Marco Russ, un simbolo dell’Eintracht Francoforte

marco russ

Sarei stato felice di giocare due o tre minuti, ma la vittoria era più importante. I 3 punti sono preziosi per la valutazione dei diritti tv. Già essere in squadra è stato abbastanza per me”. In questa dichiarazione al termine di Eintracht-Paderborn, l’ultima della sua carriera, c’è tanto di Marco Russ. Il difensore centrale classe 1985 resterà comunque con l’amato Eintracht, come analista. La stima di società e compagni si è vista anche dalla richiesta dell’allenatore Adi Hütter di riunire in cerchio tutta la squadra al termine del match per salutare appunto Russ, insieme a Gelson Fernandes e Jonathan De Guzman.

Il percorso di Russ è un inno alla fedeltà: 328 presenze, undicesimo nella storia del club. Cresciuto nelle giovanili, di cui entra a far parte a undici anni, esordisce a diciannove con le Adler in Zweite e l’anno successivo in Bundesliga a marzo subentra nella gara contro il Duisburg al posto dell’infortunato Chris. Da quel momento gioca titolare fino al termine della stagione, compresa la finale di DFB Pokal persa contro il Bayern. Continuerà a essere al centro della difesa dell’Eintracht per tutta la carriera, a parte una parentesi di un anno e mezzo al Wolfsburg nella stagione 2011/2012, giocata dalla squadra di Francoforte in Zweite, e fino a gennaio 2013.

Il 2016 è l’anno più difficile per Russ. L’Eintracht grazie ad un buon finale di stagione coinciso con l’arrivo del nuovo allenatore Nico Kovac, subentrato ad Armin Veh, riesce a conquistare il play-out contro il Norimberga. Prima della gara di andata gli viene diagnosticato un tumore ai testicoli a seguito di un controllo antidoping. Deciderà di giocare lo stesso quella partita, da capitano, e nonostante segni un’autorete viene acclamato in modo commovente dal suo pubblico. La partita finirà 1-1 e le Adler si salveranno andando a vincere la gara di ritorno a Norimberga.

Dopo aver superato la sfida più importante torna a disposizione, a marzo 2017 nella sfida con il Friburgo. Resta in panchina e così il ritorno in campo avviene nella cornice dell’Allianz Arena, subentrando all’infortunato Makoto Hasebe. In realtà il rientro ufficiale era già avvenuto a fine febbraio nei quarti di finale di DFB Pokal (persa poi in finale contro il Borussia Dortmund di Thomas Tuchel), schierato da Kovac nel recupero per tenere l’1-0 contro l’Arminia Bielefeld.

Nel frattempo la dirigenza dell’Eintracht aveva deciso di rinnovargli il contratto. Le dichiarazioni successive di Russ riassumono tutto il suo amore per il club di Francoforte.

Grazie a tutti, questa squadra è la mia vita. Sono contento e fiero di poter giocare qui per altri due anni, ringrazio la società e l’allenatore che in un momento come questo mi hanno dato fiducia. Chi mi conosce sa quanto sono legato a questa squadra che, tolta una piccola parentesi al Wolfsburg, rappresenta tutta la mia vita calcistica”.

Il rinnovo è stato il preludio alla stagione che ha portato alla vittoria più importante, la DFB Pokal del 2018. In questa competizione è pienamente protagonista: gioca titolare tutte le partite, semifinale inclusa. Non parte dall’inizio nella finale del 19 maggio a Berlino contro il Bayern, ma entra nel momento decisivo, a un quarto d’ora dal termine con il punteggio di 1-1. Rebic poco dopo e Gacinovic nel recupero regaleranno la quinta Coppa di Germania all’Eintracht e il primo successo da mettere in bacheca per Marco Russ.

Nelle due stagioni successive gioca pochissimo, 5 volte in Bundesliga e 5 in Europa League. Proprio il ritorno dei preliminari contro il Vaduz è la sua ultima apparizione in campo. La rottura del tendine d’Achille segnerà il resto della stagione, fino alla convocazione contro il Paderborn.

Non posso non vedere che non ho giocato molte partite negli ultimi anni. Fisicamente sta diventando sempre più difficile per me, ad un certo punto devo ammettere che non ha più senso continuare”.

Anche nell’addio al calcio giocato dimostra tutta la sua lucidità. Ma resterà in società, perché l’Eintracht non può prescindere da una bandiera come Marco Russ.

Diego Contento, l’ex talento del Bayern riparte dal Sandhausen

Diego Contento

La sua carriera non è stata quella che aveva immaginato. Non è arrivato a giocare per il Napoli, la sua squadra del cuore, né probabilmente mai ci arriverà. Per questo non è riuscito a onorare quel nome, Diego Armando, che i suoi genitori, napoletani nel sangue, hanno deciso di dargli. A inizio giugno, dopo due stagioni rovinate dagli infortuni e dalla poca fiducia, il direttore sportivo del Fortuna Düsseldorf, Uwe Klein, ha annunciato che non rinnoverà il suo contratto in scadenza. L’ennesima delusione nella carriera di Diego Armando Valentin Contento, che ripartirà dal Sandhausen e dalla Zweite. È nato l’1 luglio del 1990 a Monaco di Baviera. Qui Diego cominciò a giocare a calcio sin da piccolo, a 5 anni entrò nelle giovanili del Bayern e il 10 febbraio del 2010 esordì con la prima squadra, subentrando a Christian Lell nella sfida di Bundesliga contro il Greuter Fürth.

Di lui si diceva un gran bene: era un terzino sinistro tatticamente intelligente, dotato di tanta corsa e di un buon mancino. In altre parole, era un giovane con tanto potenziale, che, però, non era ancora pronto a prendersi sulle spalle la corsia mancina del Bayern Monaco. E, soprattutto, il suo fisico aveva già dimostrato di essere molto delicato. Tuttavia, la fiducia nelle sue qualità era tanta, quindi Contento rimase a Monaco per alternarsi sulla corsia sinistra con David Alaba, cresciuto anche lui nelle giovanili del Bayern. Sin da subito l’austriaco scavalcò nelle gerarchie il terzino di origini italiane, che comunque riuscì a giocare 14 partite nella Bundesliga 2010/11, dimostrando di essere una buona alternativa.

Per la stagione successiva il Bayern acquistò Rafinha, che andò a spostare Lahm sulla fascia sinistra. Con lui e Alaba davanti, Contento trovò pochissimo spazio, pur riuscendo a giocare la finale di Champions League contro il Chelsea. Purtroppo questa partita fu solo un caso isolato, perché nelle due stagioni successive gli infortuni che già l’avevano limitato molto si presentarono sempre con maggiore frequenza, finché il Bayern non lo mise sul mercato, perché di quel terzino di buona prospettiva non rimaneva più nulla.

A 24 anni Contento era la perenne riserva di Alaba in un Bayern che praticamente aveva vinto tutto, dalla Bundesliga alla Coppa di Germania fino alla storica Champions League vinta contro i rivali del Borussia Dortmund: lui, però, cercava nuovi stimoli, perché sapeva di poter dare ancora qualcosa al mondo del calcio.

La Fiorentina provò a portarlo in Italia, ma alla fine scelse di trasferirsi in Francia, al Bordeaux. Forse per il soprannome della città, la Monaco francese, che richiamava alla memoria di Contento quei 19 anni passati con la maglia del Bayern. Il suo nuovo club stava vivendo un periodo buio, dopo che nel 2009 aveva vinto la Ligue 1: tanti piazzamenti mediocri e la sola vittoria della Coppa di Francia avevano fatto sprofondare i girondini in una triste malinconia, in attesa di un rilancio che sembrava impossibile con l’ascesa del PSG e il rafforzamento di realtà come il Lione e il Marsiglia. Questo contesto complicato, tuttavia, era quello che cercava Diego Contento: una nuova sfida, in cui lottare per ogni singolo punto. E i primi tre anni in Francia furono probabilmente i migliori della carriera dell’ex Bayern: ebbe modo di giocare con continuità, segnare due gol e mostrare il suo reale valore. Nel suo quarto anno in Ligue 1, però, venne messo fuori dal progetto del Bordeaux e l’allenatore Gourvennec, che aveva guidato la squadra anche l’anno prima, gli chiese di trovarsi un’altra sistemazione. Per Contento questa fu un’amarissima delusione, ma lui voleva ancora giocare a calcio.

Diego Contento
Diego Contento con la maglia del Bordeaux. Fonte: Getty/OneFootball

A fine anno andò in scadenza di contratto. Era libero di scegliere la squadra migliore per ripartire ancora una volta, a 28 anni. E così si fece avanti il Fortuna Düsseldorf, che lo avrebbe riportato nel suo passato, in Bundesliga. Diego Contento accettò subito: il fisico l’aveva fermato, la volontà lo aveva portato lontano, in Francia, ma ora il destino lo voleva di nuovo in Germania.

L’1 luglio del 2018 firmò un biennale con il Fortuna. Era felice e sicuramente avrebbe giocato con costanza, diventando forse un giocatore importante della squadra. Esordì il 19 agosto in DFB-Pokal, nel 5-0 contro il RW Koblenz. Giocò solo 22 minuti, che poi sarebbero anche stati gli unici della sua nuova avventura. L’8 settembre, infatti, Diego Contento si ruppe il legamento crociato in allenamento e la diagnosi era impietosa: 9 mesi fuori dai campi di calcio. Un’eternità, per un giocatore che aveva pensato di aver finalmente superato i suoi problemi fisici.

L’ex Bayern ritornò più forte di prima, con tante motivazioni per fare bene: il Fortuna Düsseldorf, però, non lo voleva più. Iniziò la stagione in panchina e lentamente scivolò in tribuna, dimenticato da tifosi e compagni di squadra. Nel 2020 è stato convocato una sola volta in prima squadra ed ha giocato una partita, in Regionalliga West, con la seconda squadra. E due settimane fa è arrivato l’annuncio di Uwe Klein, come tutti, compreso Contento, si aspettavano. Tanto rammarico e tanta delusione per la fine poco romantica di un’esperienza che avrebbe potuto dare molto a entrambe le parti, eppure rimane la speranza di rivedere l’ex rivelazione del Bayern calcare i campi di calcio di Bundesliga. Intanto, ripartirà dal Sandhausen, in Zweite: la sua riscossa comincia da qui.

Gol, gol e ancora gol: i primi 6 mesi di Haaland in Bundesliga

haaland gol

Si porta dietro un totale di 28 gol in 22 partite, dopo averne segnati 9 in 90 minuti al Mondiale Under 20. Tripletta all’esordio in Champions League, 8 reti nelle prime 6 partite della massima competizione europea. E quando gli si parla di pressione, sorride e chiede perché dovrebbe essere un problema. Che Erling Haaland sembrasse destinato a grandi cose era chiaro a tutti già dall’inizio della stagione: ha lasciato parlare i gol. Sembrava più difficile credere che potesse avere un impatto così devastante anche sulla Bundesliga. E invece.

Il super talento norvegese classe 2000 ha mandato in archivio i primi sei mesi con il Borussia Dortmund – e non saranno gli ultimi: lo ha confermato anche Aki Watzke dicendo che un trasferimento è “fuori discussione” – con un bilancio di 16 goal e 3 assist in 18 partite tra Bundesliga, Champions League e DFB-Pokal.

Segnali che potesse essere un colpo azzeccato c’erano già stati al suo esordio contro l’Augsburg, quando entrando dalla panchina realizzò una tripletta nel giro di 23 minuti dal suo ingresso in campo, segnando il primo gol 183 secondi dopo aver messo piede sul terreno di gioco per la prima volta in giallonero. Tripletta che gli è valsa una serie di record di precocità.

 

Le doppiette nelle due partite successive contro Colonia (ancora entrando dalla panchina) e Union hanno inevitabilmente portato l’asticella ancora più su, a raggiungere altri primati assoluti nella storia della Bundesliga e non solo.

Com’era normale che fosse, i ritmi sono un po’ calati nelle 8 partite successive – con in mezzo anche il lockdown: soltanto tre goal, anche se uno molto significativo, il primo in assoluto post-Covid nel derby contro lo Schalke 04. In mezzo, anche una doppietta al PSG, con i giocatori del club Francese che han poi deciso di prenderlo in giro pubblicamente. Per un fake, si scoprirà. In ogni caso ne è uscito meglio ancora lui: “Devo ringraziarli, la meditazione è importante e mi fa piacere che anche loro lo sappiano e lo diffondano”.

Personalità, quella che dimostra ogni volta che si presenta ai microfoni. Tra il recente “Il Bayern vince sempre, è una merda, dobbiamo vincere anche noi”, fino al “come sono andato? Tu cosa ne pensi? Ti sei risposto da solo”, oppure le massime come “le buone squadre vincono anche nelle giornate cattive”. Ogni volta che parla – o che calcia – succede sempre qualcosa di speciale.

Erling Haaland (giugno 2020)

Dal punto di vista statistico, Haaland ha chiuso la stagione come miglior giocatore in uscita dalla panchina con 6 gol all’attivo da subentrato. Per quanto riguarda invece quella precocità di cui sopra, il classe 2000 norvegese è diventato il secondo più veloce a segnare 10 goal in Bundesliga, in 541 minuti. Il primo è stato il suo predecessore Paco Alcácer, quello che gli ha fatto posto nel ruolo di prima punta. Fino alla penultima giornata, Haaland viaggiava al ritmo di un gol ogni 75 minuti in Bundesliga, meglio di tutti quelli che nella storia del massimo campionato tedesco sono andati almeno in doppia cifra.

A questo si aggiunge una crescita a livello tecnico e tattico che sembra essere costante e soprattutto con ancora ampi margini di miglioramento da sviluppare. Dortmund è sembrata la scelta giusta per lui sin dall’inizio. Ora, a maggior ragione, si conferma il posto perfetto per renderlo un attaccante completo e per lanciare l’assalto al Bayern Monaco.