Kovac-Bayern, è divorzio: i 4 punti chiave dell’addio

kovac Bayern

18 mesi. Da Francoforte a Francoforte, da un 5-0 a un 5-1. Da una vittoria a una sconfitta, per aprire e chiudere l’esperienza di Niko Kovac al Bayern Monaco. La prima partita ufficiale in panchina è stata un 5-0 contro l’Eintracht in Supercoppa, lo stesso Eintracht con cui lui stesso aveva vinto la DFB-Pokal a maggio, in finale proprio contro i bavaresi, dei quali già sapeva di essere allenatore. Prova di forza, ma anche, col senno di poi, presagio di 18 mesi non facili da gestire, terminati con il 5-1 subito dal suo Eintracht e con le successive dimissioni, con la squadra a -4 dal Gladbach capolista. Dietro la decisione però ci sono altre quattro grandi ragioni.

Kovac-Bayern, vedute diverse sul mercato

La stampa tedesca quest’estate non ha accostato molti nomi al Bayern Monaco, oltre ovviamente al tormentone Leroy Sané. Abbiamo letto Marc Roca, Zakaria, Neuhaus, Perisic, Mandzukic, Vogt. Giocatori che non sono mai stati trattati, se non il croato ex Inter, arrivato in emergenza dopo l’infortunio dell’ala del City. Tutti questi erano stati nomi richiesti da Kovac. Non è arrivato un vice-Lewandowski come il croato della Juventus, non è arrivato un ‘numero 6’, tanto che poi visto il calo di Thiago è stato Kimmich a riadattarsi a centrocampo. E non è arrivato nemmeno un jolly tra difesa e centrocampo come Vogt. La società ha escluso categoricamente le richieste dell’allenatore, un controsenso piuttosto evidente. E già al primo anno, quando Kovac al Bayern avrebbe voluto Rebic, dall’alto hanno risposto picche.

L’addio di Hoeneß

Le divergenze sul mercato sono anche frutto di una mancanza generale di fiducia che non ha agevolato il lavoro del tecnico. Già dallo scorso novembre, ai primi momenti di difficoltà del Bayern, in Germania si è parlato di un Rummenigge scontento del lavoro di Kovac. Al contrario, Uli Hoeneß è stato il suo sostenitore numero uno. Il prossimo 15 novembre però il presidente del Bayern saluterà il club e lo scettro passerà tra le mani dell’erede Hainer e soprattutto di Kalle, uno con cui Kovac non ha mai avuto un rapporto idilliaco. Senza un appoggio forte in società, il croato ha capito che forse il suo futuro era già segnato a fine stagione.

Il gioco poco brillante di Kovac al Bayern

Ciò che maggiormente non ha soddisfatto Rummenigge sono state le prestazioni della squadra, apparsa molto spesso poco brillante e non sempre sicurissima, più che i risultati. Allo sviluppo di un gioco più fluido non ha sicuramente contribuito la poca abitudine dei difensori a difendere in campo aperto e in uno contro uno nella scorsa stagione, mentre quest’anno è stato l’assurdo calo di Thiago a complicare le cose a Kovac. Ovviamente, come implicitamente ammesso rassegnando le dimissioni, anche lo stesso ex allenatore dell’Eintracht sa che avrebbe potuto lavorare meglio sotto quest’aspetto. Gli infortuni di Süle e Hernandez sono stati l’ennesima difficoltà da affrontare, e allo stesso tempo anche quella fatale per il suo futuro. La sua incapacità di dare d’intensità e brillantezza, costruendo un gioco più difensivo che offensivo, è stata fatale.

La gestione dei veterani

Kovac al Bayern ha anche fronteggiato altre difficoltà, a partire dall’essere sulla panchina del club nelle due stagioni più complicate: l’ultima di Ribéry e Robben e la prima senza Ribéry e Robben. Ovvero l’annata più difficile da gestire per le due star e la prima senza i due trascinatori del gruppo. In più quest’anno ha dovuto far fronte al caso Thomas Müller dopo aver lasciato partire Hummels in estate per quella che è sembrata essere una sua scelta. E anche le continue panchine di Javi Martinez non sono state accolte bene. Perdere lo spogliatoio a Säbener Straße porta a un punto di non ritorno. E questo ha, di fatto, messo fine alla carriera di Kovac al Bayern. Probabilmente l’uomo giusto, ma nel posto sbagliato nel momento peggiore.

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