Gerald Asamoah, un pezzo di storia dello Schalke dal cuore grande

Gerald Asamoah

Come si sa le proteste negli Stati Uniti per la morte di George Floyd hanno portato a reazioni e gesti anche in Bundesliga. Un personaggio che si batte da sempre sul tema del razzismo, in particolare a Gelsenkirchen, è Gerald Asamoah.

Classe 1978, l’attaccante nato in Ghana ma di nazionalità tedesca cresce nell’Hannover. Ha vent’anni quando il suo nome inizia a girare negli ambienti del calciomercato. 19 gol in 33 partite in Regionalliga, tra cui il gol nel derby contro l’Eintracht Braunschweig che sancisce l’accesso allo spareggio per la promozione in Zweite contro il TeBe Berlin. L’andata della finale in quel di Berlino sembra mettere la parola fine ai sogni dell’Hannover: 2-0 per la squadra della capitale. Ma l’impresa si compie in Bassa Sassonia il 24 maggio 1998. È proprio il giovane Asamoah a sbloccare il risultato al settimo minuto; poi il 2-0 nel finale e la vittoria ai calci di rigore.

Un buon rendimento in Zweite l’anno successivo conferma ai dirigenti dello Schalke e all’allenatore Huub Stevens le impressioni positive apprezzate in Regionalliga, così in estate si concretizza il trasferimento in Vestfalia. Forse neanche Asamoah si aspettava una crescita così veloce: 33 presenze in Bundesliga nella stagione 19/2000, 29 nel 20/2001 con qualificazione in Champions League. In più due vittorie consecutive della DFB Pokal, prima contro l’Union nel 2001 (lui segna il gol dello 0-2 nella semifinale a Stoccarda) e poi contro il Bayer Leverkusen nel 2002, e due Intertoto nel 2003 e nel 2004.

Anche la chiamata in nazionale arriva in fretta e l’esordio è indimenticabile: convocato da Rudi Völler a maggio 2001, nell’amichevole contro la Slovacchia segna dopo 50 minuti. Parteciperà a due Mondiali: nel 2002, giocando anche qualche minuto nella finale contro il Brasile e nel 2006, scendendo in campo nel finale dell’ultima partita del girone contro l’Ecuador. Oggi spesso gioca con le ‘leggende’ della Germania, nonostante il fisico non sia proprio dei migliori (anche quando giocava, comunque, non era proprio filiforme…).

Dopo undici stagioni, 381 partite, 64 gol e 45 assist, Asamoah lascia Gelsenkirchen nell’estate del 2010, provando senza fortuna a salvare il St. Pauli. Poi due stagioni al Greuther Fürth, la prima con una grande promozione, e la conclusione di un’ottima carriera “a casa” con l’Under 23 dello Schalke in Regionalliga. Chiude però con una statistica non particolarmente gratificante, che dice del suo non sempre ottimale stato di forma: nella storia della Bundesliga è il terzo giocatore più sostituito (139 volte, la più famosa con Hanke pochi minuti prima che si inventasse il gol da centrocampo contro il Leverkusen) alle spalle soltanto di Hermann e Altintop.

Il legame con Gelsenkirchen è rimasto ben saldo anche dopo l’addio al calcio giocato, grazie al ruolo di Team Manager della seconda squadra. Così come l’unione con il suo vecchio mentore Huub Stevens, che l’ha promosso Team Manager della prima squadra durante il suo breve interregno tra Tedesco e Wagner.

Asamoah continua a essere un esempio positivo, in primo luogo grazie a campagne contro il razzismo (dure le sue prese di posizione dopo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio di Sorveglianza dei Knappen Clemens Tönnies e a seguito degli insulti di una parte dell’Arena aufSchalke a Torunarigha in DFB Pokal). In questi giorni in cui il tema è tornato tristemente alla ribalta le sue parole sono come sempre chiare e significative.

“Se non hai sperimentato il razzismo su di te non capirai mai veramente cosa significhi. È un dolore che porti dentro te stesso e che non puoi reprimere”.

Continuerà con ancora più impegno a visitare le scuole per “spiegare ai giovani che siamo tutti uguali“. Insomma, quel giovane attaccante di origini ghanesi dell’Hannover si è fatto strada grazie all’impegno, al cuore e ricordando sempre le proprie origini.

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