Lienen, il calciatore-politico: pensare non solo coi piedi

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Il dodici maggio 1985, i cittadini del Nordrhein-Westfalen, Land del nord-ovest della Repubblica Federale, vanno alle urne per eleggere il Parlamento regionale. Al posto numero sei della Friedensliste, la “Lista della Pace” collegata al DKP, il quasi neonato Partito Comunista della Germania Ovest, c’è un candidato indipendente. Non ha ancora compiuto 32 anni, si chiama Ewald Lienen. Di mestiere però non fa né il politico, né l’amministratore. È un calciatore in attività. E che calciatore (per credere dal minuto 2.42). Classe 1953, attaccante tecnico, rapido anche se non molto dotato fisicamente, ha esordito tra i professionisti con l’Arminia Bielefeld nel 1974 e dal 1977 veste la maglia del Borussia Mönchengladbach. A quell’epoca i “Puledri” sono una delle squadre più forti della Bundesliga. Sono allenati da Udo Lattek, il tecnico che aveva portato il Bayern Monaco sul tetto d’Europa, in campo hanno Berti Vogts e Allan Simonsen, Pallone d’Oro 1977.

Ewald, però oltre a essere un ottimo giocatore (tra Arminia, ‘Gladbach e Duisburg sfiorerà i 100 gol da “pro”) è tanto altro. Da ragazzo, che ha perso la madre a 13 anni, il suo motto è “studiare, leggere e giocare a calcio”. Per lui il Fussball è un modo per stare insieme e per ottenere attenzione. Non sogna di segnare al Bayern Monaco, ma di diventare un insegnante. Quando lo chiamano per il servizio militare lui sceglie di optare per il servizio civile. Lavora in una struttura che si occupa di ragazzi disabili. Quando li dovrà lasciare per andare a Mönchengladbach, dove tra gli altri vince una Coppa UEFA nel 1979, ammetterà in un’intervista di sentire la loro mancanza, anche se quando una persona disabile viene al campo a vedere i “Fohlen” è lui, a riaccompagnarla verso casa. Così peraltro conoscerà sua moglie Rosa, che con quei ragazzi lavora tutti i giorni, come operatrice.

Ewald, che non firma autografi per principio, ma che non nega mai le chiacchiere ai tifosi, è anche uno che guarda il mondo intorno a lui. A inizio degli Anni Ottanta è impegnato nel “movimento per la pace” che si oppone all’installazione sul territorio tedesco occidentale delle armi atomiche da parte della NATO. Il baffuto Lienen, il cui cognome diventa ben presto “Lenin” è pure uno che s’arrabbia. Per informazioni chiedere a Otto Rehhagel. 14 agosto 1981, partita di Bundesliga tra Borussia Mönchengladbach e Werder Brema. Norbert Siegmann compie un’entrataccia su Lienen. Con i tacchetti gli lascia un taglio sulla coscia, che sarà ricucito con 23 punti. Ewald, dolorante, si scaglia contro Rehhagel, tecnico del Werder, reo di aver aizzato il suo giocatore.

A qualcuno sembra un intervento che può troncare una carriera. Quella di “Lenin” dura ancora undici anni, con zero trofei, ma un successo extracalcistico. Nel 1987 riesce insieme a un gruppo di colleghi, tra cui Bruno Labbadia a fondare il Vereinigung der Vertragsfußballspieler, il sindacato calciatori dell’allora Germania Ovest. Dopo il ritiro però il calcio non esce dalla vita di Lienen. Allena il Duisburg, il suo ultimo club da calciatore, diventando famoso per i bigliettini con le indicazioni che distribuisce ai suoi giocatori, fa il secondo a Jupp Heynckes, il tecnico che l’ha sempre sostenuto per il suo impegno sociale ai tempi del ‘Gladbach, poi gira la Germania e l’Europa, finendo con rivedibili risultati in Grecia e Romania, dove è ricordato soprattutto per un’intervista post-partita con una mise audace. Il tutto senza dimenticare l’impegno, contro il razzismo, per i diritti delle persone LGBT, a favore dello sport per tutti. Nel 2014, dopo l’esperienza romena, la chiusura di un cerchio. Viene scelto per allenare il St.Pauli, per poi diventare nel 2017 il direttore tecnico. È tornare a casa, anche se lì lui prima non aveva mai giocato. Due modi identici di vedere il calcio che si incontrano. Nel 2019 esce anche la sua autobiografia “Sono sempre stato un ribelle. La mia vita con il calcio”. L’hanno scritta lui e sua moglie. Una lettura consigliata a chi, adesso, come Leon Goretzka e Joshua Kimmich hanno dimostrato di saper pensare. E non solo con i piedi.

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