Enzo Zidane all’Erzgebirge Aue: il mancato colpo più sorprendente

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Siamo abituati a vedere i calciatori scegliere le proprie squadre anche in base all’attrattiva della città, spesso optando anche per mete esotiche particolari. Decisamente meno abituale è vedere invece talenti che portano cognomi importanti scegliere squadre che hanno sede in città dove regna la calma piatta, piccole località di provincia di tradizione artigiana. Ecco perché possiamo tranquillamente affermare che quello di Enzo Zidane all’Erzgebirge Aue, una squadra di medio-bassa classifica della 2. Bundesliga, sarebbe stato probabilmente il trasferimento più sorprendente e assurdo dell’anno. Sì, Enzo Zidane, il figlio maggiore di Zinédine, non un omonimo. Il ragazzo cresciuto nel Real Madrid, che ha esordito in prima squadra segnando. Quello che più di tutti ha preso ispirazione di papà, anche a livello di posizione in campo.

Sembrava fantamercato. Per una realtà così piccola come quella di Aue, avere uno Zidane in squadra sembrava quasi un’assurdità. Anche soltanto per le implicazioni mediatiche. Parliamo di una cittadina della Sassonia di ventimila abitanti, ai piedi dei Monti Metalliferi, che ha ovviamente una grande tradizione. Si trova  un quarantina di chilometri da Chemnitz, l’ex Karl-Marx-Stadt. Di certo non un posto ricco di attrazioni. Un luogo tranquillo.

Eppure Helge Leonhardt, presidente del club, ha davvero provato a portare uno Zidane in città. Un colpo rumoroso a livello mediatico. Magari non a livello di talento, visto che la carriera di Enzo non è mai decollata: dopo l’esordio con il Real Madrid in Copa del Rey, con tanto di goal all’attivo, è stata fatta di tanto girovagare in prestito alla ricerca di sé stesso, provando a togliersi di dosso l’etichetta del ‘figlio di Zizou’. Deportivo Alavés (con esordio in Liga), Losanna, Real Majadahonda in seconda serie spagnola, Desportivo Aves in Portogallo, Almeria in seconda serie l’anno scorso. Sempre con il ruolo di comparsa.

“La trattativa è in uno stato molto avanzato. Abbiamo avuto varie conversazioni telefoniche con Enzo. Vuole giocare ad Aue. Il suo agente mi ha chiamato un mesto fa, così è iniziato tutto. Enzo vorrebbe lasciare Madrid e scappare dalle 40 telecamere che ha costantemente puntate addosso. È un gioiello che va perfezionato, qui lo possiamo fare, come abbiamo fatto con altri giocatori”.

Helge Leonhardt, presidente dell’Erzgebirge Aue, a Tag24

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La famiglia Zidane al Roland Garros. Fonte: Getty/OneFootball

La ricerca della tranquillità poteva portare davvero Enzo Zidane ad Aue, in una realtà di secondo piano della Zweite, ma che sta consolidandosi anno dopo anno. Dal 2003 è una presenza piuttosto fissa, salvo per un paio di retrocessioni. Si è stabilita nella zona medio-bassa della classifica, salvo qualche exploit come il quinto posto del 2011 o il settimo posto dell’anno scorso, dopo essere partita sognando addirittura la promozione.

E sì, stiamo parlando al condizionale perché, alla fine, il trasferimento non si è compiuto. Perché, secondo la stampa spagnola, Enzo Zidane non vedeva di buon grado il fatto che sui Monti Metalliferi avrebbe trovato una concorrenza troppo agguerrita da gestire. E ha preferito aspettare un’altra occasione mentre continua ad allenarsi con il Real Majadahonda.

In effetti Dirk Schuster, allenatore dall’anno scorso in Sassonia – il tecnico che qualche anno fa ha compiuto il miracolo Darmstadt portandolo fino in Bundesliga e poi raggiungendo una clamorosa salvezza grazie ai goal di Sandro Wagner – ha grande scelta in attacco. Alterna prevalentemente due moduli, il 3-4-3 e il 4-3-3, con le tre punte molto mobili che si possono disporre sia con un trequartista, con due fantasisti o due ali. Insomma, elasticità al potere. Anche perché la rosa lo permette.

Il nome più altisonante è quello di Florian Krüger, classe 1999 arrivato dallo Schalke che sta brillando (ve l’abbiamo segnalato nella Guida alla Bundesliga). Poi c’è l’azero Nazarov, che grazie alla nazionale si è fatto un buon nome internazionale. A loro si aggiungono specialisti della Zweite come Pascal Testroet, Jan Hochscheidt più l’ultimo arrivato Ben Zolinski, e il ‘dodicesimo’ Zulechner, l’uomo che entra sempre dalla panchina. Insomma la concorrenza sarebbe stata agguerrita. E vista anche la classifica che sorride all’Aue, difficilmente fattibile. Per questo Enzo ha ritrattato. Ha deciso di declinare. Anche se, probabilmente, ad Aue avrebbe trovato la tranquillità che cerca da tempo.

Shmuel Rosenthal, il primo israeliano della Bundesliga

Shmuel rosenthal

Un ritorno al passato. Nel marzo 2016 un 69enne istruttore di yoga atterra in Germania da Tel Aviv. È stato invitato a presenziare al Fußball-Filmfestival di Berlino, dove si proietta “90 Minuten Deutschland – Israel” , una pellicola che racconta il rapporto calcistico tra la Repubblica Federale e lo Stato d’Israele. Qualche giorno dopo l’uomo, che ha avuto in passato qualche problema con la giustizia, andrà a Mönchengladbach per incontrare Rainer Bonhof. I due si conoscono bene, soprattutto perché sono stati compagni di squadra al Borussia Mönchengladbach nella stagione 1972-1973. Il maestro di yoga infatti si chiama Shmuel Rosenthal ed è stato il primo calciatore israeliano a giocare in Bundesliga.

Il pallone nel destino – Shmuel, che è nato a Petah Tikva, non lontano da Tel Aviv, nel 1947, il calcio ce l’ha nel sangue. Suo padre, in quella che era la Palestina sotto Mandato Britannico ci era arrivato nel 1935. In origine solo per disputare il torneo di calcio delle Maccabiadi, i Giochi Mondiali ebraici, poi vi si era stabilito, presagendo anche i tempi tragici per gli ebrei d’Europa. Rosenthal sr ci ha visto giusto, perché la sua intera famiglia verrà sterminata dai nazisti in Lituania. Lui è l’unico sopravvissuto.

Una stella nazionale – Shmuel, che normalmente agisce come centrocampista, a 18 anni è già nella prima squadra del Hapoel Petah Tikva, tra la fine degli Anni Cinquanta e l’inizio degli Anni Sessanta, assoluta dominatrice del calcio locale. Con quella maglia giocherà fino al 1972, conquistando la maglia della Nazionale, prima quella olimpica, che va benissimo a Messico ’68, uscendo solo ai quarti e per sorteggio contro la Bulgaria e poi quella maggiore, con cui ottiene lo storico (e unico) pass per i Mondiali. In entrambi i casi, a guidarlo dalla panchina Emmanuel Scheffer, tecnico rivoluzionario per il calcio israeliano, formatosi calcisticamente in Germania, alla corte di Hennes Weisweiler, suo docente alla Scuola Superiore di Educazione Fisica di Colonia, insieme a Rinus Michaels, il padre del grande Ajax.

Un match da non dimenticare – A poche settimane dal Mondiale messicano, il 12 agosto 1970, Rosenthal è in campo per una partita storica. A Tel Aviv, a un anno dall’esperienza del Bayern Hof, arriva una squadra tedesca. E che squadra, il Borussia Mönchengladbach di Netzer e Heynckes. Si gioca tra eccezionali misure di sicurezza e molti timori. Nel 1967 lo scrittore tedesco Günter Grass, futuro premio Nobel per la Letteratura, era stato ricoperto di insulti… e di pomodori durante la sua visita. Nulla di tutto questo a Tel Aviv per quella partita. Trentamila persone che applaudono i tedeschi battere gli israeliani 6-0.

La chiamata al ‘Gladbach – Rosenthal è un calciatore emergente. Vorrebbe giocare fuori da Israele e per questo la Federcalcio lo squalifica per un anno. Ci riuscirà nel 1972, la sua destinazione sarà la Germania e il ‘Gladbach di Weisweiler che con Israele ha un rapporto speciale. La cosa più difficile è dirla a suo padre. “Non è per niente facile per me, se tu vuoi raggiungere il successo sportivo e diventare il primo israeliano che gioca in Germania, ti do la mia benedizione” sono queste le parole che il genitore gli rivolgerà, prima di partire, nel ricordo dello stesso Rosenthal.

Premesse buone, rendimento anonimo – Il trasferimento di Shmuel Rosenthal, a poche settimane dal massacro di Monaco, fa ancor più rumore. Gli inizi sono incoraggianti. In un’amichevole contro il Barcellona di inizio estate ’72 è il migliore in campo. Debutta in una partita ufficiale il 16 settembre, nella vittoria contro il Duisburg in Bundesliga, mentre in Coppa Uefa scende in campo nei primi due turni contro l’Aberdeen e i danesi del Hvidovre IF. Fa il libero, con un po’ troppo disinvoltura dicono i commentatori e tra i suoi “clienti” ha Uli Hoeneß, con cui si scontra all’Olympiastadion, sotto la neve, la prima della sua vita. Durerà solo pochi mesi Rosenthal in Germania, prima di tornare nel “suo” Hapoel Petah Tikva e di lì al Beitar Tel Aviv e come il compagno di Nazionale, Mordechai Spiegler, negli USA.

Finale agrodolce – Shmuel Rosenthal, a fine carriera, starà lontano dal calcio. Nel 1997, alla soglia dei cinquant’anni ritornerà sulle pagine dei giornali. È accusato di traffico di cocaina, reato per cui sconta dieci anni di galera. Nella sua casa sull’orlo del Mar Morto, accanto alla sua foto con la moglie accanto al Dalai Lama, c’è quella del ‘Gladbach 1972. Dove lui aveva fatto la Storia, fuori e dentro il campo.