Renato Steffen, il piccolo grande goleador del Wolfsburg

Renato steffen

Bayer Leverkusen-Wolfsburg, minuto 67. Da un cross di Joao Victor, Renato Steffen spicca di testa su Wendell siglando la rete del 3-0 a favore della squadra dell’Autostadt. Una scena non nuova: per lo svizzero è il quarto goal (su sei stagionali) arrivato grazie a un colpo di testa. Numeri normali per un attaccante, decisamente meno per un esterno di centrocampo di soli 170 cm di altezza. Che, un po’ per caso, si è ritrovato ad essere uno dei migliori goleador dei lupi. E che a segnar di testa ci ha preso gusto. Anche grazie ai suoi goal il Wolfsburg, guidato dall’allenatore austriaco Oliver Glasner, è in piena corsa per guadagnarsi la conferma di un posto in Europa League.

Durante il girone di ritorno, a seguito dell’infortunio al legamento crociato subito dal brasiliano William e degli acciacchi di capitan Guilavogui, fino a quel momento due perni nel 3-4-3 del tecnico, il Wolfsburg ha dovuto necessariamente cambiare sistema di gioco, passando da una difesa a 3 ad una a 4.  Proprio grazie a questo cambio tattico, Renato Steffen ha potuto trovare il giusto spazio per esprimere al meglio le proprie caratteristiche, tanto da segnare 6 gol da gennaio ad oggi, diventando così uno dei migliori cannonieri del Wolfsburg dell’anno 2020 insieme al bomber Wout Weghorst.

“La mia fiducia è aumentata, ho riacquisito la spensieratazza che avevo in passato, gioco senza rimugniare troppo”

Steffen all’Aargauer Zeitung

Renato Steffen è approdato a Wolfsburg nel gennaio 2018, dopo anni di esperienza in Super League (la prima lega calcistica svizzera) passando per Thun, Young Boys e Basilea, dove ha conquistato due campionati svizzeri e una coppa nazionale, ma si è preso anche tanti insulti per il trasferimento dai rivali gialloneri. É anche nel giro della Nazionale, anche se senza mai riuscire a imporsi come titolare: una decina di presenze dal 2015 ad oggi, trovando la convocazione con continuità soltanto nel 2019.

Anche al Wolfsburg è sempre stato considerato come una buona riserva. Sotto la gestione di Bruno Labbadia ha ricoperto la posizione di ala destra nel 4-4-2, oppure come attaccante esterno destro nel 4-3-3. Occasionalmente quest’anno con Glasner ha anche coperto il ruolo di esterno a tutta fascia nel 3-4-3.

La duttilità è uno dei suoi pregi. Oltre al tempismo nel gioco aereo ed il fisico roccioso – simile a quello del suo connazionale Shaqiri – Steffen è dotato di un ottimo tiro dalla distanza e di un dribbling secco e veloce. Li ha messi in evidenza soprattutto a febbraio contro il Mainz, quando ha segnato uno dei goal più belli della stagione: triplo dribbling secco nello stretto e conclusione precisa a rete.

Il piccolo centrocampista goleador del Wolfsburg sta così convincendo sempre di più la tifoseria e i dirigenti della società dell’Autostadt delle sue grandi potenzialità. A 29 anni da compiere a novembre, ha trovato la sua dimensione. Il ‘kicker’ quest’anno lo ha già inserito due volte nell’undici ideale della giornata. Chissà che non possa essere proprio lui, a sorpresa, l’arma vincente del Wolfsburg per raggiungere un posto nelle competizioni europee.

Schreuder e l’Hoffenheim si sono lasciati (anche) per colpa di un cane

kaderabek Schreuder Hoffenheim

L’esonero del tecnico Alfred Schreuder dall’Hoffenheim ha fatto piuttosto discutere, anche perché la squadra si trovava al settimo posto della classifica di Bundesliga con 43 punti in 30 partite, in linea con le aspettative. Certo, ci sono state diverse incertezze soprattutto a livello fisico e difensivo, ma la stagione non sembrava essere negativa.

Ufficialmente Schreuder e l’Hoffenheim si sono separati per “divergenze e vedute diverse rispetto al futuro del club”. Ci può stare. Però, secondo ‘Sport Bild’, ci potrebbe essere stato dell’altro. Una divergenza, sì, ma su una situazione molto recente. Per la precisione risalente alla sfida contro il Mainz dello scorso 30 maggio.

Tra le varie assenze di quel match, risulta anche quella di Pavel Kaderabek. Il terzino destro ceco è stato sostituito dal giovanissimo Melayro Bogarde, classe 2002 nipote del più famoso Winston. La sua partita durò 45 minuti rischiando un rosso. Poi lasciò il campo ad Akpoguma. Alla fine arrivò una vittoria grazie a Bebou, ma la mancanza del ceco si sentì.

Kaderabek non aveva preso parte al match perché il suo cane, Dobby, Golden Retriever a cui il calciatore era molto affezionato, non stava bene. In più la moglie Tereza aspetta un altro bambino. Insomma, non voleva abbandonare la famiglia in un momento difficile. Dobby, purtroppo, non ce l’ha fatta ed è morto. La famiglia era molto legata a lui, tanto che aveva cambiato casa perché il giardino era troppo piccolo per farlo giocare.

La questione sarebbe stata dibattuta in casa Hoffenheim, con nette divergenze tra l’allenatore Alfred Schreuder e il direttore sportivo Alexander Rosen. Il primo, in particolare, non aveva preso bene la scelta di Kaderabek, definendola non professionale. Rosen, dal canto suo, ha invece supportato il giocatore. 

Punti di vista diversi che, sommati certamente ad altri fattori, hanno portato alla decisione di separarsi. Kaderabek, comunque, è rientrato in squadra regolarmente nella partita contro il Fortuna del 6 giugno, partendo dalla panchina.

Da Yeboah a oggi: la lotta al razzismo dell’Eintracht

eintracht razzismo.

Nel giugno del 2014, sulla facciata di un enorme palazzo che dà sulla S-Bahn di Francoforte, più o meno all’altezza della fermata Niederrad, è comparso il volto gigantesco di Antony “Tony” Yeboah e, giocando con i rilievi del volto, la scritta Wir schämen uns für alle, die gegen uns schreien”, ”ci vergogniamo per tutti coloro che urlano contro di noi”. Yeboah 25 anni prima è stato uno dei primi calciatori neri a giocare in Germania, aveva lasciato il Ghana per accasarsi al Saarbrücken e la sua battaglia, la sua presa di posizione contro la discriminazione e il tifo di estrema destra ha contribuito a portare la stessa società dell’Eintracht a indispensabile modello e ruolo sociale nel calcio tedesco per il suo impegno nell’estirpare il razzismo all’interno della sua stessa curva.

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Esultanza di Yeboah al primo gol con l’Eintracht. Fonte: @Eintracht

Siamo alla fine degli anni Ottanta, i talent-scout europei sondano in Africa alla ricerca di futuri talenti e nel contesto di questo interesse per il calcio africano, l’attaccante ghanese nato a Kumasi nel 1966 arriva in Europa, nella piccola squadra del Saarland (oggi nota per aver raggiunto le semifinali di DFB-Pokal) dove il ghanese realizza ben 26 reti in 60 partite in due stagioni tra il 1988 e il 1990, contribuendo a portare il club a un passo dalla Bundesliga. E’ la stagione 1989/90, il Saarbrücken si piazza terzo in Zweite e l’ultimo ostacolo sulla via della gloria è l’Eintracht Frankfurt che annaspa in terzultima posizione in Bundesliga: uno spareggio da dentro o fuori. Ma non solo: è il presente e il futuro di Yeboah perché la squadra sul Meno lo acquista per la stagione successiva. L’Eintracht vince lo spareggio (vittoria per 2-0 all’andata e sconfitta 2-1 al ritorno), ma la partita casalinga del 21 giugno passa alla storia per i vergognosi ululati di scimmia e il lancio di banane verso Tony dei tifosi avversari che solo qualche mese dopo sarebbero diventati i suoi sostenitori.

Uno stupido paradosso. Il ghanese avrebbe potuto rescindere il contratto, ma caparbiamente non rinuncia: decide di andare comunque a giocare e segnare per l’Eintracht, ma soprattutto scrive insieme a Souleyman Sané, papà di Leroy, e Tony Baffoe una lettera che ha fatto storia nell’inserimento dei calciatori africani in Bundesliga: “Wir schämen uns für alle, die gegen uns schreien”. Esattamente la scritta che un quarto di secolo dopo campeggia sul murale.

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L’iniziativa del 1992 per contrastare il razzismo.

Tony ha segnato 89 gol e confezionato 28 assist in oltre 150 partite giocate con l’Eintracht vincendo per due volte il titolo di capocannoniere nel 1993 e nel 1994, ma l’impatto dell’attaccante da quelle parti della Germania è percepibile ancora oggi e anche fuori dal rettangolo verde di gioco. Dopo Yeboah la storia cambia, non soltanto i gruppi di tifosi di Francoforte abbandonano il razzismo ma diventano addirittura antirazzisti e antifascisti militanti. Nel 1992, appena due anni dall’episodio, la campagna di abbonamento dei fan viene intitolata “United colours of Bembeltown”, uno “statement” ancora oggi valido, giocando con il più popolare Benetton. Gli estremisti di destra vengono banditi dalla curva oggi simbolo dell’integrazione.

A supporto c’è anche la società: nel gennaio 2018, durante l’assemblea generale tra soci, il presidente Peter Fischer ha pubblicamente richiesto di continuare a “respingere i principi della discriminazione, del razzismo e dell’antisemitismo” aggiungendo che è inconciliabile essere un supporter dell’Eintracht e votare o essere membro del partito Afd, Alternative für Deutschland, di estrema destra. Fisher è un ex-ultras: è cresciuto nel settore più caldo dello stadio Commerzbank-Arena, in cui sono soliti ritrovarsi i supporter più accesi del team tedesco rosso-nero.

Gli sticker ideati dal tifoso Sebastian Braun.

Tra i supporter c’è Sebastian Braun, ragazzo di 32 anni, che a settembre 2019 ha iniziato a stampare mille adesivi con la scritta “Eine Stadt. Ein Verein. Gegen Rassismus, Faschismus, Homophobie”. Un’iniziativa spontanea che ha un linguaggio comune, quello della strada e quello degli sticker visibili a tutti: Seb li ha appiccicati allo stadio, in città e li ha distribuiti tra gli amici.

“Volevo prendere una posizione più attiva per contrastare quello che sta succedendo in Germania dove sembra che il fascismo e il razzismo siano diventati di nuovo socialmente più accettabili”.

Il proprietario di un’azienda di tecnologia medica l’ha supportato aiutandolo a stampare altre 33mila copie e, seppur non ufficialmente, l’iniziativa è condivisa da chiunque graviti attorno al mondo Eintracht arrivando anche a vedere adesivi anti-razzismo affissi a Budapest o in Cina o in Thailandia.

“C’è un forte desiderio nel club e tra i tifosi di dire che difendiamo la diversità e ci siamo contro il razzismo, il fascismo e l’omofobia”.