Rangnick, il Milan e l’abitudine ad accontentarsi

rangnick milan

Cambiamento non è sinonimo di miglioramento ma la non-rivoluzione rossonera è la testimonianza che a queste latitudini ci siamo abituati ad accontentarci. Punto di vista condiviso non solo da chi conosce Ralf Rangnick e il suo lavoro, ma anche da chi, tifoso o meno del Milan, del manager tedesco non ha mai sentito parlare (qui su BundesItalia avrebbe trovato pane per i suoi denti, comunque).

L’affaire Milan-Rangnick, purtroppo, denota una volta ancora come in Italia si pensi al “domani” inebriati dalla stessa naftalina che aleggia negli studi di 90° minuto. Non si parla di dare un giudizio a fatti o a persone. Si tratta di giudicare una filosofia. Poche storie, Rangnick sarebbe stato qualcosa di assolutamente innovativo per il Milan in primis e per tutto il movimento calcistico italiano in seconda battuta. Lo ha dimostrato il suo percorso nel Fußball: l’Hoffenheim dalla terza serie alla cima della Bundesliga in due anni e mezzo, il Lipsia dalla 3.Liga alla Champions League in quattro anni. Soprattutto, il ‘come’ di questi obiettivi, più che gli obiettivi in sé. Implementando una filosofia di gioco, di allenamento, di gestione manageriale considerata avanguardista in Germania. Figuriamoci in Italia. Figuriamoci al Milan.

In ordine sparso, dal 2011, e solo a memoria: Inzaghi, Seedorf, Barbara Berlusconi, Galliani, Montella, Gianpaolo, Brocchi, Gattuso, Boban, Mihajlović, Leonardo, Li, Fassone, Mirabelli. Dopo quasi un decennio di navigazione a vista, finalmente, a Milano era stata decisa una strada, era stata fatta una scelta. Una scelta che, naturalmente, avrebbe comportato delle conseguenze, delle rinunce e dei sacrifici: per questo via Boban, via (probabilmente) Maldini, via Massara (qualcuno l’ha visto?) e benvenuto al manager tedesco – sì, manager è la parola chiave – che non avrà titoli in bacheca ma ha una visione, un’idea di futuro.

A noi italiani questa cosa proprio non va a genio. C’è qualcosa nel nostro DNA che provoca rigetto quando sentiamo questa parola. Pensateci: la famosa “fuga di cervelli”, campagne elettorali incentrate sulle pensioni, scuole che non riaprono, documenti cartacei anacronistici in un’era digitale e potrei andare avanti per molte ore. E su questa scia, tornando al Milan, ecco i titoloni di ex calciatori, addetti ai lavori e giornalisti a proposito dell’avvento di Rangnick: “Non conosce la Serie A”; “Il calcio italiano è un’altra cosa”; “Non sa la lingua”; “Cosa ha vinto questo signore?”; “Il Lipsia non è il Milan”; “Il vecchio Milan non c’è più” ecc ecc. Aggiungiamo: in molti hanno scritto che “Rangnick non va al Milan e torna al Lipsia”. Peccato che al Lipsia non ci lavori più direttamente da maggio 2019, che ora lavori ai piani alti di Red Bull come capo della sezione sportiva. Ben più sopra del Lipsia.

Trarre ispirazione, studiare e pianificare non sono proprio comportamenti che ci appartengono. Non è dato sapere quali siano i motivi per cui Gazidis abbia fatto un testacoda in pieno stile Vettel. Nella migliore delle ipotesi spero sia stato a causa dello stipendio astronomico che Rangnick ha chiesto per sé e soprattutto per il suo fidato staff; nella peggiore delle ipotesi temo che sia per le influenze ricevute dai nostri compatrioti e dalla strabiliante serie di risultati del Milan post lockdown. Tra l’altro: dal suo staff sono passati Marco Rose, Julian Nagelsmann, Markus Gisdol, Roger Schmidt, Jesse Marsch, Niko Kovac, Adi Hütter, Ralph Hasenhüttl, Achim Beierlorzer, Oliver Glasner e molti altri tra i tecnici passati negli ultimi anni in Bundesliga e non solo. Molti dei quali, di successo.

In Italia è diverso. Se oggi si perde allora si cambia, se oggi si vince allora va tutto bene così com’è (fino al 2022 ad essere ottimisti, poi chi lo sa). Progettualità, questa sconosciuta. Il mondo e lo sport sono cambiati, non dal Covid in poi, ma da almeno 10 anni: lo hanno capito a Sassuolo, lo hanno capito a Bergamo e lo hanno capito anche a Torino, la capitale del “vincere è l’unica cosa che conta”.

Ebbene, non è così e lo spiega molto bene Simone Eterno in un bel pezzo su Eurosport.

Vincere è l’unica cosa che conta’ è diventato uno slogan obsoleto persino per la Juventus, che da anni ha varato un’evidente strategia legata al marketing che vuole portare i bianconeri in un’altra dimensione. La dimensione di ‘brand globali’ come Barcellona o Real Madrid, i cui fatturati sono ancora ben lontani da quelli di casa Juventus, e il cui prodotto è immediatamente riconoscibile ad ogni angolo del pianeta”.

Soprattutto in quest’ottica diventa palese come il futuro di una società calcistica non si giochi più da un pezzo esclusivamente sul rettangolo verde. Servono rotte coraggiose, idee nuove e (forse) anche volti nuovi che abbiano chiaro in testa che il risultato del campo è solo un mezzo per un fine più grande: costruirsi un avvenire. Rangnick al Milan voleva dire mettere le basi per un nuovo domani. Vincente o meno questo è un altro discorso, ma sicuramente avrebbe regalato una prospettiva. Invece, lo sconosciuto – per molti – fa ancora paura. Meglio accontentarsi, no?

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