Verso la finale di DFB-Pokal: BundesItalia intervista Ulf Kirsten

ulf Kirsten DFB Pokal

“Nelle partite e soprattutto nelle finali c’è sempre una possibilità. Il Bayern Monaco è una grande squadra ed è la chiara favorita, ma il Bayer Leverkusen può batterlo. A patto di dare il cento per cento e di non commettere errori”. Così Ulf Kirsten, 182 gol in 350 presenze con le “Aspirine”, inquadra la finale di DFB-Pokal, in programma all’”Olympiastadion” di Berlino. Se gli uomini di Peter Bosz dovesse superare i neocampioni di Germania riporterebbero un trofeo nella città del Nordrhein-Westfalen dopo 27 anni. Era infatti il 1993, quando i rossoneri del portiere Rüdiger Vollborn, dei difensori Christian Wörns e del capitano Franco Foda e soprattutto della coppia d’attacco Andreas Thom e Ulf Kirsten, i primi due giocatori della Germania Est a trasferirsi in Bundesliga, superò per 1-0 la seconda squadra dell’Hertha Berlino, la prima e unica formazione riserve arrivata a giocarsi una finale di DFB-Pokal. Che Ulf ci racconta.

Una vigilia tranquilla – “I giorni precedenti alla finale – spiega Kirsten, che nell’ultima stagione è stato consigliere al Wacker Nordhausen e che tra il 2005 e il 2011 ha allenato il Bayer Leverkusen II – eravamo molto sereni e concentrati. Eravamo contenti per essere arrivati fin lì, dopo aver battuto nettamente in semifinale l’Eintracht Francoforte. Con il nostro allenatore (Dragoslav Stepanović n.d.R) e il suo staff ci siamo allenati bene e abbiamo analizzato gli avversari. Sì, c’era un po’ di pressione, ma come in tutte le finali”.

Una trasferta particolare – La finale, programmata per il 12 giugno, si disputava, come ogni anno dal 1985, all’”Olympiastadion” di Berlino. Di fatto anche lo stadio di casa dell’Hertha, dove il 30 marzo le riserve dell’”Alte Dame” si erano guadagnati il pass per la finale. “Era un’atmosfera bellissima, quasi tutto pieno – spiega Kirsten, che dopo il suo ritiro ha creato una fondazione per sostenere lo sport giovanile a Dresda – ma non era un problema. Ogni volta in campionato si gioca in trasferta e a volte i tifosi avversari si facevano sentire”. Peraltro a Berlino, Ulf, di finali ne aveva già giocate due, una nel 1985 e una nel 1990. Vestiva la maglia della Dinamo Dresda e in palio c’era la FDGB-Pokal, la Coppa della Germania Est. “Lo stadio però era diverso – precisa Kirsten – mi pare che la seconda fosse al Friedrich-Ludwig-Jahn-Sportpark”. Per la cronaca quella partita, contro PSV Schwerin, l’aveva risolta lui con una rete a cinque minuti dalla fine.

 

Un osso duro – Quando l’arbitro Markus Merk fischia l’inizio, comincia una partita dura per il Leverkusen. “Loro erano un gran bella squadra – dice Ulf Kirsten, 100 presenze sommando i “gettoni” con la DDR e con la Germania unificata – avevano fatto un discreto campionato (sesto posto in terza serie, Oberliga Nordost, n.d.R) e c’erano tanti ragazzi interessanti, molti di loro come Andreas e Oliver Schmidt, o Carsten Ramelow che poi è venuto al Leverkusen hanno esordito anche in Bundesliga. L’Hertha ha sempre avuto un grande settore giovanile”. “Loro difendevano bene – prosegue Kirsten – anche se non ci avevano creato molti pericoli”.

Il gol decisivo – La svolta arriva, quando molti spettatori dell’”Olympiastadion” e i tanti telespettatori che tifavano per gli Hertha-Bubis, i “ragazzi dell’Hertha” accarezzano il sogno dei supplementari. È il 77′. “Recentemente ho visto quel gol qualche volta perché non me lo ricordavo così bene – dice l’attaccante di Riesa – sulla respinta del portiere Pavel Hapal crossa dalla sinistra, io salto più alto del difensore e segno. Poi corro dai tifosi”. Più o meno un quarto dopo i giocatori di Stepanović si abbracceranno sul prato dell’”Olympiastadion, prima di salire le scale che portano a ritirare il trofeo, il primo della storia delle “Aspirine”.

Festeggiamenti – Una vittoria storica che il Bayer festeggia ampiamente. “Prima – ricorda Kirsten, la cui foto a letto con la Coppa diventò una delle icone di quel trionfo – facemmo una festa in albergo, a Berlino, con le nostre famiglie, poi andammo a Leverkusen”. “Ci affacciamo al municipio – conclude il quasi 55 enne, che durante i festeggiamenti nel Nordrhein-Westfalen si mise a guidare i cori dei tifosi – ad aspettarci c’erano migliaia di persone. In quel momento forse realizzammo quello che avevamo fatto”. E che gli uomini di Peter Bosz sperano di ripetere. Ventisette anni dopo.

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