Burki, Mertesacker e la salute mentale dei professionisti

Burki

La retorica del machismo nel calcio è di utilizzo comune ed in continuo aggiornamento. Ecco dunque che un intervento duro diventa un intervento maschio, che i tifosi chiedono ai calciatori della propria squadra di tirare fuori gli attributi, che lo sponsor vuole il suo atleta di punta rappresentato sempre come una sorta di dio greco, muscoloso e onnipotente.
La realtà, ovviamente, racconta altro: nonostante la tenuta mentale sia uno dei punti cardine su cui i professionisti costruiscono la propria carriera, essa non è un dono. Al contrario, spesso per arrivare nell’èlite un giocatore, un uomo, passa attraverso una serie di difficoltà e di situazioni che ne mettono a dura prova la psicologia ancor più del fisico. Tanti, troppi, sono gli esempi di talenti scintillanti spenti col tempo da un’emotività fragile, da periodi di sofferenza e depressione.
A provare a spezzare i dogmi del settore ci ha pensato Roman Burki, portiere del Borussia Dortmund, nell’intervista rilasciata a Spox e Goal.

È un Burki a cuore aperto quello che parla dei suoi inizi, e delle esperienze nei settori giovanili delle squadre svizzere: “al Thun feci un provino a 15 o 16 anni, ma non mi sentivo molto a mio agio. Ero di livello superiore, ma non riuscivo proprio a mettermi in mostra, e dopo una settimana mi lasciarono andare. Due giorni dopo sono stato invitato dallo Young Boys a Berna. All’inizio ero felice, ma poi ho iniziato ad avere paura di fallire ancora. Non volevo deludere mio padre e me stesso, ma lui mi è stato vicino, accompagnandomi. Non so cosa sarebbe successo se non fossi diventato un giocatore professionista, e quello è stato un momento cruciale. Sono estremamente grato a mio padre”.

Continuando l’intervista su toni personali, il portiere svizzero parla di come un giocatore debba essere in grado di gestire l’ansia da prestazione e i dubbi su di sé, che spesso possono diventare veri demoni. “Ora li controllo meglio, ma voglio sempre dare il massimo, anche in allenamento. Mi infastidisce quando mi sembra di non aver fatto abbastanza in una sessione. E può farti stare male, anche se il calcio è solo un gioco, perché si tratta del tuo lavoro”.

Qui il Burki fragile e al contempo perfezionista lascia il posto a quello riflessivo, capace anche di consigliare e confrontarsi coi compagni e non solo: “Ne parliamo di tanto in tanto, ci scambiamo le opinioni. Alcuni giocatori vanno in campo e fanno quello che devono fare, altri hanno bisogno di aiuto per sopportare il criticismo dei media. Non è facile nascondere la pressione; durante le partite se senti il pubblico innervosirsi ti sembra sempre che sia colpa tua. Non è un segreto che io lavori con un mental coach, e lo raccomando. Se a qualche altro giocatore dovesse fare piacere parlarmi, io sono qui per loro. Ho iniziato a lavorarci a 17 anni, da terzo portiere dello Young Boys: la società lo metteva a disposizione di chi volesse usufruirne, volontariamente. Ho imparato molto da lui, ho imparato come affrontare le esperienze negative dentro e fuori dal campo. E poi è sempre bello poter parlare con qualcuno di queste cose.”

La salute mentale dei calciatori è oramai una priorità, un aspetto da tutelare al pari della tenuta fisica, ed a sottolinearlo è anche una leggenda del calcio tedesco contemporaneo come Per Mertesacker. Mertesacker ha vissuto in prima persona la tragedia di Robert Enke, che nel 2009 si tolse la vita vittima della depressione, due giorni dopo aver giocato col suo Hannover contro l’Amburgo e alle porte di un mondiale che forse avrebbe giocato da protagonista tra i pali della Germania.

Fu proprio Enke ad accogliere il diciannovenne Mertesacker nella sua prima esperienza tra i professionisti, e i due finirono col diventare amici stretti: “Mi incoraggiava, sottolineava le mie qualità, mi faceva capire che con me in difesa si sentiva sicuro. È un’esperienza tra le più belle che puoi fare sul lavoro: mi ha dato la sua fiducia”. Ovviamente, la tragedia ha lasciato un vuoto in tutte le persone vicine al 32enne tedesco: “È stato devastante, davvero pesante. Eravamo molto amici, e all’epoca mi sentii davvero triste. Quando succedono queste cose ti fai molte domande, riguardo alla tua vita e alla tua abilità di connetterti con le persone. Quello che possiamo imparare è che bisogna sempre fare attenzione e prenderci cura di chi ci sta accanto”.

Mertesacker, però, è ora nella posizione di poter agire in prima persona per contrastare il fenomeno: dal 2018, infatti, è a capo dell’Academy, il settore giovanile dell’Arsenal. I gunners, come tanti club di Premier League, hanno sostenuto la campagna Heads Up, spinta dal principe William d’Inghilterra, volta a puntare i riflettori ed incoraggiare la conversazione sulla salute mentale.
“Quando giocavo a volte potevi parlare con degli psicologi, ma non era un ambiente così aperto come lo è ora. Ora noi abbiamo l’occasione di influenzare le prossime generazioni, per renderle consapevoli a riguardo della salute mentale. Quando stavo male, prima delle partite, pensavo sempre che parlarne o cercare aiuto fosse un sintomo di debolezza. Ora dobbiamo dimenticarci questo concetto, e incoraggiare i ragazzi a parlare, perché a noi come club importa di loro”.
“Vogliamo spingere i ragazzi sempre al livello successivo, creare nuove sfide, ma dobbiamo anche fare attenzione a come possiamo supportare ogni singolo individuo, aiutandolo a reggere le aspettative e lo sviluppo personale di questo periodo della vita. Qui [all’Arsenal, ndr] vogliamo che si parli apertamente della salute mentale”.

Burki e Mertesacker sono solo due esempi di calciatori che, in barba a chi li vuole unicamente destinati a giocare a calcio, quasi come se fosse un gesto meccanico e inanimato, hanno deciso di portare alla luce una questione importante e impossibile da sottovalutare. Nel valutare ogni giocatore, ogni professionista in generale, non si può e non si deve trascurare l’insieme di emozioni, esperienze e pensieri che porta con sé.

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