Alla ricerca del vero Julian Brandt

julian brandt

In una puntata del nostro podcast di qualche mese fa, quando parlavamo dei giocatori del Borussia Dortmund rapportati a quelli del Bayern Monaco, avevamo elogiato Julian Brandt e lo avevamo definito anche potenzialmente migliore di Serge Gnabry, anche per un nostro gusto personale. Eppure, ad oggi, uno ha a curriculum una doppietta straordinaria in semifinale di Champions League, mentre l’altro continua ad essere quel talento inespresso da “vorrei ma non posso”. Schiavo di una discontinuità dovuta sia all’abbondanza nel proprio reparto, sia ad una personalità tutt’altro che prorompente. In una squadra che – ci scuserà Marco Reus – di personalità sembra averne in generale pochina.

Se riavvolgiamo il nastro e torniamo all’estate 2019, quando Julian Brandt diventava un giocatore del Borussia Dortmund lasciando il Bayer Leverkusen, erano in pochi a non pensare che quella mossa potesse essere la chiave di volta per far decollare una carriera promettente sin dai suoi primissimi giorni – ce ne ha parlato anche Giulio Donati nella nostra intervista esclusiva. Nei suoi ultimi sei mesi alla BayArena abbiamo visto forse la miglior versione del classe 1996: Peter Bosz lo ha schierato come interno di centrocampo, con la licenza di muoversi liberamente alla ricerca della palla. L’altra mezzala era Kai Havertz. E i Werkself hanno divertito e dato spettacolo. Il nativo di Brema in 17 partite tutte giocate da titolare, uscendo anzitempo solo una volta, all’81’, sull’1-5, ha segnato 6 goal e fornito 11 assist.

Il cambio di ruolo sembrava anche una svolta tattica per lo stesso Julian Brandt, che fino a quel momento era stato confinato sull’esterno, un po’ fuori dal gioco, oppure tra i due dietro la punta, più vicino alla porta ma a volte meno nel vivo nel gioco, in una squadra che agiva più di rimessa che di possesso con Heiko Herrlich, tecnico dei Werkself dall’estate 2017 al dicembre 2018.

Quello spunto è stato ripreso anche da Lucien Favre al Borussia Dortmund. Nei primi mesi gialloneri, l’ex Bayer ha iniziato a giocare da attaccante centrale, segnando anche una doppietta da centravanti vero contro il Gladbach in DFB-Pokal, oppure nei tre dietro la punta nel 4-2-3-1. Esprimendosi sempre a singhiozzo. Di nuovo, la svolta è stata un sorprendente ritorno a centrocampo, quando il tecnico svizzero aveva varato il 3-4-3. Nel quale Brandt si è rivelato la spalla perfetta per Axel Witsel. Tanti palloni toccati, tanta fiducia acquisita, possibilità di incidere in rifinitura, con un ruolo importante in impostazione.

La sua esperienza al Dortmund era iniziata con un goal all’esordio, sotto il muro giallo.

Da novembre 2019 alla fine della stagione 2020, Brandt ha dato l’impressione di poter essere davvero un perno del Dortmund. Anche avanzando il baricentro, agendo da trequartista. Perfetto per mettere i palloni in profondità a Haaland, Guerreiro, Sancho, Hakimi. Giocatori con caratteristiche ideali per attaccare gli spazi, innescati da chi negli spazi ce li manda. Terzo per dribbling ogni 90′ dietro Sancho e Hakimi, primo per passaggi filtranti, quarto per key passes nella Bundesliga 2019/20 tra i giocatori del Dortmund, 7 assist alla fine. Assist di tacco, tocchi di prima, giocate di pura tecnica e classe.

Quest’anno il contributo di Brandt nelle prime 16 partite di Bundesliga è di un assist. Stop. 24 presenze complessive, soltanto 11 delle quali da titolare. Alcuni scampoli di partita a centrocampo, altri sulla trequarti, in certi casi sull’esterno, in altri da punta. Se dovessimo misurare la confusione di Lucien Favre con la gestione di un giocatore, quella di Julian Brandt sarebbe sicuramente tra le più indicative.

Il linguaggio del corpo del classe 1996 in campo non ha aiutato. Già dai tempi di Leverkusen, Brandt non è stato un leader a livello di carisma, piuttosto che un trascinatore. Ha sempre dato l’impressione di essere un giocatore che viene condizionato dal momento generale della squadra. Mancanza di fiducia nei propri mezzi tecnici straordinari, mancanza cattiveria, a volte di mordente. Qualcuno sostiene che ciò si rispecchi nel dato che lo ha visto ricevere solo un cartellino giallo in Bundesliga in tutta la sua carriera, nel 2014, al suo esordio da titolare. Anche perché a contrasto tende ad andarci poco.

Quando la palla pesa, non sempre il classe 1996 ha risposto presente. Nell’ultima giornata del campionato 2017/18, inoltre, quando il Leverkusen battendo 5-0 l’Hannover sarebbe andato in Champions League, sul risultato di 3-0  Brandt si è divorato diverse occasioni in serie davanti al portiere, così come tanti altri compagni. Soltanto al Mondiale 2018 con la Germania ha dato l’impressione di poter cambiare la mentalità della squadra e avere un impatto emotivo, oltre che tecnico. Una situazione comunque limite.

Il simbolo di questa passività si è avuto nell’ultima partita del 2020, quella che il Dortmund ha giocato e vinto 0-2 sul campo dell’Eintracht Braunschweig, club che lotta per la salvezza in Zweite. Partito titolare, sostituito dopo 63 minuti impalpabili, contro una squadra di gran lunga inferiore e con grossi limiti. Soltanto in tre occasioni quest’anno ha iniziato e finito una partita. Compreso il 2-5 contro l’Hertha, forse la partita in cui ha dato la migliore impressione. Salvo scomparire una settimana dopo, nell’1-2 incassato in casa dal Colonia.

Dopo quattro mesi senza spunti di nota, Julian Brandt si trova ora al bivio: si è parlato di lui in chiave mercato, con l’Arsenal interessato. A Dortmund però dovranno fare a meno di Witsel per un lungo periodo e ciò potrebbe cambiare i piani di Terzic. Di certo nel 4-2-3-1 inserirsi a centrocampo potrebbe essere più complicato, ma visto quanto rimanga scoperta la difesa con questo sistema di gioco non è escluso che il Dortmund possa nuovamente cambiare pelle. E, come un anno fa, Julian Brandt possa tornare centrale, ritrovando continuità e soprattutto sorriso. Dimostrando che il vero Julian Brandt è quello visto tra inverno e primavera 2019 a Leverkusen.

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