Il miracolo a Berlino Est: come l’Union Berlino ha conquistato la salvezza

“Bis zum letzten Atemzug” – fino all’ultimo respiro, o quasi. Sì, perché se la salvezza dell’Union Berlino ha già in sé fattezze semi-miracolose, la matematica certezza arrivata non all’ultima giornata e – possiamo dirlo ora – con un pizzico di sofferenza in meno del previsto, rende ancor più speciale e unica l’impresa compiuta dai ragazzi di Berlino Est. A due giornate dal termine della Bundesliga e 38 punti conquistati: decisivo l’ultimo sprint con i successi a Colonia e in casa contro il Paderborn, avversarie dirette delle zone basse.

Un inizio terrificante, il 4-0 incassato all’esordio contro l’RB Lepzig, sei sconfitte nelle prime nove giornate; poi la scossa, il derby vinto contro l’Hertha, le zingarate in trasferta e la pandemia di Coronavirus che ha prolungato la stagione, ha destabilizzato, ha aumentato la pressione fino allo sfinimento, il derby di ritorno catastrofico e alla fine la grinta ritrovata. L’annata 2019-2020 è da consegnare alla storia: quali sono state le mosse vincenti per conquistare la salvezza al primo anno?

Senza troppi giri di parole: Urs Fischer

È arrivato a Köpenick, quartier generale dell’Union Berlino, portando nella sua valigia due campionati in Svizzera vinti consecutivamente con il Basilea e di una Coppa Nazionale. Portarlo in Zweite, l’anno passato, era giù un evidente indizio delle intenzioni della società. Fischer è il salto di qualità e il suo tener saldo spogliatoio e giocatori ha premiato anche lui alla prima esperienza in Bundesliga. Lucido e sempre pacato, ha equilibrato alti e bassi di un ambiente che viveva costantemente sulle montagne russe, una sensazione che traspare da come i giocatori abbiano imparato a stare in campo e dalla mentalità “pro” instillata. Tranne Gentner, Subotic e Ujah, tutti, compresi dirigente, staff e steward non avevano mai calpestato i prati della Bundesliga e se inizialmente erano sorti nefasti dubbi sulla qualità della squadra, partita dopo partita Fischer ha responsabilizzato ulteriormente i singolari ragazzi portandoli a un livello di crescita e personalità evidenti. Robert Andrich e Keven Schlotterbeck, i più in difficoltà a inizio stagione, sono il suo manifesto d’atto compiuto.

Fonte: Getty/OneFootball

E poi c’è la sua duttilità tattica, il vero “turning point” della salvezza. Lo svizzero sin dall’anno scorso aveva modellato la squadra su un 4-3-3 con gli esterni offensivi larghi e rapidi, un centrocampista di contenimento e due abili a inserirsi. Impalcatura su cui l’Union aveva costruito anche la campagna acquisti estiva con l’arrivo di Sheraldo Becker e Marius Bülter, oltre le conferme di Akaki Gogia, Joshua Mees e Suleiman Abdullahi. Tranne il sorprendente numero 15, tutti sono si sono fermati per mesi ai box e Fischer, senza intestardirsi sui propri precetti, a novembre ha cambiato tutto con un 3-4-3 (o 5-2-3 considerando la natura difensiva di Trimmel e Lenz) con incredibile svolta positiva dell’annata. Nel mercato di riparazione invernale, poi, un solo innesto in prestito: Yunus Malli, preziosissimo per coprire un vuoto nella trequarti offensiva e tenere allacciati i reparti d’attacco e centrocampo. Anche qui, una visione lungimirante.

Vincere gli scontri dirette e limitare i danni

Sei punti su sei contro il Colonia. Quattro contro l’Augsburg, Mainz e Paderborn. Tre contro Hertha, Eintracht e Werder Brema. Considerazione banale, direste, ma l’Union ha costruito la sua salvezza vincendo le partite contro le sue dirette avversarie, ma soprattutto non perdendo match che, nel gioco dei tre punti, avrebbero allungato la forbice. Certo, i successi contro Borussia Dortmund e Mönchengladbach quando era capolista sono da incorniciare, sono medaglie da esibire al petto, ma la salvezza l’Union l’ha cementificata andando a Brema, Colonia e Magonza per prendersi i tre punti con prestazioni massicce, vincendo il derby d’andata, oppure rompendo i piani dell’Augsburg già alla seconda giornata. Per tutta la fase centrale della Bundesliga, prima della pandemia, la sensazione percepita era che l’Union potesse indossare gli abiti di “guastafeste” contro chiunque e, in diversi casi, c’è riuscito.

Le scommesse, alla fine, hanno ripagato

Come si mette su una squadra per la Bundesliga avendo praticamente tutti calciatori che in Bundes non hanno mai giocato? Il salto nel vuoto, verso l’inesplorato, avrebbe potuto condannare anzitempo l’Union con un cortocircuito di cattiva gestione, campagna acquisti scriteriata e vertigini mescolati a complessi di inferiorità. Smantellare il gruppo della storica promozione sarebbe stato deleterio, così come prima fondante mossa, la società ha puntellato i pilastri dell’anno passato, nessuna cessione “illustre”, al contrario l’acquisto a titolo definitivo di Marvin Friedrich, il più costante assieme a Gikiewicz, Trimmel e Andersson.

Tutti si sono messi in gioco e l’idea di essere la “scommessa” della stagione ha “infottato” l’ambiente: Gentner e Subotic, i colpi da 90 che dalle parti di Köpenick non si erano mai visti, hanno fatto leva proprio sull’orgoglio e sul riscatto. Non hanno certo bisogno di presentazioni, il primo veniva dalla cocente retrocessione con lo Stoccarda, il secondo vittima di infortuni e andato in Francia, è voluto ritornare in Germania per sentirsi ancora protagonista. Leader Gentner, imprescindibile, Subotic ha accusato qualche giro a vuoto, ma la sua esperienza è servita da chioccia per i più “sbarbati” compagni di reparto. Lo stesso Ujah si è messo a disposizione; Andrich e Ingvartsen, classe 1994 e 1996, presi dall’Heidenheim e dal Genk, nella centrifuga di sperimenti, di sconfitte, di cambi avrebbero potuto smarrirsi e bruciarsi immediatamente, invece partita dopo partita sono stati elementi di inaspettata solidità. Il danese con 5 gol e 3 assist è stato la spalla perfetta per Andersson (lui, una bestia) o meglio, la seconda spalla perfetta, perché l’incoscienza e la pazzia di quest’annata ha il volto di Marius Bülter: da 0 a 100, dalla terza serie ai giganti, dai dubbi se continuare a giocare a calcio alla doppietta contro il Borussia Dortmund. Non un fuoco di paglia, ma un tarantolato. E sulla sua incoscienza, l’Union si è aggrappato quando ha avuto paura di osare.

La bolgia dello Stadion An der Alten Försterei

11 Freunde ha chiesto ai suoi lettori qual è lo stadio in Bundesliga ad avere la miglior atmosfera e nel quale si alzano sensibilmente i decibel. E l’An der Alten Försterei è stato votato dal 21,3 per cento piazzandosi al secondo posto, davanti al Signal-Iduna Park e alle spalle della Commerzbank-Arena di Francoforte. Proprio i giocatori del Borussia, nel match perso 3-1 alla terza giornata, hanno affermato la difficoltà durante quella partita a parlarsi tra di loro a causa del frastuono incessante. Detto da chi è abituato al muro giallo…

Sì, giocare nello stadio che sorge in mezzo alla foresta, è davvero ostico (se sei un avversario). E non è casuale se, alla ripresa post-lockdown, l’Union è stata la squadra più penalizzata e in sofferenza. Ma gli Eisernen possono dormire sonni tranquilli: adesso avranno almeno un’altra stagione per poter supportare i loro beniamini ancora una volta in Bundesliga.

Le avventure di Giovanni Trapattoni al Bayern

Trapattoni Bayern

Poco più di tre minuti e mezzo. Sono quelli che nel marzo 1998 hanno seppellito l’esperienza di Giovanni Trapattoni al Bayern Monaco. L’hanno sotterrata sotto un diluvio di parole, di gesti e di espressioni che hanno fatto la Storia. Una conferenza stampa, uno sfogo, che hanno cancellato tre anni in cui il Trap ha conquistato emotivamente il Bayern Monaco e la Germania del calcio, portando a casa un Meisterschale, una Coppa di Germania e una DFB-Supercup.

1994, la falsa partenza – Dopo tre allenatori in quattro anni e un Meisterschale vinto con il “totem” Franz Beckenbauer in panchina, nella primavera del ’94 la dirigenza del Bayern Monaco è alla ricerca di un tecnico che possa aprire un ciclo. La scelta ricade su Giovanni Trapattoni, reduce dalla sua seconda esperienza alla Juventus. È il primo allenatore italiano di un club di Bundesliga. Gli affiancano come assistenti Massimo Morales, 30 anni, campano, tecnico delle giovanili bavaresi e Klaus Augenthaler, già vice di Ribbeck e di Beckenbauer. La rosa è ottima, con Helmer, Babbel, Scholl, i neoacquisti Papin e Kahn (quest’ultimo infortunatosi gravemente) e Lothar Matthäus. Anche per questo l’obiettivo dichiarato è di vincere. E subito. Gli inizi però sono da incubo: sconfitta 3-1 ai supplementari nella Supercoppa di Germania contro il Werder Brema di Rehhagel e soprattutto ko al primo turno di DFB-Pokal contro il TSV Vestenbergsgreuth, squadra di quarta serie.

La pressione è tanta, i problemi pure. La lingua, che il Trap fa fatica a padroneggiare, i contrasti con i giocatori, per esempio Lothar Matthäus: il tecnico lo vorrebbe libero, lui preferisce il ruolo da centrocampista e non lo manda dire. Alla fine del girone d’andata il Bayern è quarto, alla fine sarà sesto, in Coppa UEFA, in quella Coppa che Beckenbauer, ora presidente, chiama “la coppa dei perdenti”. Il miglior risultato è la semifinale di Champions League con l’Ajax. Già da febbraio si sa già il destino del Trap: tornerà in Italia, dato che ha rifiutato di prolungare il contratto con i bavaresi.

1996, Trap 2, la vendetta – Dopo il primo esonero della sua carriera, a Cagliari, il Trap riceve una chiamata. È quella di Kaiser Franz, che lo rivuole a Monaco. Il Trapattoni bis al Bayern diviene realtà. Non più un arrivo fastoso, ma quasi un incognito. L’obiettivo è far dimenticare la parentesi di Otto Rehhagel, tecnico esonerato a poche giornate dalla fine e con la squadra in finale di Coppa UEFA, poi vinta contro il Bordeaux, ancora con Beckenbauer in panchina. La squadra che ha a disposizione è ancora migliore rispetto a quello del ’94: ci sono Klinsmann e la coppia di neoacquisti Rizzitelli e Mario Basler, oltre a uno Zickler molto maturato. A parte l’eliminazione precoce dalla Coppa UEFA (al primo turno con il Valencia) la stagione va alla grande. In tutto il girone d’andata il Bayern perde una sola volta e alla 17esima giornata agguanta il primato. Tolte due giornate, non lo lascerà fino alla fine. La partita decisiva per il Meisterschale è il 24 maggio ’97, all’Olympiastadion contro lo Stoccarda di Joachim Löw. La decidono Rizzitelli e Witeczek. Finisce 4-2.

Il Trap vince il suo primo titolo fuori dall’Italia e per la prima volta un allenatore non di lingua tedesca conquista la Bundesliga. Per festeggiare il giorno dopo Trapattoni e i suoi giocatori si affacciano come da tradizione dal balcone del municipio, nella Marienplatz. Giovanni ha i Lederhosen e canta “Volare”, insieme al bomber azzurro.

1997-1998, non solo “Strunz” – Dopo il Meisterschale, l’obiettivo dei bavaresi è ripetersi. Il Trap, per provarci, ha anche rifiutato la corte della Roma. Per lui, sposato con Paola, donna conosciuto proprio a Roma durante le Olimpiadi 1960, sarebbe stata la chiusura di un cerchio. Il precampionato però sembra dargli ragione. Il Bayern fa suo la Supercoppa battendo con un periodico 2-0 il Borussia Dortmund campione d’Europa e il Bayer Leverkusen. L’inizio della Bundesliga è un po’ più complicato. Una sconfitta a sorpresa con la neopromossa Kaiserslautern e un pari esterno con il ‘Gladbach. Poi dalla quarta giornata il Bayern si installa al secondo posto. L’avversario più temibile non è il Dortmund ma il Kaiserslautern di Rehhagel. Il Trap dice addio al bis nazionale l’8 marzo ’98 dopo il ko 1-0 dallo Schalke. È la terza sconfitta consecutiva del Bayern e Trapattoni sbotta. Accusa i giocatori facendo nomi e cognomi. Diretto, verace. Rummenigge e Beckenbauer lo prendono in giro: “Finalmente ti riconosciamo” gli dicono. Non è il tedesco di Goethe, ma nelle restanti nove gare di Bundesliga il Bayern non perde più. Il Meisterschale se lo prende però Rehhagel, mentre l’avventura in Champions si chiude ai quarti, dopo 210 minuti di battaglia con il Borussia Dortmund che piega i campioni di Germania ai supplementari nel primo derby tedesco nella massima competizione europea.

C’è però un’ultima soddisfazione: il 16 maggio 1998 il Bayern conquista la Coppa di Germania, mettendo ko 2-1 in rimonta il Duisburg. Decisivo Mario Basler, uno di quelli su cui il Trap aveva puntato il dito. Lo lanciano in aria. È la sua ultima partita, con cui mette in bacheca il ventesimo trofeo della sua carriera. Al Bayern nessuno però, tifosi, media e dirigenti, si è dimenticato di Trapattoni. Tanto che nel 2019, Uli Hoeneß, per lasciare il Bayern dopo 49 anni, non ha citato Beckenbauer ma Giovanni da Cusano Milanino. “Das war’s. Ich habe fertig”. Le stesse parole con cui l’italiano aveva chiuso il suo famoso sfogo.

🎙 BundesITalk, ep. 17 – Tra Meister e Geister

meister Geister

BundesITalk è il podcast di Bundesitalia.com, ideato, creato e gestito dalla redazione. In 45 minuti parliamo dei temi più caldi del calcio tedesco. In questo caso, Meister e Geister: chi trionfa e chi invece affronta i propri fantasmi.

Nella diciassettesima puntata del podcast, infatti, abbiamo parlato del Bayern Monaco e della corsa verso il Meisterschale vinto in trasferta sul campo del Werder Brema. Lo stesso Werder che vive l’incubo retrocessione, ma non è l’unica squadra che vede a rischio gli obiettivi. Spazio anche alla Zweite con i momenti di Amburgo e Stoccarda e la festa dell’Arminia Bielefeld.

Con Giorgio Dusi e Roberto Brambilla. Con la partecipazione di Pietro Nicolodi.

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