Oltre il prestigio: il derby di Berlino ‘ribaltato’ da Union ed Hertha

union Hertha Berlino

Con i suoi oltre tre milioni e mezzo di abitanti, Berlino oltre a essere la capitale della Germania e è anche la città più popolosa sul suolo tedesco. E tanto basterebbe, osservando la geografia calcistica del globo, a farne anche il polo del Fußball per rilevanza e storia. Ma no, non è così perché qui, tra le altre motivazioni, la storia, il Muro e l’inevitabile inflessione economica, ha avuto un’incidenza soffocante e recente.

L’Hertha, club storico e longevo che nel 2022 festeggerà 130 anni di vita, ha vinto solo quattro trofei nazionali nella sua storia, di cui l’ultimo la DFB-Pokal del 2002 ed è molto indietro a club come Bayern Monaco e Borussia Dortmund che negli ultimi anni sono diventate le squadre tedesche più riconosciute e di successo.

Nella classifica all-time della Bundesliga, la squadra di Charlottenburg è al 12° posto assoluto per punti conquistati, mentre la prima altra squadra della capitale a seguire è solamente l’Union Berlino con i suoi primi 79 punti accumulati in appena due stagioni. Ecco, per decenni l’egemonia dell’Hertha a Berlino ha significato non avere rivali o competitor all’altezza: il mitico Tasmania, Tennis Borussia, Blau-Weiss 90, Alt Glienecke, Berliner AK 07 e lo stesso club di Köpenick, per quanto affascinanti a livello di tradizione e cultura, non hanno mai seriamente rappresentato un’alternativa sul campo.

L’Union ha superato l’Hertha per numero di tesserati associativi

Questa pigrizia agonistica ha finito per appesantire anche l’Alte Dame, ma il biennio 2019-2021, con l’ascesa della squadra rossa di Berlino Est ha risvegliato torpori, sfide, duelli e frecciatine. A inizio anno, secondo il report del Landessportbund di Berlino l’Union ha scavalcato l’Hertha in termini di membri associativi: 37.360 contro 37.192, un exploit segnato dal 2020 con 2.215 nuovi tesserati rispetto ai 481 della squadra ad Ovest.

La piccola squadra con il suo piccolo stadio, l’Alte Försterei e i suoi 22.021 posti a sedere, dicotomia di senso e di sostanza rispetto ai 74.475 dell’Olympiastadion, un club-famiglia dal passato dissidente e anticonformista e che per questo suscita simpatia tra appassionati, giornalisti, addetti ai lavori e anche calciatori che in passato non hanno avuto ritrosie a dimostrare il loro supporto come Toni Kroos ai tempi in cui suo fratello più piccolo Felix era la stella della squadra.

Adidas vs Nike e gli investimenti onerosi dell’Hertha che non stanno ripagando

La new wave berlinese, la cui società sta dimostrando di non essere sprovveduta e che non è in Bundesliga come gita premio dopo la mirabolante promozione dalla Zweite del maggio 2019, ha avviato una nuova era calcistica nella capitale: l’Adidas, non ha caso, ha voluto mettere la propria bandierina stipulando un contratto di sponsorizzazione tecnica con l’Union fomentando l’hype che si è generata attorno al club portandolo oltre nuovi confini di marketing e merchandising. E per spezzare il monopolio Hertha-Nike.

L’Hertha, d’altro canto, non è stata a guardare e nello stesso biennio ha scaricato una potenza di fuoco economica sul calciomercato senza precedenti e sulla falsariga dei processi d’espansione di marchio e prestigio adottata da altre società (vedi Paris Saint Germain e RB Leipzig). L’investitore Lars Windhorst, che detiene il 49,9 per cento della quota societaria, l’estate scorsa ha rimpinguato le casse dell’Hertha con 150 milioni di euro, dopo averne investiti 224 nell’anno precedente.

I numeri dell’Hertha di quest’anno sono simili all’ultima retrocessione nel 2012

Lo scopo è portare la Vecchia Signora a uscire dal suo guscio fatto di anni mediocri e spingerla verso orizzonti anche internazionali mai raggiunti prima e per farlo sono arrivati Santiago Ascacíbar, Krzysztof Piatek, Matheus Cunha, Jhon Cordoba, Lucas Tousart, Alexander Schwolow e Matteo Guendouzi, in prestito dall’Arsenal. Sufficiente? No, perché nella tumultuosa gestione degli allenatori, la dipartita di Jurgen Klinsmann dopo solo 10 settimane ha portato il club sotto i riflettori che hanno svelato quanto l’Hertha fosse indietro rispetto ai suoi rivali nella solidità manageriale.

Il decimo posto conquistato nella stagione 2019-2020 non è stato il piazzamento auspicato ai nastri di partenza, ma è prezioso viste le vicissitudini sopracitate. E la stagione in corso sta andando anche peggio con l’Hertha che lotta per non retrocedere, con numeri e prestazioni sovrascrivibili all’ultima annata nefasta sancita con la retrocessione nel 2012. Il cambio allenatore Labbadia – Dardai ha portato sette punti in otto partite, tanto basta per far respirare un po’ tifosi e squadra, attualmente in 14^ posizione con un fragile e precario vantaggio sulla zona rossa.

L’Union arriva al derby 14 punti sopra l’Hertha

Questo è lo scenario che fa da sfondo al quarto derby di Bundesliga e il primo, al di là del prestigio e della supremazia cittadina, ad avere un peso in termini di punti e valore sul campo. L’Haupstadtderby pasquale segna un passaggio a suo modo storico nei duelli tra Hertha e Union: la squadra di Urs Fischer, con operazioni di mercato e societarie anni luce distanti da quelle intraprese dai rivali, arriva forte del suo settimo posto e soprattutto con un vantaggio di 14 punti, mai successo prima. Può valere tanto per la salvezza, per un piazzamento nelle coppe europee e per l’Union – che torna a giocarlo in casa dopo la prima storica vittoria per 1-0 nel novembre 2019 – un’occasione per raddrizzare il bilancio dopo due pesanti sconfitte all’Olympiastadion (4-0 e 3-1).

Inaspettatamente sottosopra e con i ruoli invertiti. Ma c’era da aspettarselo perché a Berlino la storia segue un corso tutto suo.

Marvin Friedrich, la colonna dell’Union Berlino che sogna la Mannschaft

marvin Friedrich

Con il match vinto dall’Union Berlino 2-0 contro il Werder Brema, nella 14^ giornata di Bundesliga, il difensore centrale Marvin Friedrich ha raggiunto le 100 presenze tonde tonde con il club di Köpenick. Un traguardo che agevola la comprensione sull’imprescindibilità e tenuta fisica del ragazzo classe 1995: su 100 partite, è sceso in campo per un totale di 8.934 minuti, poco più di 89 minuti a partita. Pressoché perfetto.

A fine 2020, la rivista Kicker l’ha inserito nel “Best 11” tedesco di questa prima parte di stagione, un riconoscimento che consolida le sue prestazioni convincenti accanto al suo omologo di reparto Knoche (o Nico Schlotterbeck e Florian Hübner in base alla difesa a quattro o tre) e in Germania, soprattutto dopo la pesante debacle della Mannschaft contro la Spagna di metà novembre, in molti spingerebbero per una sua prima convocazione. Del resto, come scrive – con ironia – il magazine 11 Freunde, in Nazionale quel cognome non è nuovo, con le esperienze passate, sempre in difesa, di Manuel ed Arne.

Solido in difesa, attento negli anticipi e nelle marcature a uomo, il vice capitano dell’Union conta il 72 per cento dei duelli aerei vinti e, più in generale, il 61 per cento dei contrasti e delle sportellate contro gli avversari. E quest’anno, in aggiunta, si è fatto vedere anche pericolosamente in attacco: quattro gol di testa nella prime 14 giornate di Bundesliga, ha praticamente doppiato lo score delle sue marcature con la casacca della squadra di Berlino Est (prima di quest’anno, infatti, aveva segnato quattro gol nelle tre stagioni precedenti).

Ma Friedrich ha dovuto lavorare tanto prima di arrivare all’attuale affermazione, una strada lenta e graduale, ma che ha trovato in un uomo, il suo prezioso estimatore: Oliver Ruhnert. E’ stato l’attuale amministratore sportivo dell’Union Berlino a portarlo nel club, nel gennaio del 2018, con un prestito a lungo termine dall’Augsburg. Ma, soprattutto, è stato lui, nel 2011 ai tempi dello Schalke 04, in qualità di osservatore, a mettere gli occhi su un giovane promettente di 16 anni e convincerlo a trasferirsi da Paderborn a Gelsenkirchen. Proprio con lo Schalke, Marvin ha fatto il suo esordio in Bundesliga nel 2014, l’anno dopo anche undici minuti in Europa League contro l’Asteras Tripoli, ma ha giocato poco, col contagocce, dirottato spesso nella seconda squadra prima di essere ceduto a titolo definitivo all’Augsburg. Qui non verrà mai aggregato alla prima squadra, anzi per una stagione e mezzo giocherà in Regionalliga.

A gennaio 2018, come detto, la svolta: Ruhnert lo porta a Berlino con la formula del prestito lungo (un anno e mezzo) e l’allenatore André Hofschneider lo getta sin da subito nella mischia, a governare la difesa a tre tra Parensen e Torrejon. Dal 5 febbraio 2018 non ha mai perso il suo posto da titolare, poi è arrivato Urs Fischer che gli ha dato enorme fiducia e senso di responsabilità: Friedrich è sempre stato “la spalla di” qualcun altro, dal citato Parensen a Subotic; oggi è lui a coordinare il reparto e a infondere sicurezza a Knoche che, paradossalmente, ha qualche anno in più d’esperienza in Bundesliga.

Uomo chiave della promozione del 2019 – sua la zuccata di testa contro lo Stoccarda nell’andata dello spareggio – Friedrich quell’estate è tornato in lacrime ad Augusta, terminato il prestito. Ha puntato i piedi, non si è presentato il primo giorno di ritiro, si è messo di traverso contro il club che non ha creduto in lui e l’Union Berlin l’ha riportato a casa pagandolo 2 milioni di euro.

Solo Lipsia, Leverkusen e Wolfsburg, al termine della 14^ giornata, hanno concesso meno gol della retroguardia dell’Union Berlino. Friedrich è la risposta principale a tutto questo. E per Oliver Ruhnert, i margini di crescita sono ancora elevati: «Deve ancora migliorare nei colpi di testa». Avvisate gli avversari sui calci da fermo.

L’inizio sprint dell’Union Berlino in Bundesliga in cinque motivi

union berlin

«Stop the count!» twittava maldestramente Donald Trump, incollato alla poltrona della Casa Bianca, i giorni immediatamente successivi alla vittoria presidenziale americana di Joe Biden. «Stoppate il conteggio, stoppate la stagione», con tanta ironia, riecheggia anche nelle vie di Berlino Est: se la Bundesliga fosse terminata dopo 13 giornate, con 21 punti e il quinto posto in classifica, l’Union Berlino sarebbe in Europa League.

L’avvio della squadra di Köpenick è da tritatutto e nonostante il passo falso nel match d’esordio con la sconfitta per 3-1 in casa contro l’Augsburg, da quel momento è riuscita a inanellare sette risultati utili consecutivi, resistendo alle trasferte di Mönchengladbach e Gelsenkirchen, soffiando l’intera posta in palio in casa dell’Hoffenheim e del Colonia e razziando in casa Mainz e Arminia Bielefeld con risultati esageratamente rotondi. Solo la sconfitta nel derby con l’Hertha può essere considerata un neo. Anche perché poi sono arrivati un pari col Bayern e una vittoria col Dortmund.

Una squadra in fiducia, sorprendente forse in relazione alla tenuta mentale della seconda parta della scorsa stagione dove l’Union senza il proprio tifo ha subìto lo scotto emotivo, e un gruppo al momento consapevole dei propri mezzi e potenzialità in grado di mandare in gol 12 differenti giocatori. Per capire come l’Union Berlino è riuscito a issarsi fino alla quinta posizione, ecco una chiave di lettura in cinque punti.

Il calendario agevole

Premessa d’obbligo che già sa chi mastica calcio: senza le motivazioni e le convinzioni espresse qui sopra, la storia del pallone ci ha dimostrato che anche le partite più scontate sulla carta possono diventare titaniche sfide. L’Union ha legittimamente conquistato i 21 punti, ma è anche vero che la prima parte del calendario ha soffiato a favore: i ragazzi di Fischer fino al derby hanno avuto pochi impegni difficili. Attenzione, il pareggio conquistato all’ultimo contro il Borussia Mönchengladbach o la vittoria contro l’Hoffenheim sono tasselli fondamentali nella costruzione di questo percorso, ma lo scarto di 14 punti con la zona retrocessione si spiega anche con l’aver affrontato – e vinto – squadre di pari livello quantomeno ai nastri di partenza. Una classifica più “sincera”, inevitabilmente, la si avrà a fine girone di andata, ma intanto i punti conquistati per tenersi distante dalle zone basse è tutto “fieno in cascina”.

Pochissimi giocatori impegnati con le Nazionali

In un anno anomalo in cui i fisici dei calciatori sono stati sottoposti a stress non indifferenti tra sospensione del campionato, ripresa a ritmi forsennati e poca preparazione di mezzo per la nuova stagione, Urs Fischer può sorridere perché ogni settimana, tranne per gli indisponibili che affollano l’infermiera, può contate pressoché sul gruppo nella sua completezza. Non da poco se si pensa a quanto rapidamente il club sia riuscito ad assorbire un cambio così massiccio di 12 nuovi innesti che hanno avuto intere settimane e sessioni d’allenamento per entrare in sintonia con le idee dell’allenatore. Nell’ultima pausa delle Nazionali, per esempio, hanno fatto la valigia solamente il capitano Trimmel per l’Austria, Pohjanpalo con la Finlandia dove si è infortunato seriamente alla caviglia sinistra e Ryerson chiamato d’urgenza con la Norvegia. Un parallelismo: negli stessi giorni l’Hertha ha perso 13 giocatori, il Borussia Dortmund 15.

La partenza di Andersson ha responsabilizzato l’Union Berlino in fase offensiva

Proprio sul gong della sessione estiva di calciomercato, Sebastian Andersson ha chiesto la cessione con destinazione Colonia, squadra duellante per la salvezza. Lo svedese nelle ultime due stagioni è stato l’attaccante di riferimento, il più prolifico e il più continuo, 24 gol in due anni, 12 ciascuno. Insomma, la sua partenza avrebbe potuto far crollare un castello che sull’ossatura di alcuni giocatori imprescindibili ha costruito la sua solidità. Eppure l’Union con 18 gol all’attivo è la terza squadra, ma soprattutto ha “obbligato” giocatori e allenatore a sperimentare nuove soluzioni offensive. Senza più lo schema cross di Trimmel e incornata di Andersson (è rimasta solo la prima parte), i giocatori si sono sentiti più coinvolti negli schemi di costruzione e finalizzazione, il che ha portato a 11 differenti marcatori.

Riscatto e maturità

Il quarto punto si collega di fatto a quello precedente: Awoniyi e Pohjanpalo, il giapponese Endo e Nico Schlotterbeck in versione emulazione 2.0 dopo l’esperienza del fratello Keven della stagione passata, sono arrivati a Berlino Est con la formula del prestito secco annuale come occasione per fare esperienza e crescere sapendo di trovare un ambiente armonioso, senza troppe pressioni e frenesia di rincorrere trofei, una dimensione locale per quanto inserita in una capitale. L’Union sa aspettare i suoi ragazzi e loro non deludono a lungo termine. Come Sheraldo Becker troppo fumoso l’anno passato, quel “vorrei ma non posso” strozzato in gola e oggi punto – quasi – fermo dell’undici di Fischer. E poi c’è il riscatto di Luthe tra i pali a 33 anni dopo stagioni di panchina sofferta ad Augsburg e Kruse che non è solo un influencer o un giocatore di poker, ma per abnegazione e voglia di essere un leader risulta ancora fattore differenza in questa Bundesliga. Di gol ne ha fatti 6 e assist 5. Ma anche dopo il suo infortunio, la squadra ha continuato a volare. Ultimi tre giocatori-modello in chiave, invece, di maturità: Friedrich prima era la spalla di Hübner, poi la spalla di Subotic, oggi Marvin è un giocatore chiave, unico, sicuro che coordina la manovra offensiva e parimenti difensiva; assieme a lui Andrich, spaesato nei primi due mesi della passata annata, adesso calciatore totale, cresciuto sotto la protezione di Gentner, con lui l’Union ha fatto il salto di qualità. Lenz, da panchinaro in Zweite, l’anno scorso è stato l’Union con più minuti all’attivo.

Per Fischer non ci sono titolari e panchinari

Da quando Urs Fischer siede sulla panchina dell’Union, estate 2018, ha allenato la squadra in 90 partite ufficiali e, scusateci l’approssimazione, ha schierato circa 75-80 formazioni differenti nell’undici iniziale. Prerogativa che ne fa un allenatore flessibile, non ingessato, in grado di leggere l’evoluzione del suo gruppo e rimediare durante il proseguo della stagione. E soprattutto avendo così un organico di 19-20 giocatori pronti a scendere in campo e dare il massimo sentendosi responsabilizzati anche nei match decisivi. Così, come sta succedendo in questa prima parte di 2020-2021, nonostante diverse indisponibilità, tipo la rivelazione Bülter di 12 mesi fa, il contraccolpo non si avverte, anzi. Certamente arriveranno tempi più difficili, ma l’Union Berlino ha imparato a pensare da formazione adulta. In attesa che i tifosi possano tornare a vedere all’Alte Försterei la squadra più divertente delle ultime annate.

Hertha-Union, Dilrosun contro Becker: cugini rivali nel derby di Berlino

hertha union berlino

Rivali principalmente per due volte l’anno, cugini che sono cresciuti assieme per le strade di Amsterdam nel resto della vita. Gli intrecci del derby di Berlino non sono solo territoriali o, che dir si voglia, geografici tra Ovest ed Est che spingono per la supremazia, ma anche legami familiari e parentali come quello tra l’Herthaner Javairô Dilrosun e l’Unioner Sheraldo Becker: cugini, entrambi olandesi con genitori del Suriname, tre anni di differenza – 22 contro 25 – e un percorso professionale che nel giro di un anno li ha portati al centro della capitale berlinese, uno con l’Hertha e l’altro con l’Union. Strade differenti che, in qualche maniera, incarnano le due differenti filosofie dei rispettivi club d’appartenenza.

L’inserimento immediato di Dilrosun all’Hertha

Dilrosun è all’Hertha dal primo luglio 2018, cresciuto nelle giovanili dell’Ajax e poi nell’academy del Manchester City, scaduto il contratto con il club inglese è stato acquistato dalla squadra di Charlottenburg per un indennizzo di 230mila euro. In lui ha fin da subito creduto, esterno offensivo sinistro, in grado di giocare già 47 partite di Bundesliga con sei gol e sei assist. Si è guadagnato la fama di “giocatore di settembre”, dato il suo rendimento spaventoso in quel mese nel 2018 e nel 2019. Oggi il suo valore di mercato supera i 12 milioni di euro e nel novembre dello stesso anno ha fatto il suo esordio con l’Olanda.

“Siamo cresciuti calcisticamente giocando per le strade di Amsterdam, io da quando ho tre anni. Lì si impara in fretta a crescere soprattutto nei contrasti e tutto quello che sono oggi lo devo a quel periodo. Io sono più attento ai dribbling, Sheraldo invece è molto più veloce di me: abbiamo sempre scherzato da bambini sulla su velocità, se avessimo fatto qualche ‘ragazzata’, lui non lo avrebbero mai preso”.

 

Le difficoltà iniziali di Becker e il rendimento attuale

Differente, invece, il percorso del cugino di Köpenick: anche lui cresciuto nell’Ajax, in questa grande fucina di talenti, Becker c’è rimasto giocando fino con l’Under-21. Poi il trasferimento nelle Pec Zwolle, la crescita in Keuken Kampioen Divisie, la seconda serie olandese, il debutto tra i grandi dell’Eredivisie e la conferma di rendimento in tre anni con l’Ado Den Haag in cui matura e trova una costanza di rendimento e prestazione. Il primo luglio 2019, l’ala destra si trasferisce in un altro campionato, in un’altra nazione, Berlino sponda neopromosso Union: il suo ambientamento è più complesso, Fischer stravede per lui, lo getta sin da subito nella mischia, confeziona l’assist per il gol di Andersson nella prima storica vittoria contro il Borussia Dortmund. Ma fa fatica a essere decisivo in campo.

La sua prima panchina coincide proprio con il primo derby di Bundes, il 2 dicembre 2019, mentre vedeva suo cugino scorazzare per tutti i 90’ minuti sulla corsia di sinistra. Successivamente infortunato per buona parte della seconda stagione scorsa, i due cugini non si incroceranno nemmeno nella rotonda vittoria per 4-0 dell’Hertha.

“Prima di scegliere la Bundesliga ho chiamato Joshua Brenet e Jetro Willems per chiedere consigli e loro, così come mio cugino, mi hanno detto di venire velocemente a Berlino – racconta l’olandese dell’Union – Javairô mi aveva trovato addirittura una casa nella sua stessa strada, ma era troppo lontana da Köpenick! Siamo molto amici, trascorriamo le vacanze insieme ed è sempre un’occasione per giocare a calcio. Qui il derby è sì sentito, ma capiscono i valori familiari così possono anche vederci assieme durante una serata e non dirci nulla”

I due non si sono ancora incrociati in Bundesliga

Con i suoi 35.29 km/h, Sheraldo Becker è il terzo giocatore più veloce di questa Bundesliga e, dopo un anno di rodaggio, adesso sta giocando con continuità e per l’Union di Urs Fischer che vola in classifica è davvero il valore aggiunto: ha già disputato più minuti rispetto al 2019-2020, ha mandato in gol Kruse per la prima volta e ha segnato il suo primo gol in Germania nel roboante 5-0 contro l’Arminia Bielfeld. Bruno Labbadia aspetta di poter avere Dilrosun a pieno regime, dopo l’infortunio alla coscia e un ritardo di condizione. In questa prima parte di stagione per lui solo qualche spezzone e poi la panchina: chissà, il derby di venerdì 4 dicembre può essere finalmente, al terzo tentativo, il primo duello sul campo tra i due cugini olandesi.

Amici dietro il filo spinato: il derby di Berlino che univa Hertha e Union

derby di berlino

#BerlinSiehtRot è il mantra che nell’ottobre 2019 si ripeteva tra le strade della zona est di Berlino o sui social. Sui muri, così come sui profili dei tifosi Eisernen, riecheggia questa scritta: “Berlino vede rosso”. Il generatore automatico dei calendari della Bundesliga si è divertito a piazzare il derby di Berlino, il primo derby tra Hertha e Union giocato nella massima serie tedesca, a ridosso dell’anniversario dei 30 anni del crollo del Muro, avvenuto il 9 novembre 1989.

Da una parte l’Ovest, dall’altra l’Est, rivalità per antonomasia, di quelle che non si vedevano da tempo: prima della sfida di novembre, decisa da un rigore di Seb Polter, erano passati più di sette anni dall’ultima sfida giocata a Köpenick, allo stadio An der Alten Försterei, era il 3 settembre 2012 e vide la vittoria degli ospiti. L’ultimo scontro in assoluto, invece, si era giocato sempre quell’anno nel girone di ritorno della ZweiteLiga, all’Olympiastadion per un 2-2 rocambolesco con l’Union in doppio vantaggio e poi raggiunto a cinque minuti dalla fine. Poi più nulla perché quello stesso anno l’Hertha centrò la promozione in Bundes e i due percorsi, come binari, non si sono mai sfiorati o incrociati.

Derby di Berlino, nessuna rivalità: il sentimento predominante era la simpatia

Eppure riavvolgendo le lancette del tempo emerge che tra le due squadre berlinesi fino agli albori degli anni Novanta non c’era rivalità. Anzi, tra i tifosi i sentimenti predominanti erano la simpatia e anche l’amicizia. Facile credere che molto sia dipeso dall’ingombrante presenza del Muro che per 30 anni ha tenuto lontano le due realtà calcistiche: con la nascita della Bundesliga nel 1963 (in Germania Ovest) e con la trasmissione delle partite sulla televisione occidentale, ma che aveva diffusione su tutto il territorio, per molti appassionati di calcio dell’est divenne quasi naturale avere un debole per una squadra dall’altra parte del mondo.

A metà degli anni Settanta ci furono i primi contatti tra le due tifoserie: allo stadio An der Alten Försterei si sentivano sempre più spesso cori a favore dei cugini blu; striscioni e slogan di incitamento si leggevano anche all’Olympiastadion durante i match casalinghi dell’Hertha. Indossavano anche sciarpe, berretti e giubbotti con i colori dell’altro club con delle patch fatte in casa con scritte del tipo “Amici dietro il filo spinato” o “Hertha e Union – una nazione”.

Due giorni dopo la caduta del Muro, l’11 novembre 1989, l’Hertha giocava un match in casa contro il Wattenscheid 09: gli appassionati di calcio orientali colsero la palla al balzo, approfittando della libertà di circolazione, per assistere all’incontro. Lo stadio era stracolmo di 55.000 spettatori invece della solita affluenza di circa 10.000 tifosi. Tra i presenti, c’era anche qualche giocatore dell’Union assieme al loro allenatore Karsten Heine. L’Hertha ottenne con difficoltà il pareggio per 1-1, ma venne celebrata tra gli spalti come una grande vittoria. In futuro si dirà che l’allenatore del Wattenscheid, Hannes Bongartz, non avesse voluto vincere la partita per non rovinare l’atmosfera che si respirava quel giorno.

 

Gennaio 1990, la partita della riunificazione tra le due Germanie

Sulla scia di questa positività ed euforia, il 27 gennaio 1990, nell’imponente cornice (agli occhi dei tifosi dell’Union) dell’Olympiastadion, si disputò il “Wiedervereinigungsspiel” ovvero la “partita della riunificazione”, sottotitolo: l’esempio concreto di come lo sport e, di riflesso, il calcio possano essere importanti e determinanti su decisioni politiche. La Germania Ovest e la Germania Est si ritrovarono da un momento all’altro senza una barriera, erano “nude” e impreparate dinanzi al futuro e, in quel clima di incertezza, l’incontro tra Hertha e Union senza dubbio facilitò e alleggerì il dialogo tra le due nazioni. Quel derby di Berlino fu il primo, vero tentativo di cucitura: il match fu organizzato dalle Poste tedesche, il biglietto costava cinque marchi, non importava se fossero della Repubblica federale o di quella democratica,, ed era stata data libera possibilità di raggiungere lo stadio usando mezzi pubblici o privati: per la prima volta si videro le Trabant parcheggiate fuori.

Ben 51.720 tifosi si presentarono alle 14.30 per il fischio di inizio del derby di Berlino. I colori, tra gli spalti, si mescolavano: il blu e il rosso, in mezzo il bianco; era il giorno giusto per fraternizzare e i cori e gli striscioni, monotematici, esaltavano il doppio dominio delle due squadre separate dal fiume Sprea. Sul campo, l’Hertha vinse 2-1 e l’ironia e il destino anche quel pomeriggio si divertirono a incrociare storie e coincidenze: ad aprire le marcature, infatti, fu Axel Kruse, ex attaccante dell’Hansa Rostock che l’8 luglio 1989, approfittando di un’amichevole della sua squadra a Copenaghen, scappò dalla DDR per rifugiarsi in Germania Ovest e si accasò proprio nell’Hertha. Nel tripudio generale delle tifoserie, il gol del pareggio dell’Union fu un momento toccante e da pelle d’oca: alla rete di André Sirocks, la prima storica marcatura della squadra dell’est su un campo fuori dai confini della Repubblica Democratica tedesca, anche i calciatori della squadra rivale si fermarono ad applaudire. Per finire, la rete del definitivo 2-1 fu segnata da René Unglaube, un ex-Eisern.

E dopo? Perché tutto si è dissolto? Ben presto l’atmosfera speranzosa e amichevole tra le due tifoserie andò scemando. Già nella seconda partita che si giocò all’Alte Försterei, il 12 agosto 1990, si presentarono poco meno di 4.000 spettatori. L’esigua capienza dello stadio e la data in pieno periodo estivo possono solo in parte motivare quella debacle: quello, forse, fu probabilmente il primo segno di reciproca indifferenza. Nel corso del tempo, i tifosi hanno sviluppato nuove antipatie e la vecchia “amicizia dietro il filo spinato” è rimasta un piacevole ricordo sbiadito.

Chi è stato Robert Enke: il ricordo a 11 anni dalla morte

Robert Enke

Un anno fa, prima del fischio d’inizio del Klassiker tra Bayern Monaco e Borussia Dortmund, i giocatori si sono stretti a centrocampo per ricordare Robert Enke, l’ex portiere dell’Hannover, sua ultima squadra, che si tolse la vita il 10 novembre del 2009, a 32 anni.

Mentre il tabellone elettronico dell’Allianz Arena passava l’immagine di Enke con l’hashtag #gedENKEminute, un minuto di commemorazione, iniziativa promossa dalla fondazione che porta il suo nome e creata dalla moglie Teresa per sensibilizzare il calcio e lo sport sul tema delicato della depressione, le telecamere si sono soffermate su alcuni primi piani. Sulle tribune, Joachim Löw e Oliver Kahn, e in campo, Manuel Neuer.

Il 2009 è l’anno che precede i Mondiali in Sudafrica, il primo del nuovo ciclo di Löw sulla panchina tedesca dopo l’esperienza della Coppa del Mondo del 2006 “domestica” gestita da Jürgen Klinsmann. Oliver Kahn partecipa a quell’edizione da comprimario, gioca di fatto solo la finale per il terzo-quarto posto contro il Portogallo, un omaggio e un tributo in quella che di fatto è la sua ultima partita prima del ritiro dalla Nazionale. In porta, per ordine gerarchico, c’è Jens Lehmann (coincidenze, è nato proprio il 10 novembre 1969) che in semifinale non ha potuto nulla contro i tiri di Grosso e di Del Piero. E’ lui il titolare anche nell’edizione 2008 dell’Europeo, ma alla soglia dei 39 anni, anche per lui l’esperienza con la Mannschaft si esaurisce lì prima di appendere i guanti al chiodo.

Joachim Löw si ritrova, dunque, a impostare un nuovo ciclo in una fase di transizione in cui la vecchia guardia sembrano aver dato tutto, mentre i vari “enfant prodige” devono ancora sbocciare e maturare del tutto. Nel mezzo, invece, c’è Robert Enke che dal 2004, dopo esperienze travagliate al Benfica, Barcellona e Fenerbahçe, è rientrato sul suolo tedesco per giocare titolare nelle fila dell’Hannover. La sua affidabilità e continuità di rendimento convincono il ct a credere in lui; per altro era stato lo stesso Löw a farlo esordire in Nazionale a 29 anni in una partita amichevole del 2007 contro la Danimarca. Per le partite di qualificazione al Mondiale del 2010, Enke è il prescelto: 90’ in campo nella prima uscita della Germania post-Europeo, titolare nei match del Girone D e dall’agosto del 2008 al 2009 inanella sette partite in cui la compagine tedesca ne vince cinque e pareggia due. Le uniche due sconfitte sono in altrettanti test-match in cui Enke non è nemmeno convocato.

Il 12 agosto 2009 gioca la sua ultima partita con la Nazionale, un 2-0 contro l’Azerbaigian. Il 5 settembre, invece, viene convocato per un’amichevole contro il Sudafrica, ma rimane in panchina: Löw nei suoi esperimenti, testa René Adler. Senza la presunzione di mettere in ordine i tasselli della storia e leggerne conseguenze in modo arbitrale, con molta probabilità nella testa di Löw era davvero concreta l’idea di affidare a Robert Enke la porta della Germania per i Mondiali dell’anno dopo. La sua morte ha cambiato il corso dei destini e Manuel Neuer, fino a quel momento secondo panchinaro, si è ritrovato a giocare l’esperienza sudafricana da titolare, anticipando l’ascesa e la consacrazione che l’avrebbe poi portato a essere il miglior estremo difensore del mondo e leader di una delle più forti Nazionali di sempre.

Un piccolo passo indietro sulle sue esperienze negative all’estero. Sarebbe delittuoso suggerire che il trattamento riservato dal Barcellona sia stato l’inizio della sua malattia anche perché in precedenza aveva sofferto di paura e insicurezza, ma certamente la sua esperienza al Camp Nou è diventata un punto cardine nel suo senso di ciò che è stato successivamente diagnosticato come “alienazione”.

Robert si trova a Barcellona nella stagione 2002/03, debutta in Copa del Rey contro la Novelda, squadra di terza serie, dopo una serie di sessioni d’allenamento in cui mostra sin da subito difficoltà nell’adattarsi e assimilare la filosofia di Louis van Gaal che vuole ampliare la distanza tra lui e la linea dei difensori. Come dirà successivamente la moglie, durante il passaggio del portiere tedesco dal Benfica al club spagnolo, la trattativa sembrava arenarsi e  quando Enke aveva telefonato all’allenatore olandese per chiedere rassicurazioni, la risposta fu: «Io non ti conosco nemmeno». Quando il Barcellona esce sconfitto per 3-2 nella partita di Copa del Rey, il capitano Frank de Boer dà pubblicamente la colpa a Enke su due gol subiti, salvo fare marcia indietro senza però chiedere davvero scusa al numero 1. Victor Valdés che quello stesso anno diventerà il portiere titolare del Barcellona, ha ammesso che Enke fu «gettato in pasto ai leoni».

In Spagna, Robert. Enke giocò solo altre tre partite, fu in quel momento che si chiuse in se stesso e, su consiglio della moglie e del procuratore, iniziò a esser seguito da un psicoterapeuta. Solo quattro partite, un malessere acuito e peggiorato nel 2006 dopo che la figlia Lara, di due anni, era morta a causa di una rara malattia cardiaca. L’Hannover è stato il suo personale riscatto diventandone anche capitano. Ha giocato l’ultima partita della sua vita l’8 novembre 2009, nel pareggio casalingo per 2-2 contro l’Amburgo, nell’AWD-Arena, lo stesso impianto dove qualche giorno dopo si è tenuta la cerimonia funebre.

BundExLiga – Union-Augsburg: Luthe e Gikiewicz ritrovano il loro passato

luthe gikiewicz

A rifletterci bene, Gikiewicz è il predecessore di Luthe all’Union Berlino e il suo successore all’Augsburg. Luthe è il predecessore di Gikiewicz all’Augsburg e il suo successore all’Union Berlino. E a rendere ancor più arzigogolato l’intreccio di mercato più curioso dell’estate tedesca, ci pensa il calendario della Bundesliga che, alla prima di campionato, sabato 19 settembre, metterà i due portiere uno di fronte all’altro.

Una doppia sfida da vivere come ex e con il portiere polacco che ritorna allo Stadion An der Alten Försterei, teatro di due anni indimenticabili, i migliori della sua carriera professionale. La doppia operazione sull’asse Berlino Est – Augusta, però, si è mossa su due binari differenti, non uno scambio di fatto, ma una scelta consequenziale e strettamente connessa.

Rafał Gikiewicz è arrivato a Köpenick nell’estate 2018 riempiendo un’annosa lacuna tra i pali. Leader, carismatico, in due stagioni ha giocato 75 partite sulle 76 disputate dall’Union, ha segnato un gol contro l’Heidenheim, è stato l’uomo della promozione sigillando la porta risultata poi la meno perforata in Zweite. È stato il primo a ridursi lo stipendio durante la pandemia per alleggerire le spese del club, ha aiutato a consegnare i pasti ai medici dell’ospedale di Köpenick e si è tatuato il logo della società sul braccio sinistro.

Ma le parti non hanno trovato il giusto accordo sul rinnovo del contratto: nonostante tutte le premesse, l’Union mantiene ancora un tetto salariale e la proposta di aumento di stipendio del portiere polacco è rimasta una richiesta afona alle orecchie sorde della dirigenza. Gikiewicz, da svincolato, ha scelto quindi la sfida Augsburg, corteggiato da Stefan Reuter che gli ha offerto due anni di contratto con opzione per il terzo. Poteva ambire ad altro? Probabilmente sì, ma le priorità nella sua scelta erano quelle di far continuare a crescere i suoi figli in Germania e, a 33 anni da compiere a ottobre, giocare in una piazza che gli avrebbe garantito titolarità.

Ruolo da numero 1 che è stato confermato dall’allenatore Heiko Herrlich alla vigilia del primo turno della DFB-Pokal vinto per 7-0 contro l’Eintracht Celle. Ecco, appunto, lo snodo della vicenda che affligge da un paio di anni la squadra bavarese: qual è l’ordine gerarchico in porta? A chi affidare i guantoni per buona parte della stagione, facendo accomodare in panchina gli altri?

Andreas Luthe per quattro stagione ha atteso la sua chance. Arrivato come affidabile secondo di Marwin Hitz, dopo la partenza dello svizzero, non è riuscito a confermarsi stabilmente come primo portiere, ma è stato coinvolto in una serie di cicliche turnazioni tra Gregor Kobel, Fabian Geifer e non da ultimo Tomas Koubek, arrivato nell’agosto 2019 dal Rennes per una cifra di 7,5 milioni di euro, il cui rendimento, però, è stato nettamente al di sotto delle aspettative.

L’arrivo di Gikiewicz ha rappresentato per Luthe l’ennesima mancanza di fiducia, nonostante il suo contribuito alla salvezza del club nel finale della scorsa stagione, così ha deciso di cambiare aria accettando proprio l’Union Berlino come atto di rivincita e riscatto.

“Sono qui per giocare potenzialmente 34 partite: dopo esser stato per tanti anni all’Augsburg mi sono convinto che a 33 anni non posso fare il panchinaro in Bundesliga, ma voglio essere utile in campo. Nella seconda parte della scorsa stagione ho dimostrato di poter dare tranquillità ai miei compagni e all’Union porto questo: la mia esperienza, la mia calma e la mia stabilità”.

Con Jakob Busk e Lennar Moser come secondo e terzo portiere, per Luthe la competizione non sarà altissima: un’iniezione di fiducia da parte del club che crede in lui. O meglio, ha scommesso su di lui. L’esperienza e la professionalità di certo non gli mancano e non teme il paragone con il suo predecessore: l’anno passato ha giocato con il mignolo della mano destra rotto pur di aiutare l’Augsburg a non retrocedere.

La salvezza dell’Union Berlino e dell’Augsburg quest’anno passano dalle mani e dai riflessi di Luthe e Gikiewicz: il match di sabato potrà darci già alcune risposte.

Max Kruse è tornato: dalla Turchia alla sfida salvezza con l’Union Berlino

max kruse union berlino

Il biglietto di sola andata per la Turchia, direzione Fenerbahçe, aveva reso orfana la Bundesliga che, non più di un anno fa, perdeva Max Kruse, attirato da una nuova sfida e – soprattutto – da un contratto che a 31 anni di certo non capita più.
La Süper Lig lo ha accolto e lui ha ripagato con 20 partite, sette gol e altrettanti assist, mentre il Werder Brema annaspava nei bassifondi e si salvava solo grazie allo spareggio vinto contro l’Heidenheim. Proprio quel Werder, la squadra che l’ha lanciato tra i grandi e nella quale, dal 2016 al 2019, è diventato leader indossando la fascia da capitano. Ma poteva chiudersi così la storia tra l’attaccante e il calcio tedesco? Assolutamente no e infatti, a sorpresa, Max Kruse ha rescisso il contratto con il Fenerbahçe, motivandolo per il mancato pagamento dello stipendio (e dalla Turchia fanno sapere che intenderanno intraprendere un’azione giuridica) e ha accettato l’intrigante avventura con la maglia dell’Union Berlino. Ovviamente nel suo stile.

Giovedì 6 agosto, al suo arrivo ufficiale, si è presentato allo Stadion An der Alten Försterei in sella a una eROCKIT, una moto elettrica, infervorando gli animi degli Unioner che mai avevano accolto a Köpenick un giocatore della sua caratura e spezzando, al contrario, i sogni dei suoi ex tifosi che immaginavano un ritorno al Weserstadion. Con tanto di stoccata da parte di Frank Baumann, direttore sportivo del Werder, che nella scelta di Kruse non ci vede solo una ragione sportiva, ma anche l’effervescente vita notturna della capitale berlinese.

Max Kruse ha scelto l’Union Berlino perché elettrizzato da un club che lui stesso ha definito “cool” ma anche perché galvanizzato da un ambiente e da una squadra che accetteranno di ruotare attorno a lui senza mettere troppo in discussione la sua titolarità: la stessa presentazione, un giorno prima che fosse svelata la nuova maglia griffata Adidas, è stata un colpo in termini di merchandising con il suo nome e il numero 10 già svelati in anticipo. Un altro dato? Su Instagram, l’attaccante ha 400mila followers, il club di Berlino Est, invece, solamente 109mila. Inevitabilmente, a questo giro, non è stata una scelta economica, ma il sentirsi responsabilizzato, a 32 anni, nel caricarsi sulle spalle un squadra che lotterà per la salvezza.

Tatticamente, poi, sarà molto interessante il suo contributo alla manovra offensiva per la sua visione di gioco e la propensione anche a mandare in rete i suoi compagni di reparto: se Urs Fischer, l’allenatore dell’Union Berlin, dovesse propendere ancora per gli esterni larghi o leggermente più accentrati (moduli entrambi provati l’anno passato), Bülter, Ingvartsen o il giapponese Endo ben si inserirebbero nelle trame con l’ex nazionale tedesco perno d’attacco. E se Andersson dovesse rimanere, possiamo anche immaginare l’utilizzo delle due punte.

Il contatore fermo a 250 presenze, 74 gol e 68 assist in Bundesliga, può riprendere da dove si era fermato. In otto stagioni, tra Friburgo, Borussia Mönchengladbach, Wolfsburg e Werder Bremen, ha dimostrato di essere un eccellente punta, fuori dall’ordinario, per colpi di genio e duttilità tattica. Funambolico in area o libero di far esplodere il suo tiro da fuori area, segna, e quando decide di farlo, esagera come la tripletta contro l’Hannover nella stagione 2017(18, o la striscia di sei gol e tre assist in quattro partite nel marzo 2019 che, ovviamente, gli è valso il titolo di giocatore del mese. O come il poker piazzato nella vittoria del Werder contro l’Ingoldstadt per 4-2 nel 2017.

Ecco, appunto, il poker, quello che gli riesce meglio quando passa dal campo verde di calcio al tavolo verde: nel giugno 2014 si è piazzato terzo su 241 giocatori nelle World Series di Las Vegas. A ognuno il suo passatempo , così come ha detto Urs Fischer.

“Io mi rilasso andando a pesca, lui giocando a poker”.

E chissà magari la sua “pokerface” gli torna utile quando si presenza sul dischetto di rigore: nella sua carriera non ha mai sbagliato dagli 11 metri. In 24 occasioni ha sempre segnato, 14 volte in Bundesliga. Meglio di lui, attualmente, hanno fatto solo Lewandowski e l’ex portiere Hans-Jörg Butt, specialisti con 17 rigori consecutivi. Ecco, un’ulteriore sfida per Max.