Da Yeboah a oggi: la lotta al razzismo dell’Eintracht

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Nel giugno del 2014, sulla facciata di un enorme palazzo che dà sulla S-Bahn di Francoforte, più o meno all’altezza della fermata Niederrad, è comparso il volto gigantesco di Antony “Tony” Yeboah e, giocando con i rilievi del volto, la scritta Wir schämen uns für alle, die gegen uns schreien”, ”ci vergogniamo per tutti coloro che urlano contro di noi”. Yeboah 25 anni prima è stato uno dei primi calciatori neri a giocare in Germania, aveva lasciato il Ghana per accasarsi al Saarbrücken e la sua battaglia, la sua presa di posizione contro la discriminazione e il tifo di estrema destra ha contribuito a portare la stessa società dell’Eintracht a indispensabile modello e ruolo sociale nel calcio tedesco per il suo impegno nell’estirpare il razzismo all’interno della sua stessa curva.

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Esultanza di Yeboah al primo gol con l’Eintracht. Fonte: @Eintracht

Siamo alla fine degli anni Ottanta, i talent-scout europei sondano in Africa alla ricerca di futuri talenti e nel contesto di questo interesse per il calcio africano, l’attaccante ghanese nato a Kumasi nel 1966 arriva in Europa, nella piccola squadra del Saarland (oggi nota per aver raggiunto le semifinali di DFB-Pokal) dove il ghanese realizza ben 26 reti in 60 partite in due stagioni tra il 1988 e il 1990, contribuendo a portare il club a un passo dalla Bundesliga. E’ la stagione 1989/90, il Saarbrücken si piazza terzo in Zweite e l’ultimo ostacolo sulla via della gloria è l’Eintracht Frankfurt che annaspa in terzultima posizione in Bundesliga: uno spareggio da dentro o fuori. Ma non solo: è il presente e il futuro di Yeboah perché la squadra sul Meno lo acquista per la stagione successiva. L’Eintracht vince lo spareggio (vittoria per 2-0 all’andata e sconfitta 2-1 al ritorno), ma la partita casalinga del 21 giugno passa alla storia per i vergognosi ululati di scimmia e il lancio di banane verso Tony dei tifosi avversari che solo qualche mese dopo sarebbero diventati i suoi sostenitori.

Uno stupido paradosso. Il ghanese avrebbe potuto rescindere il contratto, ma caparbiamente non rinuncia: decide di andare comunque a giocare e segnare per l’Eintracht, ma soprattutto scrive insieme a Souleyman Sané, papà di Leroy, e Tony Baffoe una lettera che ha fatto storia nell’inserimento dei calciatori africani in Bundesliga: “Wir schämen uns für alle, die gegen uns schreien”. Esattamente la scritta che un quarto di secolo dopo campeggia sul murale.

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L’iniziativa del 1992 per contrastare il razzismo.

Tony ha segnato 89 gol e confezionato 28 assist in oltre 150 partite giocate con l’Eintracht vincendo per due volte il titolo di capocannoniere nel 1993 e nel 1994, ma l’impatto dell’attaccante da quelle parti della Germania è percepibile ancora oggi e anche fuori dal rettangolo verde di gioco. Dopo Yeboah la storia cambia, non soltanto i gruppi di tifosi di Francoforte abbandonano il razzismo ma diventano addirittura antirazzisti e antifascisti militanti. Nel 1992, appena due anni dall’episodio, la campagna di abbonamento dei fan viene intitolata “United colours of Bembeltown”, uno “statement” ancora oggi valido, giocando con il più popolare Benetton. Gli estremisti di destra vengono banditi dalla curva oggi simbolo dell’integrazione.

A supporto c’è anche la società: nel gennaio 2018, durante l’assemblea generale tra soci, il presidente Peter Fischer ha pubblicamente richiesto di continuare a “respingere i principi della discriminazione, del razzismo e dell’antisemitismo” aggiungendo che è inconciliabile essere un supporter dell’Eintracht e votare o essere membro del partito Afd, Alternative für Deutschland, di estrema destra. Fisher è un ex-ultras: è cresciuto nel settore più caldo dello stadio Commerzbank-Arena, in cui sono soliti ritrovarsi i supporter più accesi del team tedesco rosso-nero.

Gli sticker ideati dal tifoso Sebastian Braun.

Tra i supporter c’è Sebastian Braun, ragazzo di 32 anni, che a settembre 2019 ha iniziato a stampare mille adesivi con la scritta “Eine Stadt. Ein Verein. Gegen Rassismus, Faschismus, Homophobie”. Un’iniziativa spontanea che ha un linguaggio comune, quello della strada e quello degli sticker visibili a tutti: Seb li ha appiccicati allo stadio, in città e li ha distribuiti tra gli amici.

“Volevo prendere una posizione più attiva per contrastare quello che sta succedendo in Germania dove sembra che il fascismo e il razzismo siano diventati di nuovo socialmente più accettabili”.

Il proprietario di un’azienda di tecnologia medica l’ha supportato aiutandolo a stampare altre 33mila copie e, seppur non ufficialmente, l’iniziativa è condivisa da chiunque graviti attorno al mondo Eintracht arrivando anche a vedere adesivi anti-razzismo affissi a Budapest o in Cina o in Thailandia.

“C’è un forte desiderio nel club e tra i tifosi di dire che difendiamo la diversità e ci siamo contro il razzismo, il fascismo e l’omofobia”.

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