Il ritiro di André Schürrle: la parabola di un campione “ricco, ma solo”

andre schurrle

Ron-Robert Zieler, Erik Durm, Kevin Großkreutz, Mario Götze, André Schürrle. Cinque campioni del mondo dal passato differente, con un destino comune. Quello di vivere una fase della loro carriera sotto le aspettative che c’erano intorno a loro 6 anni fa, quando sono arrivati sul tetto del mondo, nel punto più alto della loro carriera. Non tutti da protagonisti. Gli ultimi due citati, invece, hanno confezionato il goal che nel supplementare ha mandato k.o. l’Argentina. E attraversano un presente simile: scaricati dal Borussia Dortmund, che in momenti diversi aveva puntato su di loro. 

Il match-winner del Maracanã attende l’offerta giusta per tornare in campo, sognando l’Italia. L’uomo che dalla sinistra gli regalò il pallone della vita, invece, a due anni in meno ha deciso di ritirarsi. 29 compiuti, 30 da festeggiare il prossimo 6 novembre. Dopo una carriera da quasi 500 partite da professionista, con oltre 130 goal all’attivo, un Mondiale, una Premier League, due DFB-Pokal. Dopo essere costato circa 100 milioni tra Leverkusen, Chelsea, Wolfsburg e Dortmund. All’interruzione del contratto con i gialloneri del 15 luglio è seguito l’annuncio del ritiro, neanche 48 ore dopo, attraverso ‘Der Spiegel’.

“Non ho più bisogno di prendermi gli applausi. Le ombre si sono fatte sempre più buie e le luci sono poche. Ho maturato questa decisione già da tanto tempo”.

André Schürrle, come i tanti altri compagni della sua generazione che festeggiarono a Rio, non ha retto il peso delle aspettative e delle pressioni che il calcio professionistico gli ha messo addosso. Gli ultimi due anni di prestiti, prima al Fulham e poi allo Spartak Mosca, sono stati il colpo di grazia. In Russia un flop totale, a Londra una retrocessione – nonostante diversi acuti a livello personale. L’ultimo anno al BVB aveva dato speranza, poi Favre e la società hanno deciso di scaricarlo. L’inizio della parabola discendente. Nel giro di poco, i successi erano diventati un peso. Quel Mondiale del 2014, vinto da protagonista, un punto impareggiabile. Psicologicamente difficile da gestire. Sul tetto del mondo a 24 anni, peraltro quasi da riserva del Chelsea di Mourinho. Di certo non da prima scelta.

“Tutto ciò che conta è la prestazione in campo. Debolezza e vulnerabilità non devono mai esistere. Se le cose non vanno bene, se giochi male, non hai neanche il coraggio di camminare in città”.

La Mannschaft è stata la massima espressione dello Schürrle calciatore. Mai in un club ha trovato quel feeling che aveva con Löw, quando andava in Nazionale. Tanto che, nonostante alcuni momenti difficili, il Ct lo continuava a chiamare e lo poneva al centro del suo progetto  tecnico. 57 presenze e 22 goal. Dall’esordio quando era soltanto un ragazzo nel Mainz di Tuchel (15 goal in una stagione) fino all’ultima chiamata nel marzo 2017, prima che un problema al tendine d’Achille lo tenesse ai margini per un paio di mesi. Uno dei tanti infortuni patiti dal classe 1990 nei suoi mesi al Borussia Dortmund.

“Bisogna sempre avere un determinato ruolo per sopravvivere in questo ambiente. Altrimenti perderai il tuo lavoro e non ne avrai un altro”.

Anche il fisico, non più brillante come quello di un tempo, ha contribuito certamente alla decisione di mollare il calcio giocato. Più di tutto, però, la testa. Senza forza mentale, rimanere nel tritacarne del calcio professionistico ad alti livelli è impossibile. André Schürrle, al contrario di Durm, Großkreutz e Zieler, ha preferito mollare piuttosto che rimanere nell’ambiente scendendo di livello. Consapevole che il suo nome verrà sempre associato a quel Mondiale vinto in Brasile, rimanendo in eterno nella storia del Fußball. Il picco di una carriera terminata con tanti rimpianti, prendendo una decisione forte. Forse impopolare, ma per il bene di sé stesso e della sua famiglia (recentemente è diventato papà). Per non farsi divorare dalle ombre che vedeva nella sua carriera. Per uscire da un mondo che, come ha scritto ‘Der Spiegel’ nell’intervista in cui il classe 1990 ha detto stop, “lo ha reso ricco, ma solo”.

🎥 Cosa aspettarci dal Bayern Monaco sul mercato nell’estate 2020

Bayern mercato 2020

In attesa di giocare la Champions League 2020 di agosto, il Bayern Monaco ha portato a casa il double domestico, mentre programmava già la prossima stagione sul mercato. Tre acquisti già conclusi – Sané, Nübel e Nianzou – ma ancora dubbi e interrogativi a cui dare risposte. In questo video parlo dei piani di mercato per l’estate e come il club ha intenzione di costruire la rosa per la prossima stagione.

Ailton, il brasiliano che a sorpresa conquistò il Werder

Ailton Werder Brema

Ricordare le gesta di grandi calciatori del recente passato per i tifosi del Werder Brema può essere doloroso vista la situazione attuale del club, ma allo stesso tempo può servire a ricordare come nel calcio ci possano essere di tanto in tanto storie di successo totalmente inaspettate. È il caso di un ex stella del club, il brasiliano Ailton.

Basta partire da numeri e palmarès per capire quanto abbia lasciato un segno indelebile a Brema: due DFB-Pokal e uno storico Meisterschale a livello di squadra, 106 reti in 214 match per lui in maglia bianco-verde. Attaccante dalla forma fisica non impeccabile, arriva in Germania nel 1998 a venticinque anni dai messicani del Tigres. La prima è una stagione di ambientamento (2 gol in 12 partite), che però termina con la vittoria della DFB-Pokal e due arrivi in società che saranno decisivi per il futuro del Werder: l’arrivo in panchina di Thomas Schaaf al posto di Felix Magath a maggio e l’ingresso nel club di Klaus Allofs. Dall’anno successivo il rendimento di Ailton è un continuo miglioramento. Al termine della stagione 2002/2003 il conto sarà di 72 reti tra Bundesliga e coppe.

Nonostante il brasiliano fino a quel momento dimostri di essere un attaccante prolifico e costante, sempre in doppia cifra (i primi due anni in coppia con Claudio Pizarro), in pochi si potevano aspettare la vera e propria esplosione della stagione 2003/2004. Con 28 reti in 33 gare si laurea capocannoniere del torneo e trascina la squadra di Schaaf alla conquista di un incredibile Meisterschale, il quarto e finora ultimo della storia dei grünweiss. Nonostante il fisico “particolare” che gli fa guadagnare il soprannome di “lightning ball” (in sostanza “fulmine circolare”) salta soltanto una partita, contro l’Hannover a novembre, e segna almeno un gol in 20 dei 33 match giocati. È decisivo anche nella vittoria della Coppa di Germania, con 6 reti in 6 partite.

La gioia per quest’annata così trionfale è però attenuata da un peso che si porta dietro negli ultimi mesi. Nel corso della stagione Ailton aveva infatti firmato un pre-contratto per la successiva con lo Schalke, a parametro zero. Ha poi raccontato che in quel periodo ha pianto molto, continuando a chiedersi il perché della scelta. Ma i contratti vanno rispettati e così a fine anno si trasferisce a Gelsenkirchen. Un’altra buona stagione in doppia cifra, poi l’addio momentaneo alla Germania, direzione Turchia.

In Bundesliga tornerà per sei mesi all’Amburgo nel 2006 e altrettanti al Duisburg tra il 2007 e il 2008. Alla fine i gol in Bundes saranno 106 in 219 partite, quinto straniero della classifica all time. Prima di chiudere la carriera vive tre esperienze nelle serie minori tedesche, con Uerdingen, Oberneuland e Hassia Bingen. Il rimpianto maggiore, oltre all’addio al Werder nel momento sbagliato, è la nazionale brasiliana. Certo i verdeoro all’inizio degli anni 2000 avevano un attacco di livello altissimo, ma non aver ottenuto neanche una convocazione resta un cruccio per Ailton. Proverà a prendere anche la cittadinanza del Qatar pur di giocare in una nazionale, ma senza successo.

A Brema sperano che la storia di quel venticinquenne brasiliano sovrappeso arrivato dal Messico possa essere d’esempio per la squadra che dovrà ripartire dopo una stagione difficile. Perché con l’affetto del Weserstadion, una squadra affiatata e la voglia di emergere tutto è possibile. Ailton docet.