Viktoria Berlino: i pionieri del calcio tedesco in 3.Liga

viktoria berlino

L’ufficialità potrebbe arrivare il 16 aprile, ma ormai la decisione sembra ormai essere già stata presa. Il Viktoria Berlino, capolista della Regionalliga Nordost, uno dei gironi della quarta serie tedesca, ferma per la pandermia dal novembre del 2020, dovrebbe giocare in 3.Liga. Una promozione che segnerebbe il ritorno tra i professionisti di un club, che ha scritto una pagina importante della storia del calcio tedesco degli albori.

Precursori – Berlino, alla fine dell’Ottocento, è una delle culle del Fussball. Il Gioco nella capitale del Secondo Reich è arrivato nel 1881 grazie ad alcuni emigranti inglesi e negli anni seguenti fioriscono i club. Nel 1888 i fratelli Jestram creano insieme ai loro compagni dell’”Askanisches Gymnasium” il BFC Germania, che utilizza inizialmente i terreni dove successivamente sorgerà l’aeroporto di Tempelhof. Un anno dopo, nel giugno 1889, cinque ragazzi berlinesi fondano il FC Viktoria, che dodici mesi dopo si fonderà con un club di cricket, dando vita al “Berliner Thorball- und Fußball-Club Viktoria von 1889”.

Campioni… in ritardo – Questa nuova squadra diventa una delle protagoniste del campionato berlinese, organizzato dal 1891 dal Deutsche Fußball- und Cricket Bund (DFuCB). Nonostante la forte concorrenza tra il 1893 e il 1897 il BFC Viktoria vince cinque titoli cittadini consecutivi, mettendosi spesso dietro i rivali del BFC Germania. Nel 1894, l’anno in cui il BFC riesce pure a battere il Dresden English Football Club, considerata una delle migliori squadre di Germania, la DfuCB vorrebbe organizzare una fase finale per determinare il migliori club dell’Impero. Delle due invitate il DFV 1878 di Hannover rifiuta perché loro giocano il “rugby football” (l’attuale rugby), mentre l’FC Hanau 93, formazione dell’Assia rinuncia perché vorrebbe giocare in casa e perché non si può permettere la trasferta nella capitale. Il torneo viene così cancellato e per “recuperarlo” ci vorranno… 103 anni. Nel 2007 infatti le due squadre si incontreranno in una sfida andata e ritorno, disputata con i palloni di fine Ottocento e che finirà con la vittoria del BFC Viktoria 1889, a cui verrà riconosciuto dalla DFB un titolo “non ufficiale”.

L’epoca d’oro – I berlinesi, che saranno nel 1900 tra i membri fondatori della Federcalcio tedesca, campioni di Germania poi lo diventeranno davvero. Dopo una finale persa contro il Freiburger Fc nel 1907, il Viktoria si ripresenta l’anno successivo alla fase conclusiva a eliminazione diretta. Ai quarti gli “Himmelsblauen”, i celesti, liquidano in trasferta per 7-0 i debuttanti del VfB Königsberg, club dell’odierna Kaliningrad in Russia (ai tempi Prussia Orientale, provincia dell’Impero tedesco) e nella semifinale si sbarazzano sempre fuori casa del Wacker Lipsia. La finale è a Berlino, ma si gioca a Tempelhof sul campo dei rivali del BFC Germania. L’avversario sono i Stuttgarter Cickers, a cui manca Otto Löble perché svolge il servizio militare e l’infortunato Karl Reich. È un match combattuto, il cui eroe è il capocannoniere del torneo Willi Worpitzky autore di una doppietta nel 3-1 finale. Dopo un’altra finale persa nel 1908, il BFC Viktoria fa il bis nel 1911. Dopo aver superato senza giocare il Lituania Tilsit, i cui giocatori non avevano ricevuto il permesso dei loro datori di lavoro, in semifinale i berlinesi liquidano 4-0 in trasferta l’Holstein Kiel. Ad aspettarli in finale, a Dresda, il VfB Leipzig, il club che nel 1903 aveva vinto il primo titolo tedesco della storia. Il risultato è lo stesso del 3-1 e l’uomo decisivo è sempre Worpitzky, che ha segnato di nuovo due reti.

La caduta e i lampi – Dopo la Prima Guerra Mondiale il BFC Viktoria, che prima del 1914 aveva anche collezionato pure tre Coppe di Berlino e una serie di titoli cittadini, non riesce a stare costantemente nell’élite del calcio tedesco. Nella capitale comincia a brillare l’Hertha e a livello nazionale il miglior periodo è quello degli Anni Trenta, dove il Viktoria ottiene la partecipazione alla Gauliga, la neonata massima serie organizzata su gironi della Germania Nazista. Nel 1934 disputerà addirittura alla fase finale, arrendendosi in semifinale al Norimberga, poi finalista perdente contro lo Schalke. Nel dopoguerra, con la divisione della Germania e di Berlino, il Viktoria diventa una delle protagoniste della Oberliga Berlin, uno dei gironi in cui era articolato il campionato della Germania Ovest. Nel 1955 e nel 1956 gli “Himmelsbauen” si qualificano per il torneo che assegna il Meisterschale. È una “Cenerentola” che in due apparizioni colleziona 10 sconfitte e due pareggi. Nel 1960 i ragazzi che giocano a “Friedrich-Ebert-Stadion” rischiano addirittura la bancarotta. Per salvarsi i dirigenti invitano il 16 agosto di quell’anno addirittura il Real Madrid di Ferenc Puskas e Alfredo Di Stéfano per sfidare una selezione mista di calciatori di Hertha e Viktoria. Si presenteranno in 30mila, che vedranno la vittoria dei blancos per 1-0.

I dilettanti e la fusione – A inizio Anni Sessanta dopo non essersi qualificati per rappresentare Berlino nella neonata Bundesliga il Viktoria vive più di quarant’anni d’anonimato sportivo, patendo anche l’immissione delle squadre della ex DDR dopo la Riunificazione. Decisivo è il 2013, che è l’anno del trionfo in quinta serie e della notizia della fusione (già tentata nel 2002) con il Lichterfelder FC Berlin 1892, per dare vita al FC Viktoria 1889 Berlin. L’obiettivo dichiarato è diventare la terza forza del calcio berlinese. I problemi non si risolvono tanto che nel 2018, per uscire da una situazione finanziaria difficile dovuta a una cocente delusione (la fine dell’interessamento del magnate di Hong Kong Alex Zheng) si decide per separare dal punto di vista societario la prima squadra dalle altre formazioni, che costituiscono la più grande sezione calcistica di una società tedesca, con 65 squadre e più di 1600 membri.

Il futuro, nonostante la promozione però rimane è tutto da scrivere, visto che il FC Viktoria 1889 Berlin, oltre alla possibile sostenibilità economica della 3.Liga e l’allestimento di una rosa competitiva, ha una questione non da poco da risolvere, lo stadio per le partite casalinghe. Lo Stadion Lichterfelde dove ha giocato le ultime stagioni non ha i requisiti per la terza divisione e gli altri impianti cittadini non sono disponibili. In questa nuova avventura a guidare i berlinesi ci sarà anche un azzurro, l’allenatore di origine italiana Benedetto Muzzicato, ex giocatore tra gli altri di Union Berlino e del Werder Bremen II.

Krzysztof Nowak, il numero 10 eterno del Wolfsburg

krzysztof nowak

Nella stagione 2020/21 al Wolfsburg, la maglia numero 10, è sulle spalle del 28enne Yunus Malli. Tra il 1998 e il 2002 quella divisa l’ha indossata Krzysztof Nowak, centrocampista polacco, rimasto nel cuore dei tifosi dei “Lupi”. Ecco la sua storia.

Un polacco in Brasile – Classe 1975, Novak, originario di Varsavia, si è fatto conoscere prima al Sokół Pniewy e poi al GKS Tichy, per poi passare ai greci del Panachaiki, club di Patrasso. Dopo una breve parentesi al Legia Varsavia, nel 1996, a 21 anni, Krzysztof accetta di trasferirsi in Brasile, all’Athletico Paranaense. Ci va insieme al suo compatriota e coetaneo Mariusz Piekarski e ci rimane per due anni. Ventincinque partite tre reti e il desiderio di tornare in Europa. “Lì ci sono le migliori squadre del mondo”. A scovarlo è il Wolfsburg, che nel 1997 è stato promosso per la prima volta in Bundesliga.

Un punto fermo al Wolfsburg – Quando arriva in Bassa Sassonia Nowak diventa, sotto la guida di Wolfgang Wolf, uno dei cardini dei “Lupi”. Un centrocampista tecnico, grintoso e con tanta corsa che il suo allenatore definisce il “calciatore più completo che abbia mai visto”. Tra il 1998 e la fine del 2000 il polacco, che nel 1997 ha ricevuto la prima convocazione con la sua Nazionale, colleziona 83 presenze in Bundesliga, realizzando anche dieci gol.

I sintomi e la diagnosi – Alla fine del 2000, a 25 anni, per Nowak iniziano i problemi. Ha un formicolio alle braccia e qualche mese dopo, a marzo del 2001, arriva la diagnosi. Il polacco soffre di Sclerosi Laterale Amiotrofica. Il 10 febbraio, alcune settimane prima, ha giocato la sua ultima partita in Bundesliga, contro l’Hertha Berlino.

La battaglia contro la malattia – Con quella diagnosi comincia la lotta di Nowak contro la SLA. Al suo fianco i medici, la moglie Beate, i due figli e tutto il Wolfsburg, a partire dai tifosi. Anche quando le sue condizioni peggiorano ed è costretto su una sedia a rotelle è un habitué del centro sportivo dei “Lupi”, vede gli allenamenti dei compagni, parla con loro e si perde poche partite di campionato. Nel 2002 crea la Krzysztof-Nowak-Stiftung, una fondazione che si occupa di supportare iniziative di solidarietà e di aiutare le persone affette dalla Sclerosi Laterale Amiotrofica e la ricerca sulla malattia. I primi contributi per sostenerla arrivano grazie ai proventi di un’amichevole, organizzata nel gennaio 2003 con il Bayern Monaco, club che come ha raccontato Uli Hoeneß in un’intervista al sito dei “Lupi”, aveva addirittura tentato di portarlo in Baviera da giocatore.

La scomparsa e gli omaggi – Nowak, che proprio in occasione della partita di beneficenza aveva spiegato di sperare ancora in un “miracolo”, muore nel maggio del 2005, a 29 anni. Lo piangono tutti, a partire dal “suo” Wolfsburg. Che di lui non si è mai dimenticato. Sostenendo la sua fondazione e riservandogli un omaggio speciale. A ogni match casalingo dei “Lupi”, dopo l’annuncio della formazioni ufficiali, lo speaker chiama il “Nummer 10 der Herzen”, il  “numero 10 del cuore”. Che è Krzysztof Nowak, l’uomo che ha conquistato Wolfsburg con la sua voglia di lottare. In campo e fuori.

SSV Ulm: dalla storia gloriosa alla collaborazione per il Bayern

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Un accordo di partnership. È quello che hanno concluso i campioni di Germania del Bayern Monaco e il SSV Ulm, club del Baden-Württemberg che milita in Regionalliga Südwest, la quarta serie del calcio tedesco. Ecco in cosa consisterà la cooperazione strategica resa nota dalle parti il 24 marzo e che arriva a pochi mesi da quella conclusa con alcune società della Baviera, SpVgg Landshut, SV Schloßberg Stephanskirchen, SpVgg Joshofen Bergheim e FC Issing.

Occhio ai talenti – La collaborazione con il SSV Ulm, scelto secondo quanto dichiarato dal suo ds Hasan Salihamidžić anche per la sua posizione vicina ma non troppo al capoluogo della Baviera, toccherà il settore giovanile, con i tecnici degli “Spatzen”, i “passerotti”, che saranno ospiti dei loro omologhi del Bayern al nuovo Bayern Campus, oltre alla possibilità per loro di frequentare workshop, organizzati sempre dall’area tecnica dei campioni d’Europa. In più secondo i termini dell’accordo le formazioni giovanili del FCB e quelle dei bianconeri si incontreranno regolarmente, così come i settori scouting condivideranno opinioni e relazioni. Sempre nell’ottica, nel caso di potersi “passare” i giocatori.

Una squadra con tradizione – A differenza degli altri partner scelti nell’ultimo l’Ulm nonostante giochi ora in quarta serie, ha una storia di tutto rispetto. Tra i giocatori che hanno vestito la sua maglia ci sono tra gli altri Toni Turek, il portiere, eroe del “Miracolo di Berna”, Mario Gómez che ha iniziato nelle giovanili dei bianconeri, così come Thomas Tuchel, nella rosa tra il 1994 e il 1998. In più in panchina a Ulm si sono seduti due allenatori del calibro di Ralf Rangnick, che qui tra il ’96 e il ’99 ha messo in pratica per la prima volta ad alto livello i principi del Gegenpressing e a inizio Anni Settanta Željko Čajkovski, dieci anni prima architetto del primo grande ciclo vincente del Bayern.

E poi a Ulm sono nati e cresciuti, calcisticamente e non solo, Uli e Dieter Hoeneß, due che al Bayern hanno dato tanto, in campo e fuori. L’Ulm, poi, al suo attivo, ha anche una stagione di Bundesliga, quella 1999-2000. Un’avventura durata 34 partite, con insperati colpi, come l’1-0 ad Amburgo contro l’HSV, una partita dal numero record di espulsi con l’Hansa Rostock e un tracollo finale, che ha riportato gli “Spatzen” in 2.Bundesliga. Da dove non sono più risaliti, anche per diverse gestioni finanziarie scellerate. Ora tutto sembra equilibrato e la collaborazione con il Bayern, da cui sono già arrivati in prestito Jonas Kehl e Jannick Rochelt, potrebbe essere una buona occasione per provare a tornare in alto.

Il triplo addio di Hütter, Bobic e Hübner: all’Eintracht finisce un’era

Hütter eintracht

A febbraio 2021 il direttore sportivo Bruno Hübner e il responsabile dell’area calcistica Fredi Bobic hanno annunciato che la prossima estate lasceranno l’Eintracht Francoforte. A inizio aprile, è stato annunciato l’addio di Adi Hütter, che allenerà il Borussia Mönchengladbach per le prossime tre stagioni. Un triplo addio, che segna per le Adler la fine di un’era, impreziosita, oltre che da diverse partecipazioni all’Europa League, dalla vittoria in Coppa di Germania nel 2018 e dalla probabile Champions League dell’anno prossimo.

Hübner, un uomo che sa guardare lontano – Bruno, classe 1960, un discreto passato come attaccante al Kaiserslautern e al Wehen Wiesbaden è arrivato all’Eintracht nell’estate 2011, voluto dall’allora responsabile dell’area sportiva Heribert Bruchhagen. All’epoca Hübner era il ds del Duisburg, arrivato in quella stagione in finale di Coppa di Germania contro lo Schalke. E proprio mentre stava andando all’”Olympiastadion” Bruno riceve l’offerta. Che accetta. Un “sì” non scontato visto che l’Eintracht Francoforte era appena retrocesso in 2. Bundesliga. Tra le prime decisioni di Hübner, accento dell’Assia, modi cordiali e battuta sempre pronta, c’è quella di scegliere come allenatore Armin Veh, che riporta subito le “Aquile” in Bundesliga. Non sarà l’unico tecnico che l’ex attaccante, con un passato pure da allenatore al Wehen Wiesbaden, condotto per la prima volta in seconda divisione, farà. Per esempio è lui nel 2016 a impuntarsi, con il club dato quasi per spacciato su Niko Kovač, reduce da una non eccezionale esperienza con la Nazionale croata. Uno che sa scegliere allenatori e giocatori, ma soprattutto che li sa convincere, come quuando si è fatto una dozzina di volte Francoforte-Praga per portare Vaclav Kadlec in Assia. Un mago delle trattative, in entrata e in uscita, con la verve di un pokerista. “Un venditore con cuore” l’ha definito il Frankfurter Rundschau.

Bobic, contatti e scouting – Nel 2016, dopo la partenza di Heribert Bruchhagen, la dirigenza dell’Eintracht sceglie come nuovo responsabile dell’area sportivo Fredi Bobic, reduce da un’esperienza analoga allo Stoccarda. L’ex attaccante campione d’Europa con la Germania nel 1996 punta in primo luogo sul potenziamento del reparto scouting, con l’assunzione come responsabile di Ben Manga, già scout all’Alemannia Aachen, all’Hoffenheim e collaboratore di Bobic allo Stoccarda. Gli impiegati in quella sezione sono ufficialmente undici, anche se quelli che danno una mano sono di più. Un lavoro di osservazione che consente all’Eintracht di pescare bene, a poco prezzo in mercati poco battuti dalla concorrenza. In più Bobic, che parla spagnolo usa al meglio i suoi contatti per esempio al Real Madrid da cui sono arrivati Jesus Vallejo e Omar Mascarell e da cui è ritornato Luka Jovic. In più l’ex cannoniere dello Stoccarda è stato il dirigente che ha creduto di più in “Adi” Hütter, l’uomo che sta guidando l’Eintracht proponendo un gioco efficace ma anche divertente.

Una strategia che paga – Hübner, Bobic e la dirigenza delle “Aquile” hanno trovato un modo per avere una squadra competitiva, riuscendo anche a guadagnarci dal punto di vista economico (nell’era Bobic grazie al mercato sono stati incassati 170 milioni di euro). I due hanno puntato o su giocatori di prospettiva, come Jovic pescato in prestito nel 2017 dal Benfica B o Sebastién Haller arrivato dagli olandesi dell’Utrecht, o su calciatori che hanno qualità ma che sembravano essersi persi, come per esempio Ante Rebic. I prospetti vengono comprati a basso prezzo giocando in anticipo, mentre i giocatori di talento alla ricerca di una seconda possibilità vengono presi in prestito con un’opzione per l’acquisto. Lo scopo: rivenderli dopo averli valorizzati, alimentando un ciclo, che fino ad ora ha portato una Coppa di Germania e una semifinale di Europa League.

Il futuro altrove (ma non insieme) – Dopo aver creato una delle più interessanti e finanziariamente sostenibili società della Bundesliga, le strade di Hübner e Bobic si divideranno. Per Bruno non si prospetta al momento nessun ingaggio, visto che lui quando ha annunciato l’addio ha spiegato che non rimarrà come consulente e che si godrà la famiglia, compresi i figli Benjamin, Florian e Christopher, tutti calciatori, i primi due in Bundesliga con Hoffenheim e Union Berlino. Per Fredi, a cui la dirigenza delle Aquile, il 10 marzo ha però rifiutato la risoluzione del contratto, invece si prospetta una nuova sfida, probabilmente al Hertha Berlino, anche perché nella città dell’Orso vive la sua famiglia. Per l’Eintracht sarà interessante vedere chi saranno i loro successori: per Hübner si fa il nome di Ben Manga, che ha appena allungato il contratto con le “Aquile” per Bobic i nomi avanzati sono quelli di Christoph Freund, ds della Red Bull Salisburgo, Horst Heldt che da giocatore ha anche vestito la maglia dell’Eintracht, attualmente al Colonia, Rouven Schröder ex Mainz, Christoph Spycher ds dello Young Boys, che ha già lavorato con Hütter o Gelson Fernandes, ex dell’Eintracht. La maggior parte degli interessati però hanno già smentito. Un’ulteriore possibilità, molto realistica, potrebbe essere quella di accorpare i ruoli di Hübner e Bobic per affidarli a Ben Manga che intanto ha prolungato il suo contratto fino al 2026 con l’Eintracht.

Hütter, una scelta forse impopolare? – A conclusione della rivoluzione è arrivato anche l’addio dell’allenatore Adi Hütter, che ha scelto di legarsi al Borussia Mönchengladbach per le prossime tre stagioni a partire dall’estate. Può sembrare una scelta impopolare visto che il Gladbach rischia di non fare neanche l’Europa League l’anno prossimo, ma la rivoluzione dirigenziale a Francoforte porta incertezza tecnica e segna la fine di un ciclo. Sembra una scelta logica anche per il tecnico cedere il passo, passando su una panchina altrettanto importante. E poco male se l’anno prossimo non guiderà la squadra in Champions League: avrà altre occasioni per tornarci con i Fohlen.

Leggenda del City, amico del Dortmund: la storia di Bernd Trautmann

bernd Trautmann

Non è forse il tedesco più forte ad avere mai giocato nella massima divisione inglese. Di certo è il più amato e non solo dai tifosi del Manchester City, club con cui ha militato per quindici anni, tra 1949 e il 1964. Bernd Trautmann, classe 1923, nato a Brema, non ha mai giocato un match ufficiale con una squadra tedesca, con una di loro, il Borussia Dortmund ha costruito un rapporto speciale. Ecco come.

“Il nemico in porta” – Prima di diventare uno dei migliori portieri stranieri mai visti sui campi inglesi, Bernd, cresciuto calcisticamente nel TURA Bremen, è stato un soldato, che a 17 anni dopo aver militato nella Hitlerjugend, nel 1940 si è arruolato volontario nella Wehrmacht. Cinque anni di guerra, una Croce di Ferro di Prima Classe e all’inizio del 1945 la cattura da parte dell’esercito alleato. La prigionia in diversi campi del Regno Unito dura tre anni e oltre a lavorare Bernd gioca a calcio come difensore centrale. Un giorno in un incontro contro i dilettanti del Haydork Park il portiere si fa male e lui va tra i pali. Non ne uscirà mai più. Dopo essere uscito dal campo di prigionia Trautmann milita in diverse formazioni amateur, l’ultima il St.Helens Town, club dei dintorni di Manchester. Lì, oltre a trovare l’amore (sposa Margaret Friar, la figlia del segretario della società), lo nota il Manchester City, che lo ingaggia. È l’inizio di un amore, che però non sembra cominciare con il piede giusto. Ventimila tifosi dei Citizens, tra cui diversi membri della folta comunità ebraica cittadina, storica sostenitrice della squadra, si radunano a Maine Road per protestare minacciando di boicottare il City. E le manifestazioni continueranno, in casa e in trasferta. Tra i pochi a schierarsi inizialmente con lui Alexander Altmann, il rabbino della città che invita i tifosi a trattarlo con rispetto. Bernd, che per gli inglesi diventerà Bert, li conquisterà tutti, con le sue parate.

Ospite d’onore – Il 24 giugno del 1956 il BVB gioca all’Olympiastadion di Berlino gioca la partita più importante della storia del club giallonero fino a quel momento. È la finale del campionato tedesco contro il Karlsruhe. Tra i 75mila spettatori, in tribuna d’onore, c’è Bernd. Porta un corsetto che gli protegge il collo e la parte alta del corpo. È necessario perché quasi due mesi prima il 5 maggio, nella finale di FA Cup tra il Manchester City e il Birmingham, il 33enne ha riportato una frattura a una vertebra del collo, dopo uno scontro con l’attaccante avversario Peter Murphy. Trautmann non se n’è accorto, rimanendo in campo dopo essere svenuto e contribuendo con le sue parate in maniera decisiva alla vittoria 3-1 dei Citizens. Bernd Trautmann, che ha nell’occasione un breve colloquio con il ct Sepp Herberger, che non lo convocherà mai in Nazionale (come tutti gli altri tedeschi militanti all’estero), vede vincere il Borussia Dortmund 4-2 e dopo l’incontro si intrattiene amichevolmente con i giocatori del BVB.

Una guida d’eccezione – Quel titolo tedesco, il primo nella storia del Borussia, apre ai renani le porte della neonata Coppa dei Campioni. Dopo aver eliminato nel turno preliminare i lussemburghesi dello Spora, ai neocampioni della Oberliga tocca il Manchester United. È la squadra di Matt Busby in panchina ma soprattutto di Duncan Edwards, Jackie Blanchflower, Bill Foulkes e Billie Whelan. Per la partita d’andata, programmata in notturna per il 17 ottobre a Old Trafford, Trautmann si adopera per aiutare in ogni modo gli ospiti tedeschi. Gli trova loro una buona sistemazione per il ritiro, li accompagna per la città, li facilita in ogni possibile situazione a Manchester. In più dona a Heinrich “Heinz” Kwiatkowski, il portiere, la riserva di Toni Turek al Mondiale 1954, un pullover verde con cui si presenta in campo. Sarà il migliore del BVB, che per l’occasione va sul prato di Old Trafford con una maglia nero e oro, che incanta anche il pubblico inglese. Finisce solo 3-2 per lo United e se non il passivo non è più largo lo si deve proprio a Kwiatkowski, con cui Bernd Trautmann va a congratularsi sul campo a fine partita. Il portiere del City seguirà dal vivo anche il ritorno al Rote Erde di Dortmund finito 0-0 e che sancisce la fine dell’avventura europea del BVB, ma non dell’amicizia tra il club e Trautmann.

L’amichevole – Bernd non taglia i rapporti con i giocatori del Borussia. Il portiere infatti riesce a far organizzare al “suo” City un’amichevole con il Dortmund il 22 maggio 1957. Gli inglesi vengono nel Nordrhein-Westfalen e sotto i riflettori del mitico Rote Erde perdono 4-1 contro quelli che da lì a poco si sarebbero riconfermati campioni di Germania. Il più festeggiato dai 30mila presenti è Trautmann, il tedesco coraggioso che amava il Borussia Dortmund e a cui gli inglesi hanno dedicato anche un film “The Keeper”, uscito nel 2018.

Homburg, tra preservativi e futuri fuoriclasse

Cosa hanno in comune il capocannoniere dei Mondiali Miroslav Klose e l’allenatore del Friburgo Christian Streich? Tutti e due hanno vestito la maglia dell’Homburg, club attualmente in Regionalliga Südwest, la quarta serie del calcio tedesco, che tra il 1986 e il 1990 ha militato per tre stagioni anche in Bundesliga. Ecco la sua storia.

Mezzo secolo senza squilli – Fino agli Anni Settanta l’Homburg, che ha sede nell’omonima città del sud-ovest della Germania, era una squadra anonima. Il club bianco-verde, che alla sua fondazione nel 1908 vestiva di bianco e azzurro, in omaggio alla Baviera la regione a cui al tempo apparteneva, era stata al massimo due volte campione della Saar e aveva conquistato un titolo dilettanti di Südwestdeutscher Amateurmeister. Una formazione, dove a partire dal 1957 aveva giocato anche Werner Kohlmeyer, campione del mondo nel ’54 in Svizzera e che nel 1968 all’ennesimo cambio di nome aveva perso, per un errore durante l’assemblea dei soci, “un pezzo” della sua denominazione, lo 08, che poi verrà aggiunto di nuovo nel 1976.

L’”era” Geitlinger – A cambiare la storia del club dell’Homburg è nel 1970 l’arrivo in società di Udo Geitlinger. Ha poco più di quarant’anni, è il figlio di Wilhelm, che prima della guerra ha giocato come portiere per i biancoverdi. È un imprenditore che ha interessi soprattutto nel settore edile e alberghiero. Il suo proposito è rimanere due anni, resterà quasi trenta. Spende il necessario e soprattutto è bravo a scovare giocatori giovani e con margini di miglioramento. Non è uno facile, tanto che nel luglio 1976 si dimette perché l’amministrazione comunale nega all’Homburg un finanziamento di 250mila marchi. Ritornerà sui suoi passi, ma solo quando gli enti locali cambieranno idea. E un anno dopo, il 15 ottobre 1977, con la squadra in 2.Bundesliga, si toglierà la prima grande soddisfazione, quella di battere 3-1 al terzo turno di Coppa di Germania il Bayern Monaco campione d’Europa.

La promozione in Bundesliga– Neanche dieci anni dopo l’Homburg di Geitlinger i bavaresi li incontrerà in campionato e nella massima serie. Merito di un torneo di 2.Bundesliga, quello della stagione 1985-1986, vinto a dispetto dei pronostici. I bianco-verdi di Fritz Fuchs sono per la maggior parte dilettanti e nel 1984-1985 hanno evitato la retrocessione per un punto. Sono trascinati in Bundesliga da un ottimo rendimento difensivo e dai gol del difensore Kay Friedmann e soprattutto di Thomas Dooley, americano di Germania, autore di 13 reti, diventando la terza squadra dalla Saarland dopo Borussia Neunkirchen e il Saarbrücken a giocare nella massima serie.

Il “mago” Ommer– Nel 1986, insieme alla promozione, a Homburg arriva un nuovo presidente, scelto da Geitlinger. Si chiama Manfred Ommer, ha 36 anni e nella sua vita precedente è stato un ottimo velocista. Nel 1972 ha rappresentato la Germania Ovest ai Giochi di Monaco e nel ’74 agli Europei di Roma ha vinto l’argento nel 200 metri, stabilendo nello stesso anno anche il primato continentale. Ommer, oltre a vendere diversi elementi che hanno contribuito alla promozione, inaugura un modello che lui descrive così: “Prendo un giocatore a X marchi, incasso 200mila marchi di leasing il primo anno, lo vendo a fine stagione a 1,2 milioni di marchi e ho un guadagno di 400mila marchi”. Un sistema a prima vista semplice, ma in realtà così nebuloso da far guadagnare a quell’Homburg, il soprannome di “FC Humbug”, più o meno “FC impostori”.

Preservativi come sponsor – Nell’estate 1987, dopo una faticosa salvezza conquistata dopo un doppio spareggio con il St.Pauli, Ommer ha un’idea innovativa per incassare. Quella di accettare l’offerta di sponsorizzazione da 200mila marchi della “London”, azienda inglese. Fin qui nulla di strano, se non fosse la ditta produce preservativi. La Federazione grida allo scandalo, tanto che i vertici federali minacciano l’Homburg di penalizzazione nel caso fosse andato in campo con le magliette marchiate “London”. A dare ragione a Ommer però un tribunale di Francoforte sul Meno che dà il via libera alla sponsorizzazione che tuttavia non porterà bene, visto che i biancoverdi retrocederanno dopo una stagione difficilissima, con quattro allenatori in 34 partite.

L’addio alla Bundesliga – Dopo la retrocessione l’Homburg risorge, tornando in Bundesliga, dopo solo un anno. Tra gli uomini che risalgono c’è un 24enne di Weil am Rhein, prelevato dal Friburgo, è Christian Streich, futuro tecnico di culto in massima serie. Nella serie A tedesca l’Homburg farà una magra figura nel 1989-1990, arrivando ultimo, nonostante ci sia il mitico Jimmy Hartwig in squadra e Ommer abbia pescato in Argentina Rodolfo Esteban Cardoso, che giocherà (e bene) con Friburgo e Amburgo. Da quell’estate di 30 anni fa i biancoverdi sono solo scivolati in basso, per tre volte addirittura in quinta serie. In Regionalliga West/Südwest, a fine Anni Novanta, l’Homburg sarà il trampolino di un poco più che ventenne tedesco di origine polacca. Si chiama Miroslav Klose e sarà destinato a riscrivere la storia del calcio tedesco e dei Mondiali.

I 60 anni di Lothar Matthäus: prodigio in campo, flop da allenatore

Lothar Matthäus

Per i suoi 60 anni, che cadono il 21 marzo, si vorrebbe “regalare” la panchina, per ora vuota, della Nazionale tedesca. Per Lothar Matthäus sarebbe l’ennesimo capitolo di una carriera, che l’ha visto protagonista, in Germania, in Europa e anche nel mondo. Un percorso di cui si sa tutto o quasi, dai duelli con Maradona ai titoli vinti ovunque. Tutto, tranne che degli inizi e della fine. Qui raccontiamo come Lothar ha cominciato la sua strada verso la gloria e dove la sua carriera si è interrotta.

Loddar – Classe 1961, Lothar Matthäus è nato a Erlangen, ma è cresciuto a Herzogenaurach, nella Franconia centrale, nel nord della Baviera. A nove anni, Loddar, come lo chiamano tutti nel dialetto locale, è già in campo con il 1.Fc Herzogenaurach. È il più piccolo di tutti, di età e anche di statura, ma subito si capisce che il ragazzo non è uno qualsiasi. Il giovane Matthäus, che per la mancanza di categorie giovanili gioca anche con avversari di 3-4 anni più grandi, segna e fa segnare. Anche perché da ragazzo Loddar veste la maglia numero 9 e fa il centravanti. La sua prima rete ufficiale, come ha raccontato nella sua autobiografia Ganz oder gar nicht (Tutto o niente), la segna nella vittoria 3-2 contro la seconda squadra nel derby contro la ASV Herzogenaurach. Dalla formazione riserve della C-Jugend passa alla prima e poi sale tutti i gradini fino alla prima squadra, con cui viene promossa in Bayernliga, la massima serie regionale. È la stella che si divide tra giovanili e “senior”, dove mostra le sue doti, corsa, tecnica e tiro, plasmate anche da tanto “Straßenfußball”, giocato nelle strade di Herzogenaurach.

Colpo di fulmine – Il talento di “Loddar” non passa più inosservato a molti. Tra chi lo nota c’è Hans Nowak, ex giocatore di Schalke 04, Bayern Monaco e Kickers Offenbach, nonché più volte Nazionale tedesco. Dopo il ritiro Nowak è diventato il capo della divisione pubbliche relazioni della Puma, che ha sede proprio ad Herzogenaurach (come la cugina Adidas) e che sostiene da sempre il club in cui Lothar è cresciuto. Ed è l’ex difensore, spesso sul campo a vederlo, che organizza a Matthäus, già segnalato anche dal ct dell’Under 18 Dietrich Weise, un provino con il Borussia Mönchengladbach nel marzo 1979. Per Lothar è un sogno, anche perché lui è un tifoso dei Fohlen. Lo invitano per quattro giorni di allenamenti, a cui è accompagnato da papà Heinz. Basta una giornata però per convincere lo staff del ‘Gladbach. Dopo il termine delle sedute Helmut Grashoff il manager della prima squadra chiama in albergo e convoca i Matthäus in sede. Sul tavolo c’è un contratto da 2500 marchi lordi al mese, più i premi. Il neo 18enne, che in estate lavorava in magazzino alla Puma per prendersi qualche soldo, firma.

Da idolo a traditore – Qualche mese dopo, Matthäus, che è arrivato a Mönchengladbach con una golf verde regalo personale di Rudolf Dassler patron della Puma (costo simbolico di 99 centesimi), è con i Fohlen, che hanno appena vinto la Coppa UEFA. Gli inizi sono difficili più fuori che dentro il campo. Nei primi giorni abita in un piccolo appartamento di 40 metri quadri a piano terra nella zona della stagione. Paga 280 marchi al mese e il bagno è esterno, con il rischio che di notte qualcuno lo potesse infastidire mentre andava alla toilette. Lo aiutano soprattutto due persone: Norbert Pflippen, uno dei primi procuratori tedeschi e Jupp Heynckes. L’ex attaccante, che da quell’estate ha sostituito Udo Lattek come tecnico della prima squadra, lo arretra a centrocampo e soprattutto ne segue passo passo la crescita calcistica e umana. Jupp lo schiera titolare per la prima volta alla settima giornata in trasferta con il Kaiserslautern. Non uscirà più dal campo. Il primo gol lo realizza alla sedicesima contro l’Eintracht Braunschweig. Ne seguiranno altri 50 in cinque anni. Nel 1984, Lothar ormai è pronto per il grande salto. Lo vuole il Bayern Monaco e i due club si accordano per una cifra di 2,4 milioni di marchi. Il trasferimento è già annunciato prima dell’ultima partita della stagione, la finale di Coppa di Germania tra ‘Gladbach e Bayern. Lothar gioca bene, fornendo pure un assist. Si va ai rigori e Matthäus sbaglia il suo, consegnando poi la coppa alla sua futura squadra. Per i tifosi del ‘Gladbach diventerà Judas, Giuda. Traditore.

Che difficoltà in panchina – Quel rigore paradossalmente apre le porte a una carriera eccezionale, tra Bayern Monaco, Inter e Nazionale. Tanti record, un Pallone d’Oro e un grande rimpianto, la Champions League/Coppa dei Campioni sfuggita di mano per due volte. Nel 2000 quando Lothar si ritira, salvo un solo match nel 2008 nel suo 1.Fc Herzogenaurach, si siede subito in panchina. La prima esperienza è con il Rapid Vienna, che si conclude con l’ottavo posto in campionato, il peggior piazzamento dal 1911 quando è stato inaugurato il girone unico. Tra il 2001 e il 2011 allenerà altre sei squadre. In una sola occasione, con la Nazionale ungherese, siederà in panchina per più di un anno. I risultati sono mediocri con un campionato serbo vinto alla guida del Partizan Belgrado nel 2003 e un titolo austriaco conquistato nel 2007 accanto al suo vecchio allenatore Giovanni Trapattoni. Per il resto il percorso è costellato da occasioni mancate, per esempio con il Racing di Avellaneda nel 2009, diverse delusioni, come l’esonero nel 2011 con la Bulgaria e pure qualche episodio mai chiarito, come nel 2006 quando si dimise dai brasiliani dell’Atletico Paranaense, mentre si trovava in Europa. Nonostante questo curriculum qualcuno, la “Bild” l’ha candidato a successore di Joachim Löw. Un azzardo o forse una provocazione per un campione mai “decollato” in panchina.

Hansa Rostock e Union Berlino: prove di ritorno dei tifosi in Germania

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I “Geisterspiele”, le partite a porte chiuse, sono ormai diventati una consuetudine del calcio tedesco ed europeo. In Germania, dove come nel resto del mondo si sta vivendo la terza ondata della pandemia, si sta provando a guardare oltre, cercando di trovare soluzioni per il ritorno dei tifosi allo stadio.

L’esperimento dell’Union – I berlinesi, finora autentica rivelazione della stagione di Bundesliga, hanno messo a punto un progetto pilota, basato sull’utilizzo di test rapidi. E i biancorossi l’hanno già provato nel match casalingo contro il Colonia lo scorso 13 marzo. All’”An der Alten Försterei” le circa 280 persone che avevano diritto di entrare, giornalisti, membri della sicurezza, dirigenti, hanno avuto la possibilità di sottoporsi, volontariamente, ai tamponi antigenici rapidi. Le 165 persone, più o meno il 60% del totale, che hanno accettato, sono state sottoposte ai test da membri di alcune associazioni no profit in un’ala dell’impianto appositamente attrezzata con diverse postazioni. Dopo il tampone, in circa una decina di minuti, sono stati comunicati i risultati del test attraverso una notifica sullo smartphone.

L’esperimento, al di là dell’assenza di tamponi positivi, ha funzionato. Soddisfatti tutti, a partire dalla dirigenza dell’Union. Prima però di applicarla a eventuali tifosi bisognerà risolvere alcuni nodi, come l’ok necessario dalle autorità locali (per il via libera si parla di maggio) e l’aumento delle postazioni, fondamentale per permettere a più persone di entrare nell’impianto. Quest’ultima possibilità potrebbe essere fornita dalla costituzione di punti decentrati, al di fuori dell’“An der Alten Försterei”.

Hansa, ingresso con limitazioni – Chi invece gli spettatori li vedrà già da questa settimana è l’Hansa Rostock, club di terza divisione del nord della Germania. Nel “derby dell’Est” contro l’Hallescher, in programma il 21 marzo, saranno ammessi all’”Ostseestadion” 777 tifosi, scelti tra chi possiede un abbonamento a vita e chi ha un tagliando e lavora per un’azienda partner dell’Hansa. Uno dei requisiti per entrare nell’impianto, in cui rimarrà chiusa la Südtribüne, è essersi sottoposti a un tampone ed essere risultato negativo.

La partecipazione del contingente di tifosi, possibile per il basso tasso di contagi a Rostock (18,6 su 100mila abitanti) è regolamentata da un protocollo, approvato dalle autorità locali e che prevede tra gli altri l’obbligo delle mascherine e il distanziamento sociale. L’Hansa, che è in lotta per la promozione in 2.Bundesliga, punta di portare in questo periodo di pandemia fino a 3mila spettatori all’”Ostseestadion”. Sperando che la situazione soprattutto fuori dal campo non peggiori.