Marcus Thuram, molto più di un calciatore

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Il ginocchio di Derek Chauvin, poliziotto, appoggiato con tutto il peso del corpo sul collo di George Floyd, afro-americano, per 8 minuti e 46 secondi. I passanti a filmare coi telefonini, Floyd a chiedere inutilmente aiuto. Verrebbe da dire che tutto è iniziato così, ma la verità è che le violenze e i soprusi ai danni delle popolazioni di origine africana hanno una storia secolare, e quella video-testimonianza di maggio 2020 ha solo risvegliato, per l’ennesima volta, la rabbia di chi da troppo tempo è costretto a subire un razzismo sistemico e spesso istituzionalizzato.

Da sempre, lo sport riveste un ruolo cruciale in questa lotta, in quanto aggregatore sociale e vetrina mediatica di grande risonanza. Da Jesse Owens a Colin Kaepernick, passando per Tommie Smith e John Carlos, fino ad arrivare al più recente sciopero NBA, nel quale i giocatori si sono rifiutati di scendere in campo in seguito all’ennesimo episodio di violenza della polizia: i sette colpi sparati nella schiena di Jacob Blake, disarmato, in macchina davanti ai figli.

A maggio la Bundesliga era l’unico tra i grandi campionati europei ad aver già ripreso a giocare, merito anche dell’efficienza e della rapidità della DFB nel redarre ed applicare il protocollo anticontagio. Sembrerebbe scontato, dunque, che i giocatori e le società tedesche fossero i primi ad esporsi in seguito agli eventi di Minneapolis.

Scontato, invece, non è. Mai. Le manifestazioni sono state molteplici. In principio iniziative dei singoli, a partire dal neo-juventino Weston McKennie, che da figlio di quel Texas non immune da casi di violenza simili, ha stampato il messaggio “Justice for George Floyd” su una fascia indossata al braccio in occasione della gara del suo Schalke 04 contro il Werder Brema. L’indomani, a far risuonare il messaggio ci hanno pensato Jadon Sancho, cresciuto in un sobborgo di Watford da genitori originari di Trinidad and Tobago, e Achraf Hakimi, nazionale marocchino, figlio di emigrati in Spagna: entrambi hanno mostrato magliette con le stesse parole durante la partita vinta per 6-1 dal Dortmund contro il Paderborn.

L’immagine più forte, però, è forse l’esultanza di Marcus Thuram, la star del Borussia Mönchengladbach, inginocchiatosi dopo il gol all’Union Berino. Il suo è il background più vicino al tema, e per introdurlo scegliamo le parole di Pietro Nicolodi nella nostra intervista per la Guida alla Bundesliga 2020/21: “Thuram mi è piaciuto tantissimo per la sua attitudine, anche senza palla. Un trascinatore. Conoscendo il papà Lilian, si poteva immaginare che fosse un ragazzo intelligente”. 

Già, perché “papà Lilian”, oltre a conquistare un mondiale, un europeo e due scudetti da giocatore, affermandosi come uno dei difensori più efficaci della sua generazione, ha portato avanti un lavoro che ha cambiato la percezione del razzismo all’interno dello sport, sia nella “sua” Francia che nel resto d’Europa. Ritiratosi per problemi cardiaci nel 2008, l’ex-Juventus ha da subito dato vita alla fondazione che porta il suo nome, e dal 2010 è ambasciatore Unicef. Ha scritto due libri, perni della letteratura sociale sul tema, ed ha ricordato in più occasioni come secondo lui la lotta al razzismo nel mondo del calcio non debba partire dai calciatori stessi ma dalle istituzioni, società e federazioni, con azioni forti e concrete.

Difficile pensare che non abbia provato comunque un minimo di commozione e tanto orgoglio guardando il suo Marcus Thuram, appena ventiduenne, mandare un messaggio così forte al mondo intero. Lo ha fatto sempre a suo modo anche in Champions League, per festeggiare il suo primo goal: l’esultanza di Black Panther, Forever Wakanda, nella memoria di Chadwick Boseman e di tutto ciò che il supereroe nero rappresenta per il mondo afroamericano. Una doppietta al Real Madrid, uno dei sogni della vita per un calciatore, lo ha reso famoso al mondo come talento (o forse qualcosa in più) con il pallone tra i piedi. Lui, però, vuole essere qualcosa di più. Vuole usare il pallone per poter mandare messaggi, oltre che per segnare goal.

In Bundesliga, nonostante l’iniziale silenzio istituzionale, mentre qualcuno ipotizzava addirittura che i giocatori potessero essere multati, queste scintille hanno innescato in Germania poi un movimento più organizzato, guidato dalle società stesse nelle giornate successive. Lo scopo, ovviamente, è quello di scavallare i confini del mondo del calcio, e richiedere un cambiamento a livello strutturale per spezzare le lunghissime catene del razzismo che tuttora avvolgono in maniera più o meno limitante ogni aspetto della nostra vita. Una lotta del quale Marcus Thuram si è reso simbolo.

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