Cosa può portare Ralf Rangnick al Milan

Rangnick Milan

Non chiamatelo “santone”. Perché definire in questo modo un uomo che attualmente ha un ufficio a New York e un portapenne Red Bull sulla scrivania potrebbe non essere così corretto come sembra. E nemmeno “professore”, nonostante alcuni in Germania lo abbiano denominato in questo modo. Chiamatelo “manager”, la miglior definizione possibile di Ralf Rangnick, un uomo che nella sua carriera è stato abituato alla gestione e alle responsabilità. Disilludendole molto raramente. Responsabilità, dicevamo. Quelle che ha avuto all’Hoffenheim nei 5 anni sotto la gestione Dietmar Hopp, quelle che ha avuto a Lipsia quando ha sposato il progetto Red Bull.

Responsabilità a tutto tondo, come quella figura tipica del calcio inglese che va infatti sotto il nome di manager. Ciò che di fatto Rangnick dovrebbe essere anche al Milan, a giudicare da quanto riporta la stampa. Un uomo chiamato a rilanciare un club caduto verso il basso, che deve risalire. Lui che di risalite è esperto: in panchina ha ottenuto promozioni con Ulm, Hannover, Hoffenheim (due consecutive) e Lipsia, quest’ultima portata dalla quarta serie alla Champions League dietro la scrivania.

Rangnick al Milan porta soprattutto un bagaglio di esperienze a livello di gestione tecnica di un club. Idee chiare quando si tratta di agire e raggiungere obiettivi, quelli che raramente nella sua trentennale carriera ha mancato. Anche quando si è seduto in panchina: giusto per citarne una, la DFB-Pokal vinta dallo Schalke nel 2011 con lui in panchina, anno in cui i Knappen hanno anche giocato una storica semifinale di Champions League. O l’Hoffenheim costantemente a metà classifica in Bundesliga dopo averla addirittura comandata per metà della prima stagione in assoluto tra i pro. O le promozioni di cui sopra.

E se non basta, vedasi quanto fatto con il gruppo Red Bull: non è soltanto questione di avere i soldi da spendere (ne ha avuti molti, anche se non illimitati, sia al Lipsia, sia all’Hoffenheim di Hopp – proprio quell’Hopp), ma anche di utilizzarli nella maniera più funzionale al raggiungimento degli obiettivi. L’escalation del Lipsia è simbolica in questo senso. Ed è anche sinonimo di progettualità a lungo termine, il motivo per cui Rangnick tende a sposare una causa. Come ha fatto quando ha scelto l’Hoffenheim di Hopp o il Lipsia, dandosi quasi anche un termine: ha scelto lui Julian Nagelsmann, è sceso lui in panchina a guidare la squadra per aspettarlo, sancendo di fatto il suo ultimo anno. Ha preso squadre nelle serie minori, le ha portate fino al top. Allenandole a volte, gestendole da fuori in altri casi. Scegliendo sempre gli uomini giusti per raggiungere i suoi obiettivi.

Tra questi rientra anche una rete di scouting che lo ha portato nel corso della sua carriera a scovare giovani di talento purissimo diventati dei fuoriclasse. Difficile citare Timo Werner, che già in Germania era ritenuto un talento purissimo. Piuttosto Roberto Firmino, per dirne uno. Oppure Emil Forsberg o Dayot Upamecano, o Laimer, Adams, Konaté, Klostermann. La lista è lunghissima per quanto riguarda il Lipsia. Sigurdsson, Demba Ba, Ibisevic, Luiz Gustavo sono altri nomi esplosi con lui all’Hoffenheim. Prima acquistati, poi valorizzati, come molti dei giocatori passati tra le mani del Rangnick allenatore. Uno che non parte da un’idea fissa di modulo, ma cerca di schierare i migliori giocatori nella loro miglior posizione.

Il Lipsia 2018/19 in questo senso ne è un ottimo esempio: passava dal 4-3-3 al 4-3-1-2 alla difesa a tre con grande elasticità, sempre cercando di mantenere solidità, una squadra corta in grado di pressare alto, recuperare palla alta e contrattaccare velocemente, con una difesa blindata (la migliore della Bundesliga, solo 29 goal subiti). Riuscendo a trovare un equilibrio senza mai rinunciare al talento. Apprendimenti “ricevuti” grazie a un’amichevole contro la Dynamo Kiev di Lobanovskiy nel 1983, quando guidava l’FC Viktoria Baknang.

“Il mio lavoro – ‘il’ lavoro – è migliorare i giocatori. […] Se si vuole aumentare la velocità del gioco, bisogna sviluppare menti veloci prima che piedi veloci”.

Ralf Rangnick su ‘The Coaches’ voice’

Poi, anno dopo anno, si è sviluppato il suo lato manageriale. Quello che lo ha portato al ruolo di direttore sportivo, spesso plenipotenziario. Le decisioni le prende lui e soltanto lui. E tra quelle che Rangnick prenderà al Milan, ci sarà quasi certamente quella di avere tecnologie e strutture all’avanguardia. Esempio: a Lipsia lavorava con una macchina in cui un giocatore entrava e questa simulava partita precedenti, permettendo al giocatore stesso di rivivere di fatto i momenti chiave della partita.  Qualcosa che forse in Serie A in questo momento nemmeno riusciamo a immaginarci, che forse soltanto la Red Bull e pochi altri sono riusciti ad avere a disposizione.

Il Milan con Rangnick può fare anche questo passo in avanti, superando buona parte dei club ‘rivali’ in un settore in cui il calcio tedesco sembra essere molto avanti rispetto al resto d’Europa. Certamente il passo in avanti più importante lo dovrà fare a livello di risultati, quelli che i rossoneri cercano da anni. Non sarà certo automatico, anche perché scegliere il 61enne significa dargli un orizzonte temporale più lungo dei pochi mesi che spesso hanno gli allenatori in Italia. Il Milan sarà chiamato a dargli tempo, lui a realizzare quella che può essere l’ultima opera della sua carriera: dare a un club con un passato glorioso nuova linfa nel presente. Dimostrando, ancora una volta, di essere un uomo che anticipa il futuro.

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