Il Bayern Monaco e il Qatar: una relazione complicata

Qatar Bayern

Un nodo, che rischia di dover essere sciolto. È quello dei rapporti tra il Bayern Monaco e il Qatar, finiti nuovamente sotto la lente d’ingrandimento in Germania dopo la pubblicazione da parte di Amnesty International, in cui si denunciano le condizioni di vita dei lavoratori impegnati a costruire le strutture per il Mondiale 2022, ospitato proprio dal Paese del Golfo. Ecco come è nato e come si è sviluppato il legame tra i campioni di Germania e il Qatar.

In principio fu… il ritiro – La relazione tra il Paese asiatico e il Bayern Monaco è cominciata nel 2011, quando la prima squadra, allora allenata da Louis Van Gaal, ha svolto il suo ritiro invernale a Doha. Nel 2016 l’aeroporto internazionale della capitale è diventato “partner platinum” dei bavaresi e dall’estate 2017 Qatar Airways, compagnia aerea di proprietà statale, è comparsa come sponsor sulla manica della maglia dei campioni di Germania. L’anno seguente, dopo 18 anni di collaborazione con Lufthansa, il club di Säbener Strasse ha scelto la compagnia del Vicino Oriente come “partner di volo” In più il Bayern è legato al Qatar, attraverso l’Audi, sussidiaria della Volkswagen, che ha l’8,33% delle azioni della società. E il Qatar possiede 14,6% delle quote della Volkswagen.

Le proteste dei tifosi – I rapporti tra i bavaresi e l’emirato del Golfo Persico sono stati criticati da più parti, ma soprattutto dagli stessi tifosi del Bayern. Nella Südkurve sono comparsi più volte negli ultimi anni diversi striscioni sul tema, dove si parla tra gli altri di “Blutgeld”, di soldi insaguinati. Un anno fa, nel gennaio 2020 alcuni sostenitori dei bavaresi hanno organizzato un dibattito sul tema dal titolo “Qatar, diritti umani e il Bayern: Mani in alto e bocca chiusa?”, ospitando due lavoratori nepalesi che hanno parlato della loro esperienza in quei Paesi e a cui non era presente, pur essendo stato invitato, nessun rappresentante del Bayern. Uno degli organizzatori degli eventi, secondo “Der Spiegel” non casualmente sarebbe stato punito un mese dopo, nel febbraio 2020, per aver esposto durante un match delle squadre riserve uno striscione contro le “partite di lunedì”. In più quello stesso tifoso nell’assemblea dei soci del Bayern del 2019 aveva chiesto un prolungamento della seduta per allineare il rispetto dei diritti umani a quanto prescritto dalle Nazioni Unite. Le proteste non si sono placate neppure con la pandemia. A inizio febbraio 2021 fuori dall’Allianz Arena è comparso uno striscione dove Karl-Heinz Rummenigge e Herbert Hainer, le due più alte cariche del club sono raffigurate mentre trainano una diligenza, condotta da un emiro. Una posizione di critica, espressa in una dichiarazione scritta anche da Club nr. 12, l’associazione di tutti i “Bayern Club”, il quale chiede anche di aprire un dialogo con la dirigenza.

Reticenza – Una questione, quella del Qatar e del rispetto dei diritti umani, che ha mosso anche istituzioni e associazioni umanitarie, non solo in Germania. Nel febbraio 2020 il presidente del FairSquare Projects, ONG che si occupa di diritti soprattutto dei migranti Nicholas McGeehan ha chiesto in una lettera a Karl-Heinz Rummenigge di esprimersi riguardo ai diritti dei lavoratori in Qatar, come aveva fatto il Liverpool nel 2019. Una richiesta non raccolta dai vertici del club bavarese. Che seppur con ritardo invece hanno risposto a Dieter Reiter, membro della Partito socialdemocratico (SPD) del consiglio comunale di Monaco ma soprattutto del consiglio di amministrazione del Bayern. Il politico aveva chiesto che Rummenigge e Hainer riferissero dei rapporti con il Qatar. Le alte cariche dei campioni di Germania hanno risposto proponendo la creazione di una tavola rotonda e invitando politici, aziende e ONG a collaborare per creare in Qatar “una cultura del cambiamento”.

Bayern, pazienza e dialogo – Con il passare del tempo e l’aumento della pressione, anche per la pubblicazione da parte di organizzazioni internazionali (per esempio l’Organizzazione Mondiale del Lavoro) di ONG, come Amnesty International di rapporti sulle condizioni dei lavoratori in Qatar, i vertici del Bayern non hanno più potuto evitare apertamente la questione. La linea tenuta da Herbert Hainer e Karl-Heinz Rummenigge, presidente e Vorstandschef dei campioni di Germania, è stata improntata, oltre che alla difesa della partnership con i qatarioti, a una linea “morbida”. Nelle interviste concesse ai media i due dirigenti parlano spesso di come sia necessario il dialogo e non la contrapposizione per cambiare le cose e anzi come le condizioni siano già cambiate. Per esempio viene citata l’introduzione di un salario minimo, l’abolizione nel 2020 della Kafala, l’istituto giuridico che lega i lavoratori migranti in maniera quasi indissolubile alle aziende che li assumono attraverso un sistema di “sponsorizzazione” e il ritiro che il Bayern femminile ha tenuto sempre a Doha, esponendosi, anche se non in maniera aggressiva sul tema dei diritti. Rummenigge nella sua intervista alla ZDF ha pure invocato pazienza.

“Il Qatar è un Paese relativamente giovane – ha evidenziato l’ex attaccante dell’Inter – Sui diritti umani e dei lavoratori bisogna avere un po’ di pazienza. È un’altra cultura, un’altra religione”.

Affermazione quest’ultima che ha fatto ribattere al conduttore Jochen Breyer che “le violazioni dei diritti umani non sono cultura”. Una posizione, quella di Rummenigge che ha pure sottolineato come il “calcio possa cambiare un pezzo di mondo, ma non tutto” che stride un po’ con la filosofia e i valori di un club, che nella storia, recente e non solo, è stato sempre in prima linea nella lotta al razzismo e a ogni forma di discriminazione.

La storia di Eugen Salomon: il fondatore del Mainz ucciso ad Auschwitz

eugen Salomon

Per scoprirla nella sua interezza ci sono voluti più di 70 anni. È la storia di Eugen Salomon, uno dei fondatori del Mainz, club di Bundesliga. Una vicenda persa nelle nebbie di uno dei periodi più bui della Germania e dell’Europa.

Un borghese, amante del Gioco – Eugen, classe 1888, è il figlio di un tappezziere di Wörrstadt, nel nord del Rheinland-Pfalz, che nel 1900 si trasferisce insieme alla sua famiglia, una ventina di chilometri più a sud, a Mainz. Della sua gioventù si sa poco se non che il 16 marzo 1905 è al Cafè Neun, nel centro della città del carnevale, quando nasce il 1. Mainzer Fußballclub „Hassia“ 05. Sette mesi dopo, nell’ottobre 1905, nell’assemblea straordinaria di quella nuova società viene eletto presidente. Ha solo 17 anni, ma è sotto la sua guida che nel giugno 1906 il 1. Mainzer Fußballclub „Hassia“ 05 viene accolto nella Verband Süddeutscher Fußball-Vereine, l’associazione che raccoglie i club del sud della Germania.

Imprenditore e dirigente – Nella società biancorossa Salomon, che durante la Grande Guerra ha vissuto in Lorena, ci rimarrà per quasi 30 anni con diversi ruoli: come presidente, membro del board di presidenza e anche come sponsor, lui che negli anni Venti è prima il proprietario di varie aziende tessili e poi rappresentante di tessuti. Il club cambia, a partire dal nome (nel 1919 diventerà 1. Mainzer Fußball- und Sportverein 05) e dalle ambizioni. Dal 1920 in avanti il Mainz gioca con le migliori squadre della zona, compreso il grande Norimberga di Stuhlfauth e Kalb, già campione di Germania.

L’espulsione – A cambiare la storia di Salomon e degli ebrei tedeschi la salita al potere di Hitler nel gennaio 1933. Neanche tre mesi dopo, il 9 aprile, diversi club della Verband Süddeutscher Fußball-Vereine si schieravano a favore del nascente regime e si impegnavano a escludere gli ebrei dalle loro attività. Tra i firmatari non c’è il Mainz che però il 10 agosto, in un’assemblea straordinaria dei soci, decide di cacciare i suoi membri di religione ebraica, come Salomon, Carl Lahnstein o Erwin Drucker, quest’ultimo pure tesoriere del club.

L’esilio e la fine – Per molti anni la storia conosciuta di Eugen si era interrotta al 1933, alla sua cacciata dal Mainz. Successivamente alcuni storici locali hanno ricostruito il resto della vita del fondatore dei biancorossi. Già nell’estate 1933 lui e la sua famiglia, compresi i suoi due bambini sono fuggiti in Francia, dove hanno vissuto tra gli altri a Bourges, vicino a Orleans. Qui li coglierà nel 1940 l’invasione tedesca del Paese transalpino. I suoi connazionali lo arresteranno su delazione dei suoi vicini francesi nel 1942 e lo deporteranno prima a Drancy e poi nel novembre di quello stesso anno ad Auschwitz. Morirà il 14 novembre, probabilmente nelle camere a gas. Sua moglie Alice e i suoi figli Erwin e Alfred sopravviveranno. Uno dei suoi eredi si presenterà negli Anni Cinquanta al Mainz, raccontando che suo padre è morto, ma non specificando come.

La riscoperta e gli omaggi – Nel 2010 il nome di Salomon e la sua storia riemergono perché, mentre si sta costruendo l’attuale Opel Arena, i Supporters Mainz , il gruppo che raccoglie i tifosi dei biancorossi, vorrebbero chiamare con il suo nome, la Arenastraße, una delle vie vicine all’impianto. La proposta viene discussa e sarà accettata solo dopo mesi di dibattito. Il 5 marzo 2013, giorno del 125simo compleanno di Eugen Salomon, a Mainz in Boppstraße 64, dove l’ex presidente aveva abitato negli Anni Venti, vengono installate, quattro “pietre d’inciampo”, una per ogni membro della famiglia Salomon. Cinque anni dopo il volto di Eugen gli ultras lo porteranno in curva, per festeggiare i 130 anni dalla sua nascita.

Gerd Müller 40, il record inseguito da Lewandowski

Gerd Müller 40

Meno di dieci gol da realizzare in 10 partite. Tanti ne mancano a Robert Lewandowski per entrare (ancora una volta) nella leggenda della Bundesliga. Se li dovesse realizzare il polacco del Bayern Monaco potrebbe eguagliare o addirittura superare il primato di reti in una singola stagione del massimo campionato tedesco, 40, che appartiene a Gerd Müller e che è stato stabilito nel 1971-1972. Eccome come ci era riuscito il “Bomber der Nation”.

Tirato a lucido – Nell’estate 1971, dopo una stagione in cui non ha vinto il Meisterschale e neppure il titolo di capocannoniere, Gerd Müller va in vacanza in Italia. In Liguria, dove passa tutte le estati, però l’attaccante del Bayern non solo si rilassa. Quando i bavaresi vanno in ritiro Müller, che si è fatto crescere i capelli e porta una folta barba, è in forma smagliante, con la bilancia che segna 72 kg, il suo “minimo storico” in attività, non male per uno che era stato soprannominato “kleines dickes Müller”, il grasso e piccolo Müller.

Passo lento e rinuncia ai rigori – Nonostante sia in ottime condizioni fisiche, l’inizio di stagione di Gerd, come quello del Bayern allenato da Udo Lattek, non è dei migliori. Dei primi dodici gol del Bayern in Bundesliga solo uno porta la sua firma, nel 2-2 in trasferta alla seconda giornata contro l’Hertha Berlino. Alla decima giornata ha realizzato quattro reti, una miseria per uno come lui. Un bottino poco ricco anche perché Müller spreca due rigori consecutivi tra l’ottava e la nona giornata, contro Eintracht Braunschweig e Bochum, tanto che decide di non presentarsi più dal dischetto.

Pioggia di gol in autunno – Una stagione normale che comincia a cambiare a ottobre. Doppietta contro l’Hannover e soprattutto tripletta, in 13 minuti contro l’Amburgo. Da lì è un’accelerazione continua. Il 27 novembre il Bayern, ormai in crescita, ne rifili undici (a uno) al Borussia Dortmund, in quello che non è ancora il Klassiker. Gerd ne fa la metà cinque. A metà campionato le reti del “Bomber der Nation” sono 17, sui 47 totali realizzati dal Bayern nel girone d’andata.

Un ritorno da urlo – Il 1972, un anno di svolta per Müller e per il calcio tedesco, sembra però cominciare senza troppi sussulti, con un gol nelle prime tre partite. Poi a Monaco, arriva il Rot-Weiss Oberhausen e Gerd segna cinque reti nella vittoria 7-0 dei bavaresi. Dopo quella partita il centravanti della Nazionale non si ferma più, sbaragliando gli avversari del Bayern e i suoi, come Klaus Fischer, per la classifica marcatori. Quando ad aprile il Bayern incontra lo Schalke di Fischer, tra l’altro il secondo miglior cannoniere della storia della Bundesliga proprio dietro di lui, Müller raggiunge quota 34, mentre i suoi avversario in biancoblù ne ha realizzati la metà. Timbra due volte anche contro il Colonia e nel frattempo si toglie la soddisfazione di inaugurare l’Olympiastadion di Monaco con una quaterna in Nazionale nel successo 4-1 contro l’Unione Sovietica.

Quaranta… e avanti – Müller chiude, almeno in Bundesliga, il suo score il 3 giugno 1972. il Bayern batte in casa 6-3 l’Eintracht Francoforte e Gerd realizza una tripletta, la sesta in stagione, superando i 38 gol stagionali del 1969/1970. È inarrestabile, tanto che Gert Trinklein, che ha il compito di marcarlo dichiara:

“Müller fa cose che nessun altro sa fare. L’unico modo per fermarlo è ammanettarlo”.

L’allenatore avversario Erich Ribbeck ripete: “Prenderei due Beckenbauer per un Müller”. L’attaccante dei bavaresi si ferma, ma solo con la maglia del club, alla trentaduesima giornata. Qualche settimana dopo, con la Nazionale, impegnata agli Europei in Belgio, realizza quattro delle cinque reti che consentono alla Nationalmannschaft di conquistare il titolo continentale e a lui di diventare il primo calciatore tedesco a superare quota 50 con la maglia della Nazionale. Alla fine dell’anno solare 1972 i suoi gol saranno 151 in 100 incontri. Dodici mesi eccezionali che il Bayern non ha dimenticato tanto da omaggiarli in occasione dei 70 anni di Müller con una speciale installazione all’interno del museo del club. Un luogo, dove Robert Lewandowski, spera di trovare posto, magari dopo aver battuto anche il record del “Bomber der Nation”.

Lazio-Bayern, la partita di Miro Klose

Klose lazio

Sarà un’emozione, anche per lui che non le lascia trasparire. Miroslav Klose, negli ottavi di finale di Champions League affronterà la Lazio. Non lo farà più da calciatore, ma da assistente di Hansi Flick, sulla panchina del Bayern Monaco. Un doppio confronto, che per il migliore goleador di tutti i tempi ai Mondiali, avrà tanti significati.

Roma, un pezzo di cuore – Per Miro, la Capitale e la Lazio hanno rappresentato la tappa finale di una già eccezionale carriera. Cinque anni, più di 50 gol e tanti momenti indimenticabili. Come il gol decisivo allo scadere nel derby del 16 ottobre 2011, la cinquinta contro il Bologna nel maggio 2013 o la doppietta del marzo 2016 con l’Atalanta che lo fa diventare il giocatore straniero della Lazio con più gol nella storia della Serie A. Klose è adorato dai tifosi. E non solo dei biancocelesti. Professionale, umile (ha raccontato che a fine allenamento si fermava per raccogliere i palloni) e corretto, come quando in una partita contro la Fiorentina confessa all’arbitro di aver segnato di mano. Roma e la Lazio hanno cambiato la vita di Miro anche fuori dal campo. In Italia, parole sue, ha scoperto la serenità ed è riuscito a coltivare le sue passioni, come la pesca e ha scoperto interessi, come quello per il vino, lui che prima di arrivare a Roma era in pratica astemio. Insomma, dopo Doll e Riedle, un altro tedesco che nella Roma biancoceleste ha lasciato il cuore.

Klose lazio bayern
Miroslav Klose ha lasciato un pezzo di cuore alla Lazio.

L’incontro con un vecchio amico – Mirek, come lo chiamavano agli esordi, nel doppio confronto con Lazio rivedrà tanti compagni, come Stefan Radu, Senad Lulić e Danilo Cataldi. Klose di sicuro incrocerà Igli Tare, il ds dei biancocelesti. I due si conoscono dal 1999, quando entrambi sono arrivati al Kaiserslautern di Otto Rehhagel, il futuro dirigente dal Fortuna Düsseldorf e il tedesco dall’Homburg. Saranno compagni di squadra per un anno e mezzo, prima che Tare parta per l’Italia nel gennaio 2011. Miroslav e Igli si rivedranno per la prima volta solo due mesi dopo, con la maglia delle rispettive Nazionali. È l’esordio di Klose con la Nazionale ed è anche il suo primo gol con la Nationalmannschaft.

Il nuovo ruolo – All’Allianz Arena e all’Olimpico Miro assisterà Hansi Flick. Una carriera, quello di tecnico che l’ex attaccante ha intrapreso all’indomani del suo ritiro. Nel 2016, quando ha appeso le scarpe al chiodo, Klose è entrato a far parte dello staff della Nazionale di Joachim Löw. Del suo lavoro Oliver Bierhoff dirà che l’ex giocatore ha la “passione e l’esperienza per fare l’allenatore”. Sì, perché il recordman di gol a un Mondiale è uno che studia. In un’intervista a Kicker ha parlato, con competenza, degli schemi su calcio d’angolo del Sandhausen, club di 2.Bundesliga. Miro vuole crescere, ma vuole faro gradualmente, senza “bruciarsi”. Nel 2018 il Bayern gli offre la guida dell’U19, ma lui rifiuta, non si sente pronto. Dice sì invece alla U17, la B-Junioren, con cui vince uno dei gironi del campionato tedesco di categoria. Accetta nel 2020, anche l’offerta di Hansi Flick, sua vecchia conoscenza dai tempi della Nazionale per diventare uno dei suoi assistenti.

Lo “stage” in Italia – Un percorso, quello di Klose, accompagnato dalla formazione. Nel luglio 2020 inizia il “supercorso” allenatori della DFB, il primo della storia a essere digitale. Tra le attività obbligatorie per gli alunni c’è anche un periodo di formazione all’estero. E Miro ha scelto l’Italia e il Milan di Stefano Pioli, il tecnico con cui aveva condiviso gli ultimi due anni alla Lazio, dove oltre a tanti bei ricordi ha lasciato il cuore.

Trent’anni, quattro allenatori: Friburgo, il valore della continuità

allenatori friburgo

Settecento partite in Bundesliga. È il traguardo che il Friburgo ha raggiunto nell’ultima giornata di campionato con la prestigiosa vittoria contro il Borussia Dortmund. La squadra della Brisgovia l’ha ottenuto con soli quattro allenatori nell’arco di poco meno di trent’anni. Una continuità che fa dei Südbadener, una rarità nel panorama calcistico tedesco.

In principio fu… Finke – Nel 1991 il Friburgo, che milita da un decennio ininterrottamente in 2.Bundesliga, decide di ingaggiare Volker Finke come allenatore. Ha 43 anni ed è uno sconosciuto al grande calcio. Ex giocatore dilettante, un diploma di istruttore di tennis tavolo, nel ’90-’91 ha guidato il TSV Havelse, squadra di Oberliga Nord, la terza serie. Quell’uomo dalla folta chioma bionda è destinato a cambiare la storia del club. Propone un calcio diverso, con difesa a quattro in linea e marcatura a zona. In altre parole, in quel momento del calcio tedesco un eretico. Finke porta nel 1993 il Friburgo per la prima volta in Bundesliga, dominando la seconda serie con 102 gol fatti. È l’inizio di un amore tra lui e i Südbadener, che durerà 16 anni, fino al 2007 Una storia con tre retrocessioni (e altrettante) risalite e tanti momenti indimenticabili. Come il 5-1 rifilato al Bayern Monaco di Trapattoni nel 1994, il terzo posto in Bundesliga nella stessa stagione o le due esperienze in Coppa UEFA. È nato il mito dei Breisgauer-Brasilianer, i “brasiliani della Brisgovia”, costruito grazie alla pazienza e alla lungimiranza della dirigenza guidata dal presidente Achim Stocker, assistito tra gli altri da Fritz Keller, attuale numero 1 del club e della Federcalcio. Stocker ha riconfermato Finke dopo ogni retrocessione e ha fatto costruire la Freiburger Fußballschule, il centro per il settore giovanile, guidato dal 2003 al 2013 da Jochen Saier, e da cui usciranno diversi giocatori, poi arrivati in prima squadra come Matthias Ginter e Maximilian Philipp.

Dutt e la “meteora” Sorg – Nel 2007, dopo un quarto posto in 2.Bundesliga e un record di longevità per un club professionistico tedesco, Finke e il Friburgo si separano. Stocker, che morirà da lì a poco, sceglie come nel 1991 un uomo nuovo Robin Dutt. Il tecnico di padre indiano e di madre originaria della zona dell’Alta Foresta Nera, ex Stuttgarter Kickers, rimarrà in Brisgovia per quattro anni, riportando la squadra in Bundesliga. Ci sono momenti difficili, ma la dirigenza, che ha Keller come numero uno, lo appoggia. Come nel febbraio 2010 dopo il ko contro l’Hertha Berlino. Quando Dutt se ne va per allenare il Bayer Leverkusen, nel 2011, il Friburgo sceglie ancora la via della continuità. Viene promosso il tecnico della seconda squadra Marcus Sorg, che già dal 2007 lavora a Friburgo. Uno che conosce bene l’ambiente e che nel Friburgo II ha cresciuto calciatori come Olivier Baumann e Daniel Caligiuri. A Sorg, che aveva allenato pure lui allo Stuttgarter Kickers non andrà bene. Pochi mesi di lavoro e tredici punti in 17 partite, con la squadra in fondo alla classifica. Meglio andrà a quello lui si è scelto come vice, Christian Streich, già nello staff di Dutt, come assistente.

Streich, da traghettatore a “istituzione” – L’allora 46enne di Weil am Rhein sembra per molti un semplice traghettatore, che debba accompagnare il Friburgo in 2.Bundesliga. Streich, però è anche altro. Innanzitutto è uno che conosce perfettamente la filosofia del club (il vecchio presidente Stocker gli aveva profetizzato che sarebbe diventato allenatore della prima squadra) e ha una lunga esperienza di successo con il settore giovanile con un titolo tedesco nel 2008 e tre Coppe di Germania con gli A-Junioren, l’equivalente della nostra “Primavera”. Streich prima salva la squadra dalla retrocessione, poi inizia a costruire un piccolo miracolo sportivo, soprattutto visto le limitate possibilità economiche. La base sono i giocatori delle giovanili, che il “Professore” conosce e i tanti ragazzi che Streich, insieme a Jochen Saier e al ds Klemens Hartenbach sceglie e coltiva. Caratteristiche: costi contenuti, predisposizione al lavoro e prospettive di crescita. Lancia giocatori, ne rigenera altri, come Nils Petersen, attaccante specializzato nel segnare a partita in corso. Streich riporta il Friburgo in Europa, ma vive anche il dramma sportivo della retrocessione nel 2015-2016. L’unica cosa che rimane intatta è la fiducia della dirigenza, soprattutto nei momenti bui. Grazie alla quale è diventato il più longevo allenatore delle attuali squadre di Bundesliga. Con un bilancio sano e una tifoseria che lo adora, non solo per quello che dice parlando di calcio.

Christian Streich, il professore del Friburgo

Christian streich

Nella stagione 2020/2021 è l’allenatore che guida da più tempo un club della Bundesliga. Lo scorso dicembre ha festeggiato il traguardo dei 9 anni alla guida dello stesso club. E ha iniziato il 2021 centrando la quinta vittoria consecutiva (non ci era mai riuscito in carriera), che ha portato il Friburgo nuovamente a ridosso dell’Europa. Christian Streich, 55 anni lo scorso giugno, è, ed è stato tanto altro. Dentro il campo, ma soprattutto fuori.

Prima di sedersi in panchina, Christian, figlio di un macellaio come Uli Hoeneß, cresciuto a Eimeldingen, estrema punta sud-occidentale della Germania, a pochi passi dal confine con Francia e Svizzera, è stato un discreto centrocampista tra gli anni Ottanta e Novanta. Una decina di presenze in Bundesliga con l’Homburg nella stagione 1989/90 e un’onesta carriera tra Stuttgarter Kickers e Friburgo. Qui veste le maglie del Freiberger FC, la più vecchia squadra della città e del Friburgo, dividendo lo spogliatoio con Souleymane Sané, padre di Leroy e con Joachim Löw, futuro ct della Nazionale. A 25 anni, lui, che aveva completato un percorso di formazione in una scuola professionale a indirizzo commerciale, si diploma e all’università studia germanistica, storia e sport per diventare un insegnante.

Streich in cattedra non ci andrà mai, anche se dal 1995 la dirigenza del Friburgo gli affida la panchina degli A-Junioren, la massima categoria giovanile. In diciassette anni conquista tre coppe nazionali e nel 2008 il titolo di campione di Germania. Ma oltre a vincere Christian forma uomini e calciatori. Insegna il gioco, ma anche valori. E poi ascolta e si fa ascoltare. È un Menschenfänger, letteralmente uno che “cattura” emotivamente i suoi uomini. Tra i giocatori che sono cresciuti con lui Oliver Baumann, Ömer Toprak e Dennis Aogo, che lo ha definito a più riprese un “secondo padre”.

Nel dicembre 2011, dopo solo tre vittorie nel girone d’andata, la dirigenza decide di esonerare Markus Sorg e affidare la panchina della prima squadra a Christian Streich, all’epoca suo assistente. Da quel posto non si è più alzato. In nove anni ci sono stati alti, come le due qualificazioni in Europa League (la prima dopo un sensazionale quinto posto nel 2013/2014), ma anche bassi come la retrocessione nel 2014/2015. In mezzo Streich, insieme ai direttori sportivi Jochen Saier e Klemens Hartenbach, quest’ultimo ex compagno di squadra ed ex coinquilino del tecnico, quando entrambi giocavano, anche quest’anno ha costruito una squadra che gioca bene e che sa divertire. Come l’anno scorso. Come nelle altre stagioni passate.

In più ha lanciato giocatori come il portiere Alexander Schwolow, i fratelli Schlotterbeck, ha coltivato talenti come Maximilian Philipp e Matthias Ginter, Vincenzo Grifo e Robin Koch, rivitalizzando un giocatore come Nils Petersen, il miglior joker della Bundesliga nonché marcatore di sempre del club, superando l’ex compagno di Streich Joachim Löw. E a Friburgo se lo tengono stretto, tanto da avergli fatto firmare un altro rinnovo, per la stagione 2021/22. E magari oltre.

Streich però non è diventato famoso solo per gli ottimi risultati sul campo – tra i suoi ammiratori c’è Jupp Heynckes, che nel 2013 gli ha simbolicamente ceduto lo scettro di miglior allenatore di Germania, dopo aver vinto il triplete –  o per le sue incredibili e spontanee esultanze, ma anche per quello che fa e che dice fuori dal campo. Arriva allo stadio in bicicletta, di tanto in tanto non disdegna una sigaretta, a ogni interlocutore che viene al centro sportivo del Friburgo chiede da dove viene e cosa fa, raccomandandosi quando si congeda di fare attenzione nel viaggio di ritorno. Le sue conferenze stampa, sempre in bilico tra il tedesco standard e il dialetto svevo, sono un evento, tanto che il Badische Zeitung, tra il 2012 e il 2014 ha fatto una rubrica con le migliori frasi del tecnico. Che non è mai banale. Anche quando parla di altro. Nella nostra Guida alla Bundesliga 2019/20 (acquistabile e consultabile qui) le avevamo raccolte. Anche se ha raggiunto il grande pubblico per ‘colpa’ della spinta di Abraham.

Christian Streich, cresciuto nell’ambiente tradizionalmente progressista di Friburgo e che dice di aver imparato come trattare le persone quando aiutava il padre con i clienti della sua macelleria, non ha paura a esprimersi su temi come il razzismo, la politica (nota la sua poca simpatia per AfD, partito di estrema destra), l’attualità. Nel 2017 è stato eletto personalità calcistica dell’anno dalla rivista ‘Kicker’ Lui però rimane modesto.

“Se mi conoscessero nel privato e lavorassero con me ogni giornoprobabilmente non vincerei premi. Faccio sbagli come tutti”.

Ma a Friburgo lo amano a prescindere, anche quando commette errori.

Intercontinentale, vittorie e rinunce: il Bayern sul tetto del mondo

bayern intercontinentale

Una (doppia) vittoria per fare l’en plein di trofei nel 2021 e conquistare il quarto titolo mondiale della sua Storia. È quella che cerca il Bayern Monaco nella rassegna iridata per club al via in Qatar: sarebbe l’ennesimo capitolo di una storia travagliata, che lega i campioni di Germania e la Coppa Intercontinentale/Mondiale per club.

Le rinunce degli Anni Settanta – Dopo una lenta crescita a partire dalla seconda metà degli Anni Sessanta, condita da una vittoria in Coppa delle Coppe nel 1967, il Bayern nel ’74 diventa campione d’Europa, nella doppia finale con l’Atlético Madrid a Bruxelles. È la squadra di Gerd Müller, Franz Beckenbauer e Sepp Maier, i dirigenti del Bayern però rinunciano a disputare la Coppa Intercontinentale contro gli argentini dell’Independiente. La ragione? L’impossibilità di trovare delle date utili per disputare i due incontri per il titolo. Al posto dei tedeschi vanno i finalisti dell’Atletico, che vincono, caso unico nella storia, il trofeo. L’anno successivo nel 1975, lo scenario si ripete. Bayern e Independiente, di nuovo confermatosi campioni continentali non trovano un accordo per disputare i due match, anche se questa volta la competizione non si disputa proprio.

Il primo titolo – Nel 1976, con i tedeschi che hanno appena fatto il tris in Coppa dei Campioni, invece si gioca, a cavallo tra fine novembre e metà dicembre. Gli avversari sono i brasiliani del Cruzeiro di Belo Horizonte. Andata in Baviera, ritorno nel Minas Gerais. I primi 90′ minuti si disputano in un “Olympiastadion” semivuoto (sono solo 22mila gli spettatori) e un terreno che assomiglia più a una pista di pattinaggio che a un campo di calcio. Il Bayern è più forte ma riesce a passare solo nella ripresa, grazie al “solito” Gerd Müller e a Hans-Josef “Jupp” Kapellmann, soprannominato “Apotheke”, letteralmente farmacia, perché studia medicina.

Il ritorno, il 21 dicembre a Belo Horizonte, dove 38 anni dopo la Germania batterà il Brasile 7-1, è decisamente più complicato. L’aereo che porta i tedeschi in Sudamerica viene ritardato per nebbia, ma nel Minais Gerais, dove è estate i tedeschi trovano un caldo soffocante. Alla partita davanti a 113mila spettatori il Bayern ci arriva dopo aver dormito pochissimo. A inizio match Kappelmann viene colpito da un petardo e sembra l’inizio di un’odissea lunga 90 minuti. La pioggia che cade su Belo Horizonte raffredda l’atmosfera e anche grazie a un ottimo Sepp Maier, il Bayern di Dettmar Cramer riesce a mantenere lo 0-0, con un atteggiamento difensivo che li ha fatti fischiare anche dai suoi tifosi attivati in Brasile. Festeggiano tutti, anche i fan rimasti in Germania Ovest che non hanno visto il match, perché la TV non l’ha trasmesso. Tra quelli che si disperano invece ci possono i dirigenti del Bayern. La trasferta è costata di più, di quanto abbia generato a livello di ricavi.

Con Kuffour sul tetto del mondo – Un quarto di secolo dopo il trionfo di Belo Horizonte il Bayern, guidato da Ottmar Hitzfeld, torna a giocarsi il titolo mondiale. Come accade dal 1980 la Coppa Intercontinentale, rinominata Toyota Cup, si disputa in gara unica e a Tokyo, per ragioni di sponsor. L’avversario è il Boca Juniors, detentore del trofeo. I campioni d’Europa arrivano in Estremo Oriente, con tante assenze per infortunio. Mancano il capitano Stefan Effenberg, Alexander Zickler per un raffreddore, oltre a Jens Jeremies, Mehmet Scholl e Roque Santa Cruz. Hasan Salihamidžić, attuale ds del Bayern, il giorno della partita, il 27 novembre viene addirittura operato. Si gioca davanti a 51mila spettatori, tra cui un migliaio di tifosi venuti dalla Germania. È una partita equilibrata che svolta al 45′, quando l’attaccante del Boca, Marcelo Delgado cade a terra dopo aver tirato in porta. L’arbitro danese Kim Milton Nilsen gli mostra il secondo giallo della partita per simulazione. È cartellino rosso. Nonostante la superiorità numerica e i cambi offensivi di Hitzfeld il Bayern non riesce ad avere la meglio sul Boca nei tempi regolamentari. All’overtime, al 110′, quando qualcuno pensava già ai rigori, la risolve l’ex Torino Samuel Kuffour. Mischia in area del Boca dopo un angolo di Bixente Lizarazu e il ghanese infila Óscar Córdoba. Il Bayern resiste e si laurea campione del mondo. Uli Hoeneß non si capacita. “Sammy che hai fatto?”. È contento anche Franz Beckenbauer, che però glissa così sul match. “È stato come Untergiesing contro Obergiesing” (due quartieri di Monaco n.d.r).

2013, un trionfo firmato Guardiola – Alla fine del primo decennio del Nuovo Millennio il modo per contendersi il titolo di campione del mondo per club cambia ancora. La FIFA decide di organizzare un torneo con le vincitrici delle massime competizioni continentali. Il campionato mondiale per club del 2012 si disputa in Marocco e il Bayern ci arriva con un nuovo allenatore, lo spagnolo Pep Guardiola che ha ereditato la squadra vincente dell’unica Champions League con due squadre tedesche in finale, allenata da Jupp Heynckes. A differenza del 1976 e del 2001 i bavaresi devono giocare due match, una semifinale e una finale. Per gli uomini di Guardiola sono poco più che due formalità. 3-0 ai cinesi del Guanzhou Evergrande (ora Guangzhou Zuqiu Julebu) di Marcello Lippi e 2-0 al Raja Casablanca, che a sorpresa aveva eliminato l’Atlético Mineiro, battendolo 3-1.

In finale l’assoluto protagonista è Franck Ribery, oltre a un gioco fatto di possesso, rapidi passaggi e grande fluidità di manovra. Con quel successo il Bayern centrò nell’anno solare, il quinto trofeo su sei in palio. Uno score, che Hansi Flick e i suoi sperano di migliorare nel 2021. Riportando il Bayern sul tetto del mondo a livello intercontinentale.

Bayer, Carl Zeiss, Wacker: una squadra, un’azienda

squadra azienda

Werkself. Per chi ama il calcio tedesco, il Bayer Leverkusen che affronta il RB Lipsia per continuare a sognare la Bundesliga, è semplicemente la “squadra della fabbrica”. I rossoneri però non sono l’unico Werkself del calcio tedesco. Ovvero la squadra legata a un’azienda. Ecco le altre.

Leverkusen, una formazione per gli operai – Nel febbraio del 1903, Wilhelm Hauschild, uno dei 70 operai della Bayer scrive una lettera ai vertici aziendali per chiedere supporto nella fondazione di una società sportiva. Nell’estate 1904 nasce il Turn- und Spielverein Bayer 04 Leverkusen, che tre anni dopo, nel 1907 si doterà di una sezione calcistica. Peraltro nel 1953 la Bayer a Krefeld farà nascere un altro club con il suo nome. È il Bayer Uerdingen che nel 1985 vincerà pure una Coppa di Germania. Nel 1995 l’azienda farmaceutica si sgancerà dal club, contribuendo a farla sprofondare nelle serie minori.

L’evoluzione del Wolfsburg – I “Lupi”, al contrario del Bayern, non sono nati come Werksteam, ,ma lo sono diventati nel 2007, quando la Volkswagen ha acquistato il 100% delle azioni del club. Il rapporto con la casa automobilistica però era già consolidato. Per esempio già dal 1952 la VW era lo sponsor principale della squadra e nei primi anni di vita la formazione giocava le sue partite casalinghe su terreni di proprietà Volkswagen.

Scrivi Burghausen, leggi Wacker – Il Wacker Burghausen, ora in Regionalliga Bayern, ha vissuto all’inizio del nuovo Millennio, un’ascesa che l’ha portato a giocare anche in 2.Bundesliga. I bianconeri, che hanno sede nel sud-est della Baviera, sono stati fondati nel 1930 per dare una società sportiva ai lavoratori della Wacker, fabbrica chimica impiantatasi nella città nel 1914. Una polisportiva, che annovera tra le due discipline, il calcio femminile, il tennis e la lotta.

Opel Rüsselsheim e la pubblicità occulta – Rüsselsheim, in Assia, non lontano da Francoforte è famosa per essere la “casa” dell’azienda automobilistica Opel. Nel 1928 l’allora Sportclub Borussia 06 diventò Sport-Club Opel 06 Rüsselsheim, con la speranza che la casa automobilistica sostenesse finanziariamente il nuovo sodalizio, che ha preso i colori gialloneri, come la Opel. Un presupposto che non si avverò, anche se il rapporto tra club e azienda non è mai interrotto. Per esempio nel 1961 la Opel offre un pulmino alla squadra per le trasferte. Nel ’72 i gialloneri, che negli anni precedenti erano stati allenati tra gli altri da Otto Baric e da Bert Trautmann, leggenda del Manchester City, litigarono con la TV, perché li avevano chiamati SC Rüsselsheim, non menzionando lo sponsor.

SG Quelle Fürth, una fusione – Nel ’73 Turnverein 1860 Fürth e BSG Schickedanz Fürth si fondono, dando vita al Quelle. Il BSG Schickedanz Fürth è la squadra aziendale della Quelle, azienda che si occupa di vendita per corrispondenza. Al massimo nella loro storia arriveranno nel 1996/1997 in Regionalliga Süd, la terza serie, retrocedendo immediatamente e sprofondando di nuovo nelle serie minori.

Carl Zeiss Jena, una squadra, un’azienda – Nel 1903 la direzione della Carl Zeiss, azienda ottica di Jena in Turingia, fonda il Fußball-Klub der Firma Carl Zeiß. Inizialmente possono giocare solo chi è impiegato nella fabbrica. Terrà quel nome per 14 anni, prima di iniziarsi a chiamare 1.SV Jena. Per riavere il suo nome originario ci vorranno quasi 50 anni. Nel 1966 infatti nasce il Carl Zeiss Jena, che nella Germania Est vincerà due campionati, tre Coppe della DDR e raggiungerà pure una finale di Coppa delle Coppe nel 1981. Fortissimo, come in altre squadre della Repubblica Democratica Tedesca, rimarrà il rapporto con la Carl Zeiss.

Investorenclub – In Germania ultimamente più che Werksteam proliferano i “club degli investitori” non legati per costituzione e storia all’azienda. Esempi? Hoffenheim, con la SAP di Dietmar Hopp e la RB Lipsia, con l’azienda austriaca che fa da sponsor al sodalizio dell’ex Germania Est.