Nello Di Martino, l’italiano più famoso di Berlino

nello di martino

Quarantanove anni di servizio tra campo e panchina. Nello Di Martino, professione “Teamleiter” è la persona che da più tempo lavora per l’Hertha Berlino di oggi. Classe 1951, originario di Vico Equense, in provincia di Napoli, alla Alte Dame ci è arrivato nel 1971. All’epoca era un portiere quasi ventenne, cresciuto nel settore giovanile dell’Inter e che aveva disputato l’ultima stagione in Serie C, al Rapallo.

Del suo arrivo ha raccontato recentemente a Kicker.

“Conoscevo un famoso procuratore italiano  che era diventato amico dell’allora presidente dell’Hertha Wolfgang Holst. Erano quattro mesi che in Italia non ricevevo lo stipendio, così mi sono detto: andiamo. Al massimo se non funziona posso sempre tornare indietro”.

Il viaggio in treno, l’impatto con la città divisa dal Muro e con una lingua che non conosce per nulla, poi problemi burocratici che lo vedono scendere in campo solo qualche mese dopo il suo arrivo. Anche se l’Hertha l’ha sempre pagato dal primo giorno. La sua carriera tra i pali, con la seconda squadra nella Amateur-Oberliga Berlin, durerà un paio d’anni, perché a causa delle complicazioni seguite a un intervento al menisco, Nello neanche 25enne si deve ritirare. È l’inizio di un’eccezionale avventura. Alla Alte Dame fa praticamente di tutto. Assistente allenatore, collaboratore tecnico e soprattutto dalla fine degli anni settanta preparatore dei portieri.

Foto da YouTube

È lui, che ha giocato con Volkmar Groß (secondo Di Martino uno che avrebbe potuto fare concorrenza a Sepp Maier se non fosse incappato nello scandalo del 1971) e Norbert Nigbur, a fare il “provino” a Gabor Kiraly, vera icona dell’Hertha.

“Quando abbiamo fatto la prova a Gabor lui era su ogni pallone e usciva dai pali per bloccare il pallone come adesso quasi non si vede più”.

Una parentesi da preparatore, in cui ci sono state soddisfazione come le promozioni, le due finali di Coppa di Germania a fine anni settanta e la partecipazione alla Champions League, ma anche delusioni. Come quella datata 1986, con l’Hertha retrocesso in terza serie, che deve abbandonare l’Olympiastadion, per fare posto al Blau Weiß 90, promosso in Bundesliga e giocare in posti minuscoli della periferia dell’allora Berlino Ovest come Rudow e Gatow. Un lungo percorso, in cui c’è un momento, che lui come molti abitanti della città non può dimenticare. È il 9 novembre 1989 e lui è sul campo insieme a Werner Fuchs, l’allora capo allenatore. Quando torna a casa Fuchs lo chiama al telefono per dirgli che il Muro di Berlino è aperto. “Ho detto a Werner ‘ma sei ubriaco?’ Così siamo usciti per andare a vedere. Ma non siamo riusciti ad arrivare oltre Charlottenburg”. Due giorni dopo i due saranno in panchina in Hertha Berlino-Wattenscheid, primo match della Berlino unita.

Dal 2010 Nello Di Martino, che a fine anni ottanta era anche andato in panchina come portiere di riserva in un momento di emergenza per gli Hertha, è il “Teamleiter della Vecchia Signora. È uno dei primi ad arrivare, uno degli ultimi ad andarsene. È quello che si occupa di molti aspetti organizzativi, come prenotare gli spostamenti, gli alberghi e i viaggi. Oltre che aiutare i calciatori nelle piccole cose, dai conti correnti alla dichiarazione dei redditi. Nello, che nella breve e turbolenta gestione Klinsmann era stato accusato (senza prove) di essere una delle talpe della dirigenza, l’Hertha l’ha lasciato solo due volte.

La prima nel 1980 per accompagnare Herbert Prohaska in Italia, nel suo trasferimento all’Inter, il primo dopo la riapertura delle frontiere. Era il suo interprete ma non solo, tanto che Eugenio Bersellini, allora tecnico dell’Inter, gli chiede di rimanere. Lui rifiuta, anche per riconoscenza verso i berlinesi. Poi nel 2006, quando la FIGC, lo sceglie come team liaison officer, per la Nazionale che vola in Germania per il Mondiale. Nello Di Martino, che si deve occupare dell’organizzazione della squadra di Marcello Lippi, è così convinto degli azzurri che manda sua moglie in vacanza e gli promette di tornare a casa. Ma con la Coppa. È di parola, visto che il 9 luglio è in campo quando Cannavaro e compagni vincono il Mondiale. Proprio nello stadio, dove lui è di casa e dove nel 1986 aveva vissuto uno dei suoi momenti più duri.

Rispondi