La vecchia nuova normalità della Bundesliga

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Tra gli ultimi a fermarsi, i primi a ripartire. In questo periodo anomalo, la Bundesliga è stata un punto di riferimento per l’intero mondo del pallone. Anche per il calcio italiano. Innanzitutto, il famoso “protocollo”. Quello redatto dalla task force del dottor Tim Meyer è stato da esempio per tutte le altre federazioni, Serie A compresa: nelle 33 pagine stese dalla FIGC si ritrovano svariati punti in comune. Comprendere come sia cambiata la Bundesliga in questo primo mese può servire per capire cosa aspettarsi e cosa no dalla Serie A post Coronavirus.

Il primo elemento di novità e tratto comune è ovviamente l’assenza di pubblico. Gli spalti vuoti incidono sia sulle proteste dei giocatori, più contenute senza la spinta dei tifosi, sia sul fattore campo, che finisce per saltare. In questa stagione è stato battuto il record di vittorie in trasferta: dopo la 32ª giornata il conto è arrivato a 109, superando le 102 del 2010/11. Dalla ripresa, le vittorie in casa sono circa il 20%, mentre in trasferta si sfiora il 50% di successi. L’assenza dei tifosi condiziona le realtà più piccole e ridefinisce la scala di valori: spesso prevale il tasso tecnico, le sorprese sono più rare. L’Union Berlin ne è l’esempio: in casa, all’Alte Försterei, ha vinto solo una partita sulle quattro giocate dalla ripresa, mentre fino a marzo ne aveva vinte il 50%.

Prima delle ultime due vittorie che han certificato la salvezza, l’Union era anche tra le squadre in maggior difficoltà dal punto di vista fisico. Un problema che ha riscontrato anche lo Schalke 04, un’altra delle squadre in maggior crisi. Sia i Knappen che gli Eisernen hanno un punto in comune a livello di rosa: la presenza di tanti giocatori fisici, che più degli altri hanno risentito del lungo stop agli allenamenti di squadra ad alta intensità. Non è un caso che il club di Gelsenkirchen non abbia vinto nessuna delle prime 7 gare post Coronavirus e abbia anche avuto diversi infortuni – peraltro, l’incidenza degli stessi in linea generale sulla Bundesliga è rimasta pressoché invariata. In Serie A la tenuta atletica potrebbe incidere ancora di più. Soprattutto all’inizio, visto lo stop nettamente più lungo.

Non sono rimaste del tutto invariate invece le normative e i comportamenti in campo. Rispetto al 16 maggio, data ufficiale in cui la Bundesliga ha (ri)preso il via, c’è stato solo un cambiamento effettivo a livello di norme: la mascherina in panchina. Giocatori, allenatori, assistenti e dirigenti a bordo campo facenti parte del cosiddetto “gruppo squadra” – di conseguenza, controllati periodicamente – non hanno più dovuto indossarla durante lo svolgimento delle partite, a partire dal 12 giugno.

Un alleggerimento delle misure che va a braccetto con la minor attenzione prestata a quelle che, inizialmente, erano le raccomandazioni della federazione ai giocatori. Una su tutte, quella che ha fatto più discutere: le esultanze “a distanza”. La prima giornata post Covid vide spopolare la fotografia dell’esultanza a distanza di Haaland e scoppiare il caso di Boyata dell’Hertha Berlino e del presunto bacio ad un compagno (poi si rivelò essere un suggerimento all’orecchio). La federazione non aprì nemmeno un’inchiesta, poiché di fatto non c’era stata alcuna violazione. Al contrario, invece, di quanto è successo alla prima giornata con Heiko Herrlich, allenatore dell’Augsburg: mentre si trovava in ritiro con la squadra a tre giorni dalla ripresa del campionato, ha abbandonato la quarantena in hotel per andare al supermercato e acquistare una crema e un dentifricio. Risultato: non ha potuto sedersi in panchina contro il Wolfsburg, come da regolamento. Una volta rifatti i tamponi – entrambi negativi – si è riaggregato alla squadra.

Un caso diverso rispetto a quello scoppiato in casa Borussia Dortmund il 4 giugno: la settimana prima Jadon Sancho e altri suoi compagni avevano ricevuto la visita a casa di Winnie Karkari, professione barbiere. Il quale, nei giorni seguenti, aveva postato sui social alcuni selfie con i giocatori. Senza mascherina. La sua versione è che sarebbe stata regolarmente utilizzata durante il taglio e tolta soltanto per lo scatto finale. Il club ha redarguito pubblicamente il proprio numero 7, senza provvedimenti. Sancho è stato multato dalla DFB per aver infranto le norme di igiene (la sua reazione è stata: “Stiamo scherzando?”). Nessuna squalifica. Probabilmente la federazione aveva già deciso di ‘alleggerire’ le sanzioni, anche perché il contesto generale nel frattempo era cambiato.

Lo scalpore per i festeggiamenti troppo ravvicinati, ad esempio, è andato via via svanendo – anche se il Bayern festeggerà il Meisterschale senza le tradizionali docce di birra: ognuno avrà la sua personale bottiglia. Per il resto, abbracci e ‘high fives’ hanno ormai rimpiazzato il già quasi buon vecchio avambraccio, rimasto ancora in voga soltanto nei saluti con gli ufficiali di gara a inizio o a fine partita, oppure tra allenatori. Il cambiamento del contesto e l’abitudine ad una nuova normalità hanno fatto la differenza. Tanto che, a proposito di contatti ravvicinati, Schalke e Leverkusen hanno anche fatto scoppiare la prima mini-rissa in campo.

Le prime due squadre a rompere il tabù sono le stesse che hanno preso più delle altre alla lettera un’altra delle raccomandazioni della Federazione, ovvero quella di aggregare alla rosa della prima squadra alcuni elementi delle giovanili per ovviare a infortuni o defezioni. Il Bayer, ad esempio, ha lanciato Florian Wirtz, il primo classe 2003 a giocare in Bundes, diventato il più giovane marcatore nella storia del campionato a 17 anni e 35 giorni. Lo Schalke invece nella partita contro l’Union Berlin ha sfoggiato una panchina con sei giocatori di movimento tutti con meno di 23 anni e provenienti dalle proprie giovanili. Anche se tradizionalmente poco inclini ad affidarsi a giocatori under23, anche i club italiani potrebbero seguire l’esempio della Bundesliga. O forse dovrebbero.

 

Articolo pubblicato sul “Foglio Sportivo” del 20 giugno 2020

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