Kingsley Coman: l’enfant prodige è diventato grande

Kingsley coman

Se la squadra funziona, nessuno la cambierà per te. Sta a te dimostrare cosa sai fare per cambiare la situazione. E credo che i fatti siano più forti delle parole”. Kingsley Coman già a ventun anni parlava con l’attitudine di un veterano. Aveva brillato nella sua prima stagione al Bayern Monaco, dove era arrivato dopo aver raccolto scampoli di professionismo tra Paris Saint-Germain e Juventus. Era andata peggio l’annata 2016-17, col passaggio da Guardiola ad Ancelotti e il reintegro della Robbery sulle corsie offensive. Nel 2018 invece, al culmine della sua stagione migliore, Coman ha subito il primo di due gravi infortuni alla caviglia, che fra le altre cose gli hanno impedito di far parte della selezione francese poi campione del mondo in Russia.

Al termine del secondo lungo stop in meno di un anno, Coman ha dichiarato che “Non accetterei una terza operazione, significherebbe che forse il mio piede sinistro non è adatto a questo livello. Inizierei un’altra vita, più anonima”. Fortunatamente il piede sinistro ha retto e oggi Coman non solo è in attività, ma è uno degli esterni offensivi più forti del mondo.


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Coco ha debuttato fra i professionisti il 17 febbraio 2013 e da allora ha vinto tutti i campionati in cui ha giocato. In più, nel suo palmarès si trovano undici tra Coppe e Supercoppe nazionali, un Mondiale per club e la scorsa edizione della Champions League, conquistata segnando in finale proprio contro il PSG, la squadra in cui è cresciuto. Coman però non sembra essere percepito come un fuoriclasse assoluto nel dibattito comune, nonostante sia un titolare in pianta stabile della squadra che sta triturando il calcio europeo. È controverso pensare che il suo appeal non sia cresciuto come ha fatto la sua bacheca, visto che di fatto – quando arruolabile – Coman è sempre stato un giocatore importante per il Bayern.

In generale, la carriera del francese ha sempre avuto qualcosa di controverso. Fin da giovanissimo, Coman ha mostrato sprazzi di un talento unico, legato certamente alla rapidità nel dribbling, ma soprattutto ad una facilità irrisoria nel disorientare gli avversari e poi trovare l’ultimo passaggio o – ancora meglio – concludere in porta. Tuttavia, per molti anni questo talento è venuto fuori solo a sprazzi, tra infortuni e concorrenza spietata. Nessuno ha mai messo in discussione le qualità tecniche di Kingsley Coman, ma quel suo atteggiamento schivo restituiva a molti un’immagine di scarso carisma, fin troppo facile da abbinare con la discontinuità tipica dei giovani che si misurano con palcoscenici d’élite. I classici difetti imputati ai giocatori che potrebbero essere, ma non sono.

Negli anni a Monaco, in realtà, Coman ha silenziosamente lavorato sui suoi difetti, migliorando nelle letture di gioco, evolvendosi pian piano in un giocatore più maturo ed affidabile. Il francese, cioè, ha avuto la lucidità e la forza di lavorare sui suoi difetti più evidenti, nonostante avesse dimostrato già da minorenne di poterci stare eccome nel calcio dei grandi(ssimi). D’altronde, dietro un volto da bambino e qualche acconciatura stravagante, in Coman sembra nascondersi una personalità fortemente competitiva. Lo si evince dalla scelta di trasferirsi due volte a cavallo tra i 18 e i 19 anni, da Parigi a Torino fino a Monaco, con l’obiettivo – parole sue – di trovare più spazio. O anche da un’intervista del padre di qualche anno fa.

Quando Kingsley perde una partita importante, sua moglie dice che non parla a nessuno per almeno un giorno”.  

Come per diversi altri giocatori, è stato il connubio con Hansi Flick a permettere l’esplosione definitiva di Kingsley Coman. In un’idea di calcio fortemente improntata alla vittoria dei duelli individuali e all’utilizzo delle catene laterali, l’esterno francese si è semplicemente trovato nel posto giusto al momento giusto. La volontà del Bayern di dominare le partite dà la possibilità a Coman di dare sfogo all’aspetto migliore del suo gioco, che rimane comunque l’improvvisazione. Un’improvvisazione che negli anni è diventata sempre più lucida, fino a diventare un’arma da 6 gol e 11 assist nella stagione in corso, per un totale di una contribuzione ogni 112 minuti giocati (dati Whoscored). Sono numeri che però non bastano a dipingere la vera essenza della nuova grandezza di Coman, la sua capacità di essere una spina nel fianco per qualsiasi avversario grazie ad un mix di atletismo, tecnica e furbizia con pochi eguali nel mondo.

Presumibilmente, stasera Kingsley Coman scenderà in campo al Parco dei Principi per il ritorno dei quarti di finale di Champions League, dopo la pesante vittoria del Paris per 2-3 all’andata. Per un giocatore nato ad un’ora di strada da Parigi non potrà mai essere una partita normale. Ancora meno lo sarà per Coman, che, in assenza del totem Lewandowski, dovrà fronteggiare meglio di come ha fatto all’andata la necessità di prendersi maggiori responsabilità – il tratto tipico dei fuoriclasse. Non sembra un problema insuperabile per un ragazzo che ormai è abituato a vincere. D’altra parte, ammesso che anche dopo un goal decisivo in finale di Champions League abbia ancora qualcosa da dimostrare, Coman dovrebbe dimostrarlo proprio in serate come queste.

Szoboszlai, il tassello mancante del Lipsia di Nagelsmann

Szoboszlai Lipsia

Dopo mesi di voci e indiscrezioni da tutta Europa, finalmente è arrivata una notizia ufficiale sul futuro di Dominik Szoboszlai. Sarà un futuro ancora sotto l’ombra della galassia Red Bull, ma adesso in Bundesliga: l’ungherese infatti è un nuovo giocatore del Lipsia, dove arriva con grandi aspettative sulle spalle, dopo le stagioni passate a dominare il campionato austriaco con la maglia del Salisburgo. Proviamo quindi a chiarirci un po’ le idee sulle caratteristiche di questo centrocampista così chiacchierato, pensando anche al suo possibile impiego nello scacchiere di Nagelsmann, che passa – per scelta propria: il Lipsia ha pagato la clausola di 25 milioni – da Red Bull a Red Bull.

Szoboszlai, innanzitutto, è un calciatore duttile. Pur avendo solo vent’anni, ha già sperimentato diversi ruoli e diversi compiti sul terreno di gioco, mantenendo sempre uno standard piuttosto alto. Nelle sue prime apparizioni con la maglia del Salisburgo – nel 4-3-1-2 di Marco Rose – è stato impiegato come mezzala, una casella in cui aveva principalmente il compito di scegliere il modo giusto per far avanzare la manovra, possibilmente in verticale. L’eccezionalità del talento di Szoboszlai però viene fuori quando ha la possibilità di giocare vicino alla porta avversaria. Effettivamente, la svolta per lui è arrivata dopo la cessione di Minamino al Liverpool, che gli ha permesso di giocare in una posizione più avanzata: a partire dal mese di febbraio, nella stagione 2019-20 – ovvero da quando ha perso il suo partner in crime Haaland  – ha siglato 8 gol e 13 assist in 18 presenze, affermandosi definitivamente come il leader tecnico della squadra. Però ha continuato sullo stesso ritmo anche nei primi mesi della stagione 2020-21, raggiungendo forse l’apice con il bellissimo gol decisivo segnato nel recupero contro l’Islanda nella partita decisiva per la qualificazione dell’Ungheria ai prossimi Europei.

Come intuibile dai numeri, il talento di Szoboszlai è molto appariscente. Basta guardare una qualsiasi sua partita per rendersi conto della sua capacità di calcio, sia da fermo sia in movimento: per passaggi e tiri in porta raramente usa una parte del piede diversa dall’interno, ma lo fa con una precisione millimetrica, quasi artistica. Nel dribbling invece sembra esprimere di più la sua creatività e cerca spesso esecuzioni ambiziose (fin troppo) per eludere la pressione dell’avversario. Un primo margine di miglioramento su cui Szoboszlai avrà bisogno di lavorare, specie in un campionato intenso come la Bundesliga, sarà proprio l’utilizzo del corpo: pur essendo alto 185 centimetri, raramente lo si vede proteggere il pallone per conservare il possesso. Piuttosto, preferisce disorientare l’avversario con una finta di corpo o una ruleta, un gesto tecnico a cui sembra parecchio affezionato.

Insomma la qualità delle giocate di Szoboszlai con la palla fra i piedi è già d’élite, seppur con alcuni difetti – com’è inevitabile per un giocatore di vent’anni, specie considerando che non ha ancora avuto l’opportunità di misurarsi con un contesto all’altezza del suo talento. L’aspetto più sorprendente, almeno per un giocatore così giovane, è però un altro: la qualità delle letture. Szoboszlai rimane lucido e non banale in qualsiasi zona del campo. Legge bene i movimenti di compagni e avversari e, pur preferendo il destro, si fida molto di entrambi i suoi piedi, mantenendo quindi un certo margine di imprevedibilità costante. È chiaro che questa sua lucidità debba essere messa alla prova con continuità in un ambito diverso dalla Bundesliga austriaca, ma le parziali risposte ottenute tra Champions ed Europa League sono state incoraggianti.

Adesso la palla passa a Julian Nagelsmann, che dovrà trovare una collocazione funzionale ad un talento così particolare. Data l’esperienza passata di Szoboszlai – a Salisburgo – in un sistema di gioco con un’impostazione simile a quella del Lipsia, la logica prevederebbe un suo impiego in una delle caselle alle spalle della punta. Questo perché da un lato l’ungherese non sembra ancora pronto per fare da riferimento avanzato per una squadra di alto livello, soprattutto per quanto riguarda il suo gioco spalle alla porta; mentre dall’altro qualsiasi compito in campo che allontani troppo Szoboszlai dagli ultimi trenta metri ne limiterebbe il potenziale devastante nella fasi di rifinitura dell’azione.

In effetti, l’acquisto di Szoboszlai sembra mirato a risolvere una problematica specifica della fase offensiva del Lipsia, che si è resa evidente soprattutto nelle due sconfitte collezionate durante la fase a gironi della Champions League. Sia contro il Manchester United sia contro il PSG la squadra di Nagelsmann si è trovata, dopo essere andata in svantaggio, a tenere in mano il pallino del gioco per lunghi tratti senza riuscire però a trovare la chiave giusta. Dovesse riuscire a confermarsi a questo livello, la qualità lucida di Szoboszlai potrebbe rivelarsi un fattore decisivo in queste circostanze – o almeno, sulla carta potrebbe benissimo esserlo più degli uno-contro-uno di Kluivert o Dani Olmo. Oltre a questo, l’ungherese è un giocatore con una qualità nel calcio da fermo davvero sensazionale, un’altra situazione che contro avversari chiusi può essere determinante, un’altra situazione in cui il Lipsia pecca(va) di uno specialista di questa qualità.

Nagelsmann insomma si augura di trovare un giocatore al massimo della condizione mentale, ma anche fisica. Poste le qualità tecniche indiscutibili, l’unico vero dubbio sull’adattamento di Szoboszlai alla Bundesliga rimane sul piano atletico. È vero, Szoboszlai non è leggerissimo, così com’è vero che viene da una squadra abituata a tenere alta l’asticella dell’intensità indipendentemente dall’avversario. Ma i ritmi della Bundesliga tedesca sono diversi da quelli della Bundesliga austriaca e non si può pretendere da tutti i giocatori un impatto “alla Haaland” in risposta a questo cambiamento. Soprattutto non si può pretenderlo da Szoboszlai, un giocatore abituato a dominare con la tecnica prima che con il fisico, e che proprio per questo potrebbe necessitare di un po’ di tempo per prendere le misure ad un contesto più competitivo.

L’RB Lipsia dunque accoglie Dominik Szoboszlai, con quella sensazione di attesa che accompagna i talenti generazionali, ma anche la consapevolezza che per l’ungherese non sarà affatto facile imporsi in una squadra di così alto livello e ricca di alternative fra centrocampo e attacco. Certo il talento è dalla parte di Szoboszlai, come lo è sempre stato nella sua lenta ma costante ascesa negli ultimi anni. Adesso è arrivata l’ora del grande salto, e difficilmente avrebbe potuto scegliere una piazza migliore per provarlo.

Lars Stindl, la leadership del Gladbach e la seconda giovinezza

Lars Stindl

Anche a causa dell’impegno in Champions League, in questi primi tre mesi della Bundesliga 2020/21 il Borussia Mönchengladbach ha vissuto naturali alti e bassi, un po’ come tutti i suoi protagonisti e giocatori più significativi. Chi ha trovato continuità, per la prima volta dopo tanti anni, è invece Lars Stindl, finalmente tornato al top dopo mesi di difficoltà fisica e alti e bassi anche in campo. Oggi è protagonista del Gladbach: ha già segnato 11 goal e fornito 6 assist ai compagni in stagione. Numeri da attaccante, numeri da nazionale. A voler ben vedere.

Il punto più alto della carriera di Stindl, 32 anni compiuti a settembre, è stato la Confederations Cup del 2017, competizione di cui è stato capocannoniere (al pari di Werner e Goretzka) con tre reti, compresa quella decisiva per la vittoria in finale sul Cile. Dando uno sguardo alle statistiche più banali, il motivo della presenza di Stindl in quella fortissima Germania non è lampante. Nella stagione 2016/17, peraltro la sua migliore sul piano realizzativo, Lars Stindl aveva messo a segno 18 gol e 5 assist in 41 presenze fra tutte le competizioni (con una tripletta alla Fiorentina in Europa League): uno score tutt’altro che negativo, ma non al livello dei vari Lewandowski, Agüero, Kane. Più che le statistiche sul piano realizzativo, ciò che aveva spinto Löw a dare fiducia al capitano del Borussia Mönchengladbach era stato quello che gli avrebbe potuto dare, nel “prime” dei propri mezzi tecnici e fisici, in termini di supporto alla manovra, dominio del gioco e infine – infine come se fosse un aspetto secondario per un attaccante – capacità di concludere l’azione.

E il punto è proprio questo: Stindl non è mai stato un attaccante normale. Anzi, per una lunga fase della sua carriera non è stato neanche un attaccante effettivo: il Karlsruhe lo aveva presentato al pubblico della Bundesliga come un centrocampista offensivo, un playmaker che sa sempre cosa fare con la palla fra i piedi. Con gli anni però diversi allenatori hanno preferito sfruttare le sue caratteristiche in zone del campo più avanzate rispetto alla trequarti. È successo così che quello che era un numero 10 si è trasformato in un peculiare esempio di falso 9, cioè un centravanti senza particolari consegne tattiche ma che interpreta il suo ruolo in base alle sue qualità, le quali si concretizzano per la maggioranza fuori dall’area di rigore avversaria.

Quali, dunque, queste qualità. Stindl non è un giocatore che ruba l’occhio: non è particolarmente veloce o forte fisicamente (80 chili distribuiti su 181 centimetri di altezza), dribbla meno e tira peggio di tanti colleghi, raramente tocca il pallone con una parte del corpo diversa dall’interno piede, pur mantenendo una certa eleganza. Ciò che permette al tedesco di sopravvivere ad alti livelli è un’intelligenza quasi senza pari nei movimenti, cui abbina un minimalismo tecnico solo apparente che, nei suoi momenti migliori, lo rende praticamente incontrollabile per i difensori avversari, spesso spaesati dai controlli orientati e dal sapiente utilizzo del corpo di Stindl. Il numero 13 del Gladbach non spreca energie mentali nell’elaborazione di giocate appariscenti, ma le concentra tutte sulla scelta migliore per portare avanti la fase offensiva, sintomo di una conoscenza del gioco tutt’altro che comune anche a livello internazionale. Quest’intelligenza spesso si riflette anche in inserimenti a rimorchio tanto semplici quanto efficaci per arrivare al tiro da posizione favorevole.

In questo modo Stindl è arrivato a vivere un vero e proprio “ritorno al futuro”. Nel 4-2-3-1 di Marco Rose, il tedesco sembra rappresentare un’alternativa molto più adatta nel ruolo di trequartista finora interpretato con risultati alterni da Embolo, che invece da punta potrebbe liberare tutta la propria esplosività – anche se finora è stato considerato ‘solo’ l’alternativa a Pléa.

Lars Stindl è di fatto tornato ad essere il numero 10 che era stato prima di essere allenato da Lucien Favre – in realtà assumendo compiti tecnico-tattici simili a quelli di uno dei migliori 9 europei, cioè Roberto Firmino (tra l’altro un fedelissimo di Klopp, “maestro” di Rose). A 32 anni è difficile immaginare che riesca a sviluppare tutte le sue migliori caratteristiche e arrivare al top. Di certo, nel suo, si è mostrato nuovamente un giocatore di enorme valore nonché leader del Gladbach. Guadagnandosi anche un meritatissimo rinnovo fino al 2023. Mica male.

Il triste declino di Holger Badstuber

Holger Badstuber

Dodici volte campione tra Bundesliga, DFB-Pokal e Supercoppa di Germania, ma anche una Champions League, una Coppa del mondo per club e una Supercoppa Europea. Il palmarès di Holger Badstuber è quello del grande campione, del fuoriclasse che sembrava destinato a diventare quando, ormai quasi 10 anni fa, si prendeva la scena come uno dei migliori giovani difensori del mondo. Sembrava, appunto. Invece Badstuber a 31 anni è nella seconda squadra dello Stoccarda, militante nella Regionalliga, al culmine di una parabola discendente talmente sfortunata da non sembrare vera.

Se sta bene, gioca sempre”. Siamo nel dicembre 2010 e Louis Van Gaal – uno che va raramente per il sottile – parla così del 21enne Badstuber in conferenza stampa. Nella stagione precedente, su input del manager olandese, il difensore tedesco è diventato un perno del Bayern Monaco insieme ad un altro ragazzo preso dal settore giovanile – un certo Thomas Müller. In realtà non è una grande stagione per i bavaresi, che ad aprile cambiano l’allenatore e chiudono “soltanto” terzi in classifica. Poco male, perché a Van Gaal segue Jupp Heynckes che affianca Jerôme Boateng a Badstuber e ne fa la coppia centrale titolare del Bayern che perde la Champions League in finale dopo aver eliminato Real Madrid, Napoli e Manchester City. Ai Roten basterà una stagione per sollevare la Coppa dalle Grandi Orecchie, ma nel frattempo l’agonia di Badstuber è già iniziata.

Il primo di dicembre del 2012 il Bayern Monaco sta ospitando il Borussia Dortmund di Klopp in un big match attesissimo. Poco dopo la mezz’ora la partita è ancora bloccata sullo 0-0 quando Holger Badstuber, come abituale per un difensore del suo livello, interviene pulito sul pallone dopo un controllo sbagliato di Götze. Badstuber però si scontra con il compagno Javi Martinez e, in spaccata, mette male il ginocchio destro: capitan Schweinsteiger si avvicina al compagno rimasto a terra e immediatamente indica alla panchina che c’è bisogno di una sostituzione. La prognosi del giorno dopo è, parola di Heynckes, “tragica”: rottura del legamento crociato anteriore, stagione finita ed Euro 2012 saltato. Badstuber però non si perde d’animo e ritorna in campo col Bayern nella stagione successiva, non più da cardine della difesa ma da buon complemento, tanto da guadagnarsi un rinnovo di contratto fino al 2017. A maggio 2013 però il ginocchio destro cede di nuovo, e come per ogni ricaduta questa volta la faccenda è più grave. Badstuber salta tutta la stagione 2013/14 e pure il Mondiale vinto dalla Germania, con cui aveva collezionato 30 presenze tra il 2010 e il 2012.

Non vedo l’ora (di ritornare in campo) ovviamente. Partite come queste mi danno sempre più sicurezza, forza e resistenza”.

Badstuber, dopo il primo turno di DFB Pokal dell’estate 2014, sembra entusiasta della fiducia garantitagli da Pep Guardiola, che lo sceglie come titolare anche per le prime tre gare di campionato della stagione 2014/15. Il 13 settembre però un infortunio alla coscia lo ferma ancora per dei mesi. Il ritorno nella formazione titolare avviene solo a febbraio 2015: un mese più tardi Badstuber segna di testa in Champions League in un 7-0 allo Shakhtar Donetsk. È il suo primo gol in gare ufficiali dal 2009.

Dopo tutti questi infortuni però Badstuber ha perso lo smalto dei tempi migliori e, soprattutto, la fiducia di poter tornare a essere importante per il Bayern. A gennaio 2017 sceglie di trasferirsi in prestito allo Schalke, dopo aver collezionato solo 12 presenze nell’arco di un anno e mezzo. Nemmeno a Gelsenkirchen le cose vanno benissimo e il difensore tedesco finisce svincolato. La musica non cambia nemmeno nella tappa più recente del suo viaggio: a Stoccarda arrivano 37 presenze in due anni di Bundesliga, prima della retrocessione e della stagione 2019-20, in cui è finito addirittura ad essere una sorta di riserva di lusso in Zweite.

Ora sembra che Holger Badstuber si trasferirà in MLS, per andare a strappare l’ultimo grande contratto di una carriera caratterizzata da una sfortuna evidente, ovvia, clamorosa. Nell’arco di due anni Badstuber sembrava aver conquistato un mondo che poi gli è crollato addosso nel modo peggiore possibile. Magari in America troverà finalmente continuità nel fare ciò che lo appassiona più di ogni altra cosa. Ma chissà che non possa provare a mettersi in gioco di nuovo ai massimi livelli, con la resilienza che ha caratterizzato gli ultimi anni della sua vita.

Cosa può dare Emre Can a Dortmund e Bayern

Emre Can Dortmund

Le voci riguardo un possibile trasferimento di Emre Can a Borussia Dortmund e Bayern Monaco nella prossima finestra di mercato si fanno sempre più insistenti. Anche se si può parlare, più che di voci, di una situazione abbastanza nota: è stato Can stesso a manifestare apertamente il suo dissenso riguardo il trattamento ricevuto dalla Juventus appena ne ha avuto occasione. Prima lo ha fatto in seguito all’esclusione dalla rosa della sua squadra per la Champions League, poi ha rincarato la dose durante l’ultima sosta per far spazio alle Nazionali: “Non sono contento della mia situazione a Torino, deve cambiare in qualche modo, o a Torino o con un’altra soluzione”.

Nel passaggio da Allegri a Sarri sulla panchina bianconera, il giocatore più penalizzato è stato proprio il tedesco ex Liverpool, utilizzato solo due volte da titolare in stagione (ed in entrambi i casi sostituito ben prima della fine della partita). Un paradosso, per un ragazzo che da ottobre è tornato invece tra i convocati della Germania.

Chissà che il recente infortunio di Khedira non possa cambiare le carte in tavola, ma ad oggi il classe 1994 è un giocatore in uscita. Su di lui ovviamente ci sono interessamenti dalla Serie A e dall’estero, ma l’unica possibilità su cui il centrocampista si è esposto pubblicamente è quella di un ritorno in Germania: “Mai dire mai”. Certo in Bundesliga sarebbero pronte ad accogliere. Emre Can squadre del calibro del Borussia Dortmund e del Bayern Monaco – probabilmente, tra l’altro, le uniche in grado di soddisfare la valutazione del cartellino di 35 milioni di euro da parte della Juve. Ma cosa potrebbe dare nell’immediato il classe 1994 alle due big del calcio tedesco, entrambe protagoniste di una prima parte di stagione deludente?

La collocazione di Emre Can nello scacchiere del Borussia Dortmund sarebbe ovvia. Per Favre il tedesco rappresenterebbe prima di tutto un’alternativa a Witsel e Delaney (oltre a un  Weigl in calo) in quel ruolo di diga davanti alla difesa che è forse il più delicato di tutto lo schieramento giallonero. Nel complesso, l’ex Liverpool ha meno qualità offensive di entrambi gli attuali centrocampisti a disposizione di Favre, ma possiede anche un impatto fisico superiore, che potrebbe permettere al BVB di assumere un atteggiamento più aggressivo. Inoltre, con la sua duttilità, Can potrebbe anche rappresentare un upgrade rispetto ad Akanji in quel ruolo da terzino bloccato che lo svizzero ha mal digerito finora – o comunque sarebbe di sicuro un profilo più affidabile anche da centrale rispetto ai ventenni Zagadou e Balerdi.

Nell’abbondanza del centrocampo del Bayern Monaco, invece, potrebbe essere un po’ meno banale immaginarsi un impiego di rilievo per Emre Can. Eppure tra i vari Thiago, Martínez, Tolisso, Cuisance e Goretzka proprio quello che manca a disposizione di Flick è un giocatore in grado di dare un contributo rilevante in fase difensiva senza però abbassare il ritmo e l’altezza del pressing – che poi sarebbe un altro modo per dire Emre Can. Il tedesco permetterebbe di sfruttare al meglio la visione di Thiago o gli inserimenti di Goretzka, garantendo contemporaneamente ordine e fisicità in mediana per il Bayern. In più, con questo acquisto Flick potrebbe avere un’alternativa in più nei ruoli di terzino destro e difensore centrale, al momento deboli. Insomma aldilà delle apparenze è forse dalle parti dell’Allianz Arena che c’è più bisogno del vero Emre Can, non il giocatore intristito degli ultimi mesi.

Il punto fondamentale è anzi proprio questo. Aldilà dell’aspetto tecnico-tattico, per un giocatore come Emre Can è importante sentirsi centrale nel progetto, aggiungere quella componente di fiducia che in alcuni momenti lo ha reso un dominatore in mezzo al campo, tanto nel Liverpool quanto nella Juventus. Il prossimo passo nella carriera del tedesco, quello più difficile, è trovare quei ‘momenti’ con continuità, una cosa che tra infortuni e situazioni varie non gli è mai riuscita in carriera. È soprattutto per questo che qualunque sia la scelta che farà Can a gennaio, fosse anche di rimanere dov’è piuttosto che andare al Bayern o al Borussia, dovrà essere una scelta che lo motivi abbastanza per spingerlo a salire in cattedra nella seconda parte di stagione. Con un occhio, magari, anche ad Euro 2020.

Juve-Bayer: le chiavi della partita

Juve-bayer

È solo la seconda giornata dei gironi di Champions League, eppure sotto diversi aspetti rappresenta già uno snodo fondamentale per le speranze di passaggio del turno di entrambe le squadre. JuveBayer Leverkusen è una partita che promette tanto spettacolo, sia per le chiavi tattiche dell’incontro, sia per l’elevata qualità media degli interpreti.

Juve-Bayer è Sarri contro Bosz – o Sarriball contro Boszball, se più gradito. Si sfidano due allenatori in un certo senso simili nella proposta tattica: pur con le dovute differenze, entrambi cercano di pressare con il baricentro più alto possibile, entrambi cercano delle combinazioni palla a terra per risalire il campo, entrambi predicano l’utilizzo di giocate provate e riprovate in fase di rifinitura. La Juventus, dopo la brutta prestazione di Firenze, ha vinto tre partite su tre in campionato contro avversari di caratura modesta, ma mostrando progressi via via crescenti nella qualità delle prestazioni.

In questa parte della stagione la qualità degli interpreti sta aiutando Sarri nel nascondere, in parte, alcuni difetti della fase difensiva che contro una squadra qualitativa come il Leverkusen potrebbero costare caro. Ad esempio, molto spesso i meccanismi del pressing bianconero risultano difettosi, ed è capitato fin troppo spesso ai campioni d’Italia di concedere ripartenze evitabili su situazioni non così difficili da gestire, lasciando troppo spazio per puntare direttamente la difesa agli attaccanti avversari.

Juve-Bayer Leverkusen

Un’immagine dall’ultima partita di campionato della Juventus, contro la SPAL. Cuadrado (terzino destro) si sovrappone a Dybala, che sbaglia il tocco. Bonucci segue Moncini nella metà campo avversaria tentando la riconquista immediata, ma nessuno dei centrocampisti della Juve scala all’indietro nonostante ci siano due difensori oltre la metà campo. Moncini riesce a scaricare su Igor, che può immediatamente verticalizzare nello spazio.

Juve-Leverkusen

Con una giocata a muro e un semplice passaggio in verticale la SPAL ha creato un tre-contro-due che non verrà sfruttato solo per un errore in conduzione di Murgia, con conseguente chiusura di de Ligt. Giocatori come Havertz e Amiri possono andare a nozze con questo tipo di situazione in Juve-Bayer.

Per quanto riguarda il Bayer Leverkusen la fragilità difensiva è da considerare più una vera e propria caratteristica della squadra che una tappa di un percorso di crescita. In primis c’è da dire che nessuno dei membri della difesa eccelle nella marcatura in area di rigore. Inoltre le ambizioni di Bosz (che ha sperimentato anche moduli molto particolari…) portano le Aspirine ad alzare spesso entrambi i terzini a dare ampiezza, esponendosi molto spesso a delle ripartenze corte molto pericolose. Proprio gli errori nella costruzione dal basso e i successivi contropiedi sono stati la causa principale del tracollo dei tedeschi nel debutto stagionale in Champions, contro la Lokomotiv Mosca. Riproporre imprecisioni del genere in Juve-Bayer sarebbe l’equivalente di un suicidio.

Juve-Bayer

Il gol del vantaggio della Lokomotiv Mosca contro il Leverkusen. Bailey viene fermato, il rimpallo favorisce João Mário tutto solo praticamente al limite dell’area.

Juve-Bayer

La difesa del Bayer non stringe in tempo e al portoghese ex Inter basta un banale tocco di prima per mettere in porta Krychowiak, che segnerà il gol del vantaggio della Lokomotiv.

Questi problemi, che Bosz ha già avuto al Borussia Dortmund, sono però il riflesso di una squadra che in fase offensiva è in grado di proporre momenti di grande calcio. L’assenza di Bellarabi e Bailey priverà il Bayer di strappi sulle corsie, ma il livello tecnico degli interpreti rimane sempre molto alto: le qualità nel palleggio sulla trequarti dei vari Amiri, Havertz e Volland rappresenteranno il grattacapo principale da risolvere per Sarri.

Khedira, Pjanić e Matuidi dovranno essere abile a schermare le linee di passaggio per vie centrali, impedendo agli avversari di rifornire costantemente i propri trequartisti. Il Bayer è d’altronde anche una squadra psicologicamente debole, difficilmente in grado di intepretare le difficoltà che un avversario di livello così alto potrebbe proporre: la capacità di gestione dei momenti tipica dei giocatori della Juve potrebbe quindi rivelarsi fondamentale per fare male ai tedeschi, una squadra con molta meno esperienza.

Sarà un test importante per la Juve di Sarri, chiamata a vincere e a non ripetere quelle disattenzioni che contro l’Atlético Madrid sono costate tre punti pesantissimi. Dall’altra parte, c’è da credere che il Bayer Leverkusen proverà a giocarsela con le sue armi, con il suo gioco, con i suoi rischi. La qualità più importante in questo genere di gare è il cinismo: entrambe le squadre hanno delle crepe che potrebbero diventare delle voragini. Starà ai giocatori, come al solito, fare la differenza e determinare Juve-Bayer. Una sfida già quasi decisiva.

Löw ha richiamato Emre Can nella Germania dopo due anni di assenza

Emre Can

83 minuti in campo contro la Francia, in un’amichevole nell’ottobre del 2017. Praticamente un anno dopo un altro spezzone, sul campo dell’Olanda. Il conteggio totale recita 140 minuti di gioco nell’arco di 22 mesi, con la maglia della Germania, per Emre Can. Certo il numero 23 della Juventus nel mezzo è stato spesso fermato ai box da problemi fisici, ma gli infortuni da soli non bastano a giustificare praticamente due anni di assenza di un giocatore che, ad un certo punto, sembrava un uomo-chiave per il futuro della Mannschaft. Forse Joachim Löw ha smesso di credere nelle qualità dell’ex Liverpool, o forse no: tant’è che per le prossime gare contro – di nuovo, curiosamente – Olanda e Irlanda del Nord, il CT tedesco ha deciso di convocare anche l’eclettico centrocampista classe 1994.

Nonostante sia quasi passato un anno dalla sua ultima apparizione con la maglia della Nazionale, non si può dire che questo ritorno sia una sorpresa. Infatti, Emre Can sembra nato per giocare nella Germania di Löw, senza un ruolo fisso ma con delle caratteristiche che possono tornare utili al tecnico tedesco in diversi modi. Nello scacchiere tattico della squadra campione del mondo, Can potrebbe indistintamente essere un centrale o un mediano del solito 3-4-2-1, o anche occupare uno dei tre slot di centrocampo di un ipotetico 4-3-3, come quello visto nella recente vittoria contro l’Estonia. Le spiccate qualità in tutti i fondamentali difensivi, unite ad un’intelligenza calcistica non comune, lo rendono infatti utile in diverse zone del campo, nonostante non disponga di una tecnica particolarmente raffinata – anche se parliamo di un ragazzo che va raramente sotto i 50 palloni toccati per partita.

Löw ha probabilmente in mente il modo giusto per utilizzare la fisicità dominante di Can con l’obiettivo di riconquistare il pallone più in alto possibile. D’altronde la varietà di qualità difensive ormai acquisite permette al 25enne di eseguire qualsiasi compito fra quelli richiesti in un sistema di pressing aggressivo: può infatti occuparsi sia delle marcature preventive sulle ripartenze avversarie sia della pressione in avanti in prima persona, il tutto sempre con grande efficacia. L’unica necessità che lo juventino porta con sé è quella di avere al suo fianco compagni più orientati a prendersi delle responsabilità palla al piede, specie in vista della partita contro l’Irlanda del Nord in cui realisticamente i tedeschi dovranno affrontare una difesa schierata con un baricentro molto basso. Non dovrebbe trattarsi di un problema comunque, per una Nazionale che dispone di centrocampisti della qualità di Kroos, Goretzka o Gündoğan.

Oltre agli aspetti più strettamente tecnico-tattici, Emre Can è poi il classico ragazzo che ogni allenatore vorrebbe allenare sul piano dell’applicazione mentale. La sua prestazione contro l’Atlético Madrid nel ritorno degli ottavi di finale dell’ultima Champions League ne è una dimostrazione: il tedesco ha iniziato quella gara come centrale, l’ha proseguita come centrocampista e conclusa come terzino destro, adattandosi via via alle esigenze di Allegri in base ai vari momenti della gara, e mantenendo un livello di gioco sempre altissimo. L’ex Liverpool rappresenta quindi una certezza anche sul piano della capacità d’interpretare spartiti più complessi, nel momento in cui la partita dovesse richiederlo. Una qualità che ad alti livelli può fare la differenza.

Questa convocazione sarà una rampa di lancio per la carriera internazionale Emre Can o un semplice fuoco di paglia? La risposta a questa domanda potrà darla solo il tempo. Nel frattempo però possiamo essere certi che, almeno sulla carta, Löw abbia fatto una scelta giusta in vista delle prossime gare di qualificazione ad Euro 2020. Al terreno di gioco spetta, ovviamente, il giudizio finale.

Il ruolo di Mandzukic nel Bayern e nel Borussia Dortmund

mandzukic Bayern dortmund

Una squadra che punti su Mario Mandžukić con convinzione. Questa è la volontà di uno dei più vincenti attaccanti europei della sua generazione per quella che potrebbe essere la sua ultima maglia diversa nel grande calcio internazionale, a 33 anni. Mario si è trovato di nuovo messo alla porta dal suo club, la Juventus, nell’ambito di un nuovo progetto tecnico. Gli era già capitato al Bayern, quando Guardiola gli preferì Lewandowski.

Eppure sembra che proprio da Monaco sia arrivata un’offerta per il croato, a cinque anni da quel “tradimento” mai davvero digerito; i rumors lo hanno accostato anche al Borussia Dortmund, l’antagonista principale dei bavaresi. Insomma ci sono buone probabilità di un ritorno di Mandžukić in Bundesliga, nel campionato che lo ha lanciato ai massimi livelli. Le perplessità sono legittime: parliamo di un 33enne che in questo anno solare ha segnato un solo gol ed in generale sembra aver iniziato una parabola discendente. Ma dall’altro lato i motivi per cui l’acquisto potrebbe risultare funzionale ci sono eccome, non soltanto per il prezzo contenuto (si parla di 15 milioni di euro).

Prima di tutto bisogna fare un po’ di chiarezza sull’ultima stagione di Mandžukić, che si è trovato ad essere uno dei tanti giocatori un po’ logorati dal sistema conservativo dell’ultima Juventus di Allegri. E così ad una prima parte di stagione scintillante del croato è seguita una seconda parecchio deludente, segnata da diversi problemi fisici, che non gli hanno però impedito di chiudere con uno score accettabile (9 gol e 6 assist in 25 presenze in campionato). Tuttavia il numero 17 bianconero è reduce da una delle peggiori stagioni in carriera per quanto riguarda i passaggi, appena 26 tentati ogni 90 minuti in Serie A: numeri che ci raccontano di diverse partite in cui non è riuscito a lasciare il segno.

L’ex Atlético fa quindi fatica ad incidere nella manovra quando non può rifugiarsi nei duelli aerei, un fondamentale in cui risulta ancora fra i migliori in Europa (ne vince quasi 6 su 10). Proprio per questo Mandžukić non può più rappresentare il perno del progetto tecnico di squadre come il Bayern (che aspetta ancora una risposta da Sané prima di impostare il suo mercato) o il BVB, ma può sicuramente rivelarsi un’alternativa validissima, con tanta esperienza internazionale e una capacità d’incidere nei momenti decisivi con pochi eguali. Basti pensare che il croato nella scorsa stagione ha segnato almeno un gol a tutte le cinque squadre classificatesi dietro la sua Juve (Napoli, Atalanta, Inter, Milan e Roma), oltre ad una rete pesantissima contro il Valencia nella fase a gironi della Champions.

Il punto fondamentale è proprio questo: qualunque sarà la prossima squadra di Mario Mandžukić, se vuole ambire a dei risultati importanti dovrà fargli accettare di non essere più l’attore protagonista, ma un fondamentale aiutante nel film della stagione. Un accordo di questo tipo è più semplice immaginarlo con Kovac (che peraltro ha già allenato il croato proprio in Nazionale) che con Favre, visto il maggiore blasone del Bayern e la presenza di un titolare come Lewandowski, ben più saldo al suo posto rispetto a Paco Alcácer.

In quest’ottica Mandžukić potrebbe rappresentare un grande acquisto, una garanzia in termini di leadership e continuità delle prestazioni, specie se dovesse esserci la possibilità di riposare più spesso di quanto fatto di recente a Torino – e soprattutto di non farlo per infortunio, ma per scelta. Il centravanti della Juventus potrà anche avere un carattere non facile, ma si tratta del tipico giocatore che in battaglia tutti vorrebbero al proprio fianco e mai contro. Lo sa anche Uli Hoeneß, il primo ‘sponsor’ per riportarlo in Baviera, la destinazione preferita del croato secondo la ‘Bild’. Una cosa è certa: se il classe 1986 tornerà in Bundesliga, lo farà in un top club. Perché anche a 33 anni e in fase calante la fame di vincere non è ancora passata. E quella fame può fare comodo sia al Bayern che al Dortmund.