Amici dietro il filo spinato: il derby di Berlino che univa Hertha e Union

derby di berlino

#BerlinSiehtRot è il mantra che da ottobre, sempre con maggior insistenza, si ripete tra le strade della zona est di Berlino o sui social. Sui muri, così come sui profili dei tifosi Eisernen, riecheggia questa scritta: “Berlino vede rosso”. Il generatore automatico dei calendari della Bundesliga si è divertito a piazzare il derby di Berlino, il primo derby tra Hertha e Union giocato nella massima serie tedesca, a ridosso dell’anniversario dei 30 anni del crollo del Muro, avvenuto il 9 novembre 1989.

Da una parte l’Ovest, dall’altra l’Est, rivalità per antonomasia, di quelle che non si vedevano da tempo: prima della sfida di novembre, decisa da un rigore di Seb Polter, erano passati più di sette anni dall’ultima sfida giocata a Köpenick, allo stadio An der Alten Försterei, era il 3 settembre 2012 e vide la vittoria degli ospiti. L’ultimo scontro in assoluto, invece, si era giocato sempre quell’anno nel girone di ritorno della ZweiteLiga, all’Olympiastadion per un 2-2 rocambolesco con l’Union in doppio vantaggio e poi raggiunto a cinque minuti dalla fine. Poi più nulla perché quello stesso anno l’Hertha centrò la promozione in Bundes e i due percorsi, come binari, non si sono mai sfiorati o incrociati.

Derby di Berlino, essuna rivalità: il sentimento predominante era la simpatia

Eppure riavvolgendo le lancette del tempo emerge che tra le due squadre berlinesi fino agli albori degli anni Novanta non c’era rivalità. Anzi, tra i tifosi i sentimenti predominanti erano la simpatia e anche l’amicizia. Facile credere che molto sia dipeso dall’ingombrante presenza del Muro che per 30 anni ha tenuto lontano le due realtà calcistiche: con la nascita della Bundesliga nel 1963 (in Germania Ovest) e con la trasmissione delle partite sulla televisione occidentale, ma che aveva diffusione su tutto il territorio, per molti appassionati di calcio dell’est divenne quasi naturale avere un debole per una squadra dall’altra parte del mondo.

A metà degli anni Settanta ci furono i primi contatti tra le due tifoserie: allo stadio An der Alten Försterei si sentivano sempre più spesso cori a favore dei cugini blu; striscioni e slogan di incitamento si leggevano anche all’Olympiastadion durante i match casalinghi dell’Hertha. Indossavano anche sciarpe, berretti e giubbotti con i colori dell’altro club con delle patch fatte in casa con scritte del tipo “Amici dietro il filo spinato” o “Hertha e Union – una nazione”.

Due giorni dopo la caduta del Muro, l’11 novembre 1989, l’Hertha giocava un match in casa contro il Wattenscheid 09: gli appassionati di calcio orientali colsero la palla al balzo, approfittando della libertà di circolazione, per assistere all’incontro. Lo stadio era stracolmo di 55.000 spettatori invece della solita affluenza di circa 10.000 tifosi. Tra i presenti, c’era anche qualche giocatore dell’Union assieme al loro allenatore Karsten Heine. L’Hertha ottenne con difficoltà il pareggio per 1-1, ma venne celebrata tra gli spalti come una grande vittoria. In futuro si dirà che l’allenatore del Wattenscheid, Hannes Bongartz, non avesse voluto vincere la partita per non rovinare l’atmosfera che si respirava quel giorno.

Derby di Berlino - Fonte: @bild.de

Gennaio 1990, la partita della riunificazione tra le due Germanie

Sulla scia di questa positività ed euforia, il 27 gennaio 1990, nell’imponente cornice (agli occhi dei tifosi dell’Union) dell’Olympiastadion, si disputò il “Wiedervereinigungsspiel” ovvero la “partita della riunificazione”, sottotitolo: l’esempio concreto di come lo sport e, di riflesso, il calcio possano essere importanti e determinanti su decisioni politiche. La Germania Ovest e la Germania Est si ritrovarono da un momento all’altro senza una barriera, erano “nude” e impreparate dinanzi al futuro e, in quel clima di incertezza, l’incontro tra Hertha e Union senza dubbio facilitò e alleggerì il dialogo tra le due nazioni. Quel derby di Berlino fu il primo, vero tentativo di cucitura: il match fu organizzato dalle Poste tedesche, il biglietto costava cinque marchi, non importava se fossero della Repubblica federale o di quella democratica,, ed era stata data libera possibilità di raggiungere lo stadio usando mezzi pubblici o privati: per la prima volta si videro le Trabant parcheggiate fuori.

Ben 51.720 tifosi si presentarono alle 14.30 per il fischio di inizio del derby di Berlino. I colori, tra gli spalti, si mescolavano: il blu e il rosso, in mezzo il bianco; era il giorno giusto per fraternizzare e i cori e gli striscioni, monotematici, esaltavano il doppio dominio delle due squadre separate dal fiume Sprea. Sul campo, l’Hertha vinse 2-1 e l’ironia e il destino anche quel pomeriggio si divertirono a incrociare storie e coincidenze: ad aprire le marcature, infatti, fu Axel Kruse, ex attaccante dell’Hansa Rostock che l’8 luglio 1989, approfittando di un’amichevole della sua squadra a Copenaghen, scappò dalla DDR per rifugiarsi in Germania Ovest e si accasò proprio nell’Hertha. Nel tripudio generale delle tifoserie, il gol del pareggio dell’Union fu un momento toccante e da pelle d’oca: alla rete di André Sirocks, la prima storica marcatura della squadra dell’est su un campo fuori dai confini della Repubblica Democratica tedesca, anche i calciatori della squadra rivale si fermarono ad applaudire. Per finire, la rete del definitivo 2-1 fu segnata da René Unglaube, un ex-Eisern.

E dopo? Perché tutto si è dissolto? Ben presto l’atmosfera speranzosa e amichevole tra le due tifoserie andò scemando. Già nella seconda partita che si giocò all’Alte Försterei, il 12 agosto 1990, si presentarono poco meno di 4.000 spettatori. L’esigua capienza dello stadio e la data in pieno periodo estivo possono solo in parte motivare quella debacle: quello, forse, fu probabilmente il primo segno di reciproca indifferenza. Nel corso del tempo, i tifosi hanno sviluppato nuove antipatie e la vecchia “amicizia dietro il filo spinato” è rimasta un piacevole ricordo sbiadito.

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