Qual è la vera dimensione di Maximilian Arnold?

Arnold wolfsburg

Col suo sorriso a volte un po’ tirato e l’acconciatura che dimostra ostinazione nel non voler cedere alla stempiatura oramai prepotente, Maximilian Arnold è uno dei volti più noti della Bundesliga da anni. Questo crea spesso, nel pensiero comune, la proiezione che Arnold sia un giocatore esperto, già oltre il suo peak prestazionale.

Si tratta del primo di una serie equivoci che il centrocampista del Wolfsburg si porta dietro: sicuramente non si tratta di un giovane talento, ma per un classe 1994 è realistico pensare a 6/8 anni ancora a disposizione per giocare ad alto livello, forse anche migliore di quello mostrato sinora. D’altronde, stiamo parlando di uno dei protagonisti (da capitano) del trionfo della nazionale tedesca all’Europeo Under-21 del 2017, seppur a 23 anni compiuti.

La regolarità sembra un marchio di fabbrica della carriera di Arnold: a caratterizzarlo è un livello di prestazione costante, che gli ha permesso di avere tante stagioni di buon livello, senza mai far strabuzzare gli occhi ma con la solidità necessaria per diventare una colonna del Wolfsburg. Ed eccoci al secondo equivoco. In un mondo in cui la corsa al futuro campione è esasperata a tal punto che una manciata di partite qualitativamente importanti sono abbastanza per convincere i club a sborsare decine di milioni per il giovane più in voga, Arnold non ha mai messo insieme la stagione giusta per convincere un top club a puntare sulle sue indubbie qualità.

Dal canto suo, il tedesco non sembra affatto dispiaciuto di rimanere alla corte della Volkswagen. Non perde occasione per elogiare la “famiglia” del Wolfsburg, che lo ha accolto da adolescente nel 2009, e in più interviste ha sottolineato come tutto l’ambiente sia sulla sua stessa lunghezza d’onda.

Eppure, gli interessamenti non sono mancati: Arsenal e Juventus sono solo due selle squadre accostate a lui nel corso degli anni, ma puntualmente ai rumors sono seguiti i rinnovi di contratto: prima fino al 2017, poi fino al 2020, fino all’accordo attuale che scadrà nel 2022.

Nel frattempo, Maximilian Arnold è diventato una pedina fondamentale del Wolfsburg di Oliver Glasner, per cui ha anche indossato la fascia di capitano in un paio di occasioni. La sua transizione tattica è stata alla Pirlo: nei primi anni ’10, assieme a Max Meyer, fu definito anche come “erede di Özil”. La similitudine nasce ovviamente dalla posizione in campo, quella di trequartista, e dall’uso preminente del mancino. Nel corso degli anni, però, Arnold si è discostato da quello stereotipo, arretrando gradualmente il suo raggio di azione. Al momento Glasner lo utilizza prevalentemente come regista davanti alla difesa (medaglia di bronzo nel ruolo nella top XI del 2019/20 secondo i nostri lettori) in un 4-4-2 o in un 4-2-3-1, non disdegnando però di assegnargli compiti più offensivi, da incursore nel centro-sinistra di un 4-3-3 in cui a schermare i due centrali è spesso e volentieri Guilavogui.

Entrambe le posizioni sono chiaramente disegnate per esaltarne le caratteristiche: su tutte, la facilità di calcio, straordinaria per tempi e modi d’esecuzione. Col mancino, Arnold è capace sostanzialmente di piazzare la palla in ogni zona del campo, e di colpire la porta in maniera pericolosa anche dalla lunga distanza. Non a caso, si è guadagnato  una certa reverenza da compagni ed avversari quando si tratta di calciare punizioni e corner. Rientra nella top 10 tra tutti i giocatori della Bundesliga appena terminata per assist (8, al nono posto) e passaggi chiave (2.1 a partita, settimo posto), mentre si piazza nella top 15 per tiri in porta totali (65).

Nonostante non sia dotato di dribbling fuori dalla norma o di uno scatto notevole, Maximilian Arnold riesce comunque a coprire grandi aree di campo, sia con la palla che senza. All’ottimo passo abbina infatti una brillante intelligenza tattica, che gli permette di concentrare gli sforzi in occasioni di massima necessità. Per esempio per rientrare su un avversario lanciato in contropiede, o per arrivare per primo su una seconda palla al limite dell’area avversaria, in quello che è un po’ il suo movimento-simbolo. Recuperando palloni che sembrano nella terra di nessuno, spesso riesce a liberare il mancino con spazio da 25/30 metri, mettendo in difficoltà il portiere avversario.

Nessuno, portieri inclusi, ha disputato più minuti di lui (2826) per il Wolfsburg quest’anno, e a soli 26 anni è a 38 partite (una stagione, grossomodo) dal diventare il primatista di presenze all-time della squadra. Dati che testimoniano quanto centrale sia il tedesco nel progetto della società, ma che fanno anche riflettere sulle reali prospettive per il suo futuro.

Se dopo il suo 2017, decisamente positivo, tutti si sarebbero aspettati il salto in un top club, è da dire che quel passaggio sembra mancare nella carriera di Arnold, anche a livello di nazionale. Perno della sua generazione (23 presenze e 5 gol) in under-21, ha infatti collezionato solo 13 minuti – da subentrato contro la Polonia nel maggio 2014 – con la nazionale maggiore.

In un certo senso sembra che il treno per l’aristocrazia del calcio internazionale sia passato, e nelle ultime tre stagioni Maximilian Arnold ha mantenuto il suo livello stabile senza eccellere in maniera particolare. È altrettanto chiaro, però, che un nuovo ambiente, con ulteriori stimoli e sfide diverse, potrebbe far scoccare in lui la scintilla necessaria per fare l’ultimo salto in avanti. Ammesso e non concesso che sia disposto ad abbandonare la sua famiglia calcistica.

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