La “partita della vita” di Fritz Walter

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Joachim Fest, storico tedesco, conosciuto in Italia soprattutto per la biografia di Adolf Hitler, ha scritto che la Repubblica Federale è stata fondata da tre persone: Konrad Adenauer, Ludwig Erhard e Fritz Walter. I primi due erano importanti politici del secondo Dopoguerra, il terzo era un calciatore. Fritz, che avrebbe compiuto 100 anni il 31 ottobre, è stato infatti il capitano della Nationalmannschaft che nel 1954 ha vinto il primo Mondiale della Germania, battendo la Grande Ungheria, in quello che per i tedeschi è semplicemente il “Miracolo di Berna”. Un successo, come gli altri nella carriera del calciatore nativo di Kaiserslautern, che non sarebbe stato possibile, senza una partita, giocata nell’estate del 1945.

Fritz, calciatore e soldato – Nel 1939, quando la Germania invade la Polonia e dà inizio al secondo conflitto mondiale, Fritz Walter, che ha seguito un percorso formativo per lavorare in banca, è già un calciatore. È l’astro nascente del Kaiserslautern, con cui ha esordito nel 1938, a 17 anni, tanto da avere bisogno per giocare di una autorizzazione speciale. È uno che segna e fa segnare, ma nel dicembre 1940, quando da nemmeno sei mesi ha esordito pure in Nazionale contro la Romania (con una tripletta), arriva la chiamata dell’esercito. Viene dislocato in Francia, anche se continua a scendere in campo con il suo Kaiserslautern (in un incontro di Oberliga con il Pirmasens segnerà 13 reti) e con la Nazionale. Poi nel 1942, dopo l’ultima amichevole con la Slovacchia e il blocco “ufficioso” del calcio tedesco, Fritz Walter è solo un soldato, che combatte in Sardegna, Corsica e sull’Isola d’Elba. Nel 1943 un trasferimento inaspettato. Il calciatore viene arruolato nella Luftwaffe, l’aeronautica, dove entrerà a far parte dei Rote Jäger, la squadra di militari fondata da Hermann Graf, asso dell’aviazione, appassionato di calcio e in passato pure portiere dilettante. Quell’esperienza, in cui ammette di non aver mai sparato un colpo, gli lascia un’eredità: la paura di volare che l’accompagnerà tutta la vita.

La cattura e il campo di concentramento – Nel 1945, la resa delle truppe tedesche lo coglie in Boemia, nell’attuale Repubblica Ceca. Lo catturano le truppe statunitensi e si ammala di malaria, venendo ricoverato in ospedale e perdendo così la prima occasione per ritornare. Poco tempo dopo l’esercito americano lo consegna all’Armata Rossa. I sovietici trasferiscono Fritz Walter e i suoi commilitoni in un campo di concentramento a Sighetu Marmaței, nell’attuale Romania, molto vicino al confine con l’Unione Sovietica, la città che ha dato i natali a Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace nel 1986 e sopravvissuto dell’Olocausto. Lì il calciatore vive in condizioni difficili, attendendo il suo destino, che per molti suoi compagni tedeschi diventa la deportazione via treno all’interno dell’URSS.

Una partita speciale – Nell’estate 1945 il destino di Fritz sembra segnato. Anche lui come già molti compagni di prigionia sarà destinato a un gulag, all’interno dell’Unione Sovietica. Una sera però ad aiutarlo è il destino. La stella del Kaiserslautern vede al tramonto un gruppo di guardie giocare a calcio, con i berretti come pali delle porte. Il tedesco si avvicina e nonostante abbia ai piedi degli stivali pesanti fa vedere le sua abilità. “Du auch Fussballspieler?” “Anche tu calciatore?” gli chiede una guardia in un tedesco stentato. Walter annuisce e l’altro gli risponde “Allora gioca con noi”. Per giocare nel derby tra quelli dell’ospedale e le guardie cambia i suoi stivali con delle scarpe da ginnastica. Segna, passa, incanta. Anche se è debole e mangia poco. “Chi sei?” gli chiedono al fischio finale. “Vengo da Kaiserslautern e ho giocato più volte con la Nazionale tedesca”. La guardia slovacca sentenzia. “No, tu non parti e adesso vieni a mangiare”.

Un direttore tifoso – Fritz Walter “perderà” tutti i treni per la Siberia, il primo si racconta praticamente in extremis e per un colpo di fortuna. Il merito è del comandante sovietico del campo Schukow, ironia della sorte quasi lo stesso nome del generale dell’Unione Sovietica che aveva conquistato Berlino. Gli dà cibo, lo preserva dalla partenza e in campo Fritz Walter, con la sua tecnica sopraffina e la sua classe, fa vincere alla squadra del campo diversi match contro rappresentative regionali romene. In più oltre a salvare Fritz Walter, l’ufficiale sovietico aiuta anche suo fratello Ludwig, arrivato pure lui in quella fetta di Romania.

Una piccola bugia per continuare il mito- Fritz Walter però non può ancora tornare in Germania Ovest, perché i sovietici liberano i prigionieri di molte nazionalità, ma deportano quelli tedeschi nell’URSS. Il ragazzo di Kaiserslautern per potersi mettere su un treno verso casa si fa passare per francese, sfruttando il fatto che la Francia occupi in quel momento quella parte di Germania. Tutto rischia di venire compromesso perché Fritz Walter si ammala di dissenteria a Bucarest e la copertura potrebbe “saltare”. Per evitarlo si cura da solo e a ottobre 1945 è a Kaiserslautern. Nel 1951 e nel 1953 sarà campione di Germania con i “Diavoli Rossi” e nel 1954 vincerà il Mondiale a Berna. Un trionfo che non sarebbe stato possibile, senza quella partita in Romania.

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