis, un profilo giovane che si è fatto conoscere per la sua capacità di coltivare talenti e lavorare in prospettiva. Sarà lui – probabilmente – il comandante incaricato di riportare la squadra in Bundesliga dopo una retrocessione che sembra oramai inevitabile.

In tutto questo, Bentaleb ha saltato la prima sotto la guida del nuovo coach (uno scialbo quanto prezioso 0-0 contro il Mainz) per problemi all’adduttore. La sensazione è che il tecnico greco lo consideri a tutti gli effetti parte del gruppo, ma allo stesso tempo è lecito pensare che gli saranno preferiti profili giovani con maggiori prospettive all’interno del club, soprattutto se la stagione dovesse naufragare definitivamente e trasformarsi in una specie di lungo e triste garbage time.

In questa sorta di eterno loop temporale nel quale sembra incastrato, Nabil Bentaleb potrebbe dunque ritrovarsi ancora messo da parte, o al contrario ricoperto di responsabilità per un’insperata corsa alla salvezza. Quel che sembra certo è che nell’estate dei suoi ventisei anni si ritroverà ad aggiungere un tassello del tutto nuovo al peculiare mosaico della sua carriera, che più si sviluppa e meno risulta comprensibile.

Il mercato di gennaio dello Schalke: all’insegna del cuore e dei grandi nomi

Kolasinac schalke mercato

Dopo il semi-immobilismo della scorsa sessione estiva e dopo aver incredibilmente rischiato di battere il record di partite senza vittoria in Bundesliga del Tasmania Berlin (31), lo Schalke 04 era obbligato a dare un segnale minimamente incoraggiante durante questo mercato di riparazione.

Già da un biennio il club della Ruhr è appesantito da severi problemi economici, a cui nel 2020 si sono affiancati i pessimi risultati sportivi: solo 2 vittorie in campionato nell’intero anno solare, che hanno portato la prospettiva a ribaltarsi. Da una possibile qualificazione in Champions, Harit e compagni sono passati a lottare per non retrocedere, cambiando nel frattempo 4 allenatori diversi tra fine settembre e fine dicembre.

Per affrontare una situazione così critica, in estate la dirigenza dei Königsblauen sembrava orientata a costruire una rosa che permettesse di dare spazio ai giovani del vivaio, guidati dai pochi veterani dello spogliatoio. Di fatto, però nessun elemento della rosa ha reso come ci si poteva aspettare, tra problemi fisici e questioni disciplinari: emblematico il parapiglia in allenamento che ha coinvolto Harit, Bentaleb ed Ibisevic a fine novembre. Se il primo è stato reintegrato dopo un paio di settimane, gli altri due non hanno più vestito la maglia dello Schalke: Bentaleb è tuttora fuori rosa, mentre Ibisevic – arrivato a settembre con i gradi di salvatore della patria – ha addirittura risolto consensualmente il contratto.

Migliorare una rosa così disastrata non era sicuramente un’impresa, ma per una volta la dirigenza della Ruhr sembra essere riuscita ad operare in maniera intelligente, cogliendo le occasioni sul mercato pur dovendo rispettare le ristrettezze finanziarie. Sead Kolasinac, per esempio, è tornato nella squadra in cui è cresciuto tra il 2011 e il 2017. Ai margini delle rotazioni all’Arsenal, il bosniaco è arrivato in prestito per sei mesi con l’obiettivo di aggiungere personalità ad una squadra che troppe volte ha dimostrato di non riuscire a reagire alle difficoltà, e si è subito messo al braccio la fascia da capitano. Sullo stesso binario si è mosso anche Shkodran Mustafi, che arriva a titolo definitivo (e gratuito). Entrambi possono essere in qualche modo definiti “falsi veterani”: vantando complessivamente 85 presenze nelle coppe europee (senza dimenticare il mondiale conquistato nel 2014 dal centrale tedesco), sono entrambi ritenuti profili di esperienza; tuttavia, avendo rispettivamente 27 e 28 anni, hanno ancora una buona parte di carriera da affrontare.

L’acquisto di Mustafi, arrivato nelle ultime ore di mercato, si è reso necessario per sopperire al vuoto lasciato da Ozan Kabak: un anno e mezzo dopo essere arrivato dallo Stoccarda, appena maggiorenne, il turco ha salutato lo Schalke in direzione Liverpool, con la formula del prestito oneroso con obbligo di riscatto fissato attorno ai 30 milioni. All’epoca astro nascente in una squadra che puntava ai primi posti, la sensazione è che Kabak sia scappato a gambe levate da una lussuosa villa oramai in fiamme. Sicuramente dalle parti della Ruhr il rimpianto rimarrà, ma la cifra che gli inglesi verseranno la prossima estate sarà ossigeno puro per le casse del club.

Ha lasciato la squadra anche il classe 2000 Ahmed Kutucu, girato in prestito in Eredivisie all’Heracles Almelo. A sostituirlo, quantomeno dal punto di vista numerico, è arrivato dall’Olanda un giocatore 17 anni più anziano: trattasi di Klaas-Jan Huntelaar, altra leggenda del club (126 gol in 241 presenze tra 2010 e 2017), che in uscita dall’Ajax ha firmato un contratto di sei mesi per provare a salvare la squadra con cui ha reso al meglio in carriera.

L’altro innesto di questo gennaio è stato William, che arriva in prestito dal Wolfsburg per sei mesi. Le due società non hanno pubblicato i dettagli dell’accordo, ma probabilmente Glasner vuole far accumulare minuti al brasiliano che, dopo un ottimo primo biennio in Germania, ha saltato praticamente tutto il 2020 per la rottura del legamento crociato del ginocchio. Dovesse rimanere in salute, per lo Schalke si potrebbe rivelare un innesto chiave in un ruolo (quello di esterno destro basso) in cui né Rudy né Ludewig sono riusciti a fornire garanzie.

Insomma, gli orizzonti dello Schalke 04 negli ultimi 12 mesi si sono ribaltati completamente, e di pari passo sono cambiate le strategie di mercato. Gli innesti di questo gennaio sono colpi a breve termine, giocatori pronti nell’immediato, che conoscono bene l’ambiente (nei casi di Kolasinac e Huntelaar), che hanno la mente sgombra e non sono ‘nel tunnel’. Uth chiedeva rinforzi che potessero dare una mano. Li ha avuti. Ora lo Schalke deve raggiungere un obiettivo tanto difficile quanto inverosimile per un club di questo blasone: rimanere in Bundesliga. Ripartendo dai rinforzi.

BundesTalenti – Chris “Air” Richards: un texano pronto a prendersi il Bayern

Chris richards bayern

I compagni lo chiamano “Air”, come Micheal Jordan, per il suo atletismo e la sua elevazione. Lui, invece, si è scelto il nickname di East Mamba, chiaro riferimento ad un’altra figura leggendaria della NBA come Kobe Bryant. Sulla distinta di Bayern Monaco-Hertha Berlino, invece, è comparso solo il suo nome di battesimo: Chris Richards. Lo stesso che, qualche ora dopo, è finito sicuramente sui taccuini di diversi giornalisti e Direttori Sportivi, ammesso che non ci fosse già in precedenza.

Fonte: Getty/OneFootball

Dopo due scampoli di partita, uno a giugno contro il Friburgo ed uno a metà settembre contro lo Schalke, il classe 2000 ha infatti fatto il suo esordio da titolare in prima squadra. Nonostante se la cavi bene anche come centrale, Flick ha scelto di schierarlo da terzino destro, ottenendo buone risposte: aiutato dalla prestanza fisica, Richards si è dimostrato un esterno dinamico, propositivo, con ottime proprietà di palleggio; già integrato a buon livello nelle dinamiche di squadra. Il suo bottino in 61 minuti è stato di un assist e un gol propiziato (sul suo cross Lewandowski impatta, ribadendo in rete dopo la respinta di Schwolow ed il tocco di Gnabry), oltre a diverse buone discese pericolose sulla fascia.

Müller a fine partita si è anche ‘scusato’ con lui per avergli tolto la possibilità di un altro assist, segnando in leggero fuorigioco. Ah, l’assist lo ha sfiorato un’altra volta, sempre con un cross da destra, solo che Schwolow ha compiuto un miracolo su Lewandowski.

Nato in Alabama, Chris Richards è uno dei prodotti della “connection” statunitense del Bayern Monaco, ed in particolare della partnership stabilita oramai due anni e mezzo fa con il Dallas FC. Sin dai primi passi mossi in Texas, nell’academy della franchigia di MLS, East Mamba ha mostrato qualità superiori alla media della categoria. Successivamente, ai campioni di Germania è bastato un prestito di sei mesi, a fine 2018, per decidere di acquistarlo a titolo definitivo. Partito il bonifico da un milione di euro, è stato aggregato all’under-19.

Il suo trasferimento ha generato un discreto chiacchiericcio tra Germania e Stati Uniti, ma il direttivo del Bayern ha preferito saggiamente lasciarlo crescere lontano dai riflettori: 29 presenze tra Bundesliga Under-19 e UEFA Youth League nella sua prima stagione in Baviera. Lo step successivo è stato aggregarsi al Bayern II, in Dritte Liga, dove Richards è salito decisamente di livello: quando non infortunato, squalificato o convocato dalla prima squadra, ha sempre giocato. Da terzino o da centrale, Seb Hoeneß non ha mai rinunciato a lui, tenendolo in campo ogni singolo minuto disponibile. Dal canto suo, lo statunitense ha risposto con una serie di prestazioni impressionanti, centrali nella cavalcata verso il titolo di Dritte.

A questo punto, vederlo aggregato al gruppo di Hansi Flick nel futuro sembra il naturale sviluppo della sua carriera: la concorrenza di Pavard e del neo-arrivato Sarr è sicuramente rilevante (anche se ci si chiede se ci fosse bisogno di acquistarlo, avendo già Richards) e lo ha spinto in prestito all’Hoffenheim fino a fine stagione per accumulare minuti. Non cambia, però, l’idea del Bayern sul suo futuro.

In una brillante intervista a B/R Football dello scorso maggio, un Richards sorridente ed affabile ha spiegato di avere anche un terzo soprannome, merito di una “gang” formata da Robben, Ribery, Rafinha e Alaba. Al suo primo allenamento, i quattro gli hanno chiesto informazioni sulla sua provenienza: nonostante sia nato in Alabama, Richards è cresciuto calcisticamente e non solo a Dallas. Tanto è bastato per farlo diventare Texas. Nella stessa intervista, il talento a stelle e strisce parla di quanto sia stato impressionato dalle prime sedute “coi grandi”, citando le grida di rimprovero dello stesso Robben e la rapidità di esecuzione in campo di Robert Lewandowski. A posteriori, la sua crescita esponenziale sembra più comprensibile.

Nonostante la dominazione continua, almeno in campo nazionale, dell’ultimo decennio, il Bayern sembra dunque già sulla strada giusta per aprire un nuovo ciclo, a partire dai due terzini: se Davies, classe 2000, è letteralmente esploso nel giro di mezza stagione, affermandosi come uno dei più rivoluzionari interpreti del ruolo, Air Richards potrebbe seguire le sue orme. La strada sembra tracciata: in un mondo del calcio che già da un decennio buono vede gli esterni difensivi recitare stabilmente la parte delle ali aggiunte, il Bayern sta portando questo concetto all’estremo. Probabilmente, il gioco del futuro vedrá una “wave” di terzini dotati di una fisicità superiore al comune, estremamente rapidi e dai piedi educati che diventano a tutti gli effetti valide opzioni offensive. Nel caso, saprete chi andare a ringraziare.

BundesTalenti – Matthew Hoppe, l’americano che ha salvato lo Schalke

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Se il nome di Matthew Hoppe non vi dice niente, potete chiedere informazioni all’Hoffenheim ed in particolare a Oliver Baumann, che durante la sfida contro lo Schalke si è visto superare tre volte dallo statunitense in appena venti minuti di gioco. Prima lo scavetto mancino, poi un dribbling come andava di moda fare una ventina d’anni fa, per depositare in rete a porta vuota, poi di nuovo il tocco sotto, stavolta di destro. Il tutto con la spensieratezza e l’entusiasmo che solo i 19 anni possono regalare.

La tripletta di Hoppe, alla sua terza presenza da titolare in Bundesliga, è un evento che catalizza molto di più di un precocissimo traguardo personale. Innanzitutto, nessuno statunitense aveva mai segnato tre gol nel massimo campionato tedesco, ma il punto focale è che il 4-0 con cui i Knappen hanno chiuso la partita (timbro finale di Harit, autore di tutti e tre gli assist per i gol precedenti) gli ha evitato di entrare nella storia dalla parte sbagliata. La serie di partite consecutive senza vittoria in campionato si è fermata a 30, a quasi un anno esatto dai tre punti conquistati contro il Borussia Mönchengladbach a gennaio 2020. Spezzata la maledizione, questo ha permesso al Tasmania Berlino di tenersi stretto il suo record di 31 partite senza vittoria, che dura dal 1965-66. Una stagione assolutamente particolare, in cui la piccola compagine della capitale si ritrovò catapultata dal semi-professionismo alla Bundesliga in seguito al declassamento dell’Hertha ed alla regola della DFB di allora che imponeva la presenza di almeno una squadra di Berlino nel massimo campionato.

Nel frattempo il Tasmania è fallito per bancarotta ed è stato rifondato e dall’anno scorso milita in NOFV-Oberliga Nord, la quinta serie tedesca. Ancora oggi, per i suoi tifosi la collezione di record negativi (tra gli altri, anche il minor numero di punti e la peggior differenza reti) è un elemento talmente caratteristico da diventare quasi un vanto, una stramba bacheca di trofei al contrario da esporre nei vari campi di provincia.

Questa pasticceria di Dortmund, città legata a Gelsenkirchen da un’accesa rivalità, dovrà smaltire un bel po’ di biscotti…

Come detto sopra, la serata in cui lo Schalke ha, almeno momentaneamente, interrotto l’incubo è stata quella in cui Hoppe ha realizzato il sogno. Nato a Yorba Linda, all’interno di quell’Orange County californiana resa famosa dall’omonimo teen drama dei primi anni 2000, l’attaccante dello Schalke condivide i natali con una personalità chiave della storia del suo paese come Richard Nixon. Cresciuto tra gli allenamenti del papà e la Barça Residency Academy di Casa Grande, ha brillato con la maglia della succursale blaugrana, trascinandola alla conquista del titolo in Southwest Division a suon di gol.
Top scorer della competizione, per lui nel 2019 si stavano per aprire le porte della squadra della San Diego State University, prima che arrivasse la proposta dello Schalke. Attaccante abbastanza completo, Hoppe ha sicuramente enormi margini di miglioramento, ma non è difficile intravedere le caratteristiche che hanno stregato gli osservatori tedeschi: un giovane fisicato, rapido e con ottimo fiuto del gol, che attacca la profondità ed ha la tecnica giusta per fare male negli ultimi 16 metri.

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Matthew Hoppe, classe 2001, Schalke 04.

Una manciata di presenze con le giovanili dei Knappen sono bastate a Manuel Baum per aggregarlo alla prima squadra e lanciarlo da titolare contro il Borussia Mönchengladbach di fine novembre. Tuttavia, quando il nuovo allenatore Christian Gross ha deciso di posizionarlo accanto ad Uth nel suo 4-4-2 anti-Hoffenheim, molti hanno pensato potesse essere una scelta troppo azzardata. Nel momento peggiore della sua storia, dopo due anni molto difficili passati tra debiti, infortuni, addii al veleno e polemiche intestine, non vincendo per la trentunesima volta in fila lo Schalke avrebbe forse abbracciato definitivamente il baratro.

Ora, invece, si è staccato dall’ultimo posto (+1 sul Mainz), ed ha trovato un insperato leader carismatico in Sead Kolasinac, leggenda delle ultime grandi stagioni del club, tornato a Gelsenkirchen a gennaio, in prestito dall’Arsenal e subito in campo con la fascia da capitano. Soprattutto, però, in un momento in cui le finanze permettono quasi solo movimenti in uscita e gli attaccanti in rosa non riescono neanche lontanamente ad incidere, Matthew Hoppe ha acceso una fiammella di speranza nei tifosi dello Schalke. Una risorsa interna che potrebbe aiutare ad allontanare i demoni della retrocessione – se non addirittura del fallimento – a suon di gol. Dopo quella tripletta, ha segnato anche nelle due partite successive contro Eintracht e Colonia. Il nuovo sogno americano.

La fragilità di Sebastian Deisler

sebastian deisler

Il caso di Ilicic, assente a tempo indeterminato nel momento chiave della stagione della sua Atalanta per seri problemi personali, recentemente ha riaperto ultimamente il dibattito sulla tenuta psicologica e la gestione della pressione da parte degli atleti professionisti. Banalmente, non tutti i calciatori riescono a mantenere quella tenuta mentale impeccabile che permette di rendere sempre al meglio, a prescindere dalla situazione personale dentro e fuori dal campo. Il passato, il futuro, l’ambiente circostante, la situazione familiare: una miriade di fattori influenzano la psicologia del singolo, costantemente, e qualcuno (ultimi in ordine cronologico André Schürrle e Benedikt Höwedes) semplicemente sceglie di non voler più combattere con la pressione quotidiana dell’essere uno sportivo di vertice. Pressione che a suo modo ha schiacciato Sebastian Deisler, ritiratosi a 27 anni dopo essere stato per diverso tempo una delle promesse più brillanti della sua generazione.

Emblematico il fatto che uno dei pochi video su Deisler si trovi sul profilo Twitter Faded Footballers.

Lanciato dal Borussia Mönchengladbach a 18 anni, Deisler si mette in mostra in una stagione tragica per la sua squadra: appena quattro vittorie e un’inevitabile retrocessione in Zweite. Tuttavia, il nipote e figlio d’arte (nonno Karl fu giocatore dello Strasburgo, papà Kilian compagno di Ottmar Hitzfeld, poi allenatore di Sebastian, al Lörrach) dimostra ottima qualità e visione di gioco, venendo schierato da esterno destro e da trequartista. Non a caso, arrivano tonanti le sirene del Bayern, intenzionato a mettere le mani sul giocatore: lui però declina, preferendo la titolarità all’Hertha Berlino ad un ruolo secondario con i bavaresi.

Nel finale della sua avventura al Borussia aveva sofferto problemi abbastanza seri ad un ginocchio, ed anche nel 1999/2000, annata d’esordio a Berlino, salterà qualche mese per guai fisici. Nessuno sembra farci caso, però, ed anzi piovono su di lui benedizioni e soprannomi incoraggianti: lo elogiano pubblicamente Beckenbauer e Völler, mentre i tifosi lo chiamano affettuosamente “Basti Fantasti”. Fa parte della tragica spedizione ad Euro 2000, dove i tedeschi raccolgono appena un punto nel girone con Romania, Inghilterra e Portogallo, tornando a casa dopo un sonoro 3-0 contro i lusitani.

Proprio questa sconfitta però, aumenta se possibile le speranze attorno alla nuova generazione di giovani: mentre la federazione riforma i settori giovanili – ne raccoglierà poi i frutti un decennio dopo – si va alla disperata ricerca di talenti che possano tirare fuori la Mannschaft da uno dei momenti più bui della sua storia: Sebastian è chiaramente uno di questi.

A questo punto, il ragazzo da Lörrach ha già più di un’occhio addosso: continua a tirare le fila del centrocampo dell’Hertha nella prima metà della stagione 2000/01, ma l’ennesimo infortunio della sua pur giovanissima carriera lo tiene fuori praticamente per tutta la seconda parte. Questo non frena il Bayern Monaco dal tentare il secondo affondo, che è quello vincente: ci si rende conto di essere davanti ad un fisico fragile, ma il talento è di quelli rari e sarebbe un peccato lasciarselo scappare.

Deisler approda ai campioni di Germania per nove milioni di euro, ma ancora prima di potersi unire ai nuovi compagni il ginocchio va di nuovo K.O. in maniera grave. Niente mondiali in Korea e Giappone, mentre i primi scampoli di partita arrivano solo tra febbraio e marzo del 2003, la prima da titolare addirittura a maggio. I piedi sono ancora quelli, ma la condizione fisica è chiaramente da riconquistare, e i tanti stop iniziano a minare anche quella psicologica.

All’inizio della stagione successiva, però, apriti cielo: il ragazzo del Gladbach sembra finalmente tornato. Un gol e due assist nelle prime tre, il solito strappo muscolare, ma poi ancora due gol e due assist in due settimane, per abbattere (entrambe per 4-1) Kaiserslautern e Borussia Dortmund. Con qualche anno di ritardo, davanti a lui sembrano aprirsi le porte di quel futuro che gli era stato promesso fin dall’adolescenza e che sembrava continuare a sfuggire.

All’indomani della sfida contro il Dortmund, però, questo fragile castello crolla di nuovo. Uli Hoeness, all’epoca DS del Bayern, riceve una chiamata da Deisler, che chiede esplicitamente aiuto. Non si tratta di un problema fisico, stavolta. Il 23enne è depresso, vive male da diverso tempo e la situazione è oramai insostenibile. La gravidanza della moglie, decisamente più problematica del previsto, è probabilmente il peso che manda definitivamente fuori asse la bilancia: l’ex Hertha viene ricoverato in clinica. I medici parlano appunto di depressione, ed in particolare di sindrome da burnout: un termine tecnico che, tradotto in parole più misere, descrive la crisi nervosa dovuta ad un ambiente lavorativo stressante, che sottopone l’individuo ad una pressione notevole, soprattutto quando i risultati non arrivano. A 23 anni, Deisler si sta sgretolando sotto il peso delle promesse non mantenute, degli appuntamenti mancati, dei problemi fisici.
Dopo un breve ritorno sotto i riflettori, verrà ricoverato di nuovo tra ottobre e novembre 2004. L’opinione pubblica sembra aver gettato la spugna, consegnando già ai libri di storia il suo fu wunderkid.

Il 2005, invece, è la sua miglior annata: gioca, spesso titolare, incide, e timidamente punta al mondiale 2006, da giocare in casa, come piccolo grande riscatto personale. A marzo di quell’anno, invece, arriva la caduta definitiva: scontro in allenamento con il compagno Hargreaves, e il legamento del ginocchio già maledetto salta. Lo stop si misura in mesi, e per la seconda volta Deisler deve guardare un mondiale dal divano, costretto fuori dal campo contro la sua volontà. Sarà l’ultima.

Dopo cinque operazioni al ginocchio e due ricoveri, Sebastian Deisler si ritira nel gennaio 2007, pochi giorni dopo il suo ventisettesimo compleanno. Nonostante sia tornato di nuovo a giocare, bene, col Bayern, ha lo sguardo spento, parla di un ginocchio che oramai non gli dà più fiducia, di un campo da calcio che dà spazio di libertà è diventato tortura e calvario.

Anche se non masticate il tedesco, la conferenza stampa durante la quale Deisler comunica il suo ritiro trasmette comunque una sensazione tremenda.

Oggi, Deisler ha 41 anni e vive a Friburgo, con sua moglie e suo figlio. Non si è più avvicinato al mondo del calcio e, con una correlazione più o meno diretta, nemmeno ai centri di riabilitazione né alle cliniche psichiatriche. La storia del suo decennio da calciatore professionista e dei motivi che lo hanno portato al ritiro è racchiusa in un libro dal titolo emblematico: Züruck ins leben, tornare alla vita.

I 15 migliori giocatori di Bundesliga in scadenza di contratto a giugno 2021

bundesliga giocatori in scadenza

Tanti nomi caldi tra i giocatori con contratto in scadenza nel 2021 per la Bundesliga: questa la nostra Top 15, tra veterani, giovani promettenti e tanto Bayern Monaco.

David Alaba – difensore – 1992 – Bayern Monaco
Colonna del Bayern da un decennio, se ne separerà per questioni economiche. La situazione si è scaldata esponenzialmente negli ultimi mesi, con un durissimo botta e risposta pubblico tra Uli Hoeneß l’agente del giocatore Zahavi. Ad inizio novembre i bavaresi, nella persona del presidente Heiner, hanno dichiarato di aver interrotto le trattative dopo l’ultima offerta rifiutata: “dobbiamo pensare al bene del club”.

Robin Quaison – attaccante – 1993 – Mainz
Dopo quattro anni in crescita costante, la sensazione è che Quaison possa provare a giocarsi le sue carte in una squadra più blasonata. Il Mainz ha dichiarato di volerlo tenere già lo scorso febbraio, ma le due parti non si sono ancora sedute al tavolo, ed attorno al giocatore suonano le sirene della Premier League: il Tottenham è alla finestra.

Jérôme Boateng – difensore – 1988 – Bayern Monaco
Altro senatore dello spogliatoio di Flick: al contrario di Alaba, nel suo caso sembra essere la società a manifestare incertezza. Entrambe le parti hanno minimizzato negli ultimi tempi, ma la sensazione è che il giocatore stia aspettando un’offerta che non arriva. I prossimi mesi saranno decisivi per sciogliere i dubbi.

Rani Khedira – centrocampista – 1994 – Augsburg
Il minore dei fratelli Khedira sembra aver trovato una dimensione adatta a lui all’Augsburg, ma potrebbero aprirsi scenari di mercato: il suo contratto è in scadenza a giugno ed ad ora non si hanno notizie di un possibile rinnovo.

Javi Martinez – centrocampista – 1988 – Bayern Monaco
Dopo essere stato vicinissimo ad un ritorno all’Athletic lo scorso agosto, di recente Martinez ha confermato che lascerà il Bayern al termine della stagione. Oltre all’innegabile romanticismo del chiudere la carriera nel club che lo ha lanciato, sembra poter tornare di moda anche l’ipotesi Fiorentina.

Melayro Bogarde – difensore – 2002 – Hoffenheim
Per un giocatore che si avvia verso il tramonto della sua carriera ce n’è uno all’alba: nipote di Winston Bogarde, Melayro in questo 2020 è diventato il più giovane olandese ad esordire in Bundesliga, a 18 anni e 2 giorni. Nel passato ha rifiutato la corte di diverse squadre di Premier, ma in caso di mancato rinnovo Milan e Barcellona sembrano potersi muovere per lui già a gennaio.

Angelo Stiller – centrocampista – 2001 – Bayern Monaco
Altra situazione spinosa in Baviera: brillante centrocampista difensivo del Bayern II, Stiller sembra destinato a non rinnovare. La folta concorrenza nel ruolo non aiuta: finora in stagione il tedesco ha giocato solo una manciata di minuti con la prima squadra. La destinazione più probabile è l’Hoffenheim, dove ritroverebbe come allenatore Seb Hoeneß: assieme hanno vinto l’ultimo titolo di Dritte Liga.

Eric Maxim Choupo-Moting – attaccante – 1989 – Bayern Monaco
Arrivato a sorpresa dal Paris Saint-Germain agli sgoccioli dell’ultima sessione di mercato, dopo un brillante esordio Choupo-Moting non ha trovato molto spazio con la maglia dei campioni d’Europa in carica. Nei prossimi mesi capiremo se sarà destinato ad essere una seconda linea a Monaco o un protagonista altrove.

Yannick Gerhardt – centrocampista – 1994 – Wolfsburg
Il Direttore Sportivo del Wolfsburg, Jörg Schmadtke, ha messo in chiaro che il giocatore rientra ancora nei piani sportivi del club, ma anche che lo stesso non ha ancora dato una risposta concreta alle proposte di rinnovo. La situazione sembra tuttora in evoluzione, nel frattempo per lui una sola presenza nelle ultime cinque.

Christopher Lenz – difensore – 1994 – Union Berlino
Lenz è uno degli elementi più affidabili della rosa dell’Union. Né la società né l’entourage del giocatore si sono però ancora espressi sull’ipotesi rinnovo, quindi può già potenzialmente firmare un pre-contratto con un’altra squadra.

Aleksandar Dragovic – difensore – 1991 – Bayer Leverkusen
Sul centrale c’è forte l’interesse della Stella Rossa, con i serbi che potrebbero rifarsi avanti dopo la corte serrata della scorsa estate. Il diretto interessato ha detto di aspettare una decisione da parte del Bayer, ma la sensazione è che il suo futuro possa essere lontano da Leverkusen.

Nils Petersen – attaccante – 1988 – Friburgo
Dopo sei anni al Friburgo, Petersen non sembra intenzionato a voler cambiare area. Ha pubblicamente dichiarato la sua fedeltà al club, testimoniata anche dal fatto di aver acquistato casa con la famiglia in città. A meno di colpi di scena, rinnoverà.

Nabil Bentaleb – centrocampista – 1994 – Schalke 04
Da fine novembre è fuori rosa nella squadra ultima in classifica in Bundesliga, tormentata anche da gravi problemi finanziari. A giugno, se non già a gennaio, Bentaleb farà sicuramente le valigie.

Salih Özcan – centrocampista – 1998 – Colonia
Dopo il prestito all’Holstein Kiel ha dimostrato una buona crescita, che gli è valsa un posto da titolare nelle rotazioni di Markus Gisdol. La sensazione è che il Colonia possa rinnovargli il contratto e la fiducia, quantomeno per non perderlo a zero.

Felix Passlack – difensore – 1998 – Borussia Dortmund
Dopo una serie di prestiti difficili, ha ritrovato una buona forma lo scorso anno, in Eredivisie, riaffacciandosi timidamente anche nelle rotazioni di Favre. Le prestazioni del prossimo futuro sembrano poterne condizionare il destino.