Il bilancio della Bundesliga 2019/20 e l’impatto del Covid-19 sui conti

Bundesliga bilancio

Come tutto il mondo, anche il calcio ha risentito degli effetti economici della crisi causata dal Covid-19. Nonostante ciò, la Bundesliga è riuscita a chiudere il bilancio della stagione 2019/20 limitando al massimo i danni. Il report economico annuale pubblicato dalla DFL lo scorso 9 marzo ha da un lato preparato a un bilancio della stagione 2020/21 che sarà decisamente peggiore, dall’altro rassicurato che, nonostante tutto, la massima serie tedesca può contare su solide basi.

Il bilancio della Bundesliga nella stagione 2019/20

Soltanto la pandemia ha arrestato la crescita economica del Fußball. Per la prima volta in 15 anni, i ricavi totali della Bundesliga sono diminuiti del 5.4% rispetto totale della stagione 2018/19, per un totale di 3.8 miliardi di euro che rappresentano comunque il terzo fatturato più alto in assoluto. Ovviamente a condizionare è stata soprattutto la perdita del 30% in termini di ricavi da biglietteria, visto che le ultime 9 giornate si sono giocate interamente a porte chiuse. Nonostante ciò, 13 club su 18 sono riusciti a chiudere l’esercizio con ricavi in tripla cifra di milioni di euro.

Ricavi da matchday9,6%
Sponsor e advertising23,4%
Diritti TV e Media39,2%
Trasferimenti15,6%
Merchandising4,9%
Altro7,4%

Nella tabella che mostra la distribuzione dei ricavi si nota ovviamente un drastico calo nei ricavi da matchday, che lo scorso anno rappresentavano il 13% del totale. Condizionata anche la percentuale sui diritti tv, visto che mancano quelli di Champions League ed Europa League da metà ottavi di finale in poi (saranno inseriti nel prossimo esercizio). La cifra incassata di 1489.2 milioni di euro rappresenta comunque già di per sé un record. Netto calo anche per quanto riguarda i ricavi da player trading, variabile ovviamente imprevedibile.

Quest’ultimo punto in particolare rischia di essere ingannevole. I giocatori sono stati venduti in minor misura, ma il valore dei calciatori come assets è drasticamente aumentato, toccando un complessivo di 1.47 miliardi di euro, 300 milioni in più rispetto all’anno scorso e il doppio rispetto al 2016. Il valore degli asset in generale è aumentato del 4%.


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Aumentate anche le spese complessive dei club, in particolare dell’1.2%, senza però andare a intaccare l’equity ratio: il rapporto dei debiti sul capitale è pari al 43.7% ed è il secondo più basso migliore di sempre. Gli aumenti si registrano per quanto riguarda le spese sul mercato (salite di 70 milioni rispetto all’anno precedente) e anche negli investimenti sui settori giovanili, 194.7 milioni di euro, 8 in più dell’anno precedente.

In generale, dopo 9 anni di profitti, questo è il primo in cui il bilancio totale della Bundesliga è negativo. 8 club su 18 hanno fatto registrare profitti (l’anno scorso erano 14), ma il saldo complessivo è di -155 milioni. Un anno fa il bilancio si chiudeva con un rassicurante +127.

Perdite anche per la 2. Bundesliga, che ha chiuso a 726 milioni di euro, calando del 7.2% rispetto all’anno scorso. Rimane comunque il secondo miglior risultato economico di sempre dopo quello del 2018/19.

Dal report si apprende anche che il calcio tedesco ha sfondato il muro dei 10 miliardi di euro di tasse pagati nell’ultimo decennio e che 52,786 persone sono impiegate direttamente o indirettamente dalla Bundesliga, che si conferma una grande azienda con grande produttività. I numeri saranno ancora in drastico calo nel prossimo economic report, come ha voluto sottolineare anche Christian Seifert, CEO della DFL che lascerà il suo incarico nel 2022.

“Nessuno era preparato a una crisi così profonda, che avesse effetti così drastici. Il calcio tedesco non fa eccezione. Negli ultimi 20 anni sono state gettate solide basi su cui si possono costruire sviluppi futuri, anche se è chiaro che la pandemia costringerà i club a continuare ad agire finanziariamente in maniera ancora più oculata”.

Chi può essere il prossimo allenatore del Bayern Monaco?

allenatore Bayern Monaco

Qualora dovessero essere accettate dal board – e sarebbe molto strano, quasi grottesco, se così non fosse – le dimissioni di Hansi Flick da allenatore del Bayern Monaco lasciano i campioni di Germania in una situazione lontanissima dall’essere ‘comoda’. Perché in Baviera non ci sono abituati. Mancano 450 minuti al termine della stagione in corso e la dirigenza si ritrova senza un uomo in panchina che possa guidare la squadra. Nell’idea di tutti, doveva essere ancora Flick. I due anni logoranti, tutti i titoli vinti, il calcio espresso e i rapporti a quanto pare poco felici col direttore sportivo Hasan Salihamidzic hanno spinto l’ex vice di Joachim Löw e Niko Kovac verso le dimissioni.

Disclaimer: la situazione è totalmente diversa rispetto all’esonero del sopracitato tecnico croato nel novembre 2019. Perché Flick, arrivato già dall’estate precedente, rappresentava un’assicurazione in questo senso. Certo, da lì a vincere tutto ce ne passa. Però il Bayern Monaco sapeva che in quel momento, se le cose fossero andate male con l’allenatore, avrebbe avuto un validissimo paracadute già in casa.

Tornando al presente. Flick lascia in eredità una squadra fortissima, con un’impronta di gioco chiara, che subirà però mutamenti importanti e annunciati, soprattutto in difesa con gli addii di Alaba, Boateng e anche Javi Martinez, più l’arrivo di Upamecano. Soprattutto, lascia in eredità una bacheca che più piena non si può. Come fece soltanto Jupp Heynckes nel 2013. Ecco, a proposito: escludiamo subito un ritorno di Jupp stile post Ancelotti. L’età e le motivazioni ormai sono poche. Comprensibilmente, peraltro.


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Il nome con più appeal mediatico è naturalmente quello di Julian Nagelsmann. Nato e cresciuto in Baviera, ovviamente con il mito del Bayern Monaco, l’attuale allenatore del Lipsia è legato al club targato Red Bull da un contratto fino al 2023. Lo ha firmato nell’estate 2018, con un anno d’anticipo rispetto al suo arrivo nell’ex Germania Est. Quadriennale, per costruire un progetto partendo dalla base preparatagli dall’eccellente lavoro di Hasenhüttl e Ralf Rangnick. Per portarlo via, il Bayern dovrà aprire il portafoglio: ci potrebbero volere un paio di decine di milioni di euro per rompere il vincolo contrattuale.

In ogni caso, analizzando le scelte passate fatte da Nagelsmann, non è così scontato che il bavarese accetti immediatamente la panchina del Bayern. Anzitutto perché si troverebbe in una situazione scomoda vista la grandezza del suo predecessore. Il rischio dell’effetto Ancelotti o Kovac in uno spogliatoio molto delicato è comunque alto. Non per colpa di Ancelotti o Kovac o Nagelsmann, ma dei predecessori. Rispettivamente Guardiola, Heynckes e Flick.

Nonostante l’età, il classe 1987 è un gran calcolatore. Sceglie accuratamente i suoi step. Ha ammesso di aver detto ‘no’ al Real Madrid nel 2018, quando allenava l’Hoffenheim. Ha preferito un altro anno a Sinsheim, giocando per la prima volta in Champions League. Poi, Lipsia. E oggi non è detto che Nagelsmann ritenga il suo lavoro con i Roten Bullen concluso. Potrebbe esserlo qualora dovesse vincere la DFB-Pokal, primo trofeo nella storia del club. In quel caso sì, avrebbe raggiunto un traguardo. Anche se probabilmente prima di unirsi al Bayern potrebbe voler provare a batterlo ancora una volta.

Entrare nella testa del giovane tecnico di Landsberg am Bech è molto complicato. Ed è per il suo modo di ragionare molto particolare che non è nemmeno così scontato vederlo ancora un anno a Lipsia e non subito a Monaco. Anche perché ha ancora trent’anni di carriera davanti, ha tutto il tempo per andare al Bayern: se non è oggi, è tra 4, 5, 10 anni. È chiaro a tutti. Stesso discorso della nazionale tedesca. O di altri top club europei. La stampa tedesca, comunque, lo vede come primo nome sulla lista. Ed è normale e logico che sia così.

Il piano B potrebbe essere Erik ten Hag, attuale allenatore dell’Ajax. Il suo nome si faceva già dopo l’esonero di Kovac, prima della conferma di Flick. Il 51enne olandese ha già lavorato al Bayern Monaco dal 2013 al 2015, come tecnico della seconda squadra. Rispondeva direttamente a Pep Guardiola. Ha una filosofia calcistica che piace molto al Bayern Monaco, in più parla già un ottimo tedesco, caratteristica necessaria per poter fare l’allenatore nel club più importante della Bundesliga.

Anche lui ha un contratto fino al 2022, ha esperienza simile a Nagelsmann a livello internazionale, con in più anche il fatto che conosca l’ambiente molto bene e in più abbia già vinto qualcosa. Indubbio comunque che sia un nome comunque meno affascinante di quello di Nagelsmann. Anche in questo caso, la sua volontà sarebbe da decifrare, con una differenza: ten Hag ha 17 anni in più rispetto al collega. Il treno del Bayern potrebbe non ripassare.

Consigliamo l’attivazione dei sottotitoli in inglese.

A proposito di treni, Thomas Tuchel è salito su quello del Chelsea a gennaio e per un po’ probabilmente non ci scenderà. Sarebbe stato uno dei candidati principali, data la stima di cui gode negli uffici di Säbener Straße. La stessa indubbiamente che hanno per Jürgen Klopp, altro nome sostanzialmente impossibile da raggiungere. 

Un allenatore tedesco teoricamente raggiungibile potrebbe essere Joachim Löw, uomo con tutte le carte in regola per allenare il Bayern. Dopo l’Europeo è però possibile che si voglia prendere un pausa di almeno un anno, prima di ripartire allenando in un club. Probabilmente depennabile anche Ralf Rangnick: la sua voglia di essere plenipotenziario non sarebbe molto apprezzata dalla dirigenza bavarese.

Oltre che parlare tedesco, l’altro requisito per allenare il Bayern Monaco è quello di saper gestire le situazioni e gli spogliatoi, oltre ad avere esperienza di Champions League. Per questo pensare a chiamate a sorpresa, come potrebbero essere quelle di Jesse Marsch o Oliver Glasner al momento sembra piuttosto remoto. Il rischio di un Kovac bis sarebbe molto alto. Senza un contratto ci sarebbe Lucien Favre, ma dopo il fallimento di Dortmund la sua carriera ad alti livelli pare tramontata. A proposito: anche Peter Bosz è libero, però viene da due licenziamenti e ripartirà da più un basso. Neanche Ralph Hasenhüttl o Roger Schmidt sembrano pronti, per citarne altri due poco probabili.

Anche le incognite sui nomi ‘esotici’ sono molte. Massimiliano Allegri è senza contratto, ma la scarsa conoscenza del tedesco e lo stile di gioco piuttosto lontano da quello di Flick lo rendono un candidato debole. Neanche Zinédine Zidane parla tedesco, in più ha cose più importanti da fare che mettersi a studiare.

Insomma, trovare un nome molto credibile dopo Nagelsmann e ten Hag sembra complicato. Il Bayern ha ancora tempo e la pianificazione della squadra comunque procede. Anzi, visto l’arrivo di Upamecano è già iniziata. La scelta del tecnico per il dopo Flick sarà decisiva: la rosa è all’altezza, piazzarci la guida giusta decreterà probabilmente il successo o l’insuccesso della prossima stagione.

 

Caos al Bayern: comunicato contro Flick mentre Klose annuncia l’addio

flick bayern

L’annuncio di Hansi Flick di voler lasciare il Bayern Monaco a fine stagione, arrivato dopo il match contro il Wolfsburg, sta alzando un vero e proprio polverone a Säbener Straße.

Il club tedesco non si aspettava quelle dichiarazioni e dopo un meeting d’emergenza ieri sera ha pubblicato un comunicato sul proprio sito ufficiale, non esattamente conciliante con l’allenatore che ha espresso il suo desiderio di voler interrompere il contratto. Secondo la versione della società, c’era un accordo con l’allenatore di aspettare la partita contro il Mainz del 24 aprile prima di esporsi e iniziare a discutere sul futuro.

“Ieri l’allenatore del Bayern ha comunicato pubblicamente il suo desiderio di interrompere il suo contratto, che termina il 30 giugno 2023, al termine di quella scadenza. Aveva già informato il club nella scorsa settimana. Il club e il tecnico avevano concordato di concentrarsi sulle partite contro Wolfsburg, Leverkusen e Mainz, per non turbare la concentrazione del club su queste tre partite decisive.

Il Bayern disapprova la comunicazione unilaterale fatta da Hansi Flick e continuerà a discutere del futuro solo dopo la partita contro il Mainz, come concordato”.

Non solo. Quasi in contemporanea al comunicato, è arrivata un’altra mazzata per la società: Miroslav Klose ha comunicato la propria volontà di voler lasciare il club. L’attuale vice di Hansi Flick, ex tecnico dell’Under-17, ha il contratto in scadenza il prossimo giugno e non ha intenzione di proseguire nel suo rapporto.

Lo ha comunicato proprio alla ‘Bild’, con delle dichiarazioni che sono state dei duri attacchi a ciò che sta succedendo in casa Bayern Monaco nelle ultime ore, in particolare sotto il punto di vista della comunicazione.

“Per me a livello personale non è un problema che il club non mi abbia ancora parlato di rinnovare. Ciò che mi fa riflettere è come viene gestita la comunicazione all’interno del club. Bisogna avere rispetto reciproco, sebbene non si sia d’accordo. Hoeness e Rummenigge hanno reso questo club di livello mondiale perché lo hanno sempre messo prima di ogni cosa, anche prima delle questioni personali”.

Qualcuno ha fatto notare che Klose è sembrato un filo incoerente nel fare certe dichiarazioni su un giornale e non discutere il suo futuro internamente. In ogni caso, l’addio sembra ormai certo.

L’addio di Jérôme Boateng: la mela della discordia tra Flick e il Bayern

jerome boateng

Sebbene le prestazioni in campo siano comunque di alto livello, al netto di qualche risultato magari poco soddisfacente ma comunque giustificabile dalla spaventosa serie di infortuni, nelle ultime settimane la situazione in casa Bayern Monaco non è mai sembrata essere rose e fiori. In Germania si è parlato molto del rapporto tra Hansi Flick e Hasan Salihamidzic, i quali sarebbero arrivati ai ferri corti per diverse divergenze di vedute. Divergenze che hanno poi causato probabilmente la volontà di Flick di andare via a fine stagione. Una di queste riguarda anche il futuro di Jérôme Boateng, che da giugno non sarà più un giocatore del Bayern. Una decisione che il club ha pubblicamente dichiarato come chiara per tutte le parti e presa consensualmente, ma che in realtà sembra che non sia stata particolarmente gradita dall’allenatore.

Dalla promozione di Hansi Flick a capo dello staff tecnico, il 32enne difensore centrale ha recitato un ruolo da protagonista nei ranghi del club bavarese. Complice anche la rottura del crociato di Niklas Süle nell’autunno nel 2019, il campione del mondo è diventato il compagno di reparto e partner ideale di Alaba in mezzo. I due si conoscono da un decennio e sono stati le prime scelte nel ruolo. Anche perché il nativo di Berlino ha ritrovato continuità fisica: al netto di qualche leggero acciacco muscolare, è sempre stato a piena disposizione. Conosceva bene Flick, visto che aveva lavorato con lui in nazionale dal suo esordio nel 2009 fino al punto più alto, la Coppa del Mondo vinta in Brasile nel 2014: Jérôme Boateng in campo al centro della difesa e a volte come terzino, Flick come assistente (o forse qualcosa d più) di Joachim Löw.

La coppia si è riformata al Bayern e i risultati non dobbiamo certo stare qui noi a ricordarli. Boateng è sempre stato protagonista, è diventato una prima scelta. Meglio: è tornato ad esserlo. Una situazione paradossale, se pensiamo che sia nel 2018 che nel 2019 sembrava essere davvero prossimo all’addio. Quell’addio che prenderà forma senza dubbio al termine di questa stagione. Decisione già presa, già pubblicamente comunicata dallo stesso direttore sportivo Hasan Salihamidzic, prima della partita con il PSG.

La stampa tedesca ha rivelato che la scelta, già maturata nelle scorse settimane, è stata comunicata al classe 1988 la mattina stessa della partita, dopo la rifinitura. Tempismo rivedibile secondo Flick, che nella conferenza stampa dopo il 2-3 dell’Allianz Arena non si è mostrato particolarmente conciliante.

“Non risponderò a questa domanda. Devo rispondere professionalmente, ma non devo rispondere a tutto e non voglio. Devo recitare. Anche recitare fa parte del mestiere”.

Anche lo scorso 16 marzo, alla vigilia della sfida di Champions League con la Lazio, Flick aveva parlato della situazione di Jérôme Boateng, anche in questo caso mostrandosi non del tutto sereno.

“Nessuno mi ha detto niente, per cui non posso dire niente. Sta facendo una buona stagione, così come la scorsa”.

Se facciamo un altro passo indietro, tornando al 22 novembre, troviamo un altro vero e proprio endorsement del tecnico nei confronti del suo giocatore.

“L’anno scorso ha raggiunto un livello a cui pochi pensavano di vederlo ancora. Non si può perdere un giocatore così”.

Sembra chiaro che, fosse stato per Flick, il futuro di Boateng sarebbe ancora in Baviera per almeno un altro anno. La politica del Bayern la conosciamo: i veterani si confermano finché sono valori aggiunti. Anche Neuer e Müller hanno dovuto dimostrare di essere tali per guadagnarsi il prolungamento fino al 2023. Il centrale berlinese invece, nonostante sia stato un elemento fondamentale della squadra che ha vinto il treble – il suo secondo, visto che era anche titolarissimo nel 2013 – non vedrà il suo contratto prolungato nemmeno di un altro anno.

A settembre saranno 33. Quest’anno va per i 3000 minuti in campo, bottino che ha sfiorato anche l’anno scorso. Se andiamo a vedere i precedenti negli scorsi anni, il Bayern ha prolungato di un anno i contratti di Ribéry e Robben quando erano in una situazione ben più delicata a livello fisico: nell’ultima stagione il francese a 36 anni ha giocato circa 2000 minuti, l’olandese a 35 la metà. Quei rinnovi erano stati condizionati anche dal fatto che né Gnabry né Coman sembrassero pronti da subito per essere gli eredi e avessero bisogno di un altro anno di apprendistato, nonostante la grande fiducia che ha riposto da subito il club in entrambi. Mossa che col tempo si sarebbe rivelata vincente. Senza dimenticare che senza l’infortunio al crociato probabilmente Sané sarebbe arrivato in Baviera un anno prima.

Nella sua lunga carriera, Jérôme Boateng al Bayern ha anche dimostrato di essere un assist-man formidabile. 

Nella difesa del Bayern di oggi e domani la situazione è invece diversa. Alaba se ne andrà per volontà propria, ma il sostituto è già in casa e si chiama Lucas Hernandez. In più è già stato acquistato Upamecano, che comporrà con il suo connazionale la coppia titolare a partire dall’agosto prossimo. Con alternative l’ormai esperto Niklas Süle e il giovane classe 2002 Tanguy Nianzou, più Benjamin Pavard qualora dovesse arrivare un altro terzino destro (probabile), mentre a sinistra Alphonso Davies avrà probabilmente come vice Omar Richards, in arrivo dal Reading, o lo stesso Hernandez.

Spazio per Boateng? Poco, almeno sulla carta. Karl-Heinz Rummenigge lascerà il ruolo di CEO a fine anno a Olive Kahn, ma ha sempre dichiarato di volere una rosa composta da 16-17 giocatori ‘titolari’, più i giovani da aggregare a rotazione. Un piano che quest’anno sembra essere abbastanza saltato, come vi avevamo già raccontato a inizio stagione. Forse proprio per volontà di Flick, che si era lamentato della rosa troppo cosa. Non è neanche da escludere che il Bayern abbia imparato dai propri errori, specialmente considerata la situazione economica che affligge il mondo e ovviamente anche il calcio. Il famoso fondo cassa da cui attingere non è più così gonfio come un anno e mezzo fa ed effettuare dei ‘tagli’ sembra una mossa logica a livello finanziario.

Una decisione del genere sarebbe implicata dal fatto che Jérôme Boateng sia considerato un surplus. Un avanzo, una risorsa non necessaria nell’economia di squadra del Bayern Monaco. Valutazione tecnica di Hasan Salihamidzic e della dirigenza bavarese, che chiaramente Hansi Flick non ha condiviso. Nel braccio di ferro, il board ha evidentemente optato per stare con Brazzo. Vien facile immaginare che il tecnico si sia sentito messo da parte, che abbia sentito declassato il suo punto di vista. Non particolarmente usuale per un allenatore che ha appena vinto ogni competizione a cui ha preso parte. Insomma, l’addio di Boateng sembra ciò di più vicino al mitologico pomo della discordia. Che potrebbe poi aver causato la dipartita anche di Flick.

Senza avere sotto mano i conti e le previsioni di bilancio del Bayern Monaco, è complicato capire se davvero l’ingaggio di Boateng non fosse più sostenibile. Se però la dirigenza ha voluto prendere così tanto tempo (da mesi si parlava di ‘decisione posticipata’), è logico pensare che non lo fosse. Dall’altro lato, però, c’è un allenatore che vede rivoluzionati i propri piani e da un anno all’altro si trova senza la coppia di difensori centrali con cui ha vinto ogni cosa. Due giocatori in grado di tenere la linea alta, con tanta qualità nei piedi per impostare velocemente il gioco, per accelerare il giropalla e trovare soluzioni verticali in ogni momento della partita. Frustrazione comprensibile, sebbene il futuro con Upamecano ed Hernandez sia tutt’altro che buio.

Il giudizio tecnico sovrano, come sempre, dovranno darlo il tempo e il campo. I conti daranno quello finanziario. In mezzo però, oltre alla verità, c’è un grosso ‘ma’: se la decisione di liberarsi di Boateng ha davvero portato a perdere Hansi Flick, ovvero l’allenatore migliore possibile dai tempi di Herr Jupp Heynckes, il Bayern Monaco finisce per ritrovarsi punto e a capo. Anche con una squadra nel pieno del suo sviluppo tecnico e fisico, l’addio di un veterano può diventare un punto di rottura di un’epoca di trionfi. Jérôme Boateng lascerà il Bayern uscendo “dalla porta principale”, ha detto Salihamidzic. Il problema è che sbattendola ha già alzato un polverone.

Kimmich lascia la sua agenzia: tratterà da solo il rinnovo col Bayern

Kimmich bayern

Che Joshua Kimmich abbia una personalità smisurata lo avevano già capito tutti il giorno del suo arrivo a Monaco, quando si recò ai piani alti di Säbener Straße negli uffici dei dirigenti del Bayern per chiedere “perché proprio io?”. Nei prossimi giorni il centrocampista classe 1995 tornerà in quegli uffici per parlare con la società e discutere il rinnovo di contratto con il club.

Lo farà in prima persona, rappresentando sé stesso. Senza agenti o procuratori. Sì, perché Joshua Kimmich, come ha spiegato lui stesso alla Bild, ha deciso di staccarsi dalla fair-sport GmbH, l’agenzia che ne curava la procura fino a pochi giorni fa (e che ha ora in Leno il pezzo più pregiato della ‘scuderia’).

Non è una mossa usuale nell’epoca dei super agenti e delle commissioni a tanti zeri, quelle stesse commissioni che sembrano aver sancito la separazione di Alaba dal Bayern. Kimmich, come già successo a De Bruyne nelle ultime settimane, vuole parlare in prima persona faccia a faccia e da solo con Rummenigge, Kahn e Salihamidzic.

“È una decisione che ho preso con coscienza – ha spiegato alla Bild – l’ho maturata l’anno scorso. Ho deciso che voglio rappresentare i miei valori, le mie visioni e la mia responsabilità da solo, in prima persona. Sono convinto di poter essere il miglior rappresentante di me stesso”.

Il contratto di Kimmich scade nel 2023, ma le discussioni, iniziate con la sua vecchia agenzia, sono già molto fitte. Ora il Bayern dovrà interloquire direttamente con il suo numero 6, che vorrebbe entrare nel range di guadagno di Neuer, Müller e Lewandowski – che vanno sopra i 15 milioni di euro lordi l’anno – data la sua crescente importanza nell’economia del club bavarese e la sua costanza di rendimento ad altissimo livello.

Non è la prima iniziativa che Kimmich gestisce in prima persona, visto che già durante il primo lockdown il centrocampista del Bayern aveva fondato ‘WeKickCorona’ insieme al suo compagno di centrocampo Leon Goretzka. L’iniziativa benefica ha raccolto quasi 5 milioni di euro, donati alle associazioni più attive e alle persone più in difficoltà.

Can, Meunier, Hitz: gli errori ‘non forzati’ del Dortmund contro il City

dortmund city

Sono i dettagli che fanno la differenza in Champions League. Il Borussia Dortmund lo sapeva già, ma nel doppio confronto con il Manchester City lo ha sperimentato nuovamente sulla propria pelle. Il doppio 2-1, sempre in favore degli inglesi, tra andata e ritorno non ha portato nulla che non si sapesse già o che non fosse già chiaro dalle precedenti oltre quaranta partite disputate quest’anno. Con tutti gli alti e bassi. I soliti.

Un alto? Il talento, in particolare nel match di ritorno quello di Jude Bellingham, autore di un primo tempo che ha rasentato la perfezione soprattutto se rapportato alle altre prime frazioni della stagione del BVB. Il ritmo scandito dalla stagione è stato quello di una squadra che prima soffre, poi nel secondo tempo prende le misure, capisce che così non si può e a volte riesce a rimetterle in piedi.

Contro il Manchester City è stato l’opposto. Prima bene, poi male. Alla lunga, la pressione della squadra di Guardiola ha fatto saltare i nervi fino a quel momento molto saldi. Quelli di Emre Can prima di tutto, che ha provato ad andare sul pallone in maniera goffa, scoordinata e con un braccio troppo largo. Talmente scomposto che l’arbitro non ha nemmeno considerato che la palla aveva prima sbattuto sulla testa dell’ex Juventus e Liverpool. Colui che nel doppio confronto ne ha combinate troppe. Colui che aveva detto, dopo la sconfitta con l’Eintracht Francoforte, di voler giocare la Champions League l’anno prossimo a tutti i costi.

All’Etihad il suo passaggio sbagliato ha dato il via agli sprinter del City, che hanno sbloccato la situazione con lo 0-1. In più aveva causato un rigore poi tolto dal Var, un altro intervento poco brillante. Anche se alla fine non è costato nulla. Momenti, secondi di appannamento totale che hanno sporcato una prestazione che nei 180 minuti sarebbe stata più che discreta. Ma in Champions League sono i momenti e la gestione degli stessi a spostare gli equilibri. Chiedere a Thomas Meunier, che nei pochi minuti giocati all’andata l’ha combinata grossa proprio al novantesimo.

L’insicurezza non è perdonata. Marwin Hitz a inizio stagione neanche pensava di poterle giocare queste partite, visto che faceva da secondo a Roman Bürki. Ci si è ritrovato, complice l’infortunio dell’ex Friburgo, confermato con merito per una serie di prestazioni solide dopo un inizio difficile. Edin Terzic ha puntato sulla fiducia e sulla continuità. Però il momento di buio era ancora dietro l’angolo. E sull’1-1, in equilibrio pressoché totale, è stato un suo errore di posizionamento sul tiro di Foden a chiudere il confronto in sfavore del Dortmund.

Nell’arco dei 180 minuti il City ha finito per dimostrarsi una squadra complessivamente migliore, come peraltro si sapeva già dal sorteggio. In questo senso le assenze di Sancho e Witsel sono state un macigno, perché l’esperienza del belga nella gestione del ritmo e gli strappi del classe 2000 avrebbero rappresentato un plus certamente non decisivo, ma di sicuro un gran vantaggio per Terzic. Come capitato spessissimo quest’anno, alla fine il Dortmund fa i conti con sé stesso e con i suoi errori. Due buone partite non sono sufficienti, perché sono sconfitte. Decidono gli episodi. Il City li ha saputi gestire, il Dortmund no. Ha commesso quelli che nel tennis si chiamano “errori non forzati”. E forse non c’è nemmeno da stupirsi.

Il Bayern Monaco ha finito la benzina (ed è normale)

psg bayern

Considero Joshua Kimmich da sempre il termometro di ciò che succede al Bayern Monaco. Il livello delle sue prestazioni setta il livello della squadra. Solitamente è altissimo, in qualche occasione è solo alto, quasi mai è nella media. In PSG-Bayern 0-1, il numero 6 è stato tra i peggiori in campo. Non gli capitava dagli esordi con Guardiola, quando da mediano aveva dovuto imparare la professione del difensore centrale, a vent’anni e senza esperienza di Bundesliga.

C’è una spiegazione molto semplice alla partita sotto tono del classe 1995 al Parc des Princes: la lancetta della benzina è arrivata in zona rossa. Kimmich è entrato in riserva. Riposare non gli è mai interessato e le prestazioni gli hanno sempre dato ragione. Stavolta no. Anche il mediano del Bayern ha dovuto accettare la realtà: la gamba è mancata. Si è visto per due aspetti in particolare: gli innumerevoli errori di misura nelle aperture sulle corsie e nella quasi totale rinuncia ai duelli. Mancanza di lucidità e di energia, due enormi novità da quando è tornato in pianta stabile a giocare a centrocampo.

Anche lui è sembrato preso alla sprovvista. Parliamo di uno che ha saltato due mesi di stagione ed è comunque il quarto giocatore di movimento più utilizzato. Che viene sostituito soltanto se il punteggio è di 3-0 e mancano cinque minuti alla fine. Il più costante nelle prestazioni, forse anche più di Müller e Lewandowski.

Kimmich ha fatto i conti con un calo fisico che è sorprendente per certi versi, ma è assolutamente normale per altri. Perché il Bayern Monaco ha iniziato la stagione a settembre dopo 7 giorni di preparazione atletica. Dopo la finale di Champions del 23 agosto, i giocatori si sono goduti un paio di settimane di ferie. Poi sono rientrati in campo la settimana prima della sfida con lo Schalke nella prima giornata di Bundesliga. Da lì hanno giocato regolarmente una volta ogni tre-quattro giorni fino a fine 2020. Poi un piccolo break di quattro giorni a Natale. Prima di riprendere a ritmo serrato nel 2021, anno nel quale c’è stato anche il viaggio in Qatar per il Mondiale per Club. Con due voli intercontinentali (piuttosto complicati) e quattro partite in 10 giorni. Prima ancora, la Champions League ad agosto. Un mese indietro, la Bundesliga. Una stagione fuori dalla logica.

Tanti piccoli acciacchi a rotazione si sono trasformati in un disastro di dimensioni cosmiche. A Parigi, Flick aveva in panchina Musiala e Javi Martinez come alternative ‘vere’, più Sarr che non è considerato all’altezza e due giovanissimi della seconda squadra (comunque più vecchi di Musiala, 2003). Uguale era successo nella gara d’andata dopo gli infortuni di Goretzka e di Süle. L’energia è scesa sempre di più, sia a livello fisico che nervoso.

A causa degli infortuni, il Bayern non si è trovato nella condizione di poter gestire Leroy Sané, che veniva da un anno di inattività a causa dell’infortunio al legamento crociato e ora, con un kilometraggio più alto di quanto probabilmente gli consentisse il fisico. Anche Alphonso Davies, non abituato a tenere certi ritmi, sta soffrendo fisicamente. Anche lui contro il PSG è stato uno dei più in difficoltà.

Non c’è però da stupirsi. Non è colpa di nessuno. Né del preparatore atletico, né dei giocatori. Semplicemente, è una conseguenza di una stagione giocata a ritmi logoranti. Un dato di fatto. Anche perché, a voler ben vedere, in giro per l’Europa sono diversi i club che si sono trovati ridotti all’osso e con il serbatoio vuoto in diversi momenti dell’anno. Liverpool, Juventus, Real Madrid.

Il Bayern in più ha avuto una grande sfortuna: quella di trovarsi in piena emergenza, senza benzina, nel momento più delicato dell’anno. Contro la squadra top d’Europa che più di tutte le altre ha vissuto una stagione normale, con il tempo di prepararsi durante l’estate a causa della sospensione della Ligue 1. Una differenza di gamba che nei 180 minuti è stata più che evidente. Soltanto Lucas Hernandez, giocatore dalle doti fisiche superiori all’ordinario – si dice sia sempre uno dei migliori nei test – è riuscito a tenere testa.

Per queste ragioni l’eliminazione dalla Champions League, per quanto dolorosa e anche frutto di errori, soprattutto all’andata, non può essere definita come un ‘fallimento’. E nemmeno la stagione, seppur con meno trofei, può essere ‘deludente’. In certi casi, semplicemente, va accettata la realtà. Il Bayern non ne ha più. E anche la Bundesliga, che sembrava certa fino a 10 giorni fa, oggi vede spiragli di riapertura.

Tra crisi e speranza: Colonia, un cambio di allenatore per salvarsi

allenatore colonia

La sconfitta interna del Colonia contro il Mainz nel posticipo domenicale ha lasciato strascichi pesanti nella città del Duomo: già sin dopo la partita, il club ha annunciato l’esonero dell’allenatore Markus Gisdol. Decisione che non ha lasciato sorpreso nessuno, visto che era nell’aria già da qualche settimana. Il direttore sportivo Horst Heldt aveva ritardato al decisione, diventata inevitabile dopo il 2-3 subito dai rivali nel derby del Carnevale, che ha lasciato la squadra in una condizione di classifica quasi disperata. 23 punti, 3 punti sotto l’Hertha e l’Arminia che sono pari punti al terzultimo posto. Peggio dell’effzeh, solo lo Schalke 04. La scelta, come ha spiegato Heldt, è diventata inevitabile.

“Abbiamo 6 partite in cui dobbiamo assolutamente raggiungere l’obiettivo salvezza. Per questo dobbiamo fare punti. Nelle ultime settimane non ci siamo riusciti. Con un cambio tecnico vogliamo dare alla squadra un nuovo impulso in questa fase decisiva della stagione”.

Le premesse di inizio stagione per Gisdol e per il Colonia non erano per la verità ottime. Da quando il Covid-19 ha costretto a chiudere gli stadi, la sua squadra ci ha inanellato una striscia di 18 partite consecutive senza vittorie in Bundesliga prima di riuscire a cambiare passo. Quella sì, è stata una sorpresa. Perché dal suo arrivo al RheinEnergieStadion il tecnico ex Hoffenheim e Amburgo sembrava aver portato il club in una nuova dimensione. Merito della sua fiducia nei giovani. Katterbach, Jacobs, Bornauw, Thielmann, tutti i talenti che non ha avuto paura di rendere protagonisti. Risultato? 25 punti nelle sue prime 13 partite. Arrivato come ha detto Heldt “in una situazione quasi impossibile”, con la squadra ancora a fondo classifica, l’ha portata fin quasi a pensare di poter conquistare l’Europa. Prima del brusco ritorno alla realtà post lockdown.

Quest’anno l’effzeh ha pagato una situazione psicologica complicata, complice la lunga serie negativa interrotta soltanto dal clamoroso 1-2 sul campo del Borussia Dortmund. Sembrava una possibile svolta, ma è stato solo un episodio. Come altri: il successo con lo Schalke al 92′ firmato proprio dal 2002 Thielmann, la vittoria nel delicatissimo e sentitissimo derby contro il Gladbach al Borussia-Park, lo stesso 2-2 col Dortmund prima dell’ultima pausa per le nazionali. Continuità sostanzialmente nulla.

Hector COlonia
Le lacrime di Hector dopo la sconfitta col Mainz, consolato da Da Costa.

Probabilmente, se lo dovessimo chiedere a Gisdol, l’ex allenatore del Colonia risponderebbe che anzitutto avere continuità fisica negli uomini chiave sarebbe stato un enorme vantaggio. Jonas Hector, il capitano e la mente del club, ha saltato sostanzialmente metà stagione per due infortuni in due momenti diversi. Sebastian Andersson, l’uomo che avrebbe dovuto segnare i goal salvezza, ha saltato praticamente tutto l’inverno. Anche Sebastiaan Bornauw, leader della difesa nonostante la giovane età (classe 1999), si è fermato a fine gennaio per un’operazione alla schiena e sta rientrando solo in questi giorni. Più il problema al crociato che ha fermato Florian Kainz in estate: l’ex Werder l’anno scorso ha segnato 5 goal e fornito 7 assist.

27 i goal segnati fin qui dal Colonia, a fronte di 50 subiti. Terzo peggior attacco dopo Arminia e Schalke, seconda peggior difesa dopo lo Schalke 04. Le parate di Timo Horn, insieme al derby hero Rexhbecaj uno dei pochi giocatori da salvare finora, hanno evitato danni peggiori. L’eterna sensazione di instabilità stagionale dell’effzeh ha portato a una lotta salvezza tremendamente complicata. Delle ultime cinque, il Colonia era l’unica squadra a non aver ancora cambiato allenatore. Lo ha fatto il Mainz, che con Bo Svensson da inizio 2021 ha cambiato passo. L’ha fatto l’Arminia, che con Kramer ha conquistato 8 punti in 6 partite. L’ha fatto l’Hertha, ultimamente più regolare con Dardai. Più lo Schalke, un caso a parte per ovvie ragioni.

Ora tocca anche al Colonia cambiare allenatore, una svolta che l’ambiente e i tifosi si auspicavano già da tempo. Heldt ha ritardato la scelta, difendendola fino in fondo: Gisdol lo ha portato proprio lui nella città del duomo nel 2019, al posto di Beierlorzer. Ora in panchina arriverà un allenatore molto diverso da Gisdol: il veterano Friedhelm Funkel, 67 anni di cui gli ultimi 30 passati a bordocampo. Con un curriculum lunghissimo che ha già annoverato anche il Colonia, tra il 2002 e il 2003. Uerdingen, Hertha Berlino, Eintracht Francoforte, Duisburg, Bochum, Hansa Rostock, 1860 e infine il Fortuna Düsseldorf fino a inizio 2020, prima di cedere il posto a Uwe Rösler e annunciare di fatto il ritiro. Ha fatto in tempo a cambiare idea.

Funkel è un allenatore specialista in promozioni dalla Zweite alla Bundesliga (ne ha ottenute 6), magari meno in salvezze visto che a curriculum ha diversi esoneri, ma il decimo posto col Fortuna nel 2019 ne vale tanti di miracoli. Dovrà provare a farcela con il Colonia, entrando in corso. Quando è subentrato a Colonia nel 2002 non è riuscito a evitare il crollo. Poi ha ottenuto la promozione immediata, salvo poi essere nuovamente esonerato con 7 sconfitte nelle prime 10 gare stagionali. Ora torna, alla ricerca dell’ultima impresa della carriera.

Trova una situazione disperata a livello di classifica, ma dall’altro lato con la speranza di poter contare su una rosa quasi completa: Bornauw, Hector, Kainz e Andersson sono tornati a disposizione. Il primo lavoro più che tattico sarà comunque psicologico: poter convincere una squadra di potercela fare. Il calendario vede il derby col Leverkusen la prossima giornata, poi la sfida con il Lipsia, prima di Augsburg, Friburgo, Hertha e Schalke. 540 minuti per evitare la seconda retrocessione nel giro di tre anni. C’è margine per lavorare. E per sperare.