Chi è stato Robert Enke: il ricordo a 10 anni dalla morte

Robert Enke

Prima del fischio d’inizio del Klassiker tra Bayern Monaco e Borussia Dortmund, i giocatori si sono stretti a centrocampo per ricordare Robert Enke, l’ex portiere dell’Hannover, sua ultima squadra, che si tolse la vita il 10 novembre del 2009, a 32 anni.

Mentre il tabellone elettronico dell’Allianz Arena passava l’immagine di Enke con l’hashtag #gedENKEminute, un minuto di commemorazione, iniziativa promossa dalla fondazione che porta il suo nome e creata dalla moglie Teresa per sensibilizzare il calcio e lo sport sul tema delicato della depressione, le telecamere si sono soffermate su alcuni primi piani. Sulle tribune, Joachim Löw e Oliver Kahn, e in campo, Manuel Neuer.

Il 2009 è l’anno che precede i Mondiali in Sudafrica, il primo del nuovo ciclo di Löw sulla panchina tedesca dopo l’esperienza della Coppa del Mondo del 2006 “domestica” gestita da Jürgen Klinsmann. Oliver Kahn partecipa a quell’edizione da comprimario, gioca di fatto solo la finale per il terzo-quarto posto contro il Portogallo, un omaggio e un tributo in quella che di fatto è la sua ultima partita prima del ritiro dalla Nazionale. In porta, per ordine gerarchico, c’è Jens Lehmann (coincidenze, è nato proprio il 10 novembre 1969) che in semifinale non ha potuto nulla contro i tiri di Grosso e di Del Piero. E’ lui il titolare anche nell’edizione 2008 dell’Europeo, ma alla soglia dei 39 anni, anche per lui l’esperienza con la Mannschaft si esaurisce lì prima di appendere i guanti al chiodo.

Joachim Löw si ritrova, dunque, a impostare un nuovo ciclo in una fase di transizione in cui la vecchia guardia sembrano aver dato tutto, mentre i vari “enfant prodige” devono ancora sbocciare e maturare del tutto. Nel mezzo, invece, c’è Robert Enke che dal 2004, dopo esperienze travagliate al Benfica, Barcellona e Fenerbahçe, è rientrato sul suolo tedesco per giocare titolare nelle fila dell’Hannover. La sua affidabilità e continuità di rendimento convincono il ct a credere in lui; per altro era stato lo stesso Löw a farlo esordire in Nazionale a 29 anni in una partita amichevole del 2007 contro la Danimarca. Per le partite di qualificazione al Mondiale del 2010, Enke è il prescelto: 90’ in campo nella prima uscita della Germania post-Europeo, titolare nei match del Girone D e dall’agosto del 2008 al 2009 inanella sette partite in cui la compagine tedesca ne vince cinque e pareggia due. Le uniche due sconfitte sono in altrettanti test-match in cui Enke non è nemmeno convocato.

Il 12 agosto 2009 gioca la sua ultima partita con la Nazionale, un 2-0 contro l’Azerbaigian. Il 5 settembre, invece, viene convocato per un’amichevole contro il Sudafrica, ma rimane in panchina: Löw nei suoi esperimenti, testa René Adler. Senza la presunzione di mettere in ordine i tasselli della storia e leggerne conseguenze in modo arbitrale, con molta probabilità nella testa di Löw era davvero concreta l’idea di affidare a Robert Enke la porta della Germania per i Mondiali dell’anno dopo. La sua morte ha cambiato il corso dei destini e Manuel Neuer, fino a quel momento secondo panchinaro, si è ritrovato a giocare l’esperienza sudafricana da titolare, anticipando l’ascesa e la consacrazione che l’avrebbe poi portato a essere il miglior estremo difensore del mondo e leader di una delle più forti Nazionali di sempre.

Un piccolo passo indietro sulle sue esperienze negative all’estero. Sarebbe delittuoso suggerire che il trattamento riservato dal Barcellona sia stato l’inizio della sua malattia anche perché in precedenza aveva sofferto di paura e insicurezza, ma certamente la sua esperienza al Camp Nou è diventata un punto cardine nel suo senso di ciò che è stato successivamente diagnosticato come “alienazione”.

Robert si trova a Barcellona nella stagione 2002/03, debutta in Copa del Rey contro la Novelda, squadra di terza serie, dopo una serie di sessioni d’allenamento in cui mostra sin da subito difficoltà nell’adattarsi e assimilare la filosofia di Louis van Gaal che vuole ampliare la distanza tra lui e la linea dei difensori. Come dirà successivamente la moglie, durante il passaggio del portiere tedesco dal Benfica al club spagnolo, la trattativa sembrava arenarsi e  quando Enke aveva telefonato all’allenatore olandese per chiedere rassicurazioni, la risposta fu: «Io non ti conosco nemmeno». Quando il Barcellona esce sconfitto per 3-2 nella partita di Copa del Rey, il capitano Frank de Boer dà pubblicamente la colpa a Enke su due gol subiti, salvo fare marcia indietro senza però chiedere davvero scusa al numero 1. Victor Valdés che quello stesso anno diventerà il portiere titolare del Barcellona, ha ammesso che Enke fu «gettato in pasto ai leoni».

In Spagna, Robert. Enke giocò solo altre tre partite, fu in quel momento che si chiuse in se stesso e, su consiglio della moglie e del procuratore, iniziò a esser seguito da un psicoterapeuta. Solo quattro partite, un malessere acuito e peggiorato nel 2006 dopo che la figlia Lara, di due anni, era morta a causa di una rara malattia cardiaca. L’Hannover è stato il suo personale riscatto diventandone anche capitano. Ha giocato l’ultima partita della sua vita l’8 novembre 2009, nel pareggio casalingo per 2-2 contro l’Amburgo, nell’AWD-Arena, lo stesso impianto dove qualche giorno dopo si è tenuta la cerimonia funebre.

Rispondi