Il Bayern, il triplete e la svolta di una stagione che sembrava persa

Bayern trippelte

Per spiegare il successo del Bayern Monaco bisogna tornare a inizio dicembre, dopo la quattordicesima giornata di Bundesliga. Il Borussia Mönchengladbach vince 2-1 il vecchio Klassiker, spedisce Lewandowski e compagni al settimo posto in classifica. Sette vittorie in 14 partite di campionato fino a quel momento. La sensazione che, per una volta, il Meisterschale sia un affare di tante squadre. Poi due goal di Zirzkee nel recupero, uno contro il Friburgo e uno contro il Wolfsburg, hanno regalato a Flick due vittorie prima della pausa invernale che hanno cambiato la stagione del Bayern. Sì, due goal di un classe 2001 hanno contribuito in maniera decisiva a costruire una delle squadre più forti che si siano viste nella storia del gioco. Perché lo dicono i numeri: solo vittorie nel 2020, tranne uno 0-0 con il Lipsia. Nulla sarebbe stato possibile senza l’uomo della provvidenza olandese, esordiente in Bundesliga.

Otto mesi dopo, il Bayern è una macchina schiacciasassi che ha vinto tutto, Champions League compresa, ridicolizzando il Barcellona e arrivando a vincere senza mai perdere sicurezza. Nemmeno quando il Lione rischiava di sorprendere la difesa nei primi 20 minuti della semifinale, nemmeno quando il PSG attaccava disperatamente alla ricerca del goal dell’1-1 nel recupero. Oppure quando ripartiva con i tre fenomeni che si ritrova davanti. Sicurezza, fiducia nel proprio calcio. Fiducia nel pressing alto, anche a costo di concedere spazi. Poi, se per caso Mbappé parte a tutta verso la porta, ci pensa l’onnipresente Thomas Müller in recupero a fermarlo. Der Raumdeuter, il cacciatore di spazi, ha giocato una partita clamorosa anche in finale. E pensare che soltanto a ottobre sembrava un enigma di difficile risoluzione. Poi l’addio di Kovac ha cambiato la sua stagione. E il 2020, quando davvero si è vista la mano di Hansi Flick, è diventato il suo anno.

Alla vigilia della finale, in conferenza stampa, qualcuno aveva chiesto a Flick se, vista la potenza di fuoco a disposizione di Tuchel, avesse pensato di provare uno schieramento più prudente, magari pressando meno e difendendo più basso. Risposta: picche. Perché, come qualcuno ha scritto su Twitter, cambiare un sistema che sta funzionando bene, anzi, benissimo, è la cosa più Favresca – Lucien, ti rispettiamo e ti apprezziamo, lo sai – che si possa fare. Perché con un regista come David Alaba giochi sempre all’attacco. E alla fine ha avuto ancora una volta ragione lui. Anche prendendosi dei rischi, tutti calcolati. Soprattutto perché l’ultimo baluardo da scavalcare si chiama Manuel Neuer e, per intenderci, tra due finali di Champions League e una finale mondiale dal 2013 ad oggi sono riusciti a fargli goal soltanto su rigore. Quando te lo trovi davanti, sei inevitabilmente condizionato. Chiedere ai parigini.

La perfezione tattica e fisica di questo Bayern Monaco ricorda terribilmente quello di Jupp Heynckes che sette anni fa ha fatto il triplete. Anche in quel caso, umiliando il Barcellona sui 180 minuti in semifinale. Anche in quel caso, vincendo la finale di misura. Anche in quel caso, chiudendo un girone di ritorno da 16 vittorie e un pareggio, proprio come Flick. Punti di forza in comune? Leggere sopra: Thomas Müller, David Alaba, Manuel Neuer, più Jérôme Boateng e Javi Martinez, quest’ultimo con un ruolo meno da protagonista. Perché questo è il Bayern dei giovani, dei Coman che decidono le finali, degli Gnabry che decidono le semifinali – Ribéry e Robben saranno contenti di aver lasciato loro l’eredità – degli Zirkzee che vincono partite decisive, degli Alphonso Davies che è già un top nel ruolo di terzino sinistro (merito di Kovac, diamogliene atto), dei Kimmich e dei Goretzka che hanno una personalità e una solidità spaventose. Ma è anche il Bayern dei veterani, della continuità, dei simboli. Di Robert Lewandowski, per il quale gli aggettivi ormai sono finiti.

“Abbiamo sfruttato anche il lockdown per creare un gruppo ancora più unito e sfruttare le idee del nostro staff, come gli allenamenti da casa (in videoconferenza di gruppo, col preparatore, ndr)”.

Hansi Flick

Come Hasan Salihamidzic, che da ormai tre anni ha assunto la carica di direttore sportivo ed è sempre stato al centro delle critiche, per quelli che molti ritenevano degli errori. In questa strana estate nel pallone, Brazzo si è preso tutte le sue rivincite. Ha acquistato Leroy Sané a prezzo di saldo, anche se lo ha atteso per un anno. Ha costruito una squadra che è stata in grado di arrivare a vincere tutto. Lui, più di Karl-Heinz Rummenigge, sentiva e sperava in quel successo. Per togliersi dei sassolini dalle scarpe. Per dimostrare che si merita il suo ruolo. Lui che a dicembre, come tutti gli altri, tremava guardando la classifica e si preoccupava di una squadra che non trovava l’equilibrio. Otto mesi dopo, la storia dice treble. E l’unica domanda che ci faremo sarà se è più forte il Bayern di Flick o quello di Jupp. La risposta la lasciamo a voi.

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