La scalata al successo di Yussuf Poulsen

yussuf poulsen

Nessuno incarna il successo della progettazione del Lipsia meglio di Yussuf Poulsen. La qualificazione alle semifinali di Champions League è il punto più alto mai raggiunto nella giovane storia del club. A guidarla, in campo, il più longevo della rosa. Con i Roten Bullen dal 2013, da quando Ralf Rangnick ha assunto la direzione sportiva del club. Lo ha scelto, lo ha valorizzato, lo ha fatto crescere. Risultato: a 26 anni, con la fascia di capitano al braccio, ha guidato il club verso un posto tra le quattro regine d’Europa.

Il danese, classe 1994, è stato uno dei grandi colpi del manager tedesco. Riguardandoci indietro oggi, quello che al Lipsia ha dato più di tutti. Recordman di presenze a quota 251, sul terzo gradino del podio per marcature dopo Timo Werner e Daniel Frahn. L’elemento di maggior continuità nella rosa, il vero e proprio trait d’union tra la scalata della squadra targata Red Bull nelle serie minori del calcio tedesco e la crescita lenta verso un posto tra i top club europei.

Fu una scelta di Rangnick, come molte. Lo aveva individuato nel Lyngby, seconda divisione danese. In realtà già da tempo era entrato subito nel giro delle nazionali giovanili della Danimarca. Aveva esordito giovanissimo in prima squadra, nel 2011, poco più che 17enne, in Superligaen. Sorprendentemente, da attaccante. O forse no. Perché Yussuf Poulsen, fino a qualche mese prima del suo esordio, era visto come un ottimo terzino. L’attaccante era Zohore, star a livello giovanile, meteora tra Fiorentina e Premier League. Poi, spostato più avanti, tra l’esterno destro e la zona centrale del campo. Dove gioca tutt’oggi.

Si è fatto le ossa in seconda divisione, dove Rangnick è andato a pescarlo. Il Lyngby non riuscì nemmeno a essere promosso, ma quel diciottenne da 11 goal e 4 assist sembrava forte. Con l’Under 19 danese confermava tutte le impressioni.

Si chiamava Poulsen, ma sulla maglia voleva portare il nome ‘Yurary‘. Il suo secondo cognome, frutto delle origini della Tanzania di papà, che appunto si chiamava Yurary. Papà lavorava sulle navi tra Tanzania e Danimarca, nel 2000 il cancro lo ha portato via. Yussuf aveva 6 anni. Da allora esulta sempre guardando verso l’alto dopo ogni goal. E porta il suo nome sulla schiena per ricordarlo.  A Lipsia non ce l’ha stampato perché “quando ho fatto richiesta avevano già mandato in produzione le maglie, non mi sembrava il caso”.

Appena arrivato in Germania, nel 2013, Yussuf Poulsen condivideva l’appartamento a Lipsia con l’altro grande acquisto di quel mercato targato Rangnick: Joshua Kimmich. I due tutt’oggi mantengono una grande amicizia. Mai scalfita dai problemi della vita da coinquilini.

“Meno male che avevamo due bagni, altrimenti se avessimo sempre dovuto aspettare Yussuf e i suoi capelli avremmo fatto perennemente tardi”.

Una volta effettivamente successe: Poulsen tardò e dovette saltare una partita. Ne ha comunque giocate altre 251. Segnando magari poco, per un attaccante: soltanto 63 le reti coi Roten Bullen in sette anni, nove di media a stagione. Ma ci ha aggiunto oltre 50 assist. Perché Yussuf è una punta atipica, in area ci entra ogni tanto, ma non è un vero fattore come altri. Meglio più indietro: sa aprire gli spazi, fare a sportellate, pressare, mettere sempre il corpo e la gamba nei contrasti, recupera. Fa il lavoro di un mediano, partendo 20 metri più avanti. Sa giocare anche sull’ala, come detto – in nazionale lo fa costantemente: 43 partite, 7 goal – ma il meglio di sé lo dà come spalla di un centravanti più veloce.

“Giudicare Poulsen solo dai gol sarebbe da idioti. Ciò che fa meglio è essere sempre al centro dell’azione, la nostra e quella avversaria. È l’attaccante che ha vinto più contrasti nell’ultima stagione, che ha recuperato più palloni e ne ha persi meno. Con il suo lavoro fa segnare gli altri”.

Ralf Rangnick

Un nome? Timo Werner. Partnership inscalfibile: per quattro anni è stata la coppia titolare perfettamente affiatata, idealmente completa. Una delle migliori in Europa. Werner correva negli spazi che Poulsen apriva. Risultato: quasi 100 goal in 4 anni per Turbo Timo. Poulsen, invece, è rimasto un po’ più ai margini a livello di numeri. Anche se nella stagione 2018/19, proprio con Rangnick in panchina, ha raggiunto la quota di 15, con cinque doppiette e una tripletta. Entrando a modo suo nella storia: solo Ebbe Sand e Alan Simonsen, tra i giocatori danesi, hanno segnato almeno 14 goal in Bundesliga.

Ce l’ha fatta Poulsen, che è stato spesso al centro della voci di mercato, specialmente in ottica Premier League. È sempre rimasto a Lipsia: fanno 7 anni. Non se l’immaginava neanche lui. Ha un contratto fino al 2022. Apprezzarlo è facile: tutti i suoi compagni e allenatori hanno sempre lodato la sua corsa, la sua generosità, la sua etica del lavoro. Non rinuncia a un contrasto, a un pressing. Nella stagione 2017/18 ha vinto un duello ogni 4 minuti. A volte, anche eccedendo: al Mondiale 2018 ha causato due rigori, entrambi visti con il Var. Non capitava dal 1966 che un giocatore ne causasse due nella stessa edizione. In compenso ha firmato la prima vittoria contro il Perù. È tornato a Lipsia e ha disputato la sua miglior stagione. Con Rangnick in panchina, ovviamente.

Oggi Yussuf Poulsen ‘Robin’ ha perso il suo Batman Timo, ma il Lipsia crede ancora nel sogno Champions League: “Nel calcio ci sono sempre sorprese”. Il danese spera di realizzarlo. E poi, magari, festeggiare nel suo bar a Copenhagen. Il giusto premio per chi ci ha creduto fino in fondo.

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